Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Multinazionali. Mostra tutti i post

Dieselgate, Volkswagen condannata a pagare una multa di 135 milioni di euro al Canada



La Volkswagen è stata condannata a pagare una multa di 196,5 milioni di dollari canadesi, pari a circa 135 milioni di euro, per lo scandalo Dieselgate.
La sentenza è arrivata da un tribunale di Toronto, dopo che la casa tedesca aveva ammesso di aver violato 60 norme canadesi sull’ambiente. Lo scorso dicembre, la Volkswagen era stata accusata di aver importato 128 mila veicoli in Canada. Auto che non rispettavano i limiti sulle emissioni stabiliti dalle legge del Paese, così come già riscontrato nelle indagini che hanno travolto l’azienda negli Stati Uniti.

MITTAL, IL VOLTO NASCOSTO DELL’IMPERO


Di Francesco Cecchini

L’acquisto dell’Ilva da parte dell’ Arcelor Mittal è stata un disastro, che ancora continua.
A Taranto l’ Associazione PeaceLink, Isde Massafra, Giustizia per Taranto, Associazione Giorgio Forever, Palazzo Ulmo, FLMUniti-CUB Taranto hanno organizzato la proiezione del documentario Mittal, il volto nascosto dellImpero, che racconta l’ascesa di Lakshmi Mittal nel capitalismo modiale, esplorando i meccanismi di funzionamento della maggiore multinazionale mondiale dellacciaio e la biografia economica del suo capo.

Attraverso testimonianze dirette di dirigenti ed ex dirigenti del gruppo, uomini daffari, economisti, giornalisti specializzati, politici e sindacalisti, il regista, Jérôme Fritel, ha raccontato questa vicenda. Le attività di Lakshmi Mittal, un indiano di origine parsi, iniziano in India a metà degli anni 70, quando entra nell’azienda famigliare specializzata nella commercializzazione del rottame e ne ampia l’attività nella produzione di beni siderurgici. Approfitta della svendita di industrie siderurgiche di ex paesi socialisti. Nel 1995 acquisisce dal governo del Kazakistan la Karmet Steel, a sua volta proprietaria di uno dei più grandi stabilimenti siderurgici dellex URSS: quello di Temirtau. Comprimendo i costi ed esasperando i ritmi produttivi, Mittal riesce a prodotti di qualità medio-bassa a prezzi molto concorrenziali: una combinazione perfetta per le esigenze dei consumatori dei paesi emergenti, la cui domanda di beni siderurgici nel corso del decennio successivo è destinata a crescere a ritmi rapidissimi.
 In quello stesso frangente Mittal acquisisce imprese anche in Germania dellEst, Polonia, Repubblica Ceca e Romania, consolidando la sua presenza sui mercati dellex blocco sovietico. Lacquisto della Karmet Steel rivela i tre aspetti fondamentali del modello Mittal: 1) una gestione delle attività votata alla massimizzazione del profitto nel breve periodo, che garantisce significativi dividendi agli azionisti; 2) solidi rapporti con la comunità finanziaria che trova buoneo pportunità di investimento; 3) legami disinvolti con la politica, che consentono a Mittal di fare affari in un mercato dove il rapporto fra imprese e governi è stretto, considerato il ruolo strategico della siderurgia in ogni economia nazionale. 

Allinizio degli anni 2000 Mittal punta al mercato statunitense ed ha bisogno dell’ appoggio degli operatori di Wall Street che controllano le principali società siderurgiche USA. Nel 2005 Mittal si accorda con Wilbur Ross e compra Bethlem Steel e la U.S. Steel. Il principio sul quale convergono è reso chiaro da Wilbur Ross stesso: lobbiettivo dellimpresa è creare valore per gli azionisti ed è quello che ispira l’attività di Mittlal, che si beneficia del rapporto con la grande finanza per alimentare ed espandere il suo impero, mentre gli investitori godono dei lauti dividendi distribuiti dalle aziende del gruppo. Ciò introduce inevitabilmente delle condizioni precise allazione dellimpresa sia nella gestione delle sue attività che nel rapporto col mercato.
Mittal infatti responsabilizza al massimo i suoi dirigenti, al punto da renderli a loro volta mprenditori, la cui carriera viene fatta dipendere strettamente dai risultati economici realizzati dagli impianti che dirigono. Al di là della retorica aziendale, questo implica un drastico ridimensionamento delle prospettive gestionali: come denuncia Philippe Lamberts, europarlamentare belga del gruppo verde, lorizzonte delle imprese di Mittal è il singolo trimestre. Tale indirizzo condiziona gli investimenti la cui priorità è il guadagno degli azionisti nel breve periodo.
Nel rapporto col mercato, lobiettivo di massimizzazione dei profitti porta Mittal a costruire una posizione di dominio, quasi da monopolista.
 Completa, a monte, lintegrazione verticale del gruppo, acquistando miniere in diverse parti del mondoe finendo così per inglobare lintera filiera produttiva: dal minerale al prodotto finito ; al contempo, cerca di estendere ulteriormente lintegrazione orizzontale lanciandosi nellacquisizione dei principali concorrenti. Sotto questo profilo, loperazione più importante — di portata epocale per lintero settore — è la scalata ad Arcelor, il colosso europeo dellacciaio costituito nel 2002 dalla fusione fra la lussemburghese Arbed, la spagnola Aceralia e la francese Usinor. Arcelor è il concorrente numero uno di Mittal: nel 2005 i due gruppi si contendono lacquisizione dellucraina Kryvorizhstal, vince Mittal. Lo scontro diventa frontale. Mittal propone ai dirigenti di Arcelor unintesa, ma questi rifiutano per differenze culturali come afferma il presidente di Arcelor, Guy Dollé.
Mittal inizia l’azione per acquistare Arcelor. E il 2006 e Mittal ha l’appoggio della grande finanza, e di capi di Stato e di governo dei paesi europei coinvolti nelloperazione, come il presidente francese Jacques Chirac e il primo ministro lussemburghese Jean Claude Junker . Questultimo cede per pressioni della finanza dalla quale leconomia lussemburghese dipende in quanto paradiso fiscale e per la proposta di Mittal di stabilire a Lussemburgo la sede dellintero gruppo, poiché le tasse sono poche. Seguono rapporti anche altri governi europei, ai quali Mittal promette investimenti e salvaguardia dei livelli occupazionali. Nellestate del 2006, Mittal acquista Arcelor e diventa Arcelor Mittal. 

La fase felice fra Mittal e l’Europa non dura molto. Con la crisi economica mondiale e la sovracapacità nel mercato siderurgico mondiale edeuropeo il modello Mittal scricchiola. Il crollo della produzione e del fatturato infatti mettono a rischio i rendimenti e la fiducia degli investitori. Mittal risponde in maniera drastica, tagliando gli stabilimenti ritenuti marginali, tra i quali Grandrange e Florange in Francia, Liegi e Charleroi in Belgio, scatenando la protesta operaia. E qui si inserisce la vicenda dell’Ilva di Taranto ed il fatto che coloro che l’hanno venduta a Mittal non avevano, per ignoranza o malafede, ben analizzato la sua storia, passata e, innanzitutto, recente.
Il link con il trailer del documentario è il seguente:
https://www.youtube.com/watch?v=xysBEnOQ2ZQ

Quando La Bayer(al tempo parte del conglomerato della IG Farben) acquistava "Lotti Di Donne" da Auschwitz per usarle come cavie per testare nuovi farmaci


Sotto il regime nazista, Bayer, allora sussidiaria del consorzio chimico IG Farben, condusse molti esperimenti medici sui deportati che riusci' a ottenere dai campi di concentramento.

Ecco alcuni estratti da cinque lettere inviate dalla Casa Bayer al comandante di Auschwitz, pubblicate sul Resistant Patriot nel Febbraio 1947:

Le lettere, trovate alla liberazione di Auschwitz dall'Armata Rossa, risalgono all'Aprile-Maggio 1943. 

Prima lettera: "Stiamo progettando di sperimentare un farmaco soporifero, sarebbe possibile metterci a disposizione alcune donne? E a quali condizioni, comprese le formalita' concernenti il trasporto nel caso queste donne facciano al caso nostro?".

Seconda lettera: "Abbiamo ricevuto la vostra lettera. Considerando esagerato il prezzo di 200 marchi ve ne offriamo 170 per capo. Ci servono 150 donne".

Terza lettera: "D'accordo per il prezzo convenuto. Preparateci un lotto di 150 donne sane che noi manderemo a prelevare quanto prima".

Quarta lettera: "Abbiamo a disposizione il lotto di 150 donne. La vostra richiesta e' stata soddisfatta nonostante i soggetti siano indeboliti e smunti. Vi terremo informati sui risultati degli esperimenti".

Quinta lettera: "Non e' stato possibile concludere gli esperimenti. I soggetti sono morti. Vi scriveremo presto per chiedervi di preparare un altro lotto".

Anche IG Farben, il consorzio Bayer, forniva ai nazisti lo Zyklon B e sfruttava in maniera massiccia la forza lavoro dei campi di concentramento nelle sue fabbriche.

Condannato per crimini contro l'umanita' a Norimberga e poi sciolto, IG Farben ha ancora uno status legale, nonostante il suo smantellamento tra Bayer, BASF e Hochst. 


Seria A, non solo campo: la guerra degli sponsor

                                                 
                                                            INFORMARE X RESISTERE
Esiste la lotta per lo Scudetto, per un posto in Champions League e chi sogna l’Europa. Poi ci sono le squadre di mezzo, capaci di entrare nella parte sinistra della classifica o di ottenere una tranquilla permanenza nel massimo campionato: infine, chi lotta per la salvezza con le unghie e i denti sino all’ultimo secondo dell’ultima giornata di campionato. Non c’è però solamente il campo, anzi: tutto parte da quello che accade fra i corridoi e i tavoli delle trattative, degli sponsor in primis. Parliamo in particolare di quelli tecnici, che finiscono con il loro nome sulle maglie, dietro il quale si celano interessi enormi.
Nike vs Adidas. Questa è l’eterna sfida in ogni campo tra i due colossi di riforniture sportive. Che si tratti di sport e non, calcio o tennis, basket o qualsivoglia sport sono loro due a contendersi lo scettro. E neanche a farlo apposta ma gli ultimi otto scudetti consecutivi della Juventus portano in quattro casi la firma Nike, nel primo periodo Conte e poi Allegri e negli ultimi quattro la firma Adidas. Quest’ultimo però trovò il successo anche nel 2011, con il Milan, mentre l’anno precedente l’Inter firmata Nike realizzò il Triplete. Dunque, una decade equamente distribuita tra i due marchi più noti al mondo nel campo dell’abbigliamento sportivo.
La vittoria recente del Liverpool ha portato in evidenza la New Balance, così come nel mondo del tennis hanno fatto Djokovic prima e Federer poi, col suo clamoroso passaggio da Nike a Uniqlo per un contratto faraonico e pluriennale con la casa giapponese. In Serie A la Nike perde l’Atalanta, che si accasa con la Joma, la quale già vestiva Sampdoria e Torino, facendo dunque il suo ingresso in Champions League, a seguito della storica qualificazione strappata dagli orobici lo scorso anno.
Curiosità. Una sorpresa è notare come la media gol migliore negli ultimi anni vesta Joma con 2.75 reti a match, di poco superiore a Nike con 2.74: segue Kappa con 2.73 mentre un po’ più attardata Adidas con 2.61. In merito alle curiosità della stagione in corso non si può non citare quella del Lecce: i salentini hanno deciso di avvalersi del proprio sponsor M908, con le maglie prodotte in Cina ad opera della società giallorossa.
Record poco invidiabile della Errea, lo sponsor tecnico è finito sulle maglie di ben cinque club retrocessi negli ultimi dieci anni, una più di kappa e due più di Givova e Joma. Di recente Puma è passata a vestire il Milan, nella speranza che una resurrezione dei diavoli rossoneri possa portare in alto un brand e marchio molto importante: il progetto è ambizioso, ma quest’anno la società di Elliot non potrà portare il proprio sponsor tecnico oltre i confini italici, a causa dell’esclusione dall’Europa League per mano della Uefa.

Il governo vuole combattere l’evasione delle partite Iva, ma non tocca le multinazionali


                                                 LINKIESTA

La via dell'inferno fiscale italiano è lastricata di buone intenzioni. Si potrebbe riassumere così la polemica degli ultimi giorni sulla Manovra. Mancano i dettagli nero su bianco, ma già dal documento programmatico di bilancio, il governo ha fatto capire che aumenterà in modo indiretto le imposte ai lavoratori autonomi per recuperare un po' di gettito: 250 milioni il prossimo anno e 1,8 miliardi nel 2021. E lo farà in due modi. Primo, non manterrà la promessa di applicare dal 2020 il regime forfettario al 20% per i lavoratori autonomi che dichiarano tra i 65 mila e i 100 mila euro. Secondo: toglierà la possibilità di fare la detrazione automatica per chi dichiara tra i 30 mila e 60 mila euro. Tradotto: più obblighi e scartoffie per i liberi professionisti e freelance che per abbattere il proprio imponibile dovranno provare di aver sostenuto le spese necessarie a compiere il proprio lavoro. La buona intenzione era combattere l’elusione fiscale ed eliminare gli effetti distorsivi della legge voluta dal governo Lega-M5S che ha costretto il passaggio di molti lavoratori dipendenti alla partita Iva per risparmiare di più. La via dell'inferno sarà quella del fisco italiano sempre più complicato per i lavoratori autonomi che non guadagnano cifre da capogiro e lottano ogni giorno contro la burocrazia. «Sembra di essere tornati alle demonizzazioni dei piccoli commercianti. Si evidenziano i loro difetti per coprire quelli dei soggetti più grandi. Per fortuna che due azionisti del governo, Di Maio e Renzi hanno posto attenzione a questi temi» , spiega a Linkiesta Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato. «Confidiamo molto nel 27 ottobre e nel 26 di gennaio, cioè nelle elezioni in Umbria ed Emilia Romagna. Speriamo che il timore di perdere i voti li dissuada ad andare avanti su questo percorso».
Ecco Fumagalli, che cosa non le piace della manovra? 
Una legge di Bilancio che su 30 miliardi ne dedica 23 a evitare l'aumento automatico dell’Iva sembra un provvedimento da “pari e patta”. Non si può parlare di manovra espansiva, e invece questo Paese che cresce di uno zero virgola ne avrebbe tanto bisogno.
Eppure questo Governo è nato proprio per evitare l’aumento automatico dell’Iva. 
Guardi, quando c’era lo scorso Governo noi siamo stati gli unici a dire che le clausole di salvaguardia non devono essere un tabù. L’abbiamo detto sia al Viminale da Salvini che a Conte a Palazzo Chigi, perché se le risorse sono poche a disposizione non si possono mettere tutte su questo vincolo. Non abbiamo mai pensato a un aumento automatico selvaggio, quanto a un ritocco. E come vede questo Governo lo ha fatto parlando di rimodulazione. Ma il problema è un altro.
Quale?
Nel documento programmatico di bilancio c’è scritto che oltre 7 miliardi arriveranno come ricavo dalla lotta all’evasione fiscale. Una battaglia che noi di Confartigianato supportiamo come tutti gli altri. Però non con la versione intravista fino a qui e le parole d’ordine finora utilizzate. Speriamo di essere smentiti presto dal Governo, ma fin quando si darà la colpa solo all’idraulico, al parrucchiere, al commerciante e al ristoratore, non andremo da nessuna parte. E sto citando le categorie tirate fuori dai giornali nelle ultime settimane.
Secondo lei c’è un accanimento verso i commercianti? 
Come mai non si parla più di web tax? Perché non si denuncia l’esistenza scandalosa di alcuni paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea. Sa qual è la massima ambizione di una piccola impresa o di una partita Iva? Avere il livello di tassazione dei giganti del Web. Se un artigiano potesse avere la pressione fiscale che hanno i vari Google, Facebook ed Apple farebbe festa per un mese.
Se n’è parlato poco, è vero, ma dal 1 gennaio sarà applicata un’aliquota del 3% sui ricavi oltre 750 milioni delle multinazionali digitali. 
Vedremo, perché servirebbe un accordo anche a livello europeo. Ma allora occupiamoci anche delle prime cento aziende italiane, già che ci siamo. Quante hanno la sede fiscale in Italia? Se l’artigiano avesse la pressione fiscale delle multinazionali italiane, magari non farebbe festa un mese, ma una settimana sì. Guardate che la lotta all’evasione è una cosa seria. E deve essere affrontata in tutti gli aspetti che la determinano. Se ci si limita solo alla questione del contante, la deducibilità delle spese ordinarie dell’idraulico non va bene. Il Governo nega di voler contrastare solo l’evasione da sottofatturazione, che è quella dei piccoli, ma in realtà gli strumenti previsti dal Nadef si concentra tutto lì.
Come la decisione del Governo di non applicare dal 2020 il regime forfettario al 20% per i lavoratori autonomi che dichiarano tra i 65 mila e i 100 mila euro?
Esatto. C’è stato uno scandaloso cambio di destinazione delle risorse. Perché il provvedimento del governo gialloverde prevedeva 2,1 miliardi nel triennio per ridurre il carico fiscale a un pezzo importante del sistema produttivo e dei servizi italiani: la fascia di imprese con ricavi tra 65mila e 100mila euro. Aver eliminato la sua applicazione è un errore strategico.
Perché? 
Perché se il nuovo Governo ci avesse detto che il problema era la tassa piatta lo avremmo capito. Però potevamo restare con le modalità di rimodulazione legate alle curve e agli scaglioni Irpef dedicate alla stessa platea. Invece l’hanno cambiata di colpo. I 2,1 miliardi dedicati ai titolari di partita Iva e piccola impresa con ricavi compresa in quella fascia sono spariti. E quei soldi sono stati usati per ridurre le imposte sui lavoratori dipendenti. Il cuneo fiscale per intenderci, quella parolina magica sotto cui nessuno va mai a vedere cosa c’è. Almeno si assumessero la responsabilità di dire che l’hanno tolto per darlo ad altri. Il problema è che è una guerra tra poveri e lascia fuori i grandi soggetti.

Anche l’idea di sanzionare i commercianti che non fanno pagare con il Pos è una guerra tra poveri? 
L’idea di una doppia tassa: 30 euro, aumentata del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento con mezzi elettronici è una leggerezza. Basta vedere l’opposto: come è stata gestita con successo la fatturazione obbligatoria universale. Con i precedenti governi, noi di Confartigianato avevamo ottenuto che almeno durante la prima applicazione nessuno fosse sanzionato. Sei milioni di persone che di colpo passano alla fatturazione obbligatoria è una roba che ci aspetteremmo di vedere in Giappone o Corea del Sud. Da noi è stato un successo e sa perché?
Ce lo dica. 
Perché abbiamo accompagnato i nostri associati nell’applicazione senza demonizzarli. E nessuno ha detto bah perché il processo è stato portato avanti senza isterismi. E ora oltre la fatturazione elettronica dal primo gennaio ci sarà anche la telematizzazione degli scontri e delle ricevute istantaneamente note al fisco. Quale diavolo può essere il passaggio ulteriore? Un finanziere per ogni azienda? Il gioco non vale la candela, i costi sarebbero più dei benefici. La lotta all'evasione sta prendendo una brutta piega. Sembra di essere tornati alle demonizzazioni che evidenziando alcuni coprono altri.
Però per bilanciare il Governo sta pensando di abbassare le commissioni per i commercianti che usano il Pos.
Purtroppo non riguarda tanto il Governo. Dietro l’applicazione delle commissioni sul Pos ci sono due tre grandi soggetti internazionali. E a dire il vero è l’aspetto che mi preoccupa di meno perché i veri nemici di queste multinazionali, sono già le nuove modalità di pagamento elettronico che soppianteranno le commissioni. Tra cinque anni le carte di credito saranno pezzi di antiquariato.
A proposito di antico, il Governo sta pensando di ripristinare il limite del contante da tremila a mille euro, come ai tempi del governo Monti. 
Mi affido alle parole di un insospettabile come Vincenzo Visco che ha detto: "Si può fare molto più evasione taroccando i bilanci che con l'uso del contante.
Ci sarà qualcosa che vi soddisfa della Manovra. 
Il pacchetto di industria 4.0 ci piace in generale, e ancora di più nell'ultima versione della scorsa legge di bilancio che ha introdotto anche delle graduazioni. Ovvero più piccola è l’impresa più usufruisce delle agevolazioni. È un principio sancito dall'Unione europea con lo small business act: gli interventi si riducono nell'intensità delle agevolazione al crescere della dimensione dei soggetti.
La scorsa settimana ha incontrato il ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli per chiedergli di cambiare gli ecobonus ed ecosisma. Cosa non vi convince?
Lo scorso Governo aveva previsto che ogni cittadino avesse la possibilità di adire alle agevolazioni eco bonus legato alla riduzione dei consumi energetici. Ma anziché dedursi in dieci anni lo sconto del 50% o dell’85% nel caso massimo del sisma bonus, qualcuno del Governo ha pensato di dare una potente spinta al mercato. E così hanno tolto la detrazione in dieci frazioni in dieci anni e al loro posto hanno dato al consumatore la possibilità di pagare direttamente la metà. Senza detrazioni o altro. Una ratio incomprensibile.

Facciamo un esempio per capire. 
Mettiamo che un cittadino paghi 100 per cambiare gli infissi. Prima si spendeva 100 e in 10 anni si detraeva il 10% ogni anno. Ora con l’ecobonus del governo il cittadino paga direttamente 50. Il paese dei balocchi per i consumatori ma anche per lo Stato visto che non aggrava nulla sul bilancio pubblico. Peccato che c’è un soggetto terzo che va a gambe all’aria: gli installatori che cambiano gli infissi che per legge possono dedurre in cinque anni rispetto a quello che devono versare. Ma un’azienda piccola di infissi già se ha due o tre clienti non ci sta con i conti. Mentre le grandi aziende con importanti partite fiscali possono aspettare tempo senza problemi prima di compensare. E a quel punto si prendono anche il mercato. Lo ha riconosciuto anche l’Autorità Garante della Concorrenza e Mercato.
Cosa vi ha detto il ministro Patuanelli? 
Che cercherà la quadra. Sarà difficile tutelare il bilancio dello Stato, i consumatori e gli installatori con il poco che c’è. L’ultima volta che qualcuno ha moltiplicato i pani e i pesci è successo a Cana qualche millennio fa.

Adidas produce scarpe con la plastica recuperata dagli oceani. Già venduti un milione di paia


Sono già 4 anni che Adidas, il noto colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, adotta misure per ridurre l’inquinamento degli oceani riciclando i rifiuti di plastica delle spiagge e degli oceani nei panni, e poiché i consumatori hanno risposto bene nell’ acquisto di questa tipologia di prodotti,  la società ha deciso di fare un salto di qualità.



Ha prodotto e venduto circa un milione di paia di scarpe realizzate con plastica oceanica riciclando ben 11 milioni di bottiglie.
E’ infatti possibile realizzare un paio di scarpe con sole 11 bottiglie.
Nel 2017 sono state riutilizzate più di 5,5 milioni di bottiglie di plastica per produrre un milione di scarpe ecosostenibili” ha affermato il cEO di Adidas Kasper Rorsted.


I rifiuti di plastica riciclati vengono trasformati in un filato che da allora è diventato un componente chiave del materiale superiore delle calzature Adidas. Oltre alle scarpe, l’azienda lo ha anche utilizzato questo filato per realizzare le prime maglie da calcio ecosostenibili indossate da squadre famose in tutto il mondo.

Già dal 2015 il produttore di articoli sportivi ha iniziato a realizzare le scarpe in collaborazione con il gruppo ambientalista Parley for the Oceans, usando rifiuti di plastica intercettati sulle spiagge, come le Maldive, prima che potessero raggiungere gli oceani.
Parley for the Oceans è un’organizzazione che cerca di eliminare l’inquinamento plastico nei corsi d’acqua del mondo.
Siamo estremamente orgogliosi che Adidas si unisca a noi in questa missione e sta mettendo la sua forza creativa dietro questa partnership per dimostrare che è possibile trasformare la plastica oceanica in qualcosa di interessante“, ha detto Parley, fondatore dell’ organizzazione.
Per la produzione di queste scarpe inoltre, l’azienda ha ridotto anche l’impatto ambientale:
Continuiamo anche a migliorare le nostre prestazioni ambientali durante la produzione“, ha affermato Gil Steyaert, responsabile delle operazioni globali. “Questo include l’uso di materiali sostenibili, la riduzione delle emissioni di CO2 e la prevenzione dei rifiuti.
Solo nel 2018, abbiamo risparmiato più di 40 tonnellate di rifiuti di plastica nei nostri uffici, negozi al dettaglio, magazzini e centri di distribuzione in tutto il mondo, sostituendolo con soluzioni più sostenibili“.
Questa tipologia di scarpe è disponibile sia dai rivenditori Adidas sia online su Amazon, ma non possono considerarsi molto economiche. In base al modello scelto il prezzo si aggirerebbe intorno ai 100 Euro al paio, ma il prodotto è stato finora ben accolto dai consumatori sia per la qualità che lo contraddistingue, sia per la provenienza.
L’abbigliamento e le scarpe firmati Adidas Parley, realizzati con plastica oceanica sono disponibili a questo link.
(Fonte foto: Parley for the oceans)

Oppioidi, in Oklahoma la prima sentenza contro Johnson e Johnson


Di Cristina Da Rold

Lunedì scorso Thad Balkman, giudice quarantottenne dell’Oklahoma ha decretato che Johnson & Johnson aveva intenzionalmente minimizzato i pericoli dell’uso di farmaci oppioidi per la salute, ordinando all’azienda di pagare allo stato 572 milioni di dollari di risarcimento. Nella sentenza si legge che Johnson & Johnson aveva promulgato “campagne di marketing false, fuorvianti e pericolose” che avevano causato tassi di dipendenza in modo esponenziale e morti per overdose e bambini nati già esposti a oppioidi. Si tratta del primo processo a un produttore di farmaci per la distruzione provocata dagli antidolorifici prescritti.
L’importo è molto inferiore alla sentenza di 17 miliardi di dollari che l’Oklahoma aveva richiesto per il trattamento della dipendenza, e il giudice ha affermato che ci vorranno 20 anni per riparare al danno causato dall’epidemia di oppioidi. Nel frattempo – dichiara Balkman – 572 milioni di dollari dovrebbero bastare per pagare per un anno i servizi necessari per combattere l’epidemia in Oklahoma.
Si tratta in ogni caso di un momento di svolta enorme, che incoraggia le oltre 2.000 cause legali per oppiacei in corso in tutto il paese di perseguire una strategia legale simile a quella dell’Oklahoma. Nonostante tutto l’azienda produttrice non si abbatte. Come riporta il New York Times, Sabrina Strong, avvocato di Johnson & Johnson ha dichiarato: “Abbiamo molti validi motivi di appello e intendiamo perseguirli con forza”.

L’emergenza oppiodi negli Stati Uniti

I dati – per esempio quelli contenuti nel World Drug Report delle Nazioni Unite – autorizzano a parlare di una vera e propria epidemia di morti da overdose in corso negli Stati Uniti. Nel 2016 si era registrato un picco di quasi 60mila morti per overdose, quattro volte quelle del 2000. Una delle ragioni principali di questa diffusione incontrollata è la dipendenza dai molti farmaci usati per controllare il dolore che sono appunto a base di oppiacei, come fentanile, ossicodone e idrocodone.
Con il nome di analgesici oppioidi si intendono gli alcaloidi naturali dell’oppio (morfina, codeina e tebaina), o i loro derivati di sintesi, come fentanil o metadone. Usate sotto stretta prescrizione, queste sostanze sono importantissime per contenere la percezione del dolore. Pensiamo per esempio alla morfina per i malati di cancro. Qui però stiamo parlando di farmaci molto più potenti. Il fentanyl per esempio, che è in commercio come analgesico, è fino a 100 volte più potente della morfina e fino a 40 volte più forte dell’eroina.
È evidente che questi farmaci, se assunti ad alti dosaggi e con un uso continuato e fuori controllo, provocano problemi rilevanti per la salute, per esempio respiratoria, specie se vengono assunti in combinazione con gli alcolici o altri farmaci e droghe. Senza contare le conseguenze della dipendenza psichica, caratterizzata da un comportamento compulsivo del paziente che necessita di assumere il farmaco con regolarità.
Sempre il New York Times calcolava che l’epidemia di oppioidi avrebbe superato il tasso di crescita dell’epidemia di AIDS degli anni novanta. Non solo: nel 2016 – annus horribilis – i morti per overdose erano più di quelli da arma da fuoco e da incidente stradale. Secondo i dati raccolti da una studiosa del fenomeno, Shannon Monnat, nel 2016 sarebbero stati 95 milioni gli americani che avrebbero consumato antidolorifici e due milioni sarebbero i cittadini dipendenti da oppioidi da prescrizione. L’Oklahoma ha sofferto potentemente di questa epidemia. Sempre secondo quanto riporta il NYT, l’ufficio di Mike Hunter, il procuratore generale dell’Oklahoma, avrebbe registrato fra il 2015 e il 2018 ben 18 milioni di prescrizioni di oppiacei in uno stato con una popolazione di soli 3,9 milioni di abitanti. Dal 2000, sempre secondo Hunter, circa 6.000 persone sarebbero morte in Oklahoma per overdose da oppiacei, mentre altre migliaia lottano per uscire dalla dipendenza.
Un recente report del National Safety Council americano mostra che l’overdose accidentale da oppioidi è al quinto posto nella classifica delle morti prevenibili, prima della probabilità di morire per incidente d’auto.

Le accuse a J&J

Durante il processo, Johnson & Johnson ha affermato che la colpa dell’epidemia non può essere attribuita a un’azienda con vendite così modeste, i cui farmaci sono stati approvati e rigorosamente regolati dalle agenzie statali e federali. Tuttavia, il giudice Balkman ha affermato che Johnson & Johnson avrebbe avuto un impatto fuori misura sull’epidemia dello stato, sebbene la sua quota di vendite di oppioidi fosse appena l’1% del mercato. L’azienda aveva infatti stipulato un contratto con i coltivatori di papavero in Tasmania, fornendo il 60% degli ingredienti di oppiacei che le compagnie farmaceutiche usavano per produrre oppioidi come l’ossicodone, e commercializzava aggressivamente oppioidi per medici e pazienti come sicuri ed efficaci. Una sussidiaria di Johnson & Johnson, Janssen Pharmaceuticals, produceva inoltre i propri oppioidi. “Johnson & Johnson – si legge sempre sul NYT – si è impegnata in un marketing falso, ingannevole e fuorviante, ha dichiarato Abbe R. Gluck, che insegna politica sanitaria e diritto alla Yale Law School”. Dal 2000 al 2011, i membri del personale di vendita di Johnson & Johnson avrebbero effettuato circa 150.000 visite ai medici dell’Oklahoma, concentrandosi in particolare su prescrittori di alto volume.

E in Europa?

Il problema dell’abuso di oppioidi non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa, anche se le dimensioni sono molto più contenute, e al momento l’Italia non sembra essere particolarmente interessata dal problema. Ma potrebbe diventarlo. Nell’ultimo rapporto disponibile dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed), si registra per l’Italia un incremento nelle prescrizioni degli oppioidi in termini di variazione del rapporto della defined daily dose (DDD) per gli alcaloidi oppiacei, per gli oppioidi derivati dalla fenilpiperidina, come il fentanyl), e per gli altri oppioidi. La stessa crescita si registra anche per i farmaci usati nella terapia del disordine da uso di sostanze oppioidi, come metadone e buprenorfina.
Secondo quanto riporta un position paper della Società Italiana di Farmacologia, in Europa un adulto su cinque è affetto da dolore cronico di intensità da moderata a severa, ma la maggior parte dei pazienti non sarebbe seguito da specialisti della Terapia del Dolore e il 40% di essi non ha un’adeguata gestione del dolore. L’Italia in questa triste classifica è al terzo posto in Europa, con il 26% della popolazione adulta che soffrirebbe di dolore cronico.

Monsanto schedava giornalisti e politici: la procura francese apre un’indagine


Di Marco Paretti

La procura di Parigi ha aperto un'inchiesta preliminare sulla Monsanto in seguito alle rivelazioni di Le Monde e France 2 riguardanti la schedatura di centinaia di personalità tra giornalisti, politici e scienziati schierati nella discussion su glifosato, OGM e pesticidi. La registrazione di queste persone, spiega Le Monde, è stata portata avanti dall'agenzia di PR Fleishman Hillard su disposizione della Monsanto con l'obiettivo di rafforzare l'influenza sulla tematica del glifosato, forse il più famoso erbicida, che incrementa del 41 percento il rischio di sviluppare un linfoma non Hodgkin, il tumore maligno che origina dai linfociti, cioè le cellule principali del sistema immunitario.

L'indagine aperta dalla procura di Parigi arriva in seguito alla denuncia di un giornalista di Le Monde il cui nome sarebbe finito al centro della lista incriminata. L'inchiesta preliminare riguarda i reati di "raccolta di dati personali con mezzi fraudolenti, disonesti o illegittimi", "registrazione di dati personali sensibili senza il consenso dell'interessato e il trasferimento illecito di dati personali" ed "Elaborazione automatizzata di dati personali senza previa dichiarazione alla CNIL".

Nella schedatura denunciata dalla testata francese figurano centinaia di personalità legate alla discussione sul glifosato, con annesse posizioni, indirizzi e numeri di telefono. L'elenco indica 74 obiettivi principali divisi in quattro gruppi: gli alleati, i potenziali alleati, le figure da educare e le persone da tenere sotto controllo. La Bayer, gruppo tedesco proprietario della Monsanto, ha affermato di non essere a conoscenza di questi elenco: "Dato che non ne eravamo a conoscenza, non possiamo commentare" si legge in una nota del gruppo. "Questo documento è un'ulteriore prova che le lobby delle multinazionali non si fermeranno davanti a nulla per proteggere i loro affari, credendosi al di sopra delle regole" hanno commentato Karine Jacquemart e Ingrid Kragl, direttore generale e direttore della comunicazione della ONG Foodwatch. "Questo è un uso fraudolento dei nostri dati personali. È scandaloso".

File Monsanto: chi c'è nella lista

Nella lista figurano politici, scienziati e giornalisti. Questi ultimi rappresentano circa la metà dei nomi: nella schedatura ne appaiono circa un centinaio sui duecento nomi del file Monsanto. Tra questi molti professionisti impegnati nella copertura di tematiche ambientali e agricole per i più importanti quotidiani, ma anche giornalisti di agenzie, radio, canali televisivi, pubblicazioni scientifiche e siti web. Sono presenti anche i nomi di 25 politici tra ministri e deputati in carica nel 2016, quando è stato creato il file. Poi circa 30 nomi di leader di organizzazioni agricole e 17 ONG sempre impegnate nel tema agricolo: alcune di queste erano chiaramente indicate come "anti-Monsanto".

Il precedente di Philip Morris

Non è la prima volta che una grande azienda alle prese con uno scandalo di queste dimensioni ha realizzato un file contenente i nomi di alleati e nemici tra politici e giornalisti. Nel 2013 una fuga di informazioni aveva svelato che il colosso del fumo Philip Morris utilizzava tecniche di schedatura simili. In quegli anni il Parlamento Europeo stava discutendo la direttiva sul tabacco – poi adottata nel 2014 – e Marlboro aveva schedato i deputati europei con un colore diverso a seconda della loro ostilità verso le sigarette. Philip Morris aveva invece creato una squadra di 160 lobbisti per sollecitare i parlamentari in una votazione a favore dell'industria del tabacco.

Monsanto e il diserbante cancerogeno

Al centro della discussione si trova un elemento estremamente delicato: il diserbante al glifosato prodotto dalla Monsanto era cancerogeno ma l'azienda non metteva adeguatamente in guardia gli utilizzatori sui pericoli della prolungata esplosione al prodotto. Così, in seguito al caso di alcune persone ammalatesi di linfoma non-Hodgkin dopo aver usato a lungo il diserbante Roundup, sono arrivati i primi risarcimenti milionari. La battaglia giudiziaria tra Haderman e la Monsanto-Bayer va invece avanti da tempo: l'azienda è stata citata in giudizio già da oltre 11.200 tra agricoltori, giardinieri e altre professionisti che hanno usato regolarmente Roundup e si sono ammalati di cancro.

FONTE: https://scienze.fanpage.it/monsanto-schedava-giornalisti-e-politici-la-procura-francese-apre-unindagine/

La denuncia degli scienziati: Coca-Cola potrebbe sospendere le ricerche che finanzia


Di Marta Musso

Attraverso specifici meccanismi contrattuali, il colosso della Coca-Cola potrebbe nascondere i risultati di alcune ricerche che finanzia. È questa l’accusa di un team di ricercatori internazionale, guidato dall’Università di Cambridge, che analizzando oltre 87mila pagine di documenti ottenuti grazie alla statunitense Freedom of Information Act, o Foia, (legge che tutela la libertà d’informazione e il diritto di accesso agli atti amministrativi), ha scoperto come specifiche clausole nei contratti di finanziamento darebbero al colosso delle bollicine la possibilità di visionare in anteprima eventuali risultati di studi di alcune università statunitensi e canadesi. Ma non solo: la società godrebbe anche del diritto di far sospendere uno studio “senza alcuna ragione” (o meglio, qualora fosse sfavorevole per l’azienda) e di entrare in possesso di quei dati.
Tuttavia, specifichiamo fin da subito che, come riferiscono i ricercatori nel loro studio appena pubblicato sul Journal of Public Health Policy, non sono state finora trovate le prove concrete che la Coca-Cola abbia mai sospeso alcuna ricerca che ha finanziato. “Tuttavia, il dato importante è che l’azienda ha il diritto di farlo”, raccontano i ricercatori.
Gran parte dei finanziamenti della Coca-Cola riguardano il mondo della ricerca sulla nutrizione e sull’attività fisica. Ricordiamo, infatti, che il consumo di cibi e bevande ad alto contenuto calorico e a basso contenuto di nutrienti è considerato un importante fattore nell’epidemia di obesità infantile. Tanto che l’anno scorso, come vi avevamo raccontato, il Regno Unito aveva introdotto una tassa sullo zucchero su molte bevande analcoliche, inclusa la Coca-Cola.
Come raccontano i ricercatori, queste clausole potrebbero nascondere “informazioni fondamentali sulla salute”, e ipotizzano sia già stato fatto. Infatti, gli autori dello studio, tra cui anche i ricercatori della London School of Hygiene e Tropical Medicine, dell’università Bocconi e dello statunitense Right to Know (gruppo di ricerca no profit), sostengono che le clausole appena scoperte violano gli impegni presi dalla società di sostenere lascienza in modo trasparente e senza restrizioni.
Per capirlo, tra il 2015 e il 2018 il Right to Know ha presentato 129 richieste al Foia relative alle università nordamericane che avevano ricevuto finanziamenti dalla Coca-Cola. Dalle analisi di oltre 87mila pagine di documenti, i ricercatori hanno scoperto cinque contratti di ricerca stipulati con quattro università: Louisiana State University, University of South Carolina, University of Toronto e University of Washington.
Sul suo sito web la Coca-Cola dichiara che gli scienziati mantengono il controllo totale sulle loro ricerche e che la società non ha il diritto di impedire la pubblicazione dei risultati. Un portavoce dell’azienda, in particolare, ha riferito a Inverse“Concordiamo che la trasparenza e l’integrità della ricerca siano fondamentali. Ecco perché, dal 2016, The Coca-Cola Company non ha finanziato in modo indipendente la ricerca su questioni relative alla salute e al benessere in linea con i principi guida pubblicati sul nostro sito web da quel momento”.
Dall’altra parte, tuttavia, gli accordi mostrano mostrano che Coca-Cola avrebbe potuto far valere alcuni diritti durante tutto il processo della ricerca, tra cui il diritto di ricevere aggiornamenti e commenti sui risultati prima della pubblicazione e il potere di terminare gli studi in anticipo anche “senza motivo”.
“Abbiamo scoperto che alcuni contratti consentono di annullare risultati o scoperte sfavorevoli prima della loro pubblicazione”, ha precisato l’autrice della ricerca, Sarah Steele, dell’Università di Cambridge. “La Coca-Cola si è dichiarata all’avanguardia nel sostenere con trasparenza gli studi sulla salute che finanzia, ma i nostri risultati suggeriscono che una ricerca importante potrebbe non essere stata mai pubblicata e noi non lo sapremo mai”.

Coca-Cola e l’inchiesta shock: “pagati i ricercatori per smentire legami con obesità e diabete”


Di Monia Sangermano

Un’inchiesta pubblicata sul Journal of Public Health Policy ha rivelato che Coca-Cola avrebbe speso milioni di dollari per finanziare ricerche scientifiche universitarie, bloccando o condizionando quelle che sono giunte a conclusioni sfavorevoli alla compagnia. Nell’articolo si spiega come Coca-cola usi i contratti e gli accordi per influenzare le ricerche sanitarie che finanzia. In base a quanto emerso la multinazionale utilizzerebbe contratti redatti minuziosamente per garantire che la società abbia un accesso privilegiato e anticipato ai risultati delle ricerche e possa chiudere gli studi per qualsiasi ragione. I ricercatori intervistati hanno dichiarato di aver dato alla Coca-cola la possibilità di far passare sotto silenzio i risultati sfavorevoli alla società, come ad esempio gli studi che collegano il consumo di bevande dolcificate all’obesità.

Gli autori dello studio sono collegati all‘Università di Cambridge, alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, alla Bocconi, e alla ong americana Right to Know. Il report su Coca-cola si basa sui contratti di ricerca ottenuti attraverso diverse richieste fatte con il Freedom of Information, e sono state prese in esame 87.000 pagine di documenti. Tra questi vi sono cinque accordi di ricerca firmati da Coca-cola e dalle università della Louisiana, del South Carolina, di Toronto e di Washington. La maggior parte delle ricerche finanziate dalla compagnia sono legate alla nutrizione e all’attività fisica. I ricercatori hanno rivelato, però, che questo tipo di contratti non sono firmati soltanto dalla Coca-cola. Monsanto e PepsiCo hanno sponsorizzato studi sanitari legati ai loro prodotti.


FONTE: http://www.meteoweb.eu/2019/05/coca-cola-inchiesta-shock-pagati-ricercatori-obesita-diabete/1260086/#oGXWfgYOCSfPOtZr.99

LA RIVELAZIONE DEI MEDIA FRANCESI: l'ALDE di Verhofstadt (che chiamò Conte burattino) fu finanziata dalla Bayer e da altre potenti multinazionali


Di Salvatore Santoru

In molti ricorderanno la polemica sulle affermazioni dell'europarlamentare Guy Verhofstadt sul premier italiano Giuseppe Conte. Più precisamente, il leader dell'Alde sostenne che il politico italiano fosse un 'burattino' dei vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Recentemente una nuova polemica sta interessando però lo stesso politico liberale. Difatti, Le Monde e France 2 hanno reso noto che l'Alde ha ricevuto 425mila euro da importanti multinazionali.
Più specificatamente, riporta il Fatto Quotidiano, si tratta di giganti corporations come la Bayer ( che dopo l'acquisto della Monsanto è produttrice del Roundup, a base di glifosato) ma anche di SyngentaDeloitteMicrosoft e altre.

Tali finanziamenti, avvenuti nel 2014, sono certamente legali ma hanno destato perplessità in quanto potrebbero far sospettare eventuali 'conflitti d'interesse' o far riflettere sul potere di condizionamento di lobby e corporations nell'UE.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *