Radiografia di una crisi di mezza estate

ago 21, 2019 0 comments

Di Andrea Muratore
L’Osservatorio ha voluto “radiografare” la crisi, le sue cause e i potenziali sviluppi in ambito politico, economico e internazionale per fornirne una lettura a tutto campo che è risultata mancante in diversi settori dei media tradizionali. Per ragguagliare analisti e osservatori interessati sulle conseguenze a lungo termine del duello politico. Ma anche per aggiornare in maniera completa chi, tra riposo e vacanze, non ha potuto sino ad ora seguire in maniera continuativa le discussioni politiche e istituzionali.
Il dado è tratto: Matteo Salvini e la Lega hanno deciso di ritirare il loro appoggio al Governo Conte e presentato una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio. Il Senato ha calendarizzato per il 20 agosto le comunicazioni a Palazzo Mada del Presidente del Consiglio, frustrando il tentativo leghista di accelerare il voto sulla mozione di sfiducia a prima di Ferragosto. Lo strappo del Carroccio dopo il voto contrastante di Lega e Movimento Cinque Stelle nelle mozioni sulla TAV ha funto da catalizzatore per una serie di reazioni in campo politico ed economico, aprendo diverse questioni di grande importanza sul futuro del Paese. La Lega invoca nuove elezioni forte della crescita di consensi certificata dal trionfo alle Europee, ma il percorso che punta al ritorno alle urne è intervallato da ostacoli: lo scioglimento delle Camere porrebbe fine alla più breve legislatura della storia repubblicana, garantirebbe un voto autunnale per la prima volta in un secolo ma, soprattutto, può essere decretato solo dal Quirinale. Che ora aspetta le mosse della macchina politico-istituzionale messasi in moto, di cui la Lega è solo una parte: per meglio orientarsi nel migliore dei modi nella ridda di dichiarazioni, ipotesi e voci che stanno interessando il dibattito politico l’Osservatorio Globalizzazione ha deciso di pubblicare questa radiografia della crisi per permettere a lettori e analisti di meglio comprenderne cause, sviluppi e conseguenze nei principali ambiti in cui essa si svilupperà.

Conte tra la Lega, il Movimento e il Quirinale

Innanzitutto, è doveroso sottolineare un’anomalia: la Lega è divenuto il primo partito della storia repubblicana ad annunciare una mozione di sfiducia contro un governo di cui è membro senza, al contempo, procedere al ritiro della sua compagine ministeriale. Secondo quanto ricostruito da Il Sussidiarioil regista dell’operazione concretizzata da Salvini è stato il sottosegretario di Palazzo Chigi e stratega politico della Lega Giancarlo Giorgetti, con il pretesto di frenare le modifiche imposte, giorno dopo giorno, da Conte ai progetti di autonomia regionale: “senza l’autonomia regionale, ovvero, senza la normativa che avrebbe permesso alle Regioni del Nord di trattenere e gestire in loco un vero e proprio “malloppo” di risorse aggiuntive (roba da miliardi di euro), la delegazione della “Lega Nord” capeggiata dal sottosegretario Giorgetti avrebbe lasciato l’esecutivo sancendo di fatto e platealmente quella spaccatura che da mesi alberga in via Bellerio. Per Matteo Salvini ed il suo progetto di “Lega nazionale” un vero e proprio ultimatum a cui il ministro dell’Interno ha dovuto far buon viso a cattivo gioco”, senza però arrivare all’estremo della rinuncia al Viminale che rappresenta una fucina di consenso per il segretario leghista.
Un’altra interpretazione, non necessariamente alternativa alla precedente, assegna un ruolo al rifiuto leghista di sostenere la manovra economica in via di definizione da parte del Ministro dell’Economia Giovanni Tria e di voler scaricare su altre formazioni la necessità di reperire le cospicue risorse (23 miliardi di euro) necessarie per sterilizzare le clausole di salvaguardia IVA.
Fatto sta che il mancato ritiro della compagine leghista dall’esecutivo ha fornito all’inquilino di Palazzo Chigi spazio di manovra per architettare la sua “parata e risposta”: nella serata dell’8 agosto in cui la crisi è precipitata Giuseppe Conte ha risposto a distanza a Salvini, invocante le urne in un comizio a Pescara, rivendicando la volontà di parlamentarizzare la crisi e scaricando sul Ministro dell’Interno la responsabilità di spiegarne, in sede istituzionale, le cause. Conte ha preso dimestichezza nel suo ruolo e lo esercita con un margine di discrezionalità sempre crescente, forte dell’ancoraggio costruito in sede istituzionale (tra Quirinale, ambienti euroatlantici, Vaticano e grande impresa pubblica) e delle prerogative del suo ruolo. Conte potrebbe dimettersi solo se dal dibattito parlamentare uscirà chiara e inequivocabile la volontà della maggioranza dei membri di Camera e Senato di interrompere attraverso la sfiducia l’esperienza di governo. Ma raffreddando i toni e guadagnando tempo, con la sponda dei Presidenti di Camera e Senato, Conte potrebbe chiudere finestre elettorali cruciali per Salvini. Dando tempo ai suoi avversari, e in primo luogo al Movimento Cinque Stelle, tempo per riorganizzarsi.
La rottura con la Lega ha inaspettatamente garantito nuovo slancio all’azione politica del Movimento. Che si è mosso su uno schema con tre punte: Luigi Di Maio si è detto disponibile al ritorno alle urne ma solo dopo l’approvazione del Ddl costituzionale Fraccaro sul taglio dei parlamentari, che aprirebbe la strada al referendum approvativo e rimanderebbe le urne al 2020 (ipotesi a cui lo stesso Salvini ha aperto nel suo intervento in Senato del 13 agosto), Roberto Fico ha ribadito la centralità del Parlamento e della Camera da lui presieduta nella discussione sulla crisi e Beppe Grillo, sceso nuovamente in campo, ha sfidato Salvini duramente sul piano comunicativo. Una scossa che rimette in moto l’azione di quello che, nonostante le recenti delusioni elettorali, rimane comunque il maggior partito in Parlamento, con oltre 320 tra deputati e senatori.
Per Giuseppe Conte, secondo quanto dichiarato dal nostro direttore Aldo Giannuli, potrebbe aprirsi un ampio spazio di manovra proprio alla guida politica del Movimento nel caso in cui il precipitare degli eventi portasse al ritorno alle urne. Oppure, e questo è il secondo scenario più plausibile, un ruolo da guida di un governo di transizione o di tregua che incassi la legge di bilancio autunnale. Quel che è sicuro è che l’avvocato e docente universitario pugliese non progetta nell’immediato futuro una carriera lontana dalla politica: l’elevato tasso di consenso accumulato e la dimestichezza acquisita con il potere lo hanno convinto a non demordere. Del resto, non ha certamente valore solo simbolico la visita che il Presidente del Consiglio, nel pieno della crisi politica, ha compiuto alla figlia di Alcide de Gasperi, Maria Romana. Ne ha parlato Francesco Bechis, giovane e preparato articolista di Formichecon la diretta interessata: “Il presidente fa poche domande, preferisce ascoltare, “con l’umiltà di una persona normale e la gentilezza di chi mi conosce da sempre”. Racconta Maria Romana, che di De Gasperi è stata a lungo segretaria personale, dai tempi della guerra fino agli ultimi giorni: “gli ho raccontato la storia di un uomo solo, che è stato perseguitato prima e durante la guerra, che ha saputo rialzarsi”. I simboli, nei momenti di crisi, hanno un valore che è tangibilmente concreto…
Molto, in ogni caso, dipenderà dalle scelte che faranno le opposizioni sconfitte al voto del 2018, ma legittimissimi attori in sede parlamentare, col Partito Democratico diviso inizialmente tra il segretario Nicola Zingaretti e l’ex premier Matteo Renzi, disposto a un governo di solidarietà nazionale, prima di ritrovare coesione interna e non chiudere all’opzione del patto coi Cinque Stelle, Forza Italia pronta al ritorno alle urne solo sotto condizione di un’esplicita alleanza con la Lega e Fratelli d’Italia sicura di poter fungere da sostegno utile al Carroccio.
Ogni calcolo non potrà però prescindere dalle decisioni del decisore di ultima istanza, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Su cui si concentreranno, nelle prossime settimane, le principali aspettative e prerogative decisionali.

Mattarella medita in silenzio

Mentre la “nebbia di guerra” delle dichiarazioni politiche si intensifica, sul colle più alto della Repubblica tutto tace. Sergio Mattarella, infatti, non ha modificato il suo programma che prevedeva, prima di Ferragosto, la breve vacanza in Sardegna, precedente il suo ritorno al Quirinale necessario a seguire da vicino l’esito del dibattimento: tutti i contendenti hanno, sino ad ora, utilizzato parole al miele nei confronti del Presidente della Repubblica, che dovrà però usare una forte dose di discrezionalità una volta che la crisi di governo si sarà perfezionata.
“Se la domanda di non avere questo governo alla guida del Paese in campagna elettorale si levasse da più parti, come già alcuni partiti hanno cominciato a chiedere, si potrebbe valutare l’ipotesi di dar vita in tempi rapidissimi a un esecutivo elettorale, per sciogliere le Camere comunque in tempi brevi”, scrive l’Agi; “la composizione dell’esecutivo a quel punto dovrebbe essere il più possibile condivisa da tutte le forze politiche e potrebbe avere una guida istituzionale”, possibilmente Conte stesso. “Su questo il Quirinale non ha ancora abbracciato alcuna ipotesi, tutto dipenderà dal dibattito in aula al Senato e dalle decisioni che assumerà Conte: quando il Presidente sentirà il dibattito parlamentare e consulterà i partiti, se qualcuno porrà ufficialmente la questione la affronterà. Il Presidente infatti non anticipa decisioni prima che la situazione non sia chiara e troppe sono ancora le incognite, sul piano istituzionale, politico ed economico”.
L’ipotesi di una mancata realizzazione della finanziaria e dell’apertura della strada all’aumento dell’Iva potrebbe condizionare, in tal senso, la scelta finale di Mattarella. Il quale, tuttavia, ha implicitamente dettato le linee guida, ricostruite da Marzio Breda per Il Corriere della Sera, riguardanti l’organicità che un governo successivo all’esecutivo gialloverde dovrà avere: prospettive di lunga durata, programma organico e coerenza politica. In altre parole, un esecutivo che non unifichi esclusivamente forze desiderose di porre un argine all’ascesa della Lega di Salvini ma abbia ambizioni di lunga durata.

Economia, Europa, nomine

I 23 miliardi delle clausole Iva rappresentano solo la punta dell’iceberg in campo economico: il Paese ha bisogno di una serie di politiche coraggiose per rilanciare crescita e occupazione in una fase che vede soffiare, sempre più forti, la buriana della recessione globale, con il crollo della produzione industriale in Francia e Germania, l’aumento del debito privato negli USA, la crisi del sistema bancario europeo (Deutsche Bank in testa), la guerra dei dazi e il rischio di una Brexit senza accordo.
L’ex ministro degli Affari Europei Paolo Savona l’anno scorso, aveva lucidamente invocato una manovra espansiva fondata su un piano corposo di investimenti pubblici per prevenire il rischio recessione: così non è stato, e viene da rispondere a chi evoca il fantasma di un governo tecnico alla Monti/Cottarelli quale austerità resterebbe da compiere in un’Italia che ha tagliato all’inverosimile i principali determinanti della crescita nell’ultimo decennio.
Non scrivere la manovra finanziaria e accettare aumento dell’Iva ed esercizio provvisorio sarebbe una scelta politicamente pesante di cui chi ha accelerato la crisi di governo dovrà prendersi la responsabilità nel venturo 2020, specie considerato il fatto che a questo si unirebbe la perdita dello strategico commissariato alla Concorrenza negoziato da Conte in sede comunitaria e da cui, nell’ultimo quinquennio, sono partiti dalla danese Vestager duri attacchi al nostro sistema bancario che il Paese ha incassato con difficoltà.
Altro tema non preso in considerazione dai fautori di un immediato ritorno alle urne è quello della governance economica degli enti a guida o partecipazione pubblica che rappresentano un comparto strategico dell’economia nazionale, nonché di authority di garanzia che svolgono un ruolo di scrutinio essenziale. L’esecutivo, infatti, deve completare entro il 31 dicembre la nomina di una settantina tra amministratori e funzionari d’alto rango che vanno dai vertici di Agcom Anac alla scelta del nuovo Garante della Privacy. “C’è poi da risolvere il pacchetto di nomine legate a Cassa Depositi e Prestiti, che dovrebbe arrivare sul tavolo a fine agosto”, scrive Il Sole 24 Ore. Le pedine più importanti? Nelle settimane a venire Sace, Ansaldo Energia, Cdp Immobiliare, Cdp Investimenti e il Fondo Nazionale Investimenti; nell’anno venturo, dopo l’approvazione primaverile dei bilanci 2019, la sfida cruciale per quaranta poltrone nelle sei grandi partecipate: Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna ed Enav. Scegliere se andare ad elezioni o proseguire con diverse esperienze di governo condizionerà in senso decisivo gli indirizzi di società fondamentali per la rotta dell’interesse nazionale in materia geoeconomica e strategica.

La crisi e il contesto geopolitico

La crisi di governo avviene in una fase delicata non solo per l’economia internazionale ma anche per le dinamiche geopolitiche di ampio respiro. Risulta interessante, dunque, capire quali possano essere le ambizioni e le aspettative delle principali potenze internazionali di fronte alla crisi italiana.
Chi ha sicuramente osservato la situazione con interesse sono gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump aveva inizialmente stabilito un profondo feeling con l’esecutivo gialloverde, ritenendolo il più allineato ai desiderata di Washington tra quelli prevalenti nell’Eurozona. Tra 2018 e 2019, tuttavia, la divergenza tra le anime interne al governo ha portato l’Italia a prendere posizioni dissonanti rispetto alle richieste statunitensi su dossier come il Venezuela, l’Iran e, soprattutto, la Cina. La visita a Roma di Xi Jinping e la stipulazione del memorandum sulla “Nuova Via della Seta” hanno rappresentato per gli Stati Uniti un punto di svolta: da allora in avanti l’amministrazione Trump, principalmente per mezzo del Segretario di Stato Mike Pompeo, ha iniziato a vedere nella Lega, ritenuta maggiormente più allineata, il cavallo su cui puntare.
La Lega, in questo senso, sconta i limiti di una storia politica mai caratterizzata da reali ragionamenti sull’interesse nazionale e del passato regionalista. Allineata a Washington ma socio di minoranza nel governo, critica della Cina ma partito a cui fa riferimento il sottosegretario Michele Geraci che ha negoziato il memorandum, aperta alla rimozione delle sanzioni alla Russia ma anche ai dossier più dirimenti per Washington (golden power sul 5G, F-35, riconoscimento di Guaidò in Venezuela), la Lega è stata discontinua nelle dichiarazioni e ancor di più nella prassi. Tuttavia, in chiave geopolitica per il Carroccio sembra essersi disegnata la traiettoria di un’alleanza con Washington, specie se un ritorno alle elezioni dovesse spianare la strada al ritorno al governo del centrodestra. “L’Italia governata dalla destra non ha la possibilità di allearsi con gli altri europei che contano, in particolare Francia e Germania”, sottolinea Carlo Pelanda in un’intervista a StartMag. “Pertanto, deve accordarsi con l’America facendo uno scambio su punti molto concreti come gli F-35, la stazione d’ascolto globale Muos in Sicilia e, soprattutto, una posizione d’interferenza dell’Italia contro il tentativo di creare in Europa una difesa post-Nato. L’Italia diventerebbe dunque il grimaldello statunitense per evitare il distacco totale tra Europa e Usa”.
In campo europeo, invece, l’ipotesi di un governo istituzionale richiamerebbe in causa la “coalizione” che ha sostenuto l’elezione di Ursula von der Leyen a giugno, perlomeno nella componente pentastellata e di centro-sinistra. Tale opzione avrebbe la conseguenza di comportare, con ogni probabilità, la perdita del commissario europeo che la Lega aveva inizialmente intestato dopo il successo elettorale di maggio e la continuazione della sinergia creata da Conte in sede comunitaria. Sinergia che però sarebbe, una volta di più, non supportata da una reale volontà politica per un’azione diretta a una maggiore incisività dell’Italia sul piano internazionale, trattandosi di opzioni governative dettate dal fronte interno.
Il nodo Cina è, tra tutti, quello più difficile da sciogliere. La firma del memorandum ha creato un precedente politico di notevole spessore: la Repubblica Popolare intende le relazioni con alleati e partner in maniera a lungo raggio, trascendente l’alternanza degli esecutivi. Nella politica italiana è risultata carente negli ultimi anni la capacità di sistematizzare la relazione con Pechino, e se il governo Conte firmando il memorandum ha certificato l’interesse per la “Nuova Via della Seta” e aperto all’operatività bilaterale di aziende come Cdp ed Eni, dall’altro non ha provveduto a leggi cruciali sul controllo pubblico degli asset strategici, sul riordino del sistema portuale per organizzare gli investimenti a Genova e Trieste e su un piano infrastrutturale per rafforzare la connettività interna. Proseguendo nell’ambivalenza degli esecutivi precedenti. Un rollbackcompleto di questa linea, in caso di governo post-elettorale di centrodestra, sarebbe ancora più indigesto per Pechino, specie se guidato dal partito che ha, tecnicamente, espresso il principale negoziatore del memorandum, ma anche un governo di scopo, “del Presidente” o di tregua dovrà mettere nella sua agenda di politica estera una definizione di un’agenda cinese credibile. Nella calda crisi agostana, la situazione politica italiana è incandescente sia vista dal Quirinale che dalla Città Proibita.

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