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Rajoy ammette la sconfitta. Pedro Sanchez è il nuovo premier

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Di Lucio Di Marzo

"Possiamo supporre che la mozione di censura sarà approvata, così Pedro Sanchez sarà il nuovo presidente del governo".
Sono parole che ammettono la sconfitta quelle del premier spagnolo Mariano Rajoy, che nel giorno del voto riconosce come il leader dei Socialisti abbia trovato i numeri per farlo cadere.
La mozione di sfiducia proposta da Sanchez ha trovato ieri anche l'assenso del Partito dei baschi, che per quanto numericamente poco rilevante era diventato quello che avrebbe potuto fare o disfare i piani e il governo dei Popolari.
"È un onore essere stato il presidente del governo ed è un onore lasciare una Spagna migliore di quella che ho trovato", ha detto in aula Rajoy, nel suo ultimo intervento prima del voto, ottenendo un lungo applauso da parte di chi ha finora sostenuto la sua legislatura. Pochi minuti dopo è arrivato il risultato atteso: la sfiducia per il suo governo.
Con 180 voti a favore, 169 contrari e un astenuto il leader socialista Pedro Sanchez sarà da oggi il presidente del governo spagnolo.

Spagna, nazionalisti baschi voteranno la sfiducia a Rajoy. Al governo potrebbe andare il socialista Sanchez

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Mariano Rajoy sempre più vicino alla sfiducia. La mozione presentata dai socialisti di Pedro Sanchez, al voto in Aula il primo giugno, ha conquistato anche il sostegno del Pnv, il partito degli indipendentisti baschi. Cinque voti che saranno decisivi per la caduta del premier e per la successiva nomina a primo ministro dello stesso Sanchez (come stabilisce la legge spagnola). Ma c’è un’altra ipotesi in campo: se Rajoy dovesse dimettersi prima della sfiducia, rimarrebbe in carica per gli affari correnti per poi portare il Paese a nuove elezioni. Per la terza volta nel giro di due anni e mezzo.
Molti commentatori l’hanno definita “la giornata più lunga” del leader del Pp, travolto nelle scorse settimane dalla “tangentopoli” di Spagna, l’eclatante caso giudiziario che è costato 351 anni di carcere a 29 uomini del suo partito. Rajoy è rimasto in Aula per tutta la mattinata ad ascoltare le dichiarazioni di voto dei partiti di opposizione (e dei suoi ex alleati). “Si dimetta signor Rajoy, la sua permanenza alla guida del governo è dannosa per il nostro paese e un peso per il suo partito”, ha dichiarato il leader socialista Sanchez. “Ci sono stati corrotti nel Partito popolare, è vero, ma il Pp non è un partito corrotto“, si è difeso il premier. Ma i suoi sforzi per tenere in piedi il governo (che comunque non ha la maggioranza al Parlamento di Madrid) sono stati vani: salvo colpi di scena, la mozione di sfiducia potrà contare sui 176 voti necessari per il via libera.

Oltre ai socialisti del Psoe, a mettere la pietra tombale sul governo Rajoy saranno i 5 indipendentisti baschi, 1 17 separatisti catalani, altre formazioni minori e tutto il blocco a sostegno di Podemos, la formazione di sinistra guidata da Pablo Iglesias. Ma è fondamentale anche il ruolo di Ciudadanos, alleato del Pp alla Moncloa, che dopo la sentenza del “caso Gurtel” aveva dichiarato “finita” l’esperienza di governo. I parlamentari guidati da Albert Rivera, infatti, nonostante il voto contrario alla sfiducia dei socialisti si sono detti pronti a presentare un’altra “sfiducia strumentale” per individuare un “premier terzo” in grado di portare il Paese alle urne. Obiettivo: capitalizzare i consensi acquistati negli ultimi mesi (i sondaggi danno Ciudadanos come primo partito) e porsi alla guida della Spagna.
Nel progetto di Rivera c’è però un ostacolo. E si chiama Pedro Sanchez. Se la sfiducia dovesse passare, infatti, il leader dei socialisti sarebbe nominato primo ministro già lunedì. Secondo il sistema spagnolo, infatti, queste mozioni devono essere “costruttive“, devono cioè puntare non solo ad abbattere il capo del governo ma anche a nominare subito il suo sostituto. L’unica carta in mano all’attuale premier Rajoy (su cui spinge anche Rivera), ormai destinato alla sconfitta politica, è quella di annunciare le dimissioni. In questo modo la palla passerebbe al Re, chiamato ad aprire le consultazioni per trovare un nuovo premier. O per andare a elezioni anticipate. Ma Rajoy non sembra intenzionato a farlo.

Madrid revoca l’autonomia alla Catalogna. Rajoy: “Elezioni in sei mesi”. Puigdemont evoca Franco

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http://www.lastampa.it/

Il premier spagnolo Mariano Rajoy, alla presenza di tutti ministri del suo governo per fare il punto sul referendum indipendentista, ha annunciato la decisione di applicare l’articolo 155 della Costituzione, prima volta nella storia della Spagna. «Il governo ha dovuto applicare l’articolo 155 della Costituzionale, anche se non era un nostro desiderio. Questo è un processo unilaterale e contrario alla legge e che ha cercato lo scontro». «Voler imporre ai governanti che si violi deliberatamente la legge non è una richiesta di dialogo, ma un’imposizione» ha detto il premier, aggiungendo che assumerà le competenze del presidente catalano Carles Puigdemont per convocare nuove elezioni. Il governo spagnolo ha infatti deciso di proporre al senato la destituzione di Puigdemont, del vicepresidente Oriol Junqueras e di tutti i membri del Governo.


Puigdemont convoca il Parlament: «Il peggior attacco dall’epoca di Franco»  
La risposta del presidente catalano Carles Puigdemont è arrivata nella serata, quando ha accusato il premier spagnolo Mariano Rajoy di avere portato contro le istituzioni catalane «il peggiore attacco» da quando il dittatore Francisco Franco le abolì dopo la guerra civile del 1936-39. «Non accetteremo l’umiliazione da parte di Madrid». Ha quindi chiesto che il Parlament di Barcellona si riunisca la settimana prossima per esaminare «le misure da prendere» in risposta all’attivazione dell’articolo 155 da parte del governo spagnolo. Questa presa di posizione da parte di Madrid è per Puigdemont «una porta in faccia» alle offerte di dialogo del governo della Catalogna, «non possiamo accettare questo attacco». 

La reazione della piazza catalana  
Secondo la polizia urbana di Barcellona circa 450mila persone hanno partecipato alla grande manifestazione convocata in Paseig de Gracia per chiedere la liberazione dei «detenuti politici» Jordi Sanchez e Jordi Cuixart e denunciare le misure decise questa mattina contro la Catalogna dal premier spagnolo Mariano Rajoy. In un appello rivolto all’Ue i manifestanti hanno denunciato il «colpo di stato» del premier spagnolo e hanno chiesto all’Unione di «aiutare la Catalogna, salvare la Spagna, salvare l’Europa». 
Un testo letto dal palco ha avvertito che «oggi non è morta l’autonomi catalana, è morta la democrazia in Spagna». 

Gli obiettivi del Governo spagnolo  
Al termine del consiglio dei ministri straordinario sulla Catalogna Rajoy ha spiegato gli obiettivi del governo spagnolo: «Abbiamo attivato l’articolo 155 per ottenere quattro obiettivi: ritornare alla legalità; recuperare la normalità e la convivenza comune, elementi che si sono deteriorati; continuare con il recupero economico, indire le elezioni in una situazione di normalità». «La mia volontà è di andare a elezioni il prima possibile, non appena sarà ripristinata la normalità istituzionale - ha aggiunto -. Lo vuole la maggioranza, dobbiamo aprire una nuova fase». Poi la precisazione: «Con queste iniziative non si sospende l’autonomia né l’autogoverno della Catalogna ma si sospendono le persone che hanno messo la Catalogna fuori dalla legge». 

Controllo su polizia, radio e tv  
Madrid prevede di prendere il controllo fra l’altro dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, della Radio-Tv pubblica (Tv3 e Radio Catalunya), grazie all’art. 155. Il governo spagnolo, attraverso i delegati che nominerà in Catalogna, potrà destituire e sostituire i dirigenti di polizia e radio-tv catalane. 


Madrid revoca l’autonomia alla Catalogna. Rajoy: “Recuperare legalità, economia e nuove elezioni entro sei mesi”



http://www.lastampa.it/2017/10/21/esteri/madrid-verso-la-revoca-dellautonomia-alla-catalogna-da-puigdemont-disobbedienza-sistematica-ebVvCDLwo8Q98XnE6Q4doL/pagina.html

Il premier spagnolo Mariano Rajoy, alla presenza di tutti ministri del suo governo per fare il punto sul referendum indipendentista, ha annunciato la decisione di applicare l’articolo 155 della Costituzione, prima volta nella storia della Spagna. «Il governo ha dovuto applicare l’articolo 155 della Costituzionale, anche se non era un nostro desiderio. Questo è un processo unilaterale e contrario alla legge e che ha cercato lo scontro». «Voler imporre ai governanti che si violi deliberatamente la legge non è una richiesta di dialogo, ma un’imposizione» ha detto il premier, aggiungendo che assumerà le competenze del presidente catalano Carles Puigdemont per convocare nuove elezioni. Il governo spagnolo ha infatti deciso di proporre al senato la destituzione di Puigdemont, del vicepresidente Oriol Junqueras e di tutti i membri del Governo. 

Gli obiettivi del Governo spagnolo  
Al termine del consiglio dei ministri straordinario sulla Catalogna Rajoy ha spiegato gli obiettivi del governo spagnolo: «Abbiamo attivato l’articolo 155 per ottenere quattro obiettivi: ritornare alla legalità; recuperare la normalità e la convivenza comune, elementi che si sono deteriorati; continuare con il recupero economico, indire le elezioni in una situazione di normalità». «La mia volontà è di andare a elezioni il prima possibile, non appena sarà ripristinata la normalità istituzionale - ha aggiunto -. Lo vuole la maggioranza, dobbiamo aprire una nuova fase». Poi la precisazione: «Con queste iniziative non si sospende l’autonomia né l’autogoverno della Catalogna ma si sospendono le persone che hanno messo la Catalogna fuori dalla legge». 

“Il 6 e 7 settembre sono stati negati i diritti dell’opposizione”  
«Il governo spagnolo l’11 ottobre ha presentato una richiesta alla Generalitat di rispondere se era stata dichiarata l’indipendenza. Il governo poteva farlo prima, ma abbiamo deciso di agire con prudenza, responsabilità, cercando di produrre una rettifica, ma questa cosa che non è successa - ha chiarito Rajoy -. Qualcuno potrebbe pensare che quello che volevano alcuni era arrivare all’applicazione dell’art. 155». «La cosa più antidemocratica e impressionante è ciò che è successo il 6 e 7 settembre nel parlamento catalano, un evento senza precedenti - ha aggiunto - : sono stati negati i diritti dell’opposizione e nel giro di un quarto d’ora è stato approvato un progetto di legge». 

Impoverimento economia catalana  
Per il premier spagnolo «un altro problema è la contrazione del credito, si produrrebbe un’inflazione sproporzionata che porterebbe ad un impoverimento dell’economia catalana pari al 25-30 per cento del pil che darebbe luogo a una congiuntura insostenibile. Inoltre la Catalogna uscirebbe dall’Ue e dall’organizzazione internazionale per il commercio». «Vogliamo raggiungere la normalità, la concordia tra tutti e lavoreremo perché tutti i catalani, a prescindere dalle loro idee, possano tornare a sentirsi uniti e partecipi di un progetto condiviso di futuro, un progetto che da molti secoli si chiama Spagna».  

Puigdemont responsabile di “disobbedienza ribelle, sistematica e consapevole” 
Per il governo spagnolo il president catalano Carles Puigdemont si è reso responsabile di una «disobbedienza ribelle, sistematica e consapevole» degli obblighi previsti dalla legge e dalla costituzione e ha «gravemente attentato» all’interesse generale dello stato. Lo affermano le motivazioni della richiesta di attivazione dell’articolo 155 (che revoca l’autonomia della Catalogna) all’esame della riunione straordinaria del consiglio dei ministri a Madrid. 

Puigdemont rischia denuncia per ribellione  
La procura generale dello stato spagnolo ha già pronto il testo della denuncia per «ribellione» che presenterà contro il President Carles Puigdemont se nei prossimi giorni sarà dichiarata l’indipendenza della Catalogna, riferisce la stampa di Barcellona. Secondo La Vanguardia la denuncia potrebbe essere accompagnata da una richiesta di arresto per il President. Il codice penale prevede pene fino a 30 anni per questo reato, di cui potrebbero essere accusati anche i ministri catalani. 

FOTO:REUTERS

A Barcellona sfila il popolo unionista: “Siamo un milione”. Rajoy: “Non vi lasciamo soli”


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http://www.lastampa.it/2017/10/08/esteri/a-barcellona-sfila-il-popolo-unionista-siamo-un-milione-rajoy-non-vi-lasciamo-soli-Fm20dDp3BLOhbUjJPCLb7L/pagina.html

La piattaforma unionista Società Civile Catalana (Scc) che ha organizzato la manifestazione di Barcellona contro la secessione ha stimato in circa 950mila i partecipanti alla marcia che si è svolta fra piazza Urquinaona e la stazione di Francia. Per la polizia urbana di Barcellona sono 350mila le persone che hanno partecipato oggi alla grande manifestazione contro l’indipendenza che si è svolta nella capitale catalana.  

«In difesa della democrazia, della Costituzione e della libertà. Preserveremo l’unità della Spagna. Non siete soli». È il tweet del premier spagnolo Mariano Rajoy nel giorno della mega marcia a Barcellona contro la secessione. 

La manifestazione di piazza organizzata oggi a Barcellona per dire no alla secessione dalla Spagna è «la miglior dimostrazione» del fatto che un settore «molto ampio di catalani» è contrario al «colpo di stato» perpetrato con il referendum del 1 ottobre. A spiegarlo oggi in un’intervista alla televisione pubblica lo scrittore premio Nobel per la Letteratura Mario Vargas Llosa, anche lui tra i manifestanti perché, pur essendo peruviano, ha passato diversi anni della sua vita a Barcellona. «Ci sono molti catalani che non si sentono rappresentati dagli indipendentisti», ha detto, «che non vogliono il colpo di stato voluto dal governo locale e che, semmai, pensano che Spagna e Catalogna, unite da cinque secoli, non potranno essere divise da niente e da nessuno». Lo scrittore ha guidato il corteo in cui migliaia e migliaia di persone hanno sfilato dietro lo striscione «Basta! Recuperiamo il buon senso». 

REFERENDUM CATALOGNA, il premier spagnolo Rajoy contro l'indipendenza: "Impediremo che si realizzi"

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Di Salvatore Santoru

Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha ribadito la sua contrarietà all'indipendenza catalana in un'intervista al quotidiano "El Pais".

Come riporta l'ANSA(1), il premier spagnolo ha sostenuto che "il governo impedirà che qualsiasi dichiarazione di indipendenza possa concretizzarsi in qualcosa", e che "La Spagna continuerà ad essere la Spagna e sarà così per molto tempo".

NOTA:

(1)http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/10/07/catalogna-teste-cuoio-a-siti-sensibili_40454bd6-e46c-4aae-a012-d18f5a3ecb7a.html

L'ALLEANZA TRA TRUMP E LA SPAGNA DI RAJOY

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Il patto tra Washington e Madrid

Di Lorenzo Vita
Mentre tutti i governi occidentali si sono affrettati da subito ad appoggiare in modo più o meno evidente Hillary Clinton durante la campagna elettorale, e a fare una maldestra marcia indietro dopo la vittoria di Donald Trump, c’è un governo, in Europa, che ha da subito espresso appoggio al neo-presidente americano: è il governo spagnolo a guida di Mariano Rajoy.
Il leader del Partido Popular, uscito malconcio da un anno di elezioni che hanno consegnato alla Spagna un governo di “larghe intese” con l’appoggio esterno delle opposizioni, non ha mai nascosto la sua capacità di poter dialogare con il tycoon e non ha mai nascosto il suo intento di rendere ancora più salda l’alleanza che lega Madrid a Washington.
Non è un patto ideologico, non sarà un’alleanza culturale, quella che lega il timido Rajoy con l’esuberante presidente degli Stati Uniti, ma un matrimonio di convenienza, che sembra tuttavia nascere con i migliori auspici. Nell’ultima telefonata che è intercorsa fra i due leader, a parte i convenevoli diplomatici del caso, le parole pronunciate da parte di Madrid sono state franche, e sono state molto chiare, sintetizzabili nel seguente modo: la Spagna di Mariano Rajoy vuole essere l’interlocutore privilegiato della Casa Bianca nell’Unione Europea e verso i Paesi dell’America Latina.
Un compito tutt’altro che semplice, ma che al contempo porterebbe la Spagna a ritagliarsi un fondamentale spazio nelle relazioni internazionali, liberandola da quel vuoto che sembra averla avviluppata nel corso degli ultimi anni. Era dai tempi di Aznar che Usa e Spagna non andavano così d’accordo, ed entrambi gli Stati hanno interesse a che questo matrimonio continui.
Trump si è affrettato ad esaltare Brexit e i movimenti euroscettici, ma adesso ha capito che, volente o nolente, l’Unione europea è un corpo con cui prima o poi dovrà entrare in contatto, ed ha necessità di una testa di ponte. Non potrà essere la Germania di Merkel o Schulz, entrambi profondamente avversari delle politiche di Trump e, l’uno o l’altro, futuri cancellieri del Paese che l’America ha da poco tempo messo sotto stretta osservazione per le politiche di manipolazione del denaro. Non potrà essere la Francia, qualora perdesse Marine Le Pen, perché è chiaro che il futuro presidente (se non sarà del Front National) sarà profondamente europeista. Non potrà essere l’Italia, che si barcamena fra governi di scopo, di breve durata, tendenzialmente anemici, incolori e comunque troppo poco stabili. Ed ecco che, in quarta posizione, ad esclusione, spunta l’insospettabile: la Spagna.
Il governo spagnolo offre garanzie solide alla Casa Bianca: è insediato da poco, ma Rajoy governa già da anni; è di stampo conservatore, seppur profondamente edulcorato; in Europa è l’unico Paese amico che offre stabilità e le elezioni, almeno ora, non sembrano vicine; infine, ha da subito teso la mano a “the Donald” mentre il resto del mondo si affrettava a compiangere la mancata elezione della Clinton. In tutto questo, non va dimenticato il profondo legame del Regno di Spagna con le Americhe. Da un lato, gli investimenti spagnoli negli Usa stanno aumentando notevolmente negli ultimi anni, con cifre che si aggirano intorno ai 300 milioni di dollari. Dall’altro lato, i profondi legami diplomatici e culturali della Spagna con l’America Latina e la profonda capacità di incidere sui famigerati “latinos” della propaganda di Trump, concedono al governo iberico un utile marcia in più rispetto agli altri governi europei, sempre meno aperti verso il mondo del Sud America.
Le opposizioni a Madrid hanno chiesto delucidazioni sulla lunga telefonata tra i due leader. La nota della Moncloa, che parla di solida alleanza fra i due Paesi e lotta al terrorismo (la Spagna ha importanti basi Nato sul suo territorio ed è impegnata nell’addestramento dell’esercito iracheno), non ha diradato i dubbi di chi considera, specie tra i socialisti, estremamente sintetica la nota rispetto alla lunghezza del dialogo fra i due leader. Resta però il dato che se la Spagna diventasse effettivamente la testa di ponte fra Washington e Bruxelles, il governo Rajoy avrebbe ottenuto un primo grande successo diplomatico, cioè quello di tornare a contare qualcosa in seno all’Ue e alla Nato dopo anni di oblio dettato da incertezze politiche e crisi economica. Mentre il resto del mondo sembra ancora stordito dall’elezione del nuovo presidente americano e ancora indeciso su come comportarsi, la scaltrezza, questa volta, ha giocato a favore di Madrid ed ha teso un grande aiuto ai sostenitori del pur timido Rajoy.

SPAGNA, RAJOY RINUNCIA ALL'INVESTITURA "NON HO UNA MAGGIORANZA"




http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/spagna-rajoy-rinuncia-a-investitura-tocca-ai-socialisti-provare-a-formare-un-governo-2772cd44-42d3-4b7f-be6e-9711770b4b1c.html

Il premier spagnolo uscente, il conservatore Mariano Rajoy ha rinunciato alla nuova investitura del re Felipe VI dopo le consultazioni del monarca con tutti i partiti. Lo ha reso noto la casa reale. Il partito socialista, come le altre forze di opposizione, aveva rifiutato di sostenere, o di non osteggiare con una benevola astensione, un governo a guida Rajoy. La situazione politica in Spagna quindi si complica. Rajoy, è stato primo ministro dal 2011. Re Filippo VI aveva dato a lui l'incarico di formare un esecutivo in quanto leader del primo partito uscito dalle urne dalle elezioni del 20 dicembre. I voti per Rajoy in parlamento non sono però sufficienti. Ora il tentativo passerà al leader del Psoe Pedro Sanchez, giunto secondo al voto. Terzo partito Podemos di Pablo Iglesias. Rajoy ha confermato questa sera di avere declinato l'offerta di re Felipe di presentarsi per l'investitura al congresso dei Deputati ma ha aggiunto di rimanere "candidato" alla propria successione. "In questo momento non sono in grado di presentarmi all'investitura, ha detto, non solo non ho una maggioranza a favore ma ho anche una maggioranza contro". 

Stanno rovinando la Spagna!



http://systemfailureb.altervista.org/stanno-rovinando-la-spagna/
Nuove agitazioni in 50 città spagnole contro le misure di austerità e rigore del governo Rajoy.
Una protesta a cui partecipano sindacati e organizzazioni di sinistra come anche l’opposizione socialista. I cittadini si lamentano del fatto che il governo taglia sulla sanità e così vengono negati diritti fondamentali. Essi chiedono di non essere loro a pagare i danni provocati dalla crisi economica perchè non sono stati loro a crearla. Ormai sono settimane che si protesta a Madrid e nel resto della Spagna per misure ritenute inaccettabili: secondo i tanti cittadini i diritti sociali sono totalmente calpestati e i sindacati inoltre evocano un’altra giornata di sciopero generale.

Tanti giovani si lamentano del fatto che devono emigrare per cercare lavoro, essi si sentono senza futuro e senza speranze: essi sono indignati perchè il governo non si impegna a migliorare una situazione in cui la disoccupazione è a livelli da record.

La situazione spagnola è drammatica già da tempo come anche quella greca o portoghese o ancora italiana: i governi sembrano inerti davanti ai problemi della crisi economica e davanti alle riforme impopolari chieste dall’Europa.

Governi e classi politiche che stanno operando una vera e propria “macelleria sociale” e dimostrano di essere complici della governance europea espressione dei poteri “forti” delle banche, della finanza e dei mercati.

Una macelleria sociale che sta facendo vittime dovunque nel sud dell’Europa e in Spagna si reagisce protestando a oltranza contro questa situazione insostenibile.

Migliaia di persone continuano a “scendere in piazza” per manifestare la loro indignazione e la loro rabbia a volte degenerando in violenza e a volte in modo pacifico: tante persone che chiedono un categorico “NO” ai tagli e alle misure di austerità che secondo tante persone “stanno rovinando la Spagna”.

Spagna, la tv pubblica torna “politica”: cacciati i giornalisti non allineati con Rajoy

Di Marco Quarantelli
Il velo ha cominciato a scivolarle impertinente, sotto gli occhi di Mahmud Ahmadinejad. Poco prima aveva messo a posto il presidente iraniano che, incalzato, cominciava a dare segni di insofferenza: “Non so qui, ma in Spagna sono i giornalisti a fare le domande”, gli aveva sibilato. Poi l’hijab è sceso completamente, lasciandole scoperta la testa e lei ha lasciato che cadesse. Tenuto a bada uno come Ahmadinejad, un anno e mezzo dopo Ana Pastor, 35 anni, giornalista e conduttrice, si trova a dover fare i conti con i politici spagnoli, altrettanto insofferenti alle domande, che hanno deciso di sostituirla alla guida di Los Desayunos de Tve, popolare trasmissione del mattino. E che stanno mettendo mano nella emittente pubblica Rtve con una purga delle voci ostili al governo Rajoy. La riforma voluta da Zapatero per rendere la tv di Stato indipendente dalla politica è stata smantellata lo scorso aprile e i risultati iniziano a vedersi.
La controriforma è cominciata. Ci ha messo un mese Julio Somoano, nuovo responsabile delle testate giornalistiche, a far sentire che a Rtve i tempi di Zapatero sono finiti. Mentre anche ai piani alti numerosi dirigenti venivano sollevati dai loro incarichi a ritmi vertiginosi, in poche settimane molti volti noti della tv pubblica sono stati sostituiti senza tanti complimenti. Ha aspettato agosto, il direttore, per fare un po’ di pulizia nelle redazioni: solo negli ultimi sette giorni sono stati rimossi pezzi da novanta della tv come Alicia G. Montano, direttore di Informe Setimanal, il responsabile de La noche en 24 horas, Xabier Fortes, e il direttore del Telediario 1 (l’equivalente del nostro Tg1), Josefa Voices Rodriguez. “E se non si fosse dimessa il mese scorso, avrebbero cacciato anche Pepa Bueno”, direttrice del Telediario 2, rivela a El Pais una fonte interna all’emittente pubblica.
Sabato è stato il turno di Ana Pastor. Alle 12 l’azienda annunciava in una nota di cinque righe: “La giornalista ha rifiutato l’offerta fattale dal direttore delle news Julio Somoano di presentare un programma di interviste in fascia notturna”. La risposta arrivava poco dopo via Twitter: “Possono dire quello che vogliono, la verità è che mi hanno fatto fuori perché sono una giornalista e faccio domande, è stata una decisione politica”. Poi i retroscena nel racconto fatto a El Pais: “Somoano mi ha chiamato e mi detto: ‘Perché non fai un programma di interviste?’ Ma non c’era nulla di concreto. Era a disagio e ripeteva di continuo che di qui a gennaio avremmo trovato qualcosa da farmi fare”, fa spiegato la Pastor. “Non dirà mai che è un licenziamento – ha continuato – ma lo è a tutti gli effetti”.
Il fastidio che la Pastor creava negli ambienti del Partito Popolare è documentato. Il portavoce del PP nel comitato di controllo parlamentare su Rtve, Ramon Moreno Bustos, intervistato e messo sulla graticola dalla giornalista, si è vendicato sul suo blog: “Los Desayunos esisteva prima di Ana Pastor e continuerà ad esiste, con notevoli possibilità di miglioramento”. Risale allo scorso anno, invece, lo scontro tra la giornalista e Maria Dolores de Cospedal, segretaria generale del partito di governo. Ventisei aprile 2011: intervistata durante Los Desayunos, Cospedal si scaglia contro la Pastor e le sue domande: “Lei è faziosa, l’informazione della tv pubblica deve essere di un’oggettività cristallina”. Pronta come il cane di un revolver, la risposta della giornalista: “Sono orgogliosa lavorare per Tve in questa fase di libertà dalla politica”, disse la Pastor riferendosi alla riforma della tv voluta da Zapatero.
Ma la libertà è finita. La riforma aveva lo scopo di liberare la tv pubblica dal controllo dei partiti: in base alla legge del 2006, i 12 membri del Cda erano votati sì dalla Camera e dal Senato (4 ognuno), ma con maggioranza dei 2/3 ed erano scelti tra esperti della comunicazione. Stessa cosa per gli altri 4, designati dai sindacati e dal Consiglio Audiovisivo (eletto dal Parlamento con il compito di regolare le frequenze, i costi della tv pubblica, i flussi pubblicitari e la qualità dei programmi). Sei anni dopo, la controriforma del PP. Ad aprile il governo Rajoy ha modificato il meccanismo di elezione del presidente: ora basta la maggioranza assoluta e il direttore viene di nuovo nominato dal governo. E a farne le spese è stata Ana Pastor, la giornalista che spiegò il giornalismo ad Ahmadinejad: “E’ evidente che ai politici non piacciono le interviste scomode: il Partito Popolare ha scatenato una guerra contro di me”.

Fonte:il Fatto Quotidiano

Spagna. Rajoy vuole il carcere per chi organizza proteste, anche su Internet

Spagna protesta
Negli ultimi giorni, sui Twitter spagnoli, uno dei più seguiti hashtag (parole precedute dal simbolo # che servono per segnalare e ricercare particolari tematiche su social network come Google+, identi.ca o Twitter appunto) è #HolaDictadura. Il motivo è che il governo di Mariano Rajoy ha annunciato l'intenzione di imporre un controllo sui social network e convertire in reato penale ogni incitazione o organizzazione di protesta attraverso questi mezzi.
Se l'iniziativa dovesse andare in porto, l'esecutivo di destra del Partito Popolare (PP) potrà perseguire i movimenti sociali e mettere in atto una sorta di detenzione preventiva dei manifestanti. Cosa che a ben vedere già accade, almeno in parte, visto che alcuni giovani sono stati arrestati a Barcellona durante l'ultimo sciopero generale, e attualmente restano in prigione con la motivazione che “podrìan reincidir”, potrebbero essere recidivi, dunque protestare di nuovo.
Proprio gli incidenti del 29 marzo a Barcellona sembrano aver fornito al governo il pretesto necessario per introdurre le nuove norme repressive. È a partire da allora infatti che l'esecutivo, assieme alla Giunta regionale della Catalogna, decise di promuovere riforme legislative per indurire la criminalizzazione di atti che qualificano come "guerriglia urbana" mossi da "gruppi anti-sistema radicali".
Nello spiegare ai giornalisti gli intenti dell'iniziativa, il ministro degli Interni spagnolo, Jorge Fernandez Diaz, ha descritto in anteprima alcune novità introdotte dalla riforma. Chiunque sia sorpreso a svolgere azioni che mirano ad "alterare gravemente l'ordine pubblico" potrà essere accusato di "coinvolgimento in organizzazione criminale".
Saranno parimenti considerate dei crimini le azioni che “si decidono attraverso qualsiasi mezzo, Internet o i social network, tese ad agire in modo coordinato per alterare l'ordine pubblico e provocare disordine con tecniche di guerriglia urbana”. “La sanzione minima per queste persone – ha continuato il ministro - sarà di due anni, di modo che i pubblici ministeri possono chiedere la detenzione preventiva e i giudici, nel caso, accordarla".

E non finisce qui. La riforma dell'esecutivo va ben oltre, e prevede anche l'introduzione del reato di disordine pubblico per chi faccia ingresso in edifici pubblici senza autorizzazione, "come nel caso delle occupazioni di agenzie e università, o per chi vi impedisca l'accesso, o infine chi produca danni, interruzioni o disturbi al regolare svolgimento di qualsiasi servizio pubblico". Tutte azioni comuni durante gli scioperi, quando si fa 'picchettaggio informativo' all'ingresso delle istituzioni o si bloccato gli accessi alle stazioni ferroviarie o alla metropolitana.
Un'altra iniziativa promossa dal governo è quella di includere fra i reati di violazione dell'autorità la resistenza attiva o passiva alle forze dell'ordine; un reato che se fosse stato in vigore durante la nascita del movimento degli indignados avrebbe permesso lo sgombero immediato di tutte le piazze di Spagna.
Ora, se analizziamo il provvedimento che il governo spagnolo si è detto intenzionato a prendere, ci accorgiamo che ci sono due aspetti della questione altrettanto preoccupanti. Il primo, più immediato, è relativo alle restrizioni del diritto di protestare, alla volontà di impedire ai cittadini di manifestare il proprio dissenso in forma organizzata
Ma è forse il secondo aspetto che deve far preoccupare di più gli spagnoli. Misure del genere, infatti, possono anche essere lette come una protezione preventiva da parte del governo in vista di prossime riforme difficili da sostenere per la popolazione. Chi si appresta dall'alto a calare la scure deve prima accertarsi che chi sta 'sotto' non abbia modo di difendersi, magari ribaltare la situazione. In quest'ottica le norme repressive che l'esecutivo dichiara di voler adottare potrebbero essere solo un mezzo per facilitare l'introduzione di misure ben più dure.
A.D.

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/crisi/spagna_rajoy_proteste_internet.html

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