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Bersani sul centrosinistra: “Non è vero che unito vince, serve una svolta”

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«Noi tiriamo dritto, poi vediamo se convinciamo qualcuno che bisogna cambiare. Unità è una bella parola, ma non è vero che uniti si vince. È cambiando che si vince. Uniti abbiamo visto da tre anni che si può perdere tutte le volte». Lo ha detto Pier Luigi Bersani a Propaganda Live, su La7. «C’è un pezzo di popolo che non ne vuole sapere di un centro sinistra che fa queste politiche», ha aggiunto. 

“Intesa con il Pd? Nessun limite alla provvidenza”  
«Non spetta a me fare gli incontri, ci penserà Speranza. Oggi, poi, funziona con gli ambasciatori...» ha aggiunto parlando dei tentativi di Piero Fassino di ricucire i rapporti tra Pd e partiti di sinistra. «Abbiamo fatto una proposta sulla legge elettorale e invece il Pd ha preferito fare l’accordo con la destra, pensando di fare pressione su di noi con il voto utile. Detto questo, però, non metto limiti alla Provvidenza», ha aggiunto. 

“Prodi sa che il problema è il rapporto col popolo”  
«Se mi chiama Prodi, io ci sto anche tutta la giornata a discutere e vedere. Ma credo che Prodi possa comprendere, è una persona che ha sempre avuto l’orecchio a terra. Credo che abbia una preoccupazione profonda, gli piacerebbe, immagino, che si trovasse una soluzione. Ma credo capisca che una soluzione senza andare alla sostanza del nostro rapporto col popolo non si va da nessuna parte».  

Divorzio tra Pisapia e bersaniani. L’alleanza a sinistra è al capolinea

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Di Alessandro Di Matteo

La rottura ora è ufficiale ma nessuno è davvero sorpreso, perché Giuliano Pisapia e gli ex Pd di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, in realtà, non si erano mai tanto amati. Il divorzio fin troppo annunciato viene ufficializzato da Roberto Speranza sul Corriere della sera: «Il tempo è finito. Abbiamo parlato troppo di noi, ora basta. Bisogna correre». Pisapia risponde quasi subito, tagliente: «Non c’è problema. Buon viaggio a Speranza. Io continuo in quello che ho sempre detto». Quindi, l’affondo: «Non credo nella necessità di un partitino del 3%, credo in un movimento molto più ampio e soprattutto capace di unire, non di dividere». 

Un botta e risposta secco che innesca quasi una rissa tra coloro che il primo luglio scorso erano salti su un palco a Roma con l’impegnativo slogan “Insieme”. Enrico Rossi, presidente della Toscana, attacca Pisapia su Facebook: «Pochi si erano accorti che fosse ancora nelle nostre file. Noi non vogliamo ridurci a un ruolo ancillare al Pd e ad Alfano». Ribatte Massimiliano Smeriglio, vice-presidente del Lazio, ex Sel, vicino a Pisapia: «Bisogna avere rispetto di tutti, anche per chi governa col Pd come il sottoscritto e come Rossi. Non ci si inventa Che Guevara...». 

Risse verbali a parte, a questo punto tutti lavorano per prepararsi alle elezioni, dove verosimilmente ci saranno almeno due liste a sinistra del Pd: quella di Mdp, con Sinistra italiana e Pippo Civati (che dicono «finalmente»), e quella a cui continua a lavorare Pisapia, che il 28 ottobre riunirà l’assemblea nazionale di Campo progressista e il giorno dopo interverrà ad un convegno con Emma Bonino, Romano Prodi ed Enrico Letta. In Parlamento, poi, già da oggi si lavorerà per costituire gruppi che fanno riferimento al sindaco di Milano, sia alla Camera che al Senato, e dal gruppo Mdp alla Camera potrebbero uscire alcuni ex Sel. 

«Non ci interessa affatto né fare la stampella del renzismo, né la sinistra del quarto polo», dice il portavoce di Campo progressista Alessandro Capelli. Ma uno degli uomini vicini a Pisapia aggiunge: «Il Rosatellum 2.0 ci obbliga a fare desistenze, accordi elettorali. Non è la coalizione che volevamo, ma...». Insomma, la prospettiva è quella di una lista a sinistra del Pd ma non avversaria del partito di Renzi. «Ci possono essere due o tre liste - dice Pisapia - che devono però trovare unità in un’ipotesi di governo. L’avversario non è chi ci sta vicino, ma destre e populismi». 

Stamattina si riunirà il coordinamento di Mdp per decidere le prossime tappe: «Non abbiamo tempo», spiega Massimo Paolucci, vicino a D’Alema. «Bisogna fare una cosa un po’ più larga della somma delle sigle». L’appuntamento di Mdp è il 19 novembre, quando con le primarie si eleggerà l’assemblea che sarà l’ossatura del nuovo soggetto politico e, magari, si sceglierà anche il leader. Il presidente del Senato Pietro Grasso resta uno dei nomi possibili, archiviato Pisapia, anche se Paolucci usa parole diplomatiche: «È la seconda carica dello Stato. Lo stimiamo tantissimo, ma non va tirato per la giacca». 

Fonte: http://www.lastampa.it/2017/10/09/italia/politica/divorzio-tra-pisapia-e-bersaniani-lalleanza-a-sinistra-al-capolinea-rpKIorqkEwsYIIkeaBJGyK/pagina.html

Bersani: “Un verdiniano alla Commissione sulle banche? Siamo al dadaismo puro”

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Di Francesca Scianchi

«Siamo al dadaismo puro». Ride l’ex segretario del Pd Pierluigi Bersani, a chiedergli della richiesta che Denis Verdini ha avanzato ai democratici: la presidenza della Commissione d’inchiesta sulle banche. Non per se stesso, ma per l’ex viceministro dell’Economia del governo Renzi, Enrico Zanetti. Ma il fatto che Verdini, coinvolto in un processo per il crac del Credito cooperativo fiorentino, possa interessarsi a una Commissione che dovrà occuparsi – se mai riuscirà a nascere – di indagare su guai e difficoltà del sistema creditizio, fa sorridere amaro molti in Parlamento. Nella minoranza Pd e non solo. 

In tarda mattinata, nella sala lettura di Montecitorio, Zanetti studia una serie di emendamenti dietro al portatile acceso. «Io presidente? Non ne parlo finché non vedo costituire la Commissione – sbotta – sono stato il primo un anno fa a dire che è fondamentale crearla, lo dissi anche a Renzi: per noi che siamo sulla scena politica nazionale dal 2013, è importante dimostrare che, se problemi nelle banche ci sono stati, è perché raccogliamo il cerino di scelte fatte da altri. Ma quando lo dicevo, al Ministero dell’economia non erano entusiasti… Ora, capisco che forze politiche che non hanno fatto della responsabilità il proprio marchio di fabbrica potrebbero usarla come palcoscenico della campagna elettorale, ma davvero è necessario istituirla». La sua disponibilità a presiederla, raccontano compagni di gruppo parlamentare, c’è. Ma non gli piace essere derubricato a «verdiniano», come fa il capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta quando mette in chiaro che «Monte dei Paschi vuol dire Pci-Pds-Ds-Pd e quindi, semmai si varerà, natura democratica vorrebbe che la presidenza andasse a un esponente dell’opposizione». «Zanetti è segretario di Scelta civica e non fa parte della maggioranza», interviene subito il collega Rabino a tenere viva la candidatura. 

REFERENDUM,BERSANI: 'NON LASCIAMO IL NO ALLE DESTRA'


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Di Salvatore Santoru

Pierluigi Bersani ha dato il suo sostegno al No in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Bersani ha commentato il recente appoggio del Sì di Prodi(2) sostenendo che“si è convinto a succhiare l’osso, sono scelte personali, e trattandosi di Costituzione, non mi sembra un Sì entusiasta, comunque lo rispetto, ma io non succhio l’osso e neppure il bastone, non mi turo il naso e soprattutto non lascio il no alla destra”. 

NOTE:

(1)http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/30/referendum-bersani-si-di-prodi-io-non-succhio-losso-e-non-lascio-il-no-alle-destre/3228447/

(2)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/11/referendumprodi-sento-di-dovere-rendere.html

REFERENDUM COSTITUZIONALE, ENDORSEMENT DELL'AMBASCIATORE USA A RENZI: CRITICHE DA DIVERSI POLITICI, TA CUI BERSANI E SALVINI

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Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere l'endorsement fatto dall''ambasciatore statunitense in Italia John Philips al premierMatteo #Renzi in occasione del sempre più vicino referendum costituzionale
Philips ha sostenuto che una vittoria del no costituirebbe un passo indietro per l'Italia e la sua presa di posizione non è piaciuta a molti politici italiani, tra cui vi sono da segnalare  Pier Luigi Bersani e Matteo Salvini.
L'ex segretario del PD ha sostenuto che sarebbe "da non credere" e "per chi ci prendono?", facendo un'indiretta allusione a interferenze straniere in una questione politica nazionale, interferenze di cui fa allusione diretta invece il segretario leghista Matteo Salvini, il quale ha sostenuto che l'ambasciatore statunitense si dovrebbe fare gli affari suoi e non intervenire negli affari del paese, così come è già accaduto spesso nel passato. 
Inoltre,Salvini si è augurato una vittoria di Donald Trump e ha sostenuto che se a spingere per votare sì al referendum sono i poteri forti allora bisogna essere sempre di più convinti nel sostenere il No.


FOTO:John Philips, http://www.italia.co

Bersani: "Renzi copia Berlusconi" e Berlusconi "Mi copia, ma sbagliando"



Di Salvatore Santoru

Spesso e volentieri il premier Matteo Renzi è paragonato politicamente a Silvio Berlusconi, specialmente da parti della sinistra non renziana o dal Movimento 5 Stelle.





Recentemente Pier Luigi Bersani, durante un'intervento alla trasmissione “Ho scelto Cusano”,sull'emittente dell’Università Niccolò Cusano "Radio Cusano Campus", ha affermato(1) che Renzi copia Berlusconi dichiarando che “Berlusconi ha detto che Renzi lo copia? E’ così c’è poco da dire. E’ un dato di fatto. Vorrei dire al mio partito, di preoccuparsi di più di costruire un collettivo piuttosto di come scegliere una persona. Questo è un fatto del futuro, non del passato"(2).

D'altro canto, Berlusconi ha sostenuto che Renzi effettivamente lo copia(3), ma sbagliando dichiarando che "Mi sembra di essere ai tempi della scuola che mi copiano tutti, ha copiato il ponte sullo Stretto e i limiti al contate" e che "Copia sempre un pò male, per il ponte parla solo dei treni. Dobbiamo essere felici se toglie la tassa sulla casa che è una cosa sacra".

NOTE:
(1)http://www.romadailynews.it/politica/bersani-pd-renzi-copia-berlusconi-e-un-dato-di-fatto-0268507
(2)http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/16/tetto-contanti-bersani-renzi-non-insulti-lintelligenza-degli-italiani-chi-ha-3mila-euro-ha-sicuramente-una-carta-di-credito/2135261/
(3)http://www.ilgiornale.it/news/politica/berlusconi-boccia-renzi-mi-copia-sbagliando-1183539.html

FOTO:http://www.huffingtonpost.it

Libia: ecco cosa diceva chi ha voluto la guerra che aprì la strada ai barconi

Di Giacomo Cangi
Alla luce dell‘ennesima strage avvenuta nel mar Mediterraneo, è bene dire in maniera chiara che la guerra in Libia svolta nel 2011 è stato un gravissimo errore. Gheddafi era un dittatore, su questo non vi è alcun dubbio. Ma a parte il semplice fatto che ogni stato ha il sacrosanto diritto di autodeterminarsi (motivo per cui l’Europa non sarebbe dovuta andare a bombardare la Libia) occorre ricordare che grazie alle intese raggiunte fra il Governo italiano dell’epoca e il Rais le partenze di immigrati erano calate tantissimo, e di conseguenza le stragi come quella avvenuta poco più di 48 ore fa. Come ricorda anche Sky, dal 2008 al 2009 l’arrivo dei clandestini calò del 74%, «passando dai 36.951 del 2008 ai 9.573 del 2009». Da dopo la guerra in Libia regna il caos e gli sbarchi sono sempre più numerosi, così come le morti sul Mediterraneo. Ma cosa dicevano i politici (e non solo) all’epoca dello sciagurato intervento in Libia?
FRATTINI - Il ministro degli Esteri Franco Frattini diceva: «L’Italia è pienamente coinvolta con i partner della comunità internazionale nella missione in Libia e non può essere seconda a nessuno nell’impegno per far rispettare i diritti umani», «Non potevamo rimanere indifferenti e non avremmo potuto non intervenire». Evidentemente, caro Frattini, sarebbe stato meglio rimanere indifferenti.
PD - Bersani, a quel tempo leader dell’opposizione, dichiarava: «Noi dobbiamo partecipare a questa operazione che deve stare nei limiti del mandato delle Nazioni unite, dobbiamo parteciparci con il profilo giusta e una posizione politica chiara». Chissà tale convinzione così forte sulla partecipazione alla guerra in Libia da cosa era giustificata. Probabilmente da niente.
LERNER - Il migliore di tutti però fu il giornalista Gad Lerner che nel suo blog scrisse: «Una guerra piena di secondi fini ma intrapresa a seguito di un’autentica sollevazione popolare, giunge infine al risultato inesorabile per cui ricorderemo questo anno 2011: la caduta dei tiranni. Gheddafi rovesciato dagli insorti 42 (quarantadue!) anni dopo la sua ascesa al potere, è un evento che non può non rallegrare ogni sincero democratico. Capisco l’imbarazzo di chi c’è andato a braccetto fino a ieri; e dei vili che hanno sottoscritto l’impegno militare per abbatterlo ma speravano fosse solo per finta. Scrivo ancora nel mezzo degli eventi, potrebbe ancora darsi il peggio anche se il finale sembra scritto. Ma voglio già esprimere la mia esultanza. Senza Gheddafi, dopo Gheddafi, il segnale del via libera alla rivoluzione democratica nel mondo arabo si rafforza. Il prossimo è Assad!». Qualcuno di voi ha visto questa rivoluzione democratica in Libia? No, al massimo c’è stata la rivoluzione dei barconi rovesciati.

Quirinale: chi ha vinto, chi ha perso


 

Di Aldo Giannuli

Finalmente un segnale di novità, una ventata di aria fresca: Giorgio Napolitano! Con 740 voti il peggior Presidente della storia repubblicana è stato rieletto (unico, per ora) al Quirinale. Va bene, cerchiamo di vedere chi ha vinto. Ovviamente ha vinto Napolitano, ma non tanto per il fatto di essere rieletto, cosa che, onestamente, non pare avesse cercato, quanto per la piena affermazione della sua linea politica: governissimo di durata (con ogni probabilità presieduto da Amato), sterilizzazione del Pd ed isolamento del M5s e Sel. E’ quello che aveva tentato di fare con l’operazione “saggi”, poi finita nel ridicolo con Crozza, ma che ora tornano a galla. Magari vedremo anche la nomina di Berlusconi a senatore a vita…

Vince ovviamente Berlusconi, che ha completato il recupero stoppando l’odiato Prodi ed eleggendo un Presidente con cui può convivere. Ma soprattutto, ottenendo quel governo di “larghe intese” premessa alla soluzione dei suoi guai giudiziari. Per ora vince, ma corre un rischio: se le elezioni si allontanano troppo, perde il momento favorevole. Inoltre, se si imbraga con un governo tassaiolo come quello di Monti la cosa non gli porta bene e, già alle europee fra un anno, corre il rischio di un capitombolo. Deve gestire la cosa con molta accortezza perché poi l’ennesima rimonta non sarebbe facile.

Vince Vendola che, a buon diritto può presentarsi come quello che non ha tradito le aspettative degli elettori del centro sinistra ed ha coraggiosamente rotto con il Pd, passando subito all’opposizione dell’inciucio. Inoltre, a quanto pare, mette definitivamente da parte le voglie di entrare nel Pd e si candida al ruolo di Tsipras o di Lafontaine italiano.

Spero ce la faccia e non si faccia fregare dalle solite esitazioni dell’ultimo momento. Ho spesso criticato Nichi (e chi mi legge lo sa), ma questa volta devo dire che si è comportato con grande linearità ed ha fatto quello che poteva e che doveva.

Ovviamente, vince Grillo, che dimostra che “Gargamella” non  esisteva. Grillo si riscatta da quell’esordio di legislatura nel quale non aveva dato il meglio si sé. La scelta di Rodotà è stata perfetta perché ha dimostrato che sa essere flessibile, scegliere un candidato non suo e “pescare” consensi anche in campo avverso. Insomma, non è stato Bersani a fare scouting in casa 5stelle, ma al contrario, è stato Grillo a fare scouting in casa Pd: tanto di cappello! Per la stessa ragione per cui lo ho aspramente criticato nella prima fase, oggi devo riconoscergli di essere stato abile. Alle europee potrebbe avere un nuovo forte successo, anche se resta il problema dei gruppi parlamentari che sono un disastro (soprattutto, cari amici, fatevi passare questa mania di espellervi a vicenda e, poi, Grillo, parlare in Tv non è come baciare in bocca un lebbroso, se ne convinca e si rilassi un po’).

Monti ha una piccola vittoria perché aveva lavorato al maxi inciucio, ma, nello stesso tempo, incassa una sconfitta perché in questo grande accordo lui, con il suo 9% miserello miserello, scompare.

Veniamo agli sconfitti: di Bersani, Prodi e Marini non è neppure il caso di dire. Ne esce male tutto il Pd che ormai è solo la sigla di Psico Dramma. Non esiste più come soggetto politico, probabilmente si scinderà e forse neppure in due soli pezzi, ha dissipato un consenso che non rivedrà mai più neppure con il cannocchiale, ha la base in rivolta ed ha perso ogni contatto con il paese. Ma quello che è più singolare è che perdono tutte le sue correnti (o meglio, le sue tribù).

Ovviamente ne esce disintegrato il gruppo bersaniano che perde il suo punto di riferimento e che non sa a che santo votarsi. Ma perde anche D'Alema: è riuscito ad ammazzare la candidatura di Prodi, ma si è suicidato, perché questa è la premessa del suo vero pensionamento (finalmente!). Non è riuscito ad andare al colle, non è più parlamentare, il suo gruppo è individuato come quello dei “traditori” ed è odiatissimo da tutti. Può darsi che Napolitano possa ripescarlo come ministro, ma ci credo poco e, comunque, non ha più un partito nel quale avere un peso e non ha prospettive future.

E perde anche Renzi, che alla fine si trova con un pugno di mosche in mano: la sua operazione Quirinale (qualunque fosse) è fallita, può darsi che diventi segretario del Pd ma eredita solo un rudere, è poco probabile che possa essere il candidato alla Presidenza del Consiglio e, se anche fosse, le possibilità di vittoria elettorale sono pari allo 0,001%. Ma, soprattutto, perde irrimediabilmente la sua immagine di giovane e frizzante innovatore, venendo fuori per quel che effettivamente è: un piccolo intrigante democristiano, carrierista e sleale. Non credo che incanti più nessuno, anche se un suo gruppo continuerà ad averlo. Può darsi che passi con Monti nel tentativo di fare una nuova Dc, ma, stanti così le cose, non credo che andrà molto oltre lo striminzito risultato di Sc.

Perde anche Veltroni che si è rivelato ininfluente in ogni momento dello scontro. Perdono gli ex Ppi che incassano lo schiaffone su Marini e sono ridotti ai margini come gruppo di vecchi notabili un po’ suonati.

Ma, soprattutto, ne escono male i rampanti “giovani turchi” che non sono riusciti a fare nessuna proposta e si sono accucciati ai piedi di Bersani sino alla sconfitta finale. Non sono stati capaci di lanciare un loro candidato, non sono stati capaci di sponsorizzare Rodotà, su cui avrebbero probabilmente perso, ma avrebbero comunque fatto una battaglia dignitosa e che gli avrebbe dato grande visibilità. Hanno perso il rapporto con Sel e si accingono al ruolo di “reggimoccoli” del governo dell’inciucio. E questi sarebbero i “nuovi leader” della sinistra? Giovanotti in carriera privi di talento, di attributi e di iniziativa. Polli di batteria allevati nelle tristissime stanze delle sedi di partito.

Moderati che non si spendono su nulla, incapaci di rischiare interessati solo ad accumulare posizioni che poi non sono capaci di spendere in nessun modo: “giovani tirchi” più che “giovani turchi”. Dimentichiamoli rapidamente.

Fonte:http://www.aldogiannuli.it/2013/04/quirinale-chi-ha-vinto-chi-ha-perso/

Le pagelle delle elezioni politiche 2013



Di Andrea De Luca
http://andreainforma.blogspot.it

Grillo 10: non ha vinto, ha stravinto. Cavalcando l'onda della protesta e del populismo è diventato il primo partito italiano. Realtà
Berlusconi 8: ha 7 vite come i gatti. E' pensare che era avviato sul viale del tramonto. Ma la sua influenza nei media è stata ancora una volta determinante. Invincibile
Bersani 5: è inutile attaccare gli elettori di Berlusconi se, negli ultimi tempi, c'è stata un'apertura verso Monti. Un po' di autocritica servirebbe. E se al suo posto ci fosse stato Renzi? Deludente
Monti 4: c'era da aspettarselo. Probabilmente ha influito il suo governo tecnico che ha grandi responsabilità, anche se non tutte sue. Triste
Ingroia 3: un partito che nasce meno di due mesi fa e va da solo non può pretendere miracoli. Rimpianto
Giannino 2: altro che curriculum falsi, fino a pochi mesi nessuno lo conosceva. Non pervenuto

Fonte:http://andreainforma.blogspot.it/2013/02/le-pagelle-delle-elezioni-politiche-2013.html

La “galassia” della politica italiana


Dopo le parole di Monti riguardo ad un suo “possibile” impegno dopo le elezioni politiche, Casini e Fini lanciano la proposta di una lista civica che fa riferimento al presidente del consiglio attuale: secondo sia Fini che Casini Monti non è una “parentesi” ma è l’unica via possibile da attuare anche dopo le elezioni politiche. Intanto si prepara la discesa in campo di Italia Futura con una coseguente discesa in campo di Montezemolo anche se non in prima persona come si vede dalle ultime dichiarazioni: anche Montezemolo “sponsorizza” Monti come altri imprenditori italiani.

Questo appena descritto è l’orizzonte “Montiano”, se così lo possiamo definire.

Poi c’è il PD di Bersani e Renzi che “guerreggiano” per il posto da candidato-premier del centrosinistra: essi “rifiutano” Monti anche non escludendolo del tutto e propongono un alternativa all’attuale premier e soprattutto “invocano” ad alta voce un “ritorno della politica”.

Poi ci sono i nostalgici berlusconiani “trainati” da un possibile ritorno in campo dell’ex-premier: Berlusconi intanto nelle sue ultime dichiarazioni mostra chiaramente “tratti” di euroscetticismo.

Poi c’è Grillo che continua ad attaccare l’intera politica italiana definendo il nostro paese “un’anaconda” capace di digerire tutto.

La Lega Nord anch’essa anti-Monti propone ancora una volta “la rinascita del Nord” mentre Di Pietro e Vendola come altri della sinistra si schierano “a parte”, anche loro contro Monti.

La “galassia” della politica italiana è in continua trasformazione anche se poi sono presenti sempre le stesse persone: una galassia costituita da tanti pianeti e da tante stelle che “sembrano” indipendenti tra loro ma che “interagiscono” per promuovere una costante “protezione” della “casta”.

Una galassia la politica italiana che sembra in trasformazione e in movimento ma che invece è in piena stasi e immobilismo eccezione fatta per qualche piccolo sussulto che avviene al di fuori e all’interno di essa.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/la-galassia-della-politica-italiana/

Cartaginese sarà lei

Di Marco Travaglio
Appassionante questo dibattito a colpi di “fascista” e “destro”. Ma soprattutto attuale. Da un momento all’altro potrebbe saltar su uno a urlare “babilonese che non sei altro!” e un altro a rispondergli “sei peggio dei cartaginesi!”: nessuno ci farebbe più caso. La politica italiana si conferma la prosecuzione delle guerre puniche con altri mezzi, infatti i politici scrivono in alfabeto cuneiforme, al massimo usano ideogrammi che capiscono solo loro. A sinistra, vent’anni fa, si rise a crepapelle quando B. si fabbricò il fantoccio del comunismo. Ora gli stessi che ridevano riesumano il fantoccio del fascismo, nel tentativo di dare un senso all’esistenza del Pd, altrimenti piuttosto imperscrutabile. Solo che i fascisti, più o meno ex, sono tutti alleati del Pd: metà nel Pdl che sostiene il governo Monti col Pd e metà in Fli che sta nel Terzo Polo con cui il Pd sostiene il governo Monti e vuole allearsi anche dopo le elezioni. Però i fascisti sarebbero Di Pietro (che mai ha governato con B. e i fascisti) e soprattutto Grillo. L’idea che Grillo parli un linguaggio fascista poteva venire giusto a un Bersani: giuste o sbagliate che siano le cose che dice, Grillo parla il linguaggio di Grillo e basta aver visto un suo spettacolo o comizio per saperlo. Solo che quando dava del ladro a Craxi e dello “psiconano testa d’asfalto” a B., a sinistra faceva comodo. Ora che prende per i fondelli anche Napolitano, Bersani e Violante, ricordando gli inciuci della sinistra con B. sulla tv, il conflitto d’interessi, la giustizia e la loro congenita allergia al rinnovamento, diventa la reincarnazione del Duce. Il bello è che Bersani, dandogli del fascista, è sinceramente convinto di smentire Grillo che gli dà del trapassato: non s’accorge che così conferma di essere rimasto comunista, un Flinstone della politica, un fossile del ’900, imbalsamato nei tic e nelle etichette del secolo scorso di cui peraltro gli sfugge la drammaticità, appiattito com’è su una conoscenza basica, da abbecedario, Peppone & don Camillo. “Fascista!” gli esce spontaneo, come al Dottor Stranamore partiva il braccio teso. “Fascista!” si urlava a sinistra negli anni 70 contro chi, come Montanelli, steccava nel coro della cultura dominante. Una sera Costanzo lo invitò in tv e Scalfari trovò la cosa disgustosa, perché il vecchio Indro era un “fascista” (anche se, diversamente da lui era stato condannato a morte dai fascisti). Camilla Cederna, lombrosianamente, scrisse che Montanelli aveva addirittura “il cranio fascista”. Lorsignori, in quanto “de sinistra”, avevano il monopolio della democrazia e chi non la pensava come loro andava ghettizzato, confinato nel lazzaretto degli appestati. Salvo poi ottenere la riabilitazione se diventava “funzionale” alla causa: accadde a Montanelli nel ’94 quando (non perché fosse di destra o di sinistra ma perché era un uomo libero) attaccò B. (non perché fosse di destra, ma perché era pericoloso.) Ecco: quanti, nella sinistra politica e giornalistica, hanno attaccato B. perché erano di sinistra e non perché lo reputassero pericoloso (tant’è che ogni tanto ci andavano a letto?). Ora, non potendo più sventolare lo spaventapasseri di B., anche perché è loro alleato, s’inventano un nuovo nemico, ma senza fantasia: la “nuova destra populista” e, te pareva, “fascista”. Strano che Ezio Mauro, che viene dalla cronaca e non dal sinedrio, per levarsi d’impaccio nella rissa interna a Repubblica, caschi nel vecchio giochino di recintare la zona dei buoni (“il campo democratico”) per escluderne “la destra peggiore”, che poi sarebbe chi non scioglie ditirambi a Napolitano nella sua guerra personale alla Procura di Palermo. La destra migliore ora è proprio Montanelli, che per Repubblica era la peggiore (come i magistrati antimafia, che diventano buoni solo da morti). Meno male che B. si è fatto, almeno per un po’, da parte: così, dopo vent’anni, tutti possono vedere cos’è davvero la sinistra italiana. E capire chi ha regalato all’Italia 20 anni di fascismo, 40 di Democrazia cristiana e 20 di berlusconismo.

 Da Il Fatto Quotidiano del 28/08/2012.

 http://triskel182.wordpress.com/2012/08/28/cartaginese-sara-lei-marco-travaglio/

Arriva il Super Porcellum

Di Paolo Flores d'Arcais, da il Fatto quotidiano, 1 luglio 2012

Tempi bui, quando i proverbi sono all’ordine del giorno. Quello di oggi suona: al peggio non c’è mai fine.
Il triumvirato della partitocrazia sta infatti approntando nelle basse cucine della riforma elettorale una sbobba peggiore dell’attuale “Porcata”. I delegati di Alfano, Bersani e Casini nella preparazione dell’immondo intruglio si chiamano Quagliariello, Violante e Adornato/Cesa (per l’Udc un’intelligenza sola non bastava, evidentemente). L’osceno della “Porcata”, come è noto anche ai sassi, consiste nel fatto che la libertà dei cittadini si riduce a un altro proverbio: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. I parlamentari sono “bloccati”, nominati dalle nomenklature partitocratiche, se non ti vanno bene non ti resta che non votare.

Una riforma elettorale degna del nome, perciò, dovrebbe togliere il maltolto ai capibastone dei partiti e restituirlo ai cittadini elettori, rendendoli di nuovo sovrani almeno in quantità omeopatiche (con la “Porcata” contano zero). Ma la sbobba della quadriglia Q-V-A-C non ci pensa affatto. Anzi, hanno in mente di blindare come “cosa loro” l’attuale monopolio elettorale: metà dei seggi con la “Porcata” e l’altra metà con l’uninominale a turno unico (una “Porcata” al quadrato), il tutto condito da sbarramenti e altri marchingegni che impediscano il nascere di liste della società civile.

Contano sulla disattenzione che accompagna anche presso l’opinione pubblica democratica la discussione sui sistemi elettorali, in apparenza così astratta e “tecnica”. E sull’afa estiva, quando la sbobba arriverà nelle aule parlamentari. Non bisogna cadere nella trappola. Bisogna costringere Bersani a finirla con lo slalom sulle primarie (di coalizione e “aperte”, ma solo per chi sottoscrive un programma già confezionato dai partiti, come dire: un ottimo Barolo, ma analcolico). E pretendere da Vendola e Di Pietro l’evangelico “sì sì, no no” anziché l’ennesimo ultimatum non-ultimatum.

Non si illudano Bersani & C. Gli elettori democratici sono ormai una massa incontenibile di “dissidenti” e “disobbedienti”. Le pastette di vertice sono puerili, scambiano la realtà col gioco di Monopoli. I cittadini che hanno a cuore “giustizia e libertà” vogliono liste civiche e primarie vere, nelle quali decidere sia il programma che il candidato (altrimenti è solo l’elezione del “più bello del reame”, un concorso tra “velini” partitocratici).

Deluderli porterà solo a clamorose riedizioni della fallimentare “gioiosa macchina da guerra”. L’establishment, che si presenterà con abiti politici nuovi di zecca, già brinda.

Fonte:Micromega

La casta che ha ucciso la politica ora la chiama antipolitica


 Di Giorgio Cattaneo
Allarme “antipolitica”: di fronte al verdetto dei sondaggi, ora la casta ha paura. Bersani, alleato di Berlusconi nel sostegno al governo Monti, finge di stupirsi del successo annunciato per il movimento di Beppe Grillo. E persino Vendola, a metà del guado – tra la foto-ricordo del summit di Vasto e la tentazione di smarcarsi dal vecchio centrosinistra – oggi taccia di “populismo” l’ex comico genovese. Il momento è cruciale: Monti sta smantellando quel che resta del nostro Stato sociale, inaugurando una restaurazione autoritaria epocale. E alla disaffezione degli italiani – solo uno su due alle urne, stando alle intenzioni di voto – si aggiunge anche il disgusto per la tangentopoli leghista, mentre chi ieri strillava contro le cricche e le caste oggi sostiene il “governo dei banchieri” insieme a Silvio Berlusconi.
Nel mirino nella casta impaurita finisce il bersaglio più grosso, quel Grillo che già alle ultime regionali rovinò la festa ai capi dei grandi partiti: in BersaniPiemonte, elettori di sinistra che mai avrebbero votato una seconda volta per il centrosinistra uscente, piuttosto che premiare Mercedes Bresso o restare a casa misero la croce sulla lista di Grillo, che fece il pieno in valle di Susa raccogliendo la protesta No-Tav e contribuì a consegnare la Regione al centrodestra; peccato che i capi delle grandi coalizioni, in gran segreto, si fossero già accordati in anticipo: comunque fosse andato il voto regionale, il vincitore non avrebbe messo mano a nessuno dei maxi-appalti già programmati, dal mega-inceneritore alla linea Tav Torino-Lione. Una cosa era certa: le “grandi decisioni” siglate nelle segrete stanze non sarebbero mai state “minacciate” dalla reale volontà democratica dei cittadini-elettori.
Altro grande banco di prova, i referendum del giugno 2011: alla spettacolare sollevazione civile in favore dei beni comuni ha fatto seguito, in modo pressoché automatico, il commissariamento definitivo del governo, dietro al quale i grandi partiti si sono messi al riparo, nel timore che la politica potesse tornare prerogativa dei cittadini. Di qui la filosofia dell’emergenza, i tagli più drastici, l’abolizione del dibattito e il ricorso sistematico alla polizia antisommossa per “dialogare” col dissenso. I signori dei partiti temono Grillo perché è l’esponente più visibile di quella che, per comodità, chiamano “antipolitica”: l’ex comico ha costruito una struttura all’americana, personalistica, forte di un marketing efficace. Il suo limite: diffidare di qualsiasi alleanza. Procedono quindi in ordine sparso gli altri outsider: da Giulietto Chiesa, che attraverso il laboratorio politico “Alternativa” propone da tempo la creazione di un cartello programmatico, Beppe Grilloesteso al movimento No-Debito, fino al gruppo di Ugo Mattei, battagliero leader del movimento referendario per l’acqua pubblica, passando per dirigenti della Fiom come Giorgio Cremaschi.
Movimenti, network, intellettuali prestigiosi: pronti a mettere alle corde una casta di potere nella quale ormai si riconosce meno del 50% dell’elettorato: il maggiore dei vecchi partiti, se va bene, rappresenta un italiano su dieci. E gli altri? Se riuscissi a mobilitare l’oceano degli astensionisti, dice Grillo con una battuta, potrei addirittura diventare il primo partito e quindi aspirare direttamente al governo. Se davvero alle prossime amministrative il “Movimento 5 Stelle” raccoglierà quel successo vaticinato dagli ultimi sondaggi, scrive Peter Gomez sul “Fatto Quotidiano”, questo sarà dovuto anche al voto di protesta, ma «non basta per bollare i “5 Stelle” come espressione dell’anti-politica, come fanno gli spaventati Pierluigi Bersani e Niki Vendola o, su quasi tutti i giornali, i grandi commentatori del secolo scorso», tra cui persino Gad Lerner.
«Siamo messi proprio male – scrive Lerner nel suo blog – se, in cerca di un’alternativa credibile alla dissoluzione del sistema politico, i mass media italiani non trovano di meglio che riesumare il fantasma di Beppe Grillo», ovvero «la più innocua delle pseudoalternative di sistema, l’illusione di votare “diverso” per continuare a vivere nella stessa melma». Secondo Lerner, l’affannosa ricerca del nuovo si risolve in una scorciatoia priva di credibilità, «perché nessuno crede davvero che Grillo in Parlamento o addirittura al governo rappresenti più di un’imprecazione, di uno sberleffo: nessuno gli affiderebbe i destini della sua famiglia». Davvero? Gomez non la pensa così: «Le scelta di rinunciare ai finanziamenti pubblici, di mettere un tetto al numero di candidature consecutive, la presenza di programmi Paolo Barnard precisi, sono un fatto politico. Così come sono statepolitica, con la P maiuscola, le raccolte di firme per le leggi d’iniziativa popolare che il parlamento ha scandalosamente ignorato».
La più forte polemica con Grillo non proviene però dalla casta dei partiti o dai “commentatori del secolo scorso”, ma da un outsider totale, Paolo Barnard, grande giornalista messo al bando dai media dopo la polemica con Milena Gabanelli sulla mancata tutela legale per i suoi scomodi servizi su “Report”. «Ok, collaboro con Beppe Grillo», annuncia Barnard nel suo seguitissimo blog, ma solo quando il leader del “Movimento 5 Stelle” «si scuserà per aver depistato gli italiani per 15 anni dal più devastante pericolo per la democrazia che l’Italia abbia mai affrontato nel dopoguerra, e che oggi infatti ci sta distruggendo, per sbraitare contro il ladro di polli Berlusconi, a tutto vantaggio dei suoi spettacoli, Dvd, merchandising, incassi, fama». La posizione di Barnard è nota: il “rigore” che ci viene imposto non è figlio di una casuale contingenza economica, ma di un piano “golpista” dell’alta finanza, pianificato per moltiplicare profitti sulla nostra pelle col sequestro della sovranità monetaria e l’instaurazione di una “dittatura dei poteri Giulietto Chiesaforti”, che ora ci domina anche giuridicamente  attraverso l’Unione Europea.
Barnard accusa Grillo di aver ignorato il suo clamoroso saggio-denuncia, “Il più grande crimine”, in cui profetizzava quello che sta avvenendo, e che ora «porta la gente a darsi fuoco, a gettarsi dai balconi, le pensionate a uccidersi, i precari a disperarsi senza uscita». Problema: come riscattare i diritti di cittadinanza, se poi qualsiasi nuovo governo dovrà fare i conti col cappio europeo del “Fiscal Compact”, che – insieme al pareggio di bilancio in Costituzione – impedirà agli Stati di continuare a investire denaro pubblico in favore dei cittadini? Di questo la nuova politica dovrà cominciare a parlare, in modo esplicito: «Se fossi il capo del governo – dice Giulietto Chiesa – invece di fare anticamera dalla Merkel e da Sarkozy volerei subito ad Atene, a Dublino, a Madrid e a Lisbona, poi andrei in delegazione a Bruxelles e direi, semplicemente: signori, il debito che ci imponete è illegale, quindi noi non lo pagheremo». Non è antipolitica: è la vera politica, per troppo tempo scomparsa dai radar.

Fonte:Libreidee

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