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Salvini in Israele: "Sull'Onu ho la stessa visione di Netanyahu"

Di Renato Zuccheri
Matteo Salvini è perfettamente in linea con Benjamin Netanyahu sul fronte delle risoluzioni delle Nazioni Unite riguardo Israele: "Ne ho parlato con Netanyahu abbiamo la stessa visione".
Il vicepremier e ministro dell'Interno ha dato questa risposta a un rappresentante della comunità italiana che gli ha chiesto come si ponesse sul tema delle "risoluzioni Onu anti-Israele". Al termine della visita al museo dell'Olocausto, tappa del viaggio in Israele, Salvini ha detto: "Settecento me ne ha contate di risoluzioni contro Israele". "Ci sarà un deciso cambiamento in questo senso", ha aggiunto rispondendo a chi gli domandava di un "appiattimento italiano sulla posizione Ue".
Al termine della visita allo Yad Vashem, il ministro dell'Interno ha dichiarato: "Ribadisco l'impegno mio e del governo italiano da uomo e da papà prima ancora che da ministro a fare tutto quello che è umanamente possibile perché non solo non si ripeta ma che non si possa neanche mai più pensare in futuro a crimini come quelli, che sono fortunatamente testimoniati e che arrivano dal passato, perché tutti i bimbi sorridano, e ci metteremo tutto l'impegno, il cuore, la testa e l'amore possibile". Poi Salvini ha concluso: "La prossima volta conto di tornarci con i miei figli".
Su Gerusalemme e sulla possibilità di considerarla la capitale di Israele, il discorso di Salvini è stato: "Sapete come la penso: step by step. C'è un governo di coalizione e quindi devo ascoltare anche i partner". "Per quanto riguarda il negazionismo e l'antisemitismo verrà combattuto in ogni sua forma: fortunatamente sono pochi e sono fuori dal mondo", ha concluso il vice premier.

Netanyahu si congratula per vertice Trump-Kim pensando a Iran

Netanyahu si congratula per vertice Trump-Kim pensando a Iran
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è congratulato con il presidente americano Donald Trump dopo il suo incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un e ha sottolineato come la politica degli Stati Uniti porti i suoi frutti sulla questione del nucleare iraniano.
“Mi congratulo con il presidente Trump per lo storico vertice di Singapore, che rappresenta un passo importante nelle iniziative per denuclearizzare la penisola coreana”, ha affermato Netanyahu in un breve intervento televisivo.
“Il presidente Trump ha ugualmente adottato una posizione offensiva contro il tentativo dell’Iran di dotarsi dell’arma nucleare e (contro) la sua aggressività in Medio Oriente, cosa che ha già influenzato l’economia iraniana”, ha aggiunto.
L’8 maggio gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo internazionale sul nucleare iraniano, concluso nel 2015 a Vienna. La nuova imposizione di sanzioni americane contro la repubblica islamica comincia a far fuggire gli investitori stranieri, tornati nel Paese dopo il 2015.
(fonte AFP)

Quando Netanyahu ordinò di prepararsi ad attaccare l’Iran

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Di Lorenzo Vita
Lo scontro tra Iran e Israele continua a tenere banco in Medio Oriente. La guerra non sembra destinata a scoppiare nell’immediato. Ma  il livello di guardia non cala.
Una tensione latente che si riversa anche nell’informazione. I media israeliani, compreso il governo di  Benjamin Netanyahu, continuano a rivelare informazioni sulle operazioni di Israele e sulle attività dei servizi. Una guerra mediatica, psicologica, ma dove è anche possibile scoprire importanti notizie sul passato e presente delle attività israeliane contro l’Iran.
L’ultima notizia, in questo senso, ce la fornisce l’ex capo del Mossad,  Tamir Pardoil quale ha rivelato alla tv israeliana Channel 12 che nel 2011 Netanyahu ordinò di prepararsi ad attaccare l’Iran.
Secondo l’ex capo del Mossad, Netanyahu ordinò a lui e all’allora capo di Stato Maggiore Benny Gantz di prepararsi per il piano P15 +. L’ordine riguardava la preparazione delle difese israeliane e di tenere pronto tutto l’apparato militare per attaccare l’Iran entro due settimane.
Che poi l’attacco stesse per avvenire realmente, questo non è dato sapersi. Lo stesso Pardo ha detto, come riportano i media israeliani, che “Un piano del genere […] se è ordinato, è fatto per due motivi: o perché tu intendi davvero che una cosa del genere abbia luogo o perché vuoi inviare un segnale a qualcuno là fuori “.
In quell’occasione, Pardo, che aveva appena assunto la carica di capo del Mossad, non accolse l’ordine. Iniziò a esaminare se il primo ministro fosse autorizzato a emettere una direttiva che potesse trascinare Israele in guerra. E, come confermato dallo stesso ex capo dei servizi durante l’intervista, iniziò a chiedere ai consulenti legali e ai suoi predecessori se fosse possibile che Netanyahu impartisse un tale ordine. 
“Alla fine, se ricevo un ordine, anche se viene dal primo ministro, devo essere certo che se qualcosa va storto e l’operazione fallisce, non ci sarà alcuna situazione in cui ho commesso un’operazione illegale“.

Messaggio all’Iran o critica a Netanyahu

Si parta da un presupposto:  un ex capo del Mossad non parla mai casualmente. Soprattutto se si ciò che viene detto riguarda un’ipotetica guerra con l’Iran. In questa fase così tesa dei rapporti e con la Siria terreno di scontro, ogni parola ha un suo peso specifico.
Le strade, a questo punto, possono essere due. La prima, plausibile, è che si tratti di messaggi rivolti ad attori esterni o allo stesso Iran. Di recente, le Israel defense forces e i servizi israeliani hanno iniziato a utilizzare in maniera molto più approfondita i media nazionali e regionali. Dire qualcosa, specie se l’autore è un vertice dell’intelligence, significa essere letti o ascoltati anche dal nemico.
Il messaggio, in questo caso, potrebbe essere una sorta di ammonimento: Israele è pronto alla guerra e, in 15 giorni, avrebbe già tutto predisposto per colpire in territorio iraniano. Perché questo era il piano di Netanyahu noto come P15+.
Una seconda possibilità è che invece l’ex capo del Mossad abbia voluto colpire l’immagine di Netanyahu. Nell’intervista, infatti, Pardo ricorda che quella sera in cui il premier ordinò di prepararsi alla guerra, lui era sul punto di rassegnare le dimissioni. E Netanyahu cambiò idea, almeno secondo la versione di Pardo, anche per l’opposizione delle alte sfere militari e dell’intelligence.

Netanyahu andrà a Mosca per incontrare Putin: sul tavolo nucleare iraniano e Siria

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Di Lorenzo Vita
Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu incontrerà il presidente russo Vladimir Putin a Mosca il 9 maggio.
L’incontro, che sarà a margine della Parata della Vittoria, con cui la Russia celebra annualmente la vittoria della Seconda guerra mondiale, avrò evidentemente al centro dei colloqui le tensioni in Medio Oriente. Due i dossier principali, intrecciati fra loro in maniera quasi inestricabile: la Siria e l’Iran. Dossier diversi ma di cui il primo è, in maniera evidente, una declinazione del secondo.
Come riportano i media israeliani, lunedì scorso i due leader hanno avuto una lunga conversazione telefonica in cui hanno voluto ribadire la necessità di vedersi il prima possibile. Poche ore dopo, il primo ministro israeliano realizzava la sua conferenza stampa in cui dichiarava di avere le prove che l’Iran avesse mentito sul programma nucleare. Una conferenza che non ha scatenato, nell’immediato, reazioni eccessivamente positive da parte dei partner di Israele. Ma che ha comunque suscitato le attenzioni degli alleati. Tanto che funzionari dell’intelligence di Francia, Regno Unito e Germania sono andati a Tel Aviv per ottenere maggiori dettagli su quanto rivelato da Netanyahu.
In quell’occasione, il premier israeliano aveva mostrato a tutti uno scaffale pieno di raccoglitori e un altro pieno di cd. Secondo Netanyahu, erano 5mila pagine e 55mila files  rubati dai servizi segreti israeliani in Iran relativi al programma nucleare. “L’Iran ha mentito”, il messaggio del premier israeliano con cui presentava foto e file relativi al presunto programma atomico di Teheran. 
Nella sua presentazione ai giornalisti, Netanyahu ha dichiarato che Israele aveva mostrato i documenti agli Stati Uniti, ad altri Paesi alleati e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il tutto con riferimento al programma Amad, il progetto della repubblica islamica per ottenere la bomba atomica. “Abbiamo conosciuto per anni il progetto Amad. Ora possiamo provare che Amad fosse un programma completo per progettare, creare e testare armi nucleari.”

Il triangolo Iran-Russia-Israele

In quella presentazione ai giornalisti, Netanyahu ha inviato tre messaggi: uno agli Stati Uniti, uno all’Iran e uno alla Russia. Perché alla Russia? Perché l’Iran è un suo partner strategico in Siria e in tutto il Medio Oriente. E Mosca è ancora l’unico vero limite, o l’ostacolo, per una guerra tra Tel Aviv e Teheran.
Netanyahu sta facendo di tutto per far sì che Putin si sposti non del tutto contro l’Iran (sarebbe impossibile), ma per fare in modo che tra Russia e Iran vi sia quantomeno una maggiore distanza. L’ombrello russo sulla Siria rende difficile operare liberamente in territorio siriano contro le basi iraniane. Israele lo fa comunque, ma rischia di incrinare i rapporti già tesi con la Federazione russa. 
L’obiettivo israeliano, in questo momento, è quello di convincere Mosca della propria risolutezza. Con l’annuncio dei documenti iraniani recuperati dal Mossad e con i raid in Siria, Tel Aviv vuole dimostrare di poter agire e di essere disposta a farlo anche a costo di incrinare i rapporti con un partner fondamentale come la Russia. Ma lo scopo finale, in realtà, è evitare che tra Mosca e Teheran si consolidi l’alleanza riuscendo invece a rafforzare i rapporti con i russi.
Farlo non sarà semplice: Israele e Russia, sia sul nucleare iraniano che sulla Siria, hanno visioni molto diverse. Questo non significa che l’agenda russa e iraniana siano sovrapponibili. È del tutto evidente che Iran e Russia perseguano strategie utili ai propri fini. E gli scopi di Putin non sono gli stessi di Rohani. Per Teheran, la Siria è la realizzazione della cosiddetta mezzaluna sciita. Per Mosca, la Siria è un partner fondamentale nel Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale. E dal governo di Damasco dipende la permanenza delle basi russe.
Israele rappresenta un problema per entrambi, ma questo non significa che Russia e Iran abbiano rapporti simili con lo Stato ebraico. Partono da due posizioni diverse e Netanyahu punta proprio a questo: riaffermare le diverse prospettive nei rapporti con Israele.

Quando Trump chiamò Netanyahu: “Vi interessa davvero la pace, sì o no?”

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Di Lorenzo Vita
“Ti interessa la pace, sì o no?”. È stato più o meno questo il tono della telefonata tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avvenuta l’anno scorso. A riferirlo, il sito  Axios.
Secondo tre fonti che hanno conoscenze molto dettagliate della telefonata, Trump aveva da poco letto le notizie che riguardavano la scelta di Netanyahu di espandere la costruzione degli insediamenti ebraici per aumentare il sostegno da parte della destra israeliana. Per Trump, la scelta di Netanyahu avrebbe provocato la leadership palestinese, mettendo a rischio il suo progetto di “accordo del secolo” con cui vole far terminare il conflitto israelo-palestinese.
“Il presidente ha un rapporto estremamente vicino e sincero con il primo ministro di Israele e apprezza i suoi grandi sforzi per rafforzare la causa della pace di fronte a numerose sfide”. Questo il commento di un alto funzionario della Casa Bianca in riposta all’articolo del portale americano. A lui, ha fatto eco Sarah Sanders, segretaria della Casa Bianca: “Il presidente ha grandi relazioni con un certo numero di leader stranieri, ma questo non significa che non possa essere aggressivo quando si tratta di negoziare ciò che è meglio per l’America”.
La rivelazione dello scambio di battute (ignota la risposta di Netanyahu) dimostra quanto stia a cuore la questione dell’accordo a Donald Trump. In ballo non c’è solo lo spostamento dell’ambasciata presso Israele a Gerusalemme e il suo riconoscimento come capitale dello Stato ebraico. C’è anche l’idea di ritenere la questione di fondamentale importanza per tutta la strategia della sua amministrazione in Medio Oriente. A partire dall’asse con i sauditi.
Ma dimostra anche la personalizzazione della politica estera americana nel segno di The Donald, che parla apertamente con i suoi diretti referenti senza passare per le vie diplomatiche. L’amicizia (come nel caso di Netanyahu) o i rapporti personale, sono più importanti della rete diplomatica. Lo ha fatto capire in molte occasioni, e questa ne è l’ennesima dimostrazione. 

Una notizia a orologeria

Tra l’altro, la notizia di questa telefonata arriva, se vogliamo, “a orologeria”. In questi giorni, infatti, sta per avvenire lo spostamento della sede dell’ambasciata Usa, proprio in concomitanza con il 70esimo anniversario della fondazione dello Stato di Israele. L’ambasciata si troverà nell’edificio che ora ospita il Consolato Generale degli Stati Uniti, nel quartiere di Arnona a Gerusalemme.
La decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana arrivò subito dopo l’annuncio di dicembre che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele. La risposta palestinese non si è fatta intendere. Per Saeb Erekat, principale negoziatore del team palestinese, tutto ciò avrebbe dimostrato la “determinazione a violare la legge internazionale, distruggere la soluzione dei due Stati e provocare i sentimenti del popolo palestinese e di tutti gli arabi, i musulmani e i cristiani di tutto il mondo”.

Accordo militare sulla Siria tra Israele e Russia



DI MAURIZIO MOLINARI

Accordo al Cremlino sulla Siria fra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu. I leader di Russia e Israele hanno concordato la creazione di un «meccanismo di coordinamento militare per prevenire scontri e malintesi» nell’area di operazioni siriana. Saranno i rispettivi comandi militari, di “Tzahal” e dell’esercito russo, a gestirlo su autorizzazione e controllo politico da parte dei rispettivi leader.







«La Russia agirà in Medio Oriente in maniera responsabile», ha detto Putin al termine dell’incontro, sottolineando l’importanza della sicurezza dello Stato ebraico «dove vive un grande numero di ex cittadini sovietici». Netanyahu parla di «risultato importante per la nostra sicurezza nazionale» e di «risultato chiaro della conversazione avuta». «Basta pensare a quale sarebbe stata l’alternativa» ha aggiunto, riferendosi al rischio di «scontri non necessari» fra le forze israeliane e quelle russe sul teatro della guerra siriana.

All’incontro al Cremlino hanno partecipato il capo di Stato maggiore e il comandante dell’intelligence militare di Israele. Il premier di Gerusalemme ha aggiunto di aver «riferito con dovizia di dettagli all’amministrazione Usa» sul viaggio a Mosca «perché i nostri legami con gli Stati Uniti sono di importanza straordinaria».

Le immagini dell’incontro hanno sottolineato il momento di svolta per il Medio Oriente: Putin e Netanyahu seduti fianco a fianco con alle spalle il caminetto in una sala privata del Cremlino. Suggellando un’intesa che assegna alla Russia un ruolo da protagonista nella regione: è la nazione più vicina all’Iran di Hassan Rouhani, protagonista della difesa del regime di Bashar Assad e al tempo stesso ora legata da un «meccanismo di coordinamento militare» con Israele. Il tutto ad appena 20 giorni dall’inizio del ponte aereo che sta portando a Latakia, nel Nord della Siria, truppe, aerei e mezzi blindati.

FONTE:http://www.lastampa.it/2015/09/21/esteri/truppe-russe-in-siria-oggi-vertice-al-cremlino-putinnetanyahu-LYieEX8UNXKmg7WD6GDWwM/pagina.html

Israele sta costruendo un nuovo muro anti-migranti al confine con la Cisgiordania.Netanyahu:"non permetterò che Israele sia sommersa dai profughi"




Di Salvatore Santoru

La diaspora dei profughi siriani non si accenna a fermarsi.
Costretti a fuggire dal proprio paese a causa della guerra civile e delle violenze dell'ISIS, questa massa di disperati deve fuggire in Europa e negli USA, in quanto i paesi vicini, a cominciare da quelli arabi arrivando anche a Israele, nonostante ne avrebbero la possibilità li rifiutano.






Sia le autorità dei ricchissimi paesi arabi(1) del Golfo che del benestante stato ebraico hanno deciso di di non accogliere i profughi siriani, lasciando tutte le responsabilità ai paesi europei, che diversamente dai paesi citati non se la passano bene economicamente.
Non solo:in Israele è stata anche decisa la costruzione di un muro al confine con la Cisgiordania(2), e il premier Netanyahu ha affermato che esso servirà a difendere la nazione da "un'ondata di immigrati clandestini e attività terroristiche"(3).

Il premier israeliano ha anche dichiarato che non permetterà che lo stato ebraico "sia sommerso" da profughi siriani e africani(4).

NOTE
(1)http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/09/la-crisi-dei-migranti-e-lindifferenza.html
(2)http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-09-06/e-ora-anche-israele-pensa-un-muro-anti-migranti--152433.shtml?uuid=ACvZq9s
(3)http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Netanyahu-non-permettero-che-Israele-sia-sommerso-dai-profughi-muro-al-confine-con-la-Giordania-f9771636-12f4-4480-ac7d-fea91acddfdb.html?refresh_ce
(4)http://www.articolotre.com/2015/09/costruzione-muro-tra-israele-e-giordania-netanyahu-non-saremo-sommersi-dai-profughi/

Scontro USA-Israele sull'accordo sul nucleare iraniano



Di Salvatore Santoru

L'accordo sul nucleare iraniano ha portato a nuove crisi nelle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Israele.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che questo accordo è "un pericolo per il mondo", in quanto "revocherebbe le sanzioni proprio mentre l'Iran intensifica la politica del terrore".
Dal canto suo Obama ha dichiarato:

"Ho sempre agito per impedire all'Iran di avere la bomba atomica ma la soluzione diplomatica è quella migliore; e se l'Iran rispetta i patti, potrà riunirsi alla comunità delle nazioni".

Per approfondire:http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2015/20150403_video_19215332/00030442-netanyahu-e-obama-scontro-sullaccordo-con-liran.php

Le scuse del premier israeliano Natanyahu ai palestinesi non convincono gli Usa



Di Salvatore Santoru

Le scuse del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla comunità arabo-israeliana e palestinese per le affermazioni fatte durante la campagna elettorale non hanno convinto gli Stati Uniti  Il capo dello staff di Obama Denis McDonough durante un'intervento a Washington alla conferenza nazionale del ‘J Street’(organizzazione vicina al centro-sinistra israeliano), non ha risparmiato critiche a Netanyahu: “Dopo le elezioni il Primo Ministro ha detto di non aver cambiato posizione ma per molti israeliani e per la comunità internazionale affermazioni tanto contradditorie mettono in dubbio il suo impegno per la soluzione dei due Stati, così come l’aver espresso l’idea che la costruzione di nuovi insediamenti serva una strategia finalizzata a dividere le comunità palestinesi. Non possiamo semplicemente far finta che non abbia mai fatto tali affermazioni”.

Per approfondire:http://it.euronews.com/2015/03/24/scuse-natanyahu-ai-palestinesi-bocciate-dagli-usa/

Israele-Egitto, aria di guerra a causa del gas



Di Michele Giorgio

Israele cerca di calmare le acque dopo l'annuncio egiziano sulla sospensione delle forniture di gas naturale. «È una disputa commerciale, che non ha legami con decisioni politiche. È una controversia tra una compagnia egiziana e una israeliana (che non avrebbe pagato quanto doveva, ndr)», ha provato a spiegare il premier Netanyahu ad un gruppo di leader dell'Israel Bonds, aggiungendo che le riserve di gas scoperte di recente (e causa di tensioni con Libano e Turchia), presto daranno a Israele l'autosufficienza. Poco prima il capo del dipartimento politico-militare del ministero della difesa, Amos Ghilad, aveva elogiato il livello di cooperazione di sicurezza fra i due paesi e ribadito che per Israele gli accordi di pace con l'Egitto hanno un «valore supremo».

Se si vuole dare credito alle dichiarazioni fatte ieri dal ministro egiziano per la cooperazione internazionale - «l'Egitto non ha difficoltà a concludere un nuovo accordo con Israele per la fornitura di gas ma a prezzi nuovi e a nuove condizioni» - si potrebbe pensare che Netanyahu e Ghilad abbiano ragione. Il quadro invece è molto più complesso. L'Egitto post-Mubarak non arriverà al punto da interrompere i rapporti diplomatici con Israele - i Fratelli musulmani vincitori delle elezioni ricercano buoni rapporti con gli Stati Uniti e sanno che non possono mettere in discussione gli Accordi di Camp David (che però vorrebbero «rivedere») -, ma tra gli egiziani è forte il risentimento per le politiche di Israele nella regione, specie verso i palestinesi sotto occupazione (nel 2011 è stata assaltata l'ambasciata israeliana al Cairo).

Milioni di cittadini egiziani pensano che i trent'anni di potere di Hosni Mubarak abbiano favorito gli interessi di Tel Aviv più di quelli dell'Egitto e degli arabi. A gettare benzina sul fuoco è anche lo scandalo del gas venduto Israele ad un prezzo più basso di quello di mercato, che ha visto per protagonista Hussein Salem, uno stretto collaboratore di Mubarak, mentre gli egiziani da mesi sono alle prese con una grave crisi energetica.

La giunta militare al potere, guidata dal generale Tantawi, non può non tenere conto dei sentimenti popolari, nonostante i rapporti stretti che mantiene con gli apparati militari statunitensi e israeliani. Lo sa bene l'ex ministro della difesa di Israele Benyamin Ben Eliezer secondo cui la pipeline del gas egiziano «puntellava gli accordi di pace» bilaterali. La fine della erogazione - ha stimato - «rappresenta la rimozione dell'ultimo legame fra di noi». Ben Eliezer esagera ma non è così lontano dalla realtà. Ad aggravare il malumore egiziano c'è anche il recente appello lanciato dall'«Ente per il monitoraggio del terrorismo» affinchè i civili israeliani abbandonino subito il Sinai, per il rischio di possibli sequestri di persona, nel momento in cui il Cairo fa il possibile per rilanciare la sua industria turistica.

Soprattutto sono giunte puntuali le dichiarazioni del ministro degli esteri israeliano Lieberman, che ha sempre visto nell'Egitto un «grande pericolo» (diversi anni fa si pronunciò a favore del bombardamento della Diga di Assuan come misura punitiva contro il Cairo). Lieberman nei giorni scorsi, ha scritto il giornale israeliano Maariv, in alcune riunioni e porte chiuse avrebbe definito l'Egitto «una minaccia maggiore dell'Iran» e suggerito di inviare al confine tra i due paesi altre tre divisioni corazzate. Indiscrezioni di stampa che hanno spinto il ministro degli esteri egiziano Mohamed Kamel Amr ad incaricare l'ambasciatore in Israele di chiedere chiarimenti al governo Netanyahu.

La sospensione della fornitura di gas sarà anche dovuta a «questioni commerciali» ma i rapporti tra Tel Aviv e il Cairo hanno toccato il punto più basso dalla firma degli Accordi di Camp David.

Fonte : http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=10259&typeb=0&Israele-Egitto-aria-di-guerra-a-causa-del-gas

Il nervo scoperto di Israele

 Di Moni Ovadia
Alcuni giorni fa il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung ha pubblicato un poemetto di Günter Grass. Il poemetto politico-didattico dal titolo «Quel che deve essere detto» punta il dito contro Israele per il suo poderoso armamento nucleare mai dichiarato, ma la cui esistenza e consistenza sono ormai provate oltre ogni dubbio e che, a parere dello scrittore, rappresenta un pericolo in sé, a fortiori a causa delle intenzioni dichiarate dal governo Nethanyahu di voler lanciare un attacco preventivo contro gli impianti nucleari di Tehran, sospettata di volere costruire un ordigno atomico.
Come era prevedibile lo scritto ha scatenato un putiferio.
Il Nobel tedesco è stato sommerso da ogni sorta di critiche e di accuse infamanti, da antisemita a seminatore di odio contro Israele a casa, nel mondo e naturalmente nella stessa Israele. Il j'accuse di Grass coinvolge anche il suo paese, la Repubblica Federale Tedesca, a suo dire complice di Israele per avergli fornito un sottomarino attrezzato per la dotazione di testate nucleari e l'Occidente intero per la sua ipocrisia e il suo doppiopesismo. Il governo di Israele ha reagito, come sua consuetudine nel più stupido dei modi ovvero dichiarando Grass persona non grata nel Paese e, per dare maggiore credibilità al bando, ha tirato fuori i brevissimi trascorsi del Nobel in divisa da SS a 17 anni. Per promulgare lo stesso bando contro l'ebreo Noam Chomsky, definito dal New York Times «verosimilmente il più importante intellettuale vivente» quel surplus di infamia non era stato necessario. Alcune delle più lucide menti dell' opposizione hanno commentato così il provvedimento. Tom Segev ha scritto: «Basso livello di tolleranza... delegittimare chi critica è una tendenza molto pericolosa, autocratica e demagogica. Nethanyahu e Lieberman sono bravissimi in questo. Ogni voce contraria è subito indicata come segnale d'antisemitismo. Ma se davvero ci mettiamo a distribuire i permessi d'ingresso secondo le opinioni politiche delle persone finiamo in compagnia di Siria e dello stesso Iran». Gli scrittori Ronit Matalon e Yoram Kaniuk hanno dichiarato: «Il prossimo passo è bruciare i libri».

Ora è vero che Grass nella foga della sua vis polemica l'ha fatta fuori dal vaso. Ha omesso di dire che Ahmadinedjad, oltre ad essere un tiranno oppressore della sua gente, un giorno si e un giorno no minaccia di cancellare dalle carte geografiche Israele. Lo scrittore ha anche esagerato pesantemente le intenzioni di Nethanyahu attribuendogli la volontà di radere al suolo l'intero Iran, mentre l'obiettivo è quello di distruggere le sue potenziali dotazioni nucleari. Ma non pochi autorevoli esponenti dell'establishment israeliano, fra i quali esponenti dei servizi segreti, ritengono che un simile attacco incendierebbe l'intero Medioriente coinvolgendo, volenti o nolenti gli Stati Uniti e chissà quanti altri con conseguenze incalcolabili e certamente disastrose.

Ma il vero nervo scoperto di tutto l'affaire Grass per quanto riguarda i Nethanyahu e i Lieberman di turno non è nè l'antisemitismo, né il presunto odio per Israele. Queste accuse, a mio parere, sono solo un mediocre cocktail di folklore e propaganda. Il merito del contendere è l'assoluta indisponibilità a qualsiasi forma di controllo dell'arsenale nucleare israeliano da parte di chicchessia. Il sistema di potere dello stato di Israele pretende autoreferenzialmente di essere al di sopra di qualsiasi straccio di legalità internazionale al riguardo di certe questioni sensibili e segnatamente la sicurezza in tutte le sue declinazioni. Solo che ormai se ci si sintonizza sulla linea d'onda del governo israeliano è impossibile distinguere fra realtà e propaganda e la propaganda è ormai una sorta di metastasi della realtà. L'Occidente ipocrita per convenienza si comporta come le celebri tre scimiette: «Non vedo, non sento, non parlo». Per informazioni sulla patologia dei governanti israeliani è utile informarsi presso i Palestinesi.

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