La scelta del nuovo leader di Hamas non è una semplice questione organizzativa. È una decisione che riguarda la sopravvivenza stessa del movimento, la sua capacità di continuare la guerra e la sua eventuale trasformazione politica. Dopo l’uccisione sistematica dei suoi vertici da parte di Israele, Hamas si trova davanti a una necessità strategica: ricostruire una leadership che non sia solo simbolica, ma operativa, resiliente e capace di resistere alla pressione militare e diplomatica.
La distruzione della catena di comando tradizionale ha costretto il movimento a riorganizzarsi rapidamente. La creazione di un nuovo Consiglio della Shura e di un ufficio politico rinnovato rappresenta un tentativo di ristabilire la continuità istituzionale e di preservare la coesione interna. Ma la vera questione non è solo chi guiderà Hamas. È quale Hamas emergerà da questa guerra.
La competizione tra Khaled Meshaal e Khalil al-Hayya riflette una divisione strutturale all’interno del movimento. Non una divisione ideologica, ma una differenza di posizione strategica.
Meshaal rappresenta la leadership esterna. Ha costruito la sua carriera fuori da Gaza, operando tra Qatar, Siria e altri centri regionali. La sua forza risiede nella dimensione diplomatica, nella capacità di negoziare, mantenere relazioni con attori statali e garantire la sopravvivenza politica del movimento oltre il campo di battaglia.
Al-Hayya, al contrario, è espressione della leadership interna. La sua legittimità deriva dalla vicinanza al teatro operativo e dal sostegno dell’ala militare. In una fase in cui la sopravvivenza fisica del movimento dipende dalla sua capacità di continuare a combattere, questo elemento ha un peso decisivo.
La scelta tra queste due figure non riguarda solo una persona. Riguarda la direzione strategica del movimento: resistenza armata come priorità assoluta o equilibrio tra sopravvivenza militare e adattamento politico.
Israele ha perseguito una strategia precisa: eliminare la leadership per disorganizzare il movimento. L’uccisione di figure chiave come Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar non è stata solo un’operazione tattica, ma una strategia mirata a distruggere la capacità di comando e controllo di Hamas.
Tuttavia, la sopravvivenza organizzativa del movimento dimostra che la decapitazione della leadership non garantisce la dissoluzione dell’organizzazione. Hamas ha una struttura decentralizzata, capace di rigenerarsi. La leadership può essere eliminata fisicamente, ma il sistema politico-militare che la sostiene è più difficile da distruggere.
Questa resilienza rappresenta uno dei principali fallimenti delle strategie militari basate esclusivamente sull’eliminazione dei vertici.
Il cessate-il-fuoco non ha posto fine al conflitto. Ha creato uno spazio operativo diverso. In questo spazio, Hamas non combatte solo con le armi, ma con la politica. La selezione di un nuovo leader serve a ristabilire la legittimità interna e a dimostrare che il movimento continua a esistere come attore politico e militare.
Il fatto che il nuovo leader possa avere un mandato temporaneo riflette l’incertezza della fase attuale. Hamas non cerca solo un capo. Cerca una struttura di comando che possa sopravvivere in un ambiente in cui ogni leader è un bersaglio.
Questa logica spiega anche la scelta di utilizzare organismi collettivi e strutture diffuse, più difficili da neutralizzare.
La leadership di Hamas non opera in isolamento. È inserita in un sistema regionale complesso. Qatar, Iran e altri attori svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere il movimento, politicamente ed economicamente.
La scelta del leader influenzerà l’equilibrio tra queste relazioni. Una leadership esterna potrebbe rafforzare la dimensione diplomatica e i rapporti con gli sponsor regionali. Una leadership interna potrebbe rafforzare la dimensione militare e la continuità operativa sul terreno.
In entrambi i casi, Hamas resterà un attore centrale nella geopolitica del Medio Oriente. Non perché controlli un territorio stabile, ma perché rappresenta un nodo politico e militare che nessuna soluzione regionale può ignorare.
Dal punto di vista militare, la sopravvivenza di Hamas dimostra che le organizzazioni non statali possono adattarsi a pressioni estreme. La perdita della leadership non ha distrutto il movimento. Lo ha trasformato.
La struttura di Hamas è diventata più flessibile, meno centralizzata e più difficile da neutralizzare. Questo modello riflette una trasformazione più ampia della guerra moderna, in cui le organizzazioni non statali operano come sistemi distribuiti, capaci di sopravvivere anche dopo perdite significative.
La leadership non è solo una questione militare. È una questione di legittimità. Hamas deve dimostrare di rappresentare ancora una forza politica credibile per la popolazione palestinese.
La partecipazione al processo elettivo interno serve a rafforzare questa legittimità. Anche in condizioni di guerra, il movimento cerca di mantenere una struttura politica che giustifichi la sua esistenza non solo come forza militare, ma come attore politico.
Questo elemento è fondamentale per la sua sopravvivenza a lungo termine.
La scelta del nuovo leader di Hamas è parte integrante del conflitto. Non è separata dalla guerra. È una sua estensione.
Israele cerca di distruggere la capacità di comando del movimento. Hamas cerca di ricostruirla. Questo scontro non si svolge solo sul campo di battaglia, ma all’interno delle strutture politiche e organizzative.
Il futuro del movimento dipenderà dalla sua capacità di trovare un equilibrio tra resistenza militare e sopravvivenza politica. Non si tratta solo di vincere una battaglia. Si tratta di continuare a esistere.
In questo senso, la successione non è la fine di una fase. È l’inizio di una nuova configurazione del conflitto, in cui la leadership diventa essa stessa un terreno strategico.
