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Radiografia di una crisi di mezza estate


Di Andrea Muratore
L’Osservatorio ha voluto “radiografare” la crisi, le sue cause e i potenziali sviluppi in ambito politico, economico e internazionale per fornirne una lettura a tutto campo che è risultata mancante in diversi settori dei media tradizionali. Per ragguagliare analisti e osservatori interessati sulle conseguenze a lungo termine del duello politico. Ma anche per aggiornare in maniera completa chi, tra riposo e vacanze, non ha potuto sino ad ora seguire in maniera continuativa le discussioni politiche e istituzionali.
Il dado è tratto: Matteo Salvini e la Lega hanno deciso di ritirare il loro appoggio al Governo Conte e presentato una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio. Il Senato ha calendarizzato per il 20 agosto le comunicazioni a Palazzo Mada del Presidente del Consiglio, frustrando il tentativo leghista di accelerare il voto sulla mozione di sfiducia a prima di Ferragosto. Lo strappo del Carroccio dopo il voto contrastante di Lega e Movimento Cinque Stelle nelle mozioni sulla TAV ha funto da catalizzatore per una serie di reazioni in campo politico ed economico, aprendo diverse questioni di grande importanza sul futuro del Paese. La Lega invoca nuove elezioni forte della crescita di consensi certificata dal trionfo alle Europee, ma il percorso che punta al ritorno alle urne è intervallato da ostacoli: lo scioglimento delle Camere porrebbe fine alla più breve legislatura della storia repubblicana, garantirebbe un voto autunnale per la prima volta in un secolo ma, soprattutto, può essere decretato solo dal Quirinale. Che ora aspetta le mosse della macchina politico-istituzionale messasi in moto, di cui la Lega è solo una parte: per meglio orientarsi nel migliore dei modi nella ridda di dichiarazioni, ipotesi e voci che stanno interessando il dibattito politico l’Osservatorio Globalizzazione ha deciso di pubblicare questa radiografia della crisi per permettere a lettori e analisti di meglio comprenderne cause, sviluppi e conseguenze nei principali ambiti in cui essa si svilupperà.

Conte tra la Lega, il Movimento e il Quirinale

Innanzitutto, è doveroso sottolineare un’anomalia: la Lega è divenuto il primo partito della storia repubblicana ad annunciare una mozione di sfiducia contro un governo di cui è membro senza, al contempo, procedere al ritiro della sua compagine ministeriale. Secondo quanto ricostruito da Il Sussidiarioil regista dell’operazione concretizzata da Salvini è stato il sottosegretario di Palazzo Chigi e stratega politico della Lega Giancarlo Giorgetti, con il pretesto di frenare le modifiche imposte, giorno dopo giorno, da Conte ai progetti di autonomia regionale: “senza l’autonomia regionale, ovvero, senza la normativa che avrebbe permesso alle Regioni del Nord di trattenere e gestire in loco un vero e proprio “malloppo” di risorse aggiuntive (roba da miliardi di euro), la delegazione della “Lega Nord” capeggiata dal sottosegretario Giorgetti avrebbe lasciato l’esecutivo sancendo di fatto e platealmente quella spaccatura che da mesi alberga in via Bellerio. Per Matteo Salvini ed il suo progetto di “Lega nazionale” un vero e proprio ultimatum a cui il ministro dell’Interno ha dovuto far buon viso a cattivo gioco”, senza però arrivare all’estremo della rinuncia al Viminale che rappresenta una fucina di consenso per il segretario leghista.
Un’altra interpretazione, non necessariamente alternativa alla precedente, assegna un ruolo al rifiuto leghista di sostenere la manovra economica in via di definizione da parte del Ministro dell’Economia Giovanni Tria e di voler scaricare su altre formazioni la necessità di reperire le cospicue risorse (23 miliardi di euro) necessarie per sterilizzare le clausole di salvaguardia IVA.
Fatto sta che il mancato ritiro della compagine leghista dall’esecutivo ha fornito all’inquilino di Palazzo Chigi spazio di manovra per architettare la sua “parata e risposta”: nella serata dell’8 agosto in cui la crisi è precipitata Giuseppe Conte ha risposto a distanza a Salvini, invocante le urne in un comizio a Pescara, rivendicando la volontà di parlamentarizzare la crisi e scaricando sul Ministro dell’Interno la responsabilità di spiegarne, in sede istituzionale, le cause. Conte ha preso dimestichezza nel suo ruolo e lo esercita con un margine di discrezionalità sempre crescente, forte dell’ancoraggio costruito in sede istituzionale (tra Quirinale, ambienti euroatlantici, Vaticano e grande impresa pubblica) e delle prerogative del suo ruolo. Conte potrebbe dimettersi solo se dal dibattito parlamentare uscirà chiara e inequivocabile la volontà della maggioranza dei membri di Camera e Senato di interrompere attraverso la sfiducia l’esperienza di governo. Ma raffreddando i toni e guadagnando tempo, con la sponda dei Presidenti di Camera e Senato, Conte potrebbe chiudere finestre elettorali cruciali per Salvini. Dando tempo ai suoi avversari, e in primo luogo al Movimento Cinque Stelle, tempo per riorganizzarsi.
La rottura con la Lega ha inaspettatamente garantito nuovo slancio all’azione politica del Movimento. Che si è mosso su uno schema con tre punte: Luigi Di Maio si è detto disponibile al ritorno alle urne ma solo dopo l’approvazione del Ddl costituzionale Fraccaro sul taglio dei parlamentari, che aprirebbe la strada al referendum approvativo e rimanderebbe le urne al 2020 (ipotesi a cui lo stesso Salvini ha aperto nel suo intervento in Senato del 13 agosto), Roberto Fico ha ribadito la centralità del Parlamento e della Camera da lui presieduta nella discussione sulla crisi e Beppe Grillo, sceso nuovamente in campo, ha sfidato Salvini duramente sul piano comunicativo. Una scossa che rimette in moto l’azione di quello che, nonostante le recenti delusioni elettorali, rimane comunque il maggior partito in Parlamento, con oltre 320 tra deputati e senatori.
Per Giuseppe Conte, secondo quanto dichiarato dal nostro direttore Aldo Giannuli, potrebbe aprirsi un ampio spazio di manovra proprio alla guida politica del Movimento nel caso in cui il precipitare degli eventi portasse al ritorno alle urne. Oppure, e questo è il secondo scenario più plausibile, un ruolo da guida di un governo di transizione o di tregua che incassi la legge di bilancio autunnale. Quel che è sicuro è che l’avvocato e docente universitario pugliese non progetta nell’immediato futuro una carriera lontana dalla politica: l’elevato tasso di consenso accumulato e la dimestichezza acquisita con il potere lo hanno convinto a non demordere. Del resto, non ha certamente valore solo simbolico la visita che il Presidente del Consiglio, nel pieno della crisi politica, ha compiuto alla figlia di Alcide de Gasperi, Maria Romana. Ne ha parlato Francesco Bechis, giovane e preparato articolista di Formichecon la diretta interessata: “Il presidente fa poche domande, preferisce ascoltare, “con l’umiltà di una persona normale e la gentilezza di chi mi conosce da sempre”. Racconta Maria Romana, che di De Gasperi è stata a lungo segretaria personale, dai tempi della guerra fino agli ultimi giorni: “gli ho raccontato la storia di un uomo solo, che è stato perseguitato prima e durante la guerra, che ha saputo rialzarsi”. I simboli, nei momenti di crisi, hanno un valore che è tangibilmente concreto…
Molto, in ogni caso, dipenderà dalle scelte che faranno le opposizioni sconfitte al voto del 2018, ma legittimissimi attori in sede parlamentare, col Partito Democratico diviso inizialmente tra il segretario Nicola Zingaretti e l’ex premier Matteo Renzi, disposto a un governo di solidarietà nazionale, prima di ritrovare coesione interna e non chiudere all’opzione del patto coi Cinque Stelle, Forza Italia pronta al ritorno alle urne solo sotto condizione di un’esplicita alleanza con la Lega e Fratelli d’Italia sicura di poter fungere da sostegno utile al Carroccio.
Ogni calcolo non potrà però prescindere dalle decisioni del decisore di ultima istanza, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Su cui si concentreranno, nelle prossime settimane, le principali aspettative e prerogative decisionali.

Mattarella medita in silenzio

Mentre la “nebbia di guerra” delle dichiarazioni politiche si intensifica, sul colle più alto della Repubblica tutto tace. Sergio Mattarella, infatti, non ha modificato il suo programma che prevedeva, prima di Ferragosto, la breve vacanza in Sardegna, precedente il suo ritorno al Quirinale necessario a seguire da vicino l’esito del dibattimento: tutti i contendenti hanno, sino ad ora, utilizzato parole al miele nei confronti del Presidente della Repubblica, che dovrà però usare una forte dose di discrezionalità una volta che la crisi di governo si sarà perfezionata.
“Se la domanda di non avere questo governo alla guida del Paese in campagna elettorale si levasse da più parti, come già alcuni partiti hanno cominciato a chiedere, si potrebbe valutare l’ipotesi di dar vita in tempi rapidissimi a un esecutivo elettorale, per sciogliere le Camere comunque in tempi brevi”, scrive l’Agi; “la composizione dell’esecutivo a quel punto dovrebbe essere il più possibile condivisa da tutte le forze politiche e potrebbe avere una guida istituzionale”, possibilmente Conte stesso. “Su questo il Quirinale non ha ancora abbracciato alcuna ipotesi, tutto dipenderà dal dibattito in aula al Senato e dalle decisioni che assumerà Conte: quando il Presidente sentirà il dibattito parlamentare e consulterà i partiti, se qualcuno porrà ufficialmente la questione la affronterà. Il Presidente infatti non anticipa decisioni prima che la situazione non sia chiara e troppe sono ancora le incognite, sul piano istituzionale, politico ed economico”.
L’ipotesi di una mancata realizzazione della finanziaria e dell’apertura della strada all’aumento dell’Iva potrebbe condizionare, in tal senso, la scelta finale di Mattarella. Il quale, tuttavia, ha implicitamente dettato le linee guida, ricostruite da Marzio Breda per Il Corriere della Sera, riguardanti l’organicità che un governo successivo all’esecutivo gialloverde dovrà avere: prospettive di lunga durata, programma organico e coerenza politica. In altre parole, un esecutivo che non unifichi esclusivamente forze desiderose di porre un argine all’ascesa della Lega di Salvini ma abbia ambizioni di lunga durata.

Economia, Europa, nomine

I 23 miliardi delle clausole Iva rappresentano solo la punta dell’iceberg in campo economico: il Paese ha bisogno di una serie di politiche coraggiose per rilanciare crescita e occupazione in una fase che vede soffiare, sempre più forti, la buriana della recessione globale, con il crollo della produzione industriale in Francia e Germania, l’aumento del debito privato negli USA, la crisi del sistema bancario europeo (Deutsche Bank in testa), la guerra dei dazi e il rischio di una Brexit senza accordo.
L’ex ministro degli Affari Europei Paolo Savona l’anno scorso, aveva lucidamente invocato una manovra espansiva fondata su un piano corposo di investimenti pubblici per prevenire il rischio recessione: così non è stato, e viene da rispondere a chi evoca il fantasma di un governo tecnico alla Monti/Cottarelli quale austerità resterebbe da compiere in un’Italia che ha tagliato all’inverosimile i principali determinanti della crescita nell’ultimo decennio.
Non scrivere la manovra finanziaria e accettare aumento dell’Iva ed esercizio provvisorio sarebbe una scelta politicamente pesante di cui chi ha accelerato la crisi di governo dovrà prendersi la responsabilità nel venturo 2020, specie considerato il fatto che a questo si unirebbe la perdita dello strategico commissariato alla Concorrenza negoziato da Conte in sede comunitaria e da cui, nell’ultimo quinquennio, sono partiti dalla danese Vestager duri attacchi al nostro sistema bancario che il Paese ha incassato con difficoltà.
Altro tema non preso in considerazione dai fautori di un immediato ritorno alle urne è quello della governance economica degli enti a guida o partecipazione pubblica che rappresentano un comparto strategico dell’economia nazionale, nonché di authority di garanzia che svolgono un ruolo di scrutinio essenziale. L’esecutivo, infatti, deve completare entro il 31 dicembre la nomina di una settantina tra amministratori e funzionari d’alto rango che vanno dai vertici di Agcom Anac alla scelta del nuovo Garante della Privacy. “C’è poi da risolvere il pacchetto di nomine legate a Cassa Depositi e Prestiti, che dovrebbe arrivare sul tavolo a fine agosto”, scrive Il Sole 24 Ore. Le pedine più importanti? Nelle settimane a venire Sace, Ansaldo Energia, Cdp Immobiliare, Cdp Investimenti e il Fondo Nazionale Investimenti; nell’anno venturo, dopo l’approvazione primaverile dei bilanci 2019, la sfida cruciale per quaranta poltrone nelle sei grandi partecipate: Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna ed Enav. Scegliere se andare ad elezioni o proseguire con diverse esperienze di governo condizionerà in senso decisivo gli indirizzi di società fondamentali per la rotta dell’interesse nazionale in materia geoeconomica e strategica.

La crisi e il contesto geopolitico

La crisi di governo avviene in una fase delicata non solo per l’economia internazionale ma anche per le dinamiche geopolitiche di ampio respiro. Risulta interessante, dunque, capire quali possano essere le ambizioni e le aspettative delle principali potenze internazionali di fronte alla crisi italiana.
Chi ha sicuramente osservato la situazione con interesse sono gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump aveva inizialmente stabilito un profondo feeling con l’esecutivo gialloverde, ritenendolo il più allineato ai desiderata di Washington tra quelli prevalenti nell’Eurozona. Tra 2018 e 2019, tuttavia, la divergenza tra le anime interne al governo ha portato l’Italia a prendere posizioni dissonanti rispetto alle richieste statunitensi su dossier come il Venezuela, l’Iran e, soprattutto, la Cina. La visita a Roma di Xi Jinping e la stipulazione del memorandum sulla “Nuova Via della Seta” hanno rappresentato per gli Stati Uniti un punto di svolta: da allora in avanti l’amministrazione Trump, principalmente per mezzo del Segretario di Stato Mike Pompeo, ha iniziato a vedere nella Lega, ritenuta maggiormente più allineata, il cavallo su cui puntare.
La Lega, in questo senso, sconta i limiti di una storia politica mai caratterizzata da reali ragionamenti sull’interesse nazionale e del passato regionalista. Allineata a Washington ma socio di minoranza nel governo, critica della Cina ma partito a cui fa riferimento il sottosegretario Michele Geraci che ha negoziato il memorandum, aperta alla rimozione delle sanzioni alla Russia ma anche ai dossier più dirimenti per Washington (golden power sul 5G, F-35, riconoscimento di Guaidò in Venezuela), la Lega è stata discontinua nelle dichiarazioni e ancor di più nella prassi. Tuttavia, in chiave geopolitica per il Carroccio sembra essersi disegnata la traiettoria di un’alleanza con Washington, specie se un ritorno alle elezioni dovesse spianare la strada al ritorno al governo del centrodestra. “L’Italia governata dalla destra non ha la possibilità di allearsi con gli altri europei che contano, in particolare Francia e Germania”, sottolinea Carlo Pelanda in un’intervista a StartMag. “Pertanto, deve accordarsi con l’America facendo uno scambio su punti molto concreti come gli F-35, la stazione d’ascolto globale Muos in Sicilia e, soprattutto, una posizione d’interferenza dell’Italia contro il tentativo di creare in Europa una difesa post-Nato. L’Italia diventerebbe dunque il grimaldello statunitense per evitare il distacco totale tra Europa e Usa”.
In campo europeo, invece, l’ipotesi di un governo istituzionale richiamerebbe in causa la “coalizione” che ha sostenuto l’elezione di Ursula von der Leyen a giugno, perlomeno nella componente pentastellata e di centro-sinistra. Tale opzione avrebbe la conseguenza di comportare, con ogni probabilità, la perdita del commissario europeo che la Lega aveva inizialmente intestato dopo il successo elettorale di maggio e la continuazione della sinergia creata da Conte in sede comunitaria. Sinergia che però sarebbe, una volta di più, non supportata da una reale volontà politica per un’azione diretta a una maggiore incisività dell’Italia sul piano internazionale, trattandosi di opzioni governative dettate dal fronte interno.
Il nodo Cina è, tra tutti, quello più difficile da sciogliere. La firma del memorandum ha creato un precedente politico di notevole spessore: la Repubblica Popolare intende le relazioni con alleati e partner in maniera a lungo raggio, trascendente l’alternanza degli esecutivi. Nella politica italiana è risultata carente negli ultimi anni la capacità di sistematizzare la relazione con Pechino, e se il governo Conte firmando il memorandum ha certificato l’interesse per la “Nuova Via della Seta” e aperto all’operatività bilaterale di aziende come Cdp ed Eni, dall’altro non ha provveduto a leggi cruciali sul controllo pubblico degli asset strategici, sul riordino del sistema portuale per organizzare gli investimenti a Genova e Trieste e su un piano infrastrutturale per rafforzare la connettività interna. Proseguendo nell’ambivalenza degli esecutivi precedenti. Un rollbackcompleto di questa linea, in caso di governo post-elettorale di centrodestra, sarebbe ancora più indigesto per Pechino, specie se guidato dal partito che ha, tecnicamente, espresso il principale negoziatore del memorandum, ma anche un governo di scopo, “del Presidente” o di tregua dovrà mettere nella sua agenda di politica estera una definizione di un’agenda cinese credibile. Nella calda crisi agostana, la situazione politica italiana è incandescente sia vista dal Quirinale che dalla Città Proibita.

Von der Leyen, M5s: “C’era accordo, poi Lega si è sfilata”. La replica: “Loro hanno tradito”. Si allontana ipotesi Giorgetti




Alta tensione tra Lega e Movimento 5 Stelle che martedì si sono spaccati sul voto al Parlamento europeo che ha portato Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Tra i due alleati di governo si sono susseguiti per tutta la giornata attacchi incrociati con lo stesso contenuto: entrambi i partiti giudicano un tradimento il voto dell’altra forza politica. Senza i 14 sì dei 5 Stelle la ex ministra tedesca non sarebbe stata eletta, visto che il via libera è stato di misura con appena 383 voti, 9 in più rispetto alla maggioranza richiesta. E ora l’attenzione si sposta tutta sulla scelta del commissario italiano. Il voto di ieri rischia di complicare le trattative del premier Giuseppe Conte, che nei giorni scorsi aveva rivendicato per l’Italia un commissario pesante e una vicepresidenza della commissione. E si allontana l’ipotesi di candidare per la poltrona della Concorrenza il leghista Giancarlo Giorgetti.

“Abbiamo visto una presidente della Commissione europea indicata dalla Merkel e sostenuta da Macron, Renzi e Berlusconi e dai 5 stelle, sbilanciatissima a sinistra sul alcuni temi come la crescita economica, il controllo dei confini, siamo preoccupati”, ha detto Matteo Salvini. E in serata fonti leghiste hanno rincarato, accusando gli alleati di governo di “tradimento” e di aver “sabotato” le istanze di cambiamento solo per “barattare” poltrone.
5 Stelle respingono gli attacchi e in un post su Facebook dal titolo “la verità sulla von der Leyen, votata anche dai sovranisti” scrivono: “Dovete sapere che c’era un accordo. Ma questo la Lega non ve lo dirà mai. L’accordo era che anche i cosiddetti ‘sovranisti‘, lontani dai partiti tradizionali, la votassero, sapendo che la ‘sua’ maggioranza non esisteva e in questo modo avremmo potuto condizionare ogni decisione futura in Europa. Tanto che gli stessi Paesi di Visegrad alleati della Lega hanno votato la Von der Leyen. Tutti erano d’accordo, con tanto di dichiarazioni pubbliche. Poi la Lega, all’ultimo secondo, ha deciso di sfilarsi. Perché…? Forse solo per attaccare pubblicamente il M5S. Contenti loro, contenti tutti! Pur di colpire noi, la Lega ha scelto di condannarsi all’irrilevanza”, si legge nel post.
“Mentre fanno finta di smarcarsi dalla von der Leyen – prosegue punto il post dei 5 Stelle -, ora chiedono che venga nominato un leghista come suo vice. Avete capito bene: il vice presidente della Commissione vorrebbero fosse un leghista. Ma a questo punto, se questi sono i brutti e cattivi, lo sono sempre. Abbiano coerenza almeno in questo”. Il nome più accreditato per il ruolo di commissario è quello di Giancarlo Giorgetti, ma oggi Salvini precisa: “Abbiamo più di una soluzione. Abbiamo idee, donne e uomini di valore”. Del resto la designazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio viene ormai considerata una ‘mission impossible’ in ambienti di governo. Tra il voto contrario alla neo presidente della Commissione, il caso dei presunti finanziamenti russi e la sintonia manifesta con Alternative fur Deutschland, la posizione di Salvini perde forza in Europa: “Ora dovrà negoziare il nome con Conte e Di Maio, ed è possibile che si faccia strada quello di un tecnico“, spiegano da Strasburgo.
Il sostegno promesso e ritirato dai sovranisti – I Visegrad avevano dato il loro sostegno a von der Leyen fin da quando il suo nome era stato formalizzato al termine del Consiglio. E appena ieri mattina su La Stampail leghista Marco Zanni, capogruppo di Identità e democrazia (Id), aveva dichiarato il voto favorevole del Carrocciosalvo poi ritrattare le pomeriggio nonostante anche Salvini avesse reputato “interessanti” i punti toccati dalla candidata davanti all’Aula, specialmente quelli che riguardavano la lotta all’immigrazione clandestina. E anche l’eurodeputato Ignazio Corrao ribadisce i termini dell’accordo: la Lega “faceva parte di un accordo dei cosiddetti sovranisti con il Partito Popolare Europeo“, ma questo “meraviglioso matrimonio è andato storto e lo si è capito già quando li hanno tagliati fuori da tutti i ruoli in parlamento“. Il partito di Salvini, prosegue, “aveva chiesto al Ppesostegno sulla nomina del commissario italiano leghista (come vice della Von der Leyen che ora, in modo molto coerente, demonizzano) e questa certezza di sostegno da parte del Ppe non le è stata data. Quindi avanti con la reazione isterica, che altro non è – per chi sa leggere – che una pubblica ammissione di fallimento ed irrilevanza politica”.
Di tutt’altro avviso gli europarlamentari leghisti: “La nostra scelta – spiega Matteo Adinolfi – era motivata dalla assenza di cambiamento che abbiamo riscontrato nei contenuti e nelle proposte fatte dalla candidata. Non avremmo mai dato il nostro voto a favore di programmi troppo spostati a sinistra che sono, peraltro, lo specchio di quelli che abbiamo già visto nella scorsa legislatura e che hanno penalizzato lavoratori e piccoli imprenditori a scapito della grandi multinazionali”.

Monti: "Salvini impari l'economia o così si spara sui piedi"

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Di Chiara Sarra
"Stia attento perché finisce per spararsi sui piedi". Mario Monti va in tv per dare lezioni a Matteo Salvini.
"Sono preoccupato", dice il Professore ad Agorà su RaiTre, "Ho ammirazione per l'istinto politico di Salvini, ma credo che dovrebbe stare un po' attento perché finisce di spararsi sui piedi". L'ex premier fa anche un esempio concreto. E in particolare stima il ministro dell'Interno per il suo modo di impostare la politica dicendo "voglio lasciare ai miei figli un'Italia così e così". "Dà un grande contributo al dibattito politico", ammette Monti, "Perché pensa agli effetti delle politiche di oggi sui nostri figli e nipoti domani. Solo che poi dà contenuti a queste politiche che denotano non solo grandissima inconsapevolezza di come funziona l'economia, ma anche oscillazione incontrollabile del proprio pensiero".
Poi il senatore a vita punta il dito anche contro Giancarlo Giorgetti, reo di aver avuto "il merito principale non solo nel votare, ma anche nel guidare la navigazione" della proposta di inserire l'obiettivo del pareggio di bilancio. "Non si può parlare agli italiani come se tutti avessero dimenticato che queste sono state le posizioni", ha proseguito Monti. Che se la prende anche con il Partito democratico: "La scarsa credibilità della politica italiana si regista anche nel fatto che il Pd, una parte del Pd, e comunque Renzi, critica questa manovra con considerazioni che anche io condivido", ha detto, "Però siccome l'unica cosa che di questa manovra sappiamo finora è il 2,4% non dimentichiamoci che Renzi aveva proposto per i prossimi 3 anni il 2,9% di disavanzo".

AUTOSTRADE, 'spaccatura' all'interno del governo: 5 Stelle spingono per nazionalizzare, Giorgetti contro la gestione statale

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Di Salvatore Santoru

'Piccola spaccatura' all'interno del governo sul caso Autostrade.
Come riporta la Stampa(1), il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giancarlo Giorgetti si è detto alquanto critico nei confronti di una possibile gestione statale.

In tal modo lo stesso Giorgetti ha fatto intendere di non condividere la proposta di nazionalizzazione fatta dai 5 Stelle.
Più specificatamente, il sottosegretario ha affermato tali dichiarazioni durante il Meeting di Rimini.

Andando maggiormente nello specifico, Giorgetti ha sostenuto di non essere "persuaso che la gestione dello Stato sia di maggiore efficienza" e che "occorre agire in modo razionale e con rigore".

NOTA:

(1) http://www.lastampa.it/2018/08/21/italia/autostrade-il-governo-si-spacca-giorgetti-no-alla-gestione-statale-EWFQ3blCgWR7BKoCH28DWO/pagina.html

Giancarlo Giorgetti frena M5S sulla nazionalizzazione delle autostrade: Non credo che con Stato funzioni meglio"

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Giancarlo Giorgetti frena il Governo da eccessivi passi in avanti sulla nazionalizzazione della rete autostradale. "Non sono molto persuaso che la gestione dello Stato sia di maggiore efficienza" afferma il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio intervenendo a Rimini al Meeting di CL.
Stamattina sulle pagine del Corriere della Sera il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, afferma che "conviene nazionalizzare", mentre La Repubblica scrive che il Governo sta valutando una legge per togliere la concessione ad Autostrade per l'Italia. "Non vedo i termini" commenta Giorgetti, escludendo così un intervento legislativo.
Rispetto all'atteggiamento nei confronti di Autostrade "c'è assoluta uniformità nell'atteggiamento del governo. Risponderanno alle contestazioni e su quello valuteremo" assicura, "c'è una inchiesta penale. Sia accurata ma anche rapida: la prescrizione potrebbe seppellire tutto sotto la polvere e noi non lo accettiamo".
Il Governo vuole invece accendere un faro sui regimi di concessione: "Ho detto e ribadisco che i margini di redditività che io vedo in capo alle concessionarie mi sembrano leggermente spropositati", spiega Giorgetti, però "questo vale non solo per le concessioni autostradali". Ad esempio "la concessione per chi estrae acque minerali, non so quanto paghino, non so se paghino il giusto o non paghino il giusto ma quando vado supermercato prendo un'acqua minerale che costa tantissimo", aggiunge il sottosegretario. Ecco, "questo vuol dire che degli strumenti che in passato sono stati usati in modo corretto, sono stati fondamentali per l'infrastrutturazione del paese, oggi magari richiedono di essere affrontati in un modo leggermente diverso".
Il sottosegretario si dice poi "d'accordo con Giovanni Toti" sul fatto che per Autostrade "la ricostruzione del ponte è un atto dovuto e non c'entra nulla con la responsabilità".

Governo M5S-Lega, Di Maio e Salvini: “Passi avanti”. Verso un nome terzo per il premier

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La Stampa

«Passi avanti significativi», spiegano Matteo Salvini e Luigi Di Maio dopo il nuovo faccia a faccia di questa mattina. I due leader potrebbero tornare a vedersi già domani o nella giornata di sabato. Sicuramente entro domenica dovranno raggiungere la quadra, sia sulla squadra di governo che sul programma: è quella, infatti, la dead line fissata dal Colle. Ma è ancora impasse sul premier e sul ruolo degli stessi Salvini e Di Maio. Tramontata l’ipotesi di una staffetta tra i due, torna a farsi largo il nome terzo, una personalità di «alto profilo», viene spiegato, che raccolga il placet dei due leader. Ma anche in questo caso le posizioni non sarebbero del tutto concordi tra una figura super partes e tecnica e una, invece, più politica. Che questa sia la strada lo conferma Vincenzo Spadafora, uomo di fiducia di Di Maio: «si stanno valutando varie ipotesi, ma quella più certa è trovare un nome terzo». 

Ancora da definire, poi, il ruolo di Salvini e Di Maio: resta in piedi - ma non trova conferme - l’ipotesi di una sorta di `triumvirato´, con i due leader vicepremier e ministri di peso dell’esecutivo giallo-verde (Viminale e Farnesina) ad affiancare il presidente del Consiglio. Secondo altre fonti, invece, Salvini e Di Maio potrebbero scegliere di restare fuori dal governo, dove invece siederanno i rispettivi fedelissimi. Dello stesso avviso il pentastellato Emilio Carelli, anche lui molto vicino al leader 5 stelle: «Non è ancora deciso se Salvini e Di Maio saranno nel governo. Per quanto ne so io non sono previsti all’interno dell’esecutivo ma dovrebbero mantenere un ruolo» alla guida dei loro rispettivi partiti. Bonafede spiega: «Sarà un premier terzo, non sarà né della Lega né del Movimento 5 stelle», quanto a Salvini e Di Maio, «lo vedremo dopo. Dei nomi si parla con il Presidente della Repubblica». 

Spadafora poi delinea la futura squadra: «un governo snello, oltre ai 13 ministri previsti, ce ne saranno pochi altri senza portafoglio». E comunque saranno «meno di 20». E il giuramento potrebbe arrivare già entro la fine della prossima settimana.  
Nel toto nomi figurano i grillini Alfonso Bonafede (già indicato da Di Maio in campagna elettorale come Guardasigilli) e Riccardo Fraccaro (eletto Questore anziano della Camera). Circola anche il nome di Laura Castelli. Sul fronte Lega persiste il nome di Giancarlo Giorgetti, il braccio destro di Salvini. In pole anche i nomi `economici´ di Armando Siri, Claudio Borghi e Alberto Bagnai, così come quelli di Raffaele Volpi, Nicola Molteni e Giulia Bongiorno. 

Intanto è partito il tavolo che dovrà stilare il contratto di governo. E anche in questo caso M5s e Lega tengono a evidenziare i punti di contatto: «Moltissime convergenze», e «totale sintonia» sono le espressioni più gettonate al termine della prima ricognizione sui temi. Si va dalla flat tax al reddito di cittadinanza, dalla Fornero al conflitto di interessi. Un nuovo incontro si terrà sabato pomeriggio, annuncia Bonafede. Ma che la strada non sia più in salita si intuisce già dalla mattina, quando dopo il faccia a faccia tra Di Maio e Salvini viene diffusa una nota congiunta in cui si sottolinea il «clima positivo per definire il programma e le priorità di governo», e si spiega che «sulla composizione dell’esecutivo e del premier sono stati fatti significativi passi in avanti nell’ottica di una costruttiva collaborazione tra le parti con l’obiettivo di definire tutto in tempi brevi per dare presto una risposta e un governo politico al Paese».  

Visibilmente soddisfatto il leader M5s ammette che «il tempo non è tantissimo, dobbiamo fare un lavoro fatto bene, ottenere dei risultati come governo significativi per i cittadini», dice in un video su facebook. «Non posso nascondere la gioia e la contentezza perché finalmente possiamo iniziare a occuparci dei problemi dell’Italia», aggiunge. Di Maio non nasconde le difficoltà, «discuteremo di tutto quello che c’è nei programmi, bisognerà mettere insieme i punti di due programmi che non sempre sono compatibili». 

E Salvini mette in chiaro: «Il tema dell’immigrazione, della sicurezza e degli sbarchi sarà parte fondante del programma del governo». In serata una nuova nota congiunta M5s-Lega, dove vengono indicati i punti fondanti del programma: superamento della Legge Fornero, sburocratizzazione e riduzione di leggi e regolamenti; reddito di cittadinanza, con iniziale potenziamento dei centri per l’impiego; introduzione di misure per favorire il recupero dei debiti fiscali per i contribuenti in difficoltà; studio sui minibot, Flat tax, riduzione costi della politica, lotta alla corruzione, contrasto al l’immigrazione clandestina, legittima difesa. 

Governo M5S-Lega, cresce l’ipotesi di un incarico a Giorgetti

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Di Andrea Rossi

Nelle prossime ore Giancarlo Giorgetti potrebbe ricevere dal presidente della Repubblica Mattarella l’incarico di formare un governo. È l’indiscrezione, corroborata da un certo numero di conferme, che circola a pochi minuti dell’inaugurazione del Salone del Libro di Torino. Alla cerimonia sono presenti tre ministri uscenti - Dario Franceschini, Valeria Fedeli e Roberta Pinotti - ma soprattutto i presidenti di Camera e Senato Roberto Fico ed Elisabetta Alberti Casellati, in costante contatto con il Quirinale, oltre a big del Pd e del Movimento 5 Stelle come Sergio Chiamparino e Chiara Appendino.  

E nei corridoi del Lingotto si rincorre l’indiscrezione di un accordo, già approvato martedì sera, tra Matteo Salvini e Luigi di Maio sul nome di Giorgetti, uomo forte della Lega e che gode di una certa stima presso il Quirinale. Le conferme arrivano da fonti del Carroccio e da Massimo Bray, presidente del Salone del libro ed ex ministro del Pd.  

Nel pomeriggio scade l’ultimatum, prorogato di 24 ore, che il Colle aveva concesso a M5S e Lega per arrivare a un’intesa di governo. A questo punto già nelle prossime ore Giorgetti potrebbe essere incaricato di formare il prossimo esecutivo. Intanto, dalle 9 di stamane, è in corso un incontro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio nel palazzo dei gruppi della Camera.  

Fonte: http://www.lastampa.it/2018/05/10/italia/governo-mslega-cresce-lipotesi-di-un-incarico-a-giorgetti-rQXD7OadPRHauw5kOG08OL/pagina.html

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