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“Marchionne curato per grave malattia”. Fca: “Non era noto”

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Di Emilio Randacio

Sei giorni di silenzio assoluto. Di rispetto per la privacy, di stretta tutela del paziente e dei suoi familiari. Fino a ieri, quando l’Ospedale universitario di Zurigo (Usz) decide di rompere il riserbo. Poche righe per respingere ogni potenziale polemica, per allontanare qualsiasi critica sull’operato dei propri medici e di tutti i dipendenti. «La fiducia dei pazienti nei confronti del ricorso alle migliori terapie possibili e nella discrezione è cruciale per un ospedale». Questo l’inizio del «comunicato stampa» da Zurigo, 24 ore dopo la scomparsa di Sergio Marchionne. Professionalità e discrezione, sono i due pilastri su cui rivendica di basarsi l’ospedale, in cui ogni anno vengono curati 42 mila pazienti. In Svizzera, l’ospedale «attribuisce enorme importanza al segreto professionale, e questo vale in egual misura per tutti i pazienti». Ecco spiegato nel comunicato il riserbo che ha accompagnato, da sabato scorso, il decorso post operatorio dell’ex numero uno di Fca, ricoverato a Zurigo da fine giugno.  
«Lo stato di salute è materia del paziente», rivendica l’Usz. «Per questo finora non è stata presa posizione in merito all’ospedalizzazione e al trattamento del signor Sergio Marchionne».  
L’ospedale, per mettere a tacere «diverse voci tendenziose da parte dei media relativamente alla sua cura», ma, anche «al fine di frenare il susseguirsi speculazioni», svela solo come «il signor Marchionne da oltre un anno si recasse a cadenza regolare presso l’ospedale al fine di curare una grave malattia. Nonostante il ricorso a tutti i trattamenti offerti dalla medicina più all’avanguardia, il signor Marchionne è venuto a mancare. Addolorati oltremisura per la sua scomparsa», l’Usz rivolge «alla famiglia il più accorato cordoglio». Il messaggio che arriva dall’ospedale di Zurigo dimostra che il richiamo mediatico creato dal ricovero dell’ex ad di Fca ha spinto ad assumere iniziative alle quali non erano abituati, abbandonando l’abituale silenzio che accompagna il lavoro della clinica.  

Marchionne, il cordoglio di Berlusconi: "Lo avrei voluto alla guida dell'Italia"

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Di Claudio Cartaldo
Anche Silvio Berlusconi saluta Sergio Marchionne, l'ex ad di Fca morto oggi.
Il manager italo-canadese, dopo il ricovero all'ospedale di Zurigo, è stato sostituito da Mike Manley alla guida della azienda automobilistica. Le sue condizioni erano state definite irreversibili e John Elkann era stato chiaro: "Sergio non tornerà". Il cav aveva già mandato un suo messaggio a quel manager che considerava il "numero 1" in Italia. E oggi, dopo la notizia del decesso, il leader di Forza Italia si è detto molto dispiaciuto per una perdita che colpisce tutto il Paese.
"Con Sergio Marchionne l'Italia perde non soltanto il più brillante dei suoi manager - dice Berlusconi ma una delle figure simbolo del nostro Paese. Ha rappresentato l'Italia migliore: quella operosa e concreta, seria e preparata, dotata di visione e capace di guardare al futuro. Un'Italia che non ha paura della competizione, sa affrontarla e vincerla grazie alla qualità del prodotto italiano e alla capacità creativa delle persone e delle imprese".
In una nota, il Cav ricorda come "Sergio Marchionne non ha soltanto salvato posti di lavoro in Italia, in una stagione di drammatici cambiamenti", ma ha anche "dimostrato che nell'epoca della globalizzazione dall'Italia possono ancora nascere sfide imprenditoriali di livello mondiale. La sua è la biografia di un italiano che ha costruito il successo con le sue forze e il suo impegno, attraverso la difficile strada dell'emigrazione, senza mai rinnegare lo stretto legame con la sua patria, le sue origini familiari, il rapporto speciale con l'arma dei Carabinieri, alla quale apparteneva il padre, e dalla quale ereditò il senso della disciplina e del sacrificio".
Poi Berlusconi torna a ripetere che, come disse una volta in passato, "mi sarebbe piaciuto vederlo alla guida del nostro Paese. Lo penso ancora: le caratteristiche di una persona straordinaria come Marchionne, la competenza, la preparazione, la capacità dimostrata di ottenere risultati importanti, sarebbero state preziose - se fosse stato disponibile - per ridare dignità alla politica".

Ecco la causa della morte di Marchionne

Di Raffaello Binelli
Dopo la notizia, giunta improvvisa sabato scorso, dell'uscita di scena di Sergio Marchionne dalla guida di Fca, per gravi motivi di salute, subito erano circolate indiscrezioni sulle condizioni di salute del manager e su quale potesse essere la malattia che lo aveva colpito in modo così pesante da rendere inevitabile l'abbandono del timone dell'azienda.
Si sapeva solo una cosa: alla fine di giugno si era recato in una clinica di Zurigo per un'operazione alla spalla, che gli causava problemi. Qualche giorno fa, invece, Franzo Grande Stevens, ex legale degli Agnelli, in un'intervista al Corriere della sera aveva dichiarato che a Marchionne erano state fatali le sigarette, a cui non era mai riuscito a rinunciare. E subito si era rafforzata la convinzione che si trattasse di un tumore, che avrebbe aggredito Marchionne alla parte alta dei polmoni.
Ora si apprende che dopo l'operazione alla spalla di fine giugno, Marchionne ha avuto delle complicazioni "inattese e improvvise" che lo hanno portato a un arresto cardiaco. Il manager è stato portato in rianimazione ma non dipedendeva in maniera sistematica dalle macchine, che gli erano da supporto. Il manager italo-canadese ha avuto un ulteriore arresto cardiaco che lo ha portato a un decesso naturale. Secondo fonti vicine alle famiglia l'operazione alla spalla non era per un tumore.

Sergio Marchionne, Di Maio contro “certa sinistra”: “Prima gli hanno permesso di tutto, ora lo attaccano. Sono miserabili”

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Fatto Quotidiano

Se la prende con “certa sinistra” che, quando Sergio Marchionne “era potente”, “gli ha permesso di fare ciò che voleva”. Mentre ora che l’ex amministratore delegato di Fca è ricoverato in condizioni irreversibili a Zurigo “lo attacca”. Li chiama “miserabili”, perché “bisogna rispettare chi sta male”. Il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, sottolinea che “magari con Marchionne non siamo andati d’accordo in questi quasi nulla”, ma trova inaccettabili le critiche, anche aspre, arrivate da più parti al manager italo-americano sostituito d’urgenza dai vertici del gruppo a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute dopo un intervento chirurgico al quale era stato sottoposto a fine giugno. 

Un riferimento – probabilmente – alle parole del governatore Enrico Rossi o forse alla prima pagina de Il Manifesto. Sia le parole del presidente della Regione Toscana che il titolo del quotidiano hanno scatenato polemiche sui social. Per l’esponente di Leu, “i giornali esaltano le sue capacità di leader e innovatore” ma, pur nel “rispetto della persona”, non si deve “dimenticare la residenza in Svizzera per pagare meno tasse, il Progetto Italiasubito negato, il baricentro aziendale che si sposta in Usa, la sede legale di Fca in Olanda e quella fiscale a Londra“.
E il presidente della Toscana ricorda anche “un certo autoritarismo in fabbrica per piegare lavoratori e sindacati” nonché “gli occupati che sono passati dai 120.000 del 2000 ai 29.000 di oggi”. Mentre il titolo di apertura de Il Manifesto (“E così Fiat”, corredato da un Marchionne a testa bassa, solitario) è stato aspramente criticato sui social, dove molti utenti hanno ricordato la battaglia del quotidiano comunista per il “rispetto” e “l’umanità” nei confronti dei migranti.

Di Maio – che domenica aveva manifestato “vicinanza alla famiglia” – ha parlato anche del futuro di Fca: “Dobbiamo essere preoccupati e al tempo stesso voglio sincerare tutti che l’Italia è un paese che investirà nell’automotive e soprattutto nell’automotive elettrico”. Al termine di un incontro con gli ambasciatori del G20, il vicepremier ha spiegato che quello sull’auto elettrica “è un dibattito sdoganato” anche da Fca. “Ci saranno grandi opportunità – osserva – sia per il trasporto pubblico che per quello privato”.

Marchionne: il gruppo Fca può raddoppiare gli utili entro il 2022

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Di Luigi Grassia

Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fca, ritiene possibile un raddoppio degli utili del gruppo entro il 2022, in particolare (ma non solo) grazie alla spinta del marchio Jeep. In un’intervista, a Bloomberg, Marchionne spiega inoltre che la riforma fiscale varata dal presidente americano Donald Trump potrebbe portare utili per 1 miliardo di dollari l’anno. 

L’amministratore delegato conferma l’intenzione di uscire dal gruppo nel 2019, dopo 15 anni al vertice. Nell’intervista spiega che il business dell’auto «se vuoi farlo bene ti consuma. Sono stanco e voglio fare qualcos’altro». Il suo successore sarà scelto internamente, dice, e accenna a una lista di nomi che è attualmente sotto esame. Marchionne non esclude di mantenere, anche dopo il 2019, un ruolo in Exor, la holding di controllo della famiglia Agnelli, dove ricopre attualmente la carica di vicepresidente.  

Dieselgate, Fca reagisce e vola in Borsa. Sospetti anche sul marchio francese Renault

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Prende subito la rincorsa Fca in Borsa. Il titolo resta più del solito in fase di preapertura e, quando entra in negoziazione continua, vola in rialzo del 7,4% a 9,44 euro. Corre anche Exor (+5,7%). Nella notte aveva chiuso in calo a Wall Street (-10,23%) sui timori per le accuse del Dieselgate.  


Gli Stati Uniti accusano infatti Fca di violazione delle norme sulle emissioni per le auto diesel, con l’uso di un software illegale per aggirare i test. Accuse per le quali rischia una sanzione fino a 4,63 miliardi di dollari. La casa automobilistica si difende, spiegando di rispettare le regole e dicendosi pronta a collaborare. Il caso Fca «non ha nulla in comune con Volkswagen» afferma secco Sergio Marchionne

A pochi giorni dall’addio dell’amministrazione Obama e a poche ore dal patteggiamento da 4,3 miliardi di dollari con Volkswagen per il dieselgate, l’Agenzia per la Protezione Ambientale americana punta il dito contro Fca, accusandola di aver usato un software per aggirare i test sulle emissioni diesel, consentendo così emissioni superiori ai limiti su circa 104.000 auto. Nel mirino delle autorità americane ci sono i Jeep Grand Cherokee e i Dodge Ram con motore 3 litri diesel. 

Le violazioni di cui Fca è accusata implicano una sanzione fino a 44.539 dollari per auto, per un totale di 4,63 miliardi di dollari. In base agli stessi calcoli, Volkswagen per il dieselgate avrebbe potuto pagare una sanzione massima di 17 miliardi di dollari. «Non comunicare» l’esistenza di un «software che influenza le emissioni è una seria violazione della legge, che può tradursi in un pericoloso inquinamento dell’aria che respiriamo» afferma l’Agenzia per la Protezione Ambientale in una nota. «Continuiamo a indagare la natura e l’impatto di questi software. Tutte le case automobilistiche devono giocare con le stesse regole» aggiungono le autorità americane, secondo le quali il software usato da Fca ha molte somiglianze con quello di Volkswagen. Mentre le indagini proseguono, aggiungono le autorità americane, Fca non ha finora offerto una spiegazione accettabile su come i dispositivi siano conformi alla legge. 


Fca è stata avvertita mercoledì dalle autorità che qualcosa era in arrivo, ed è venuta a conoscenza dell’oggetto solo nella prima mattinata di giovedì, alle 8.00 del mattino locali. Il comunicato ufficiale dell’Epa è arrivato alle 11.00. Fca si difende dalle accuse: dicendosi «delusa» per l’uscita pubblica dell’Epa, spiega che i suoi «sistemi di controllo delle emissioni rispettano le normative applicabili». La società si impegna a collaborare con l’Epa e con la prossima amministrazione per presentare il proprio caso. Marchionne difende a spada tratta Fca: non c’è nessuno software illegale, e «per quanto conosco questa società, posso dire che nessuno è così stupido» da cercare di montare un software illegale. Poi rassicura: «sopravviveremo anche se saremo multati fino a 4,6 miliardi di dollari». 

Nel mirino anche il gruppo francese Renault  
Sospetti anche su un’ altra casa automobilistica: la Renault. Tre giudici francesi indagheranno sui dispositivi utilizzati da Renault per controllare le emissioni dei suoi motori diesel che si sospetta siano truccati: è quanto riferisce la procura di Parigi. La notizia ha fatto crollare il titolo in borsa, che sta perdendo il 4,06% a 82,05 euro. Il fascicolo giudiziario è stato aperto il 12 gennaio scorso. Dopo lo scandalo Volkswagen, una commissione indipendente di esperti aveva constatato l’importante sforamento del limite massimo di emissioni inquinanti su alcuni veicoli diesel venduti in Francia da diversi costruttori, tra cui Renault. 

Fca sotto accusa, emissioni troppo alte. Marchionne: “Mai fatto nulla di illegale”

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Di Otto Maggiani

L’agenzia ambientale americana Epa ha notificato al gruppo Fiat Chrysler che in alcuni motori diesel è usato un software che permette emissioni superiori a quelle consentite dalla legge. L’agenzia ricorda il rischio «sanzioni civili» perché, dice una nota, l’azienda «ha schivato le regole ed è stata scoperta: non comunicare l’esistenza di un software che influisce sulle emissioni di un’auto è una seria violazione della legge». Conseguenza immediata, un tonfo del titolo Fca in Borsa. I veicoli sotto accusa sono circa 104 mila Grand Cherokee e Dodge Ram: secondo i primi conti è in ballo una multa che potrebbe arrivare a 4,6 miliardi di dollari. A Piazza Affari le azioni hanno toccato un minimo a 9,235 euro, finendo sospese per una ventina di minuti. Alla ripresa delle contrattazioni il titolo si è portato sui 9,02 euro, per un ribasso del 13,8%, per poi continuare in calo fino a segnare -17. Un ribasso analogo (fino a -19%) sul floor di Wall Street, dove ha poi chiuso a -10,23%. 

La reazione di Detroit non s’è fatta aspettare. «Non abbiamo fatto niente di illegale. Tutto questo non ha alcun senso. Non c’è mai stata alcuna intenzione di falsare» i test sulle emissioni, ha risposto il numero uno di Fca Sergio Marchionne. Aggiungendo: «non c’è una sola persona in questo gruppo che proverebbe a fare una cosa così stupida. Noi non siamo criminali». Quanto all’ipotesi di una maximulta in vista, il ceo s’è mostrato fatalista: «Fca sopravviverà anche nel caso in cui le dovesse essere comminata una multa di 4,6 miliardi di dollari»

Marchionne non gradisce accostamenti al caso Volkswagen. La differenza, ha spiegato «è che il software presente nei motori diesel del costruttore tedesco denunciava livelli di emissioni più bassi di quelli reali durante i test, mentre il sistema montato su Grand Cherokee e Dodge Ram 1500 funziona sempre allo stesso modo. Il diverbio con l’Epa è stato di carattere tecnico, mentre Volkswagen ha ammesso di aver inserito il ’defeat device´ nei motori con intento fraudolento». In questo caso, invece, «l’Epa ha ritenuto che i modelli Fca incriminati non rispettassero i requisiti tecnici, non che Fca intendesse frodare i controlli». Lo stesso Marchionne si dice sicuro che i problemi «saranno risolti con l’omologazione 2017», lasciando intendere che la contestazione non arrivi poi così tanto inattesa. 

A giudicare dai toni ciò che ha più fatto arrabbiare il manager è il cenno alle «regole schivate» fatto dall’Epa nella nota con cui ha comunicato l’indagine. Lo ha spiegato lo stesso Marchionne: «Questo atteggiamento moralista verso le case automobilistiche mi rompe veramente l’anima. In questa azienda nessuna persona ha cercato di aggirare niente. Questa caratterizzazione di Fca come azienda che manca di moralità è la cosa più ingiusta da dire, mi sono veramente incavolato».  

Nei mesi scorsi, ha spiegato ieri Fca, sono state fornite continue «informazioni all’Epa e ad altre autorità governative, e in diverse occasioni il gruppo ha cercato di spiegare le proprie tecnologie di controllo delle emissioni ai rappresentanti dell’Epa. Fca Us ha proposto diverse iniziative per risolvere le preoccupazioni dell’Epa, incluso lo sviluppo di estese modifiche del software delle proprie strategie di controllo, che potrebbero essere immediatamente applicate nei veicoli in questione, per ulteriormente migliorarne le prestazioni in termini di emissioni». 

Il primo incontro tra lo staff Fca e le autorità ambientali Usa è in programma già per venerdì 13 gennaio. Marchionne li incontrerà invece in California martedìprossimo. 

MARCHIONNE CONTRO IL MERCATO: 'NON POSSIAMO DEMANDARE AL FUNZIONAMENTO DEI MERCATI LA CREAZIONE DI UNA SOCIETA' EQUA'

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http://www.tribunapoliticaweb.it/news-in-evidenza/2016/08/28/33311_finanza-marchionne-non-possiamo-demandare-ai-mercati-la-creazione-di-una-societa-piu-equa-la-vita-non-e-una-merce/


“Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa. I mercati non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è”. Il ceo di Fca Sergio Marchionne, si rivolge così agli studenti – provenienti da tutto il mondo – che studiano finanza, in occasione della premiazione alla Luiss.       “Se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita come una merce -aggiunge Marchionne- E questo non può essere accettabile”.  
“La forza del libero mercato in un’economia globale e’ fuori discussione –continua Marchionne-. Nessuno di noi può frenare o alterare il funzionamento dei mercati. E non credo neppure sia auspicabile. Questo campo aperto e’ la garanzia per tutti di combattere ad armi pari”.
“Ma -spiega Marchionne- l’efficienza non è – e non può essere- l’unico elemento che regola la vita. C’è un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dovere di fare i conti con la propria coscienza. C’è una realtà la’ fuori che non deve essere trascurata”.      
“Dobbiamo tutti capire che non ci potranno mai essere mercati razionali, crescita e benessere economico se una gran parte della nostra società non ha nulla da contrattare se non la propria vita – aggiunge Marchionne-. Il perseguimento del mero profitto, scevro da responsabilità morale, non ci priva solo della nostra umanità, ma mette a repentaglio anche la nostra prosperità a lungo termine”.
“Per questo sono convinto che ci troviamo ad un bivio cruciale – spiega Marchionne-. Creare le condizioni per un cambiamento virtuoso e’ la vera sfida del nostro tempo. Per ricostruire economie efficienti ed eque, separate ma interconnesse. Per promuovere la globalizzazione che sia davvero al servizio dell’umanità”, conclude Marchionne.
“A noi come azienda interessa la stabilità del sistema”, ma “Marchionne e’ per il sì personalmente”. Il ceo di Fca risponde così ai cronisti che, a margine di un evento alla Luiss, gli chiedono un commento al referendum costituzionale. “Condivido le scelte fatte per cercare di alleggerire il costo di gestione di questo paese -continua Marchionne- Non voglio giudicare se la soluzione è perfetta ma è la scelta che va nella direzione giusta”.

MARCHIONNE ATTACCA BREXIT E TRUMP: 'CAMBIEREBBERO GLI EQUILIBRI INTERNAZIONALI'



Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riporta un articolo de "la Stampa"(1), durante il Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti Sergio Marchionne ha criticato la proposta della Brexit e la candidatura di Donald Trump.
Secondo Marchionne, la Brexit sarebbe "un rischio enorme" per l'Europa e insieme alla vittoria di Trump potrebbe "cambiare gli “equilibri internazionali".

NOTE:

(1)http://www.lastampa.it/2016/06/17/economia/marchionne-brexit-un-rischio-enorme-e-con-trump-cambierebbe-gli-equilibri-sWQl7OzdCmxLl4lWo74FHP/pagina.html

FOTO:https://it.wikipedia.org

Fca, i guai di Sergio Marchionne negli Stati Uniti: maxi-multa per la sicurezza e accordo a rischio con i sindacati



Se Volkswagen piange, Fca non ride, almeno non più. Dagli Stati Uniti arrivano un paio di tegole dirette sulla testa del Ceo Sergio Marchionneche rigurdano la sicurezza di alcuni modelli prodotti in America e le trattative sindacali con gli stabilimenti di Detroit.
La multa - Il ministrero dei trasporti americano, scrive Repubblica, ha multato Fca per aver omesso di segnalare alcuni incidenti mortali entro i cinque giorni previsti dalla legge, dopo che Fiat Chrysler aveva atteso altro tempo prima di intervenire nel riparare dei difetti di alcuni modelli. Per il ritardo sulle riparazioni, la Fca era stata multata di 105 milioni di dollari, ma ora la stangata potrebbe aumentare visto che le autorità americane hanno deciso di approfondire le indagini.





Sindacati - Altra brutta gatta da pelare per Marchionne sono le trattative per il rinnovo dei contratti con i sindacati degli stabilimenti Usa di Fca. Secondo il Detroit Free Press, i lavoratori americani avrebbero bocciato l'accordo trovato due settimane fa tra Marchionne e Dennis Williams, capo del sindacato Uaw. Lo stop è arrivato in particolare da JeffersonNorth, l'ultimo stabilimento rimasto nell'area urbana di Detroit dove oggi si produce la Gran Cherokee, oltre che dagli operai più radicali diToledo, in Ohio: "Ci avevano promesso che avrebbero equiparato le paghe dei nuovi assunti a quelle dei veterani - hanno dichiarato gli operai - ma non è stato così". Il malcontento tra gli operai Fca è condizionato anche dall'imminente campagna elettorale Usa che sta spargendo voci di trasferimento degli stabilimenti in altre città, a seconda di quale candidato le propone.
Il voto - Le votazioni di tutti gli stabilimenti sono quasi alla conclusione. Fra poche ore si conoscerà l'orientamento definitivo dei dipendenti americani di Fca, con un voto che non solo darà indicazioni nel merito dell'accordo tra azienda e sindacati, ma anche sulla fiducia che gli operai hanno ancora nella Uaw. Un risultato che diventa delicato visto che Marchionne sta per aprire il dossier General Motors, dove il sindacato è il principale azionista.

Ciao Italia, la Fiat se ne va



Di Giuliano Augusto

La Fiat saluta e se ne va. Come previsto la sede legale sarà in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito. Questo secondo particolare è stato imposto dai fondi di investimento statunitensi che a volte potranno pure essere speculatori ma sicuramente non sono fessi. A Londra la tassazione sui dividendi è infatti molto più bassa che in Italia e questo spiega la scelta di Marchionne e degli Agnelli-Elkann di sbarcare nella City. Dopo aver vissuto per oltre un secolo sulle spalle del contribuente italiano, e dopo essere stata privata di sovvenzioni pubbliche nel nostro Paese, l'ex famiglia più ricca di Italia ha cercato subito di rifarsi. I soldi di Obama sono serviti a rimettere in sesto la Chrysler e la Fiat che di fatto l'ha incamerata gratis, si è trovato servita su un piatto d'argento la possibilità di creare un gruppo globale dell'auto. Un gruppo che, per quanto riguarda le auto marchiate Fiat, non brilla certo per qualità. Una pecca antica testimoniata da modelli come le famigerate Duna e la vecchia 500 prodotta in Polonia. Due autentici bidoni che hanno contribuito a diffondere l'immagine della Fiat come produttrice di auto che è meglio fare comprare dagli altri. Una questione di punti di vista? No, una realtà sconfortante che ha contribuito a sputtanare le auto del gruppo tranne le Ferrari e le Maerati che continuano a vivere di gloria propria. Una realtà che ha contribuito anch'essa allo sfascio dell'Italia dalla quale Elkann e Marchionne si stanno poco elegantemente defilando con la scusa che qui la produttività dei dipendenti è bassa. La verità è che gli operai italiani costano il doppio dei brasiliani e dei polacchi e quattro volte più dei serbi. Gli azionisti, per la percentuale dell'80%, hanno detto sì alla fusione. E' stata l'ultima volta che l'assemblea dei soci si è svolta al Lingotto. Non che le prossime riunioni saranno avvolte nel mistero visto che si svolgeranno all'estero. I quotidiani italiani, grazie ai soldi della pubblicità che hanno regolarmente incassato, si sono infatti sempre guardati bene dal sollevare obiezioni a questa smobilitazione dall'Italia dove rimarranno le produzioni delle auto di lusso destinate agli Stati Uniti e all'Estremo Oriente e forse quelle delle utilitarie (Punto) e delle cittadine (Panda e 500) che rappresentano i modelli più venduti ma che purtroppo per i conti aziendali non assicurano grandi profitti nel differenziale ricavi-costi. Un male antico. Ora comunque Fiat-Chrysler sarà un'azienda globale posizionata in tutto il mondo e in tutti i segmenti di mercato. Grandi speranze muovono i sogni di Elkann e Marchionne che, grazie all'ingegneria finanziaria e ai soldi del Tesoro Usa, hanno fatto bingo senza fare scucire i soldi alla famiglia Agnelli che da questo punto di vista non ci ha mai sentito molto. Anzi niente. Socializzare le perdite (cioè rifilarle allo Stato) e privatizzare i profitti. Questo è stato sempre il copione. Marchionne ha parlato della necessità di fare un “salto di qualità” aggiungendo che l'azienda può puntare in alto e divenire uno dei colossi mondiali dell'auto. Vendere 7 milioni di auto l'anno a fronte di 130 miliardi di euro di fatturato. Un traguardo proibitivo per un gruppo che è chiamato soprattutto a ricostruire la propria immagine. E questo è il compito più impegnativo, quasi insormontabile. 

Fonte:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23550

Caro Marchionne, ma vuoi mettere la Panda con una Yaris?

Di Adriano Falanga
 Ma perchè nessuno dice che la Fiat non è competitiva? Perchè nessuno dice che in America ha portato l’auto mediocre laddove da sempre esistevano solo auto di spessore mentre in Europa in un mercato mediocre la Fiat è la “più mediocre”? Ma cosa ha da spartire una Panda con una Matiz, una C1, una 107, una Yaris? E cosa si intende per “incentivi”? E cosa significa “investiremo solo quando la crisi sarà passata?” Investire è una scommessa, dall’esito incerto. Se decidi di investire con condizioni prestabilite e sicuramente a tuo vantaggio, non è più un investimento. La Fiat vende poco per due motivi. Il primo, interessa tutto il settore automobilistico, ed è la conseguenza dell’impossibilità di “mantenere” un’auto. Tasse, Rca, Benzina decisamente sproporzionati rispetto al valore e all’utilità dell’auto. Secondo motivo, la Fiat subisce la crisi come gli altri, ma la subisce di più perchè non ha un prodotto competitivo. E avere un prodotto competitivo non lo stabilisce Marchionne, ma il mercato. Ad ogni modo, il polverone Fiat scoperchia un problema serio che il Governo deve quanto prima affrontare: assenza di politiche industriali. La mentalità del banchiere è il “profitto a tutti i costi” e il banchiere non investe se non è certo del guadagno. Per rendere l’idea, la banca presta l’ombrello quando non piove e lo rivuole indietro quando c’è tempesta. L’imprenditore produce invece l’ombrello quando c’è sole con la speranza e l’azzardo che sia poi un inverno piovoso. Questo è un investimento, ed è questo ciò di cui ha bisogno la nostra industria. Inutile girarci intorno, le PMI e le partite Iva, vero motore economico italiano, non hanno mai chiesto fondi perduti o incentivi. A loro non servono, loro sanno rischiare. Chiedono, e da sempre, meno tasse affinchè resti più capitale in cassa. E maggiori garanzie di un libero mercato. La Fiat? Si adegui, è ora di lavorare, anche per loro.

Fonte:http://freeskipper.blogspot.it/2012/09/caro-marchionne-ma-vuoi-mettere-la.html

Il mercato del lavoro? Una bufala colossale, non esiste


Di Cooper Theory
http://www.controcopertina.com
Non passa giorno in cui tv, quotidiani e siti internet non parlino di “mercato del lavoro”. Il grosso guaio è che, a furia di ripetere certe espressioni, la gente pensa realmente che questo mercato del lavoro esista. Il cosiddetto mercato del lavoro è una bufala colossale. Tecnicamente parliamo di mercato quando c’è l’incontro tra domanda e offerta e questo incontro determina il prezzo, nel caso delle merci, il salario se parliamo di lavoro. Il mercato del lavoro, naturalmente, deve tenere conto della legislazione vigente in un determinato paese.

Lo stipendio, dunque, dovrebbe dipendere dalla richiesta di lavoratori da parte di enti pubblici e aziende, ma anche dalla capacità di va a svolgere un determinato mestiere, qualunque esso sia. Compreso quello di politico. Ora, pensiamo ai parlamentari o ai consiglieri regionali. I quali guadagnano tra i 10mila e i 20mila euro al mese. Eppure molti di essi sono degli ignoranti, facilmente sostituibili da gente capace e che si accontenterebbe di 2mila euro al mese!

Pensiamo ai concorsi pubblici. Per ogni posto messo a disposizione, ci sono migliaia di domande. E anche se lo stipendio venisse abbassato, le domande sarebbero tantissime. Ciò significa che lo stipendio potrebbe essere ancora abbassato: ma ciò non avviene. Il che, in assoluto, non è un bene o un male: è un fatto e basta.

Pensiamo alle centinaia di dirigenti della Rai: gente che non capisce un tubo di tv, che non c’ha mai lavorato, eppure ha stipendi a 6 cifre! Pensiamo al professore di ginnastica che lavora all’Istituto Nazionale di Geofisica! Pensiamo ai calciatori di Serie A, alcuni dei quali giocano 5-6 partite l’anno, sono scarsi, eppure guadagnano anche un paio di milioni! Pensiamo ai manager di banche e industrie. Hanno stipendi da capogiro. Un Marchionne guadagna decine di milioni di euro l’anno. Che sia un genio dell’auto? Un uomo così capace che nessuno sarebbe in grado di fare meglio? Balle. Le aziende tedesche che producono auto stanno andando molto meglio della Fiat, eppure i manager di quelle aziende hanno compensi nettamente più bassi di quelli di Marchionne! Stesso discorso per le banche. Che siano in utile o in perdita, i super stipendi dei dirigenti sono garantiti. Ma se ci fosse realmente un mercato del lavoro, questo sarebbe assolutamente impossibile. In un’azienda che è in perdita o che non fa abbastanza utili, i manager sarebbero licenziati, non certo premiati.

E poi c’è un’altra categoria, sempre più ampia. Quella delle persone pagate anche 400 euro al mese. Parliamo dei lavoratori dei call center, di alcuni commessi e dei precari a vario titolo. Ci sono quelli, e sono migliaia, che con la scusa dello stage, nonostante le competenze acquisite, non beccano nemmeno un euro!

E allora, per favore, non parliamo di mercato del lavoro. Semplicemente, perché non esiste nessun mercato del lavoro. Da una parte esistono i privilegiati, che guadagnano mille volte di più di quanto meritano e che potrebbero facilmente essere sostituti. Dall’altra parte, esistono gli schiavi. Schiavi moderni, ma sempre schiavi, chiamati con un eufemismo “precari”. Schiavi che, secondo la nostra Costituzione, non dovrebbero esistere, visto che ciascun individuo, per legge, ha diritto a uno stipendio che gli consenta di vivere dignitosamente! Per favore, impegniamoci tutti. Chiamiamo le cose col loro nome.

Fonte:http://www.controcopertina.com/il-mercato-del-lavoro-una-bufala-colossale-non-esiste/

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