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"Assoluzione definitiva". Il sollievo di Asia Bibi: può lasciare il Pakistan

Di Fausto Biloslavo
«Asia e la sua famiglia sono pazzi di gioia», ha dichiarato Anne Isabelle Tollet, la giornalista francese che per prima denunciò la persecuzione giudiziaria nei confronti della cristiana del Pakistan diventata un simbolo mondiale.
La Corte suprema di Islamabad ha respinto il ricorso dei partiti estremisti islamici, che vogliono ancora la testa della «blasfema». E forse già in queste ore Bibi, dopo essere stata condannata a morte e avere passato nove anni da innocente in carcere, potrebbe lasciare il paese diretta in Canada, dove si sono rifugiate dall'inizio di gennaio le sue due figlie.
La cristiana di 47 anni era già stata assolta il 31 ottobre dall'accusa infondata di blasfemia, che si basava su testimonianze contraddittorie. Ieri il supremo giudice Asif Saeed Khosa ha messo la parola fine al vergognoso caso: «Basandosi sul merito, questa richiesta di revisione è rigettata». Il ricorso era stato presentato dal partito islamista Tehreek-e-Labaik (Tlp), dopo che il verdetto di condanna a morte della donna emesso nel 2010 era stato annullato dalla stessa Corte. La decisione aveva scatenato le violente proteste degli integralisti. Il governo ha reagito con fermezza facendo scattare ampie retate. In carcere sono finiti anche i leader dei partiti religiosi che reclamavano l'impiccagione di Asia Bibi.
«Voi pensate che manderemo a morte qualcuno sulla base di false prove?», ha chiesto ai ricorrenti il giudice Khosa minacciato di morte dagli estremisti. Le proteste di piazza potrebbero riesplodere, ma i partiti religiosi sono stati decimati dagli arresti. Ieri davanti alla Corte suprema c'erano pochi facinorosi, anche se il Tehreek-e-Labaik ha lanciato l'appello ai suoi «di tenersi pronti a nuove azioni». Un attivista vicino alla famosa «moschea rossa» della capitale, covo integralista, ha ribadito che «Asia Bibi merita la morte, come decreta la legge del Corano». E aggiunto minacciosamente riferendosi all'asilo in un altro paese per la cristiana: «Anche all'estero vivono dei musulmani, no? Chiunque può ucciderla là».
L'avvocato di Asia, Saif-ul-Mulook, ha confermato che «gli estremisti vogliono ucciderla nonostante il verdetto della Corte suprema». Ieri il legale affermava, dopo la sentenza, che Bibi «oggi è ancora qui... domani sera non lo so». Dopo l'assoluzione del 31 ottobre la donna ha vissuto con il marito in una località segreta sotto protezione delle forze di sicurezza pachistane. Ai primi di gennaio le sue figlie, Eisham ed Esha, pure in pericolo, sono volate in Canada grazie all'asilo concesso dal primo ministro Justin Trudeau appoggiato dai conservatori all'opposizione. Da Londra è trapelata la notizia in ambienti delle associazioni cristiane pachistane che «Asia Bibi volerà molto presto in Canada con il marito per riunire la sua famiglia». Le autorità canadese avrebbero già predisposto una possente e segreta cornice di sicurezza, ma non è detto che la martire cristiana resti nel paese nord americano.
Ieri molti esponenti delle forze politiche del centro destra hanno auspicato l'asilo politico nel nostro paese. «L'innocenza di Asia Bibi è confermata, l'incubo è finito! Dopo le ingiuste accuse e il carcere, per la sola colpa di essere cristiana, ora ha il diritto di rifarsi una vita in sicurezza con la sua famiglia», ha scritto su twitter Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e numero due di Forza Italia.
Asia vivrà libera, ma in Pakistan, però, ci sarebbero almeno una quarantina di perseguitati per il reato di blasfemia nel braccio della morte.

30enne australiana fugge in Pakistan per incontrare 'l'uomo dei suoi sogni' ma viene sequestrata e abusata. Riesce a fuggire grazie ad associazione cristiana locale


Di Salvatore Santoru

Una 30enne australiana, Lara Hall, è stata rapita e abusata in Pakistan. La giovane era arrivata nel paese al fine di incontrare un individuo conosciuto su Facebook e considerato come 'l'uomo dei suoi sogni', come riporta il sito australiano 'News'. 

Andando nei particolari tale individuo, di nome Sajjad, sarebbe un parente di una donna a cui la giovane ha dato ripetizioni di inglese.
Oltre a ciò e stando a quanto riporta Quotidian Post, lo stesso Sajjad aveva conquistato la giovane sostenendo di essere un famoso avvocato e promettendogli una vita lussuosa.
Ma, dopo l'arrivo in Pakistan, Lara Hall è stata sequestrata ed abusata da Sajjad e da suo fratello ed è stata costretta a convertirsi all'Islam. 

In seguito, la 30enne è riuscita a fuggire dal covo in cui era segretata e a prendere contatto con l’Associazione Cristiana Pakistana Britannica.
La stessa associazione ha aiutato Hall nella prenotazione del volo, in precedenza rifiutato dall'ambasciata australiana.

La Hall, che è laureata in giurisprudenza e ha un futuro brillante davanti a sé, ha sostenuto ai media di essere stata sedotta da Sajjad in un periodo in cui era particolarmente vulnerabile.

È morta Asima, la giovane cristiana arsa viva in Pakistan perché non voleva convertirsi all'Islam

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(ANSA)
Asima Yaqoob, la giovane cristiana di 24 anni arsa viva in Pakistan dal fidanzato per essersi rifiutata di convertirsi all'Islam per sposarlo, è morta nell'Ospedale Mayo di Lahore, in Punjab.
Il decesso, hanno indicato fonti sanitarie, è avvenuto per la gravità delle ustioni riportate su gran parte del corpo. Il responsabile del gesto, Rizwan Juggar, ha confessato ed è stato arrestato ieri. Asima, pachistana e cristiana, era ricoverata in un ospedale di Lahore con il corpo devastato dall'80% di ustioni dopo che il promesso sposo l'aveva cosparsa di cherosene di fronte all'ennesimo rifiuto di cambiare religione in vista delle nozze.
Il padre di Asima, Jaqoob Masih, ha raccontato che il ragazzo l'ha aspettata mentre tornava dal suo lavoro di domestica e là, in una strada di Sialkot, nel Punjab, l'ha bruciata viva. Poi è scappato e quando la polizia lo ha fermato si è giustificato affermando che non voleva ucciderla ma solo spaventarla. "Stava cercando di costringere la ragazza a sposarlo - ha detto Jaqoob Masih - ma lei ha rifiutato la sua proposta perché non voleva convertirsi all'islam".
Ora, per il fidanzato violento si apriranno le porte di un tribunale speciale antiterrorismo che, sempre a Lahore, aveva condannato a morte Imran Ali, ventiquattrenne assassino di Zeinab, la bambina stuprata e uccisa tre mesi fa in Punjab.
Quello di Asima è solo l'ultimo di una serie di orrori che trasformano in incubi fidanzamenti e promesse di matrimonio. é di ieri la storia di Sana Cheema, venticinquenne di origini pachistane ma cresciuta a Brescia e naturalizzata italiana, sgozzata da padre e fratello per aver rifiutato un matrimonio combinato.
E sempre nello stato del Punjab, qualche giorno fa tre studentesse universitarie sono state sfregiate con l'acido perché una di esse - sostenuta dalle altre due - avrebbe rifiutato una proposta di matrimonio. La 'punizione' è scattata quando le tre erano ferme a una fermata dell'autobus. Tre giovani in moto hanno lanciato loro l'acido sul volto e sul corpo. Ad organizzare la spedizione, i parenti di colei che aveva osato ribellarsi.

Morte di Sana Cheema: fermati il fratello, lo zio e il padre della ragazza in Pakistan

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Anche le autorità pakistane nutrono dubbi sulla morte di Sana Cheema e hanno aperto un’inchiesta. (In questo articolo abbiamo ricostruito la vicenda).
La ragazza di 25 anni, cresciuta in Italia e di origini pakistane, è morta lo scorso 21 aprile in circostanze ancora poco chiare.
Il padre, Mustafa Ghulam, 56 anni, lo zio, Iqbal Mazhar, e il fratello 31enne, Adnan Cheema, sono stati formalmente iscritti nel registro degli indagati da parte della procura generale di Kunjah, in Pakistan, con l’accusa di occultamento di cadavere e non potranno lasciare il paese.

Nella giornata di martedì 24 è attesa la convalida dei tre fermi.

Sana, si attende l’autopsia in Pakistan. Il padre e il fratello non potranno lasciare il Paese

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Di Federico Gervasoni

Ci sono novità importanti sulla morte misteriosa di Sana Cheema, la 25 enne pachistana d’origine e divenuta cittadina italiana dallo scorso settembre, deceduta in circostanze non ancora chiarite una settimana fa in Pakistan. Il padre e lo zio della ragazza infatti non possono lasciare il proprio Paese e la zona dove Sana è stata sepolta si trova sotto sequestro. A rivelarlo è Raza Asif, segretario della comunità pakistana in Italia e che ieri è intervenuto nel corso di un presidio organizzato in Piazza Rovetta a Brescia. 

«Sarà inoltre eseguita l’autopsia sulla salma», ha detto Asif. Sana Cheema, da quindici anni residente nel capoluogo di provincia lombardo, da diverso tempo gestiva un’agenzia di pratiche automobilistiche in città. Perfettamente integrata la giovane poco prima di Natale era partita verso il Pakistan senza fornire particolari motivazioni ai conoscenti. Nelle prime ore di sabato il Giornale di Brescia, in contatto con un’amica della venticinquenne ha diffuso la notizia della sua uccisione, imputando la colpa nei confronti del padre e del fratello. La causa scatenante sarebbe stata il rifiuto della ragazza di accettare le nozze combinate che gli erano state imposte. 

I due uomini, inizialmente fermati con l’accusa di omicidio sono stati però rilasciati dopo un lungo interrogatorio. Appoggiato dagli altri abitanti del piccolo villaggio di Mangowal, nel distretto di Gujrat, papà Mustafa ha spiegato che la giovane sarebbe morta per malore, probabilmente un infarto. Versione in aperto contrasto con quella rilasciata dagli amici di Sana che fino all’ultimo hanno chiesto di riesumare la salma per fare chiarezza. Intanto, anche la Farnesina sta seguendo il caso tramite l’ambasciata italiana a Islamabad e sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta per capire cosa sia realmente successo. 

Gli USA sospendono l'assistenza finanziaria al Pakistan: 'non combattono i terroristi'

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Di Salvatore Santoru

Gli USA hanno deciso di sospendere gli aiuti finanziari al Pakistan.
Come riporta Euronews(1) tale decisione è stata resa nota dal portavoce del Dipartimento di Stato USA Heather Nauer ed è stata accolta con diverse proteste in Pakistan.

La motivazione data dagli USA alla decisione è stata che il governo pakistano non combatterebbe in modo decisivo il terrorismo.

NOTA:

(1) http://it.euronews.com/2018/01/05/usa-pakistan-trump-washington-terrorismo-talebani-islamabad-heather-nauert-dipartimento

Pakistan, studente cristiano beve acqua riservata agli islamici: ucciso a bastonate

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Ucciso a bastonate perché cristiano. Non è avvenuto ai tempi dell'antica Roma e delle persecuzioni contro i protocristiani che tanti martiri hanno dato alla Chiesa. No, è successo il 30 agosto in Pakistan. Sheron Masih, studente pakistano di fede cristiana, si trovava a scuola, nella regione del Punjab. Come racconta il legale della famiglia, Mushtaq Gill, il ragazzo era quotidianamente sottoposto ad abusi e violenze perché credeva in Gesù e non in Allah. I compagni di scuola avevano cercato in tutti i modi di convertirlo, senza risultati.
Oltre alle botte, che prendeva da tempo sotto gli occhi indifferenti di professori e studenti, gli era stato anche proibito di bere dal distributore della scuola. La sharia autoproclamata degli studenti. Ed ecco che il 30 agosto Sheron ha deciso di infrangere quella stupida regola che lo discriminava. Ha bevuto dal distributore, decretando la sua fine. È stato subito raggiunto da un gruppo di studenti islamici che lo hanno picchiato selvaggiamente con bastoni e spranghe, fino a ucciderlo.

Il Pakistan minaccia la pena di morte per bestemmia su Facebook

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Di Tyler Durden
Zerohedge

Un tribunale pachistano per l'antiterrorismo ha appena emesso la prima pena di morte per reato di blasfemia sui social media domenica, secondo la Reuters . La sentenza è l'ultimo passo di un giro di vite  stringente sul dissenso sui social media da parte del governo del primo ministro Nawaz Sharif.


Taimoor Raza, 30 anni, è stato condannato per i commenti sprezzanti sul profeta Maometto, le mogli e le compagne, secondo Shafiq Qureshi, un pubblico ministero di Bahawalpur, una città a circa 300 miglia a sud di capoluogo Lahore. Raza è stato arrestato l'anno scorso dopo un dibattito sull'Islam sul social Facebook con un uomo che si è rivelato essere un agente dell'anti-terrorismo. E' stato una tra le 15 persone arrestate dal reparto antiterrorismo lo scorso anno, accusati di blasfemia, secondo la Commissione diritti umani del Pakistan e Reuters.

Il fratello di Raza, Waseem Abbas, ha dichiarato  al Guardian che era di famiglia “povera ma letterata”, e apparteneva alla minoranza della comunità sciita musulmana del Pakistan.
“ Mio fratello in un dibattito in uno show su Facebook con una persona settaria, che abbiamo saputo riconoscere dopo tempo, era un ex-ufficiale  [del reparto antiterrorismo] e si chiama Muhammad Usman,” ha detto.


Come riporta Reuters , la bestemmia è un argomento molto sensibile nella maggioranza musulmana del Pakistan, aver insultato il profeta Maometto è un crimine capitale per il quale decine di persone sono detenute nel braccio della morte. Anche semplici accuse sono sufficienti per innescare il clamore di massa e la plebaglia giustizialista.

Un tribunale antiterrorismo di Bahawalpur gli ha imputato la pena di morte”, ha detto Qureshi a Reuters.  E' la prima condanna a morte che coinvolge un caso legato ai social media.




PAKISTAN,studente universitario ucciso dai colleghi perché accusato di "blasfemia"


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Di Salvatore Santoru

In Pakistan uno studente universitario,Mashal Khan, è stato ucciso dai suoi coetanei in quanto accusato di 'blasfemia'(1).
A seguito dell'omicidio del ragazzo,studente di giornalismo all'Università "Abdul Wali Khan" di Mardan, si sono verificati dei disordini e la polizia ha fatto irruzione nel campus facendolo momentaneamente chiudere e arrestando 35 persone.

Il reato di blasfemia è considerato gravissimo in Pakistan e già a marzo,come riportato su questo blog(1),il governo islamista aveva proposto il divieto di utilizzo di Facebook e di altri social network al fine di 'combattere la blasfemia'(2).

NOTE:

(1)http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2017/04/14/pakistan_e_islam_studente_accusato_di_blasfemia_ucciso_dai_compag-68-589741.html

(2)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/03/pakistan-il-governo-vuole-vietare.html

PAKISTAN, IL GOVERNO VUOLE VIETARE FACEBOOK E GLI ALTRI SOCIAL MEDIA: 'NON FANNO NIENTE NELLA LOTTA CONTRO LA BLASFEMIA'

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Di Salvatore Santoru

In Pakistan il governo ha preso in considerazione l'idea di vietare l'utilizzo di Facebook e di Twitter nonché di altre piattaforme di social media.
La motivazione si ritrova nel fatto che sia Facebook che gli altri social media si rifiuterebbero di portare avanti la 'lotta alla blasfemia' del governo pakistano, a parere delle stesse autorità politiche del paese.

NOTE:

(1)http://www.ibtimes.com/pakistan-may-ban-facebook-other-social-media-blasphemy-character-assassination-2507016

IN PAKISTAN FUNZIONARI DI FACEBOOK COLLABORANO CON IL GOVERNO PER COMBATTERE LA 'BLASFEMIA'

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Di Salvatore Santoru

In Pakistan alcuni funzionari di Facebook collaborano con le autorità per eliminare i post ritenuti blasfemi, come riferito dall'Independent(1).
Nel paese il reato di blasfemia può prevedere anche la pena di morte(2) e il ministro della Giustizia Shaukat Aziz Siddiqui(3) ha chiesto al ministero dell'Interno di fare di più nella lotta contro la blasfemia online, anche bloccare interamente l'utilizzo dei social media in Pakistan.

NOTE:

(1)http://www.independent.co.uk/life-style/gadgets-and-tech/news/pakistan-social-media-ban-fears-blasphemous-content-online-islam-muslim-faith-a7619076.html

(2)https://en.wikipedia.org/wiki/Blasphemy_law_in_Pakistan

(3)https://www.jihadwatch.org/2017/03/pakistan-facebook-helping-pakistani-officials-remove-blasphemous-content

PAKISTAN: CENSURATE 11 TV CRISTIANE


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Di Alessandra Benignetti

Continua la stretta contro i cristiani in Pakistan. Nel Paese, dove dal 1986 è in vigore la contestata legge sulla blasfemia che permette di punire con l’ergastolo o la pena di morte chiunque offenda la religione islamica, undici canali televisivi cristiani sono stati dichiarati illegali. Lo riferiscel’agenzia Fides, la quale ha reso noto che la “Pakistan Electronic Media Regulatory Authority”, con una sentenza, ha imposto ai canali cristiani di interrompere immediatamente le trasmissioni. La minoranza cristiana del Pakistan, che non trova spazio e rappresentanza nei media pubblici, subisce così una nuova discriminazione e, con questa sentenza, inoltre, è stato inferto un nuovo, duro colpo alla libertà religiosa nel Paese.
“La comunità cattolica, e più in generale cristiana, è amareggiata”. Questa la reazione di Padre Morris Jalal, fondatore Catholic Tv, una delle Tv oggetto della censura del governo Pakistano. Il religioso ha affidato il suo commento sulla vicenda ad Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione di diritto pontificio che stava sostenendo, attraverso un programma di aiuti biennale, il canale.
“In quanto cittadini come gli altri, i cristiani hanno il diritto di praticare la propria religione, ma se vengono bloccati allora non sono più cittadini uguali agli altri”, ha spiegato Morris Jalal ad ACS-Italia, “noi, insieme alle altre emittenti, dobbiamo chiudere, e quando si impedisce l’espressione della fede, che è un diritto fondamentale, allora c’è persecuzione”.
Unica televisione cattolica del Pakistan, la prima ad aprire i battenti nel Paese 17 anni fa, Catholic Tvtrasmetteva dalla parrocchia di San Francesco a Lahore. La stessa città pakistana dove nel marzo scorso 72 fedeli cristiani, tra cui 30 bambini, che festeggiavano la Pasqua nel parco Gulshan-i-Iqbal, persero la vita nell’attentato compiuto da un kamikaze del gruppo islamico radicaleJamatul Ahrar, che si fece esplodere tra la folla, con addosso 20 chili di esplosivo.
La tv, finanziata dai fedeli locali, teneva compagnia a circa ottomila famiglie cattoliche attraverso la programmazione di “film di ispirazione cristiana, documentari sulle attività della Chiesa locale, talk shows ed interviste”, oltre a dare lavoro ad undici persone impiegate nello staff.
Padre Morris Jalal, ha annunciato, tuttavia, che la comunità locale non si farà intimidire. “Dobbiamo sforzarci di far sì che questo divieto venga meno e protestare contro questa decisione”, ha detto il presule, “e speriamo lo faccia anche l’Occidente”. Il sacerdote ha spiegato che lo staff che gestiva la televisione, nonostante il divieto imposto dal governo, continuerà a diffondere i contenuti della Tv tramite Cd , Dvd e social network. Anche se, ricorda infine il sacerdote, questo non potrà sostituire l’efficacia di un canale televisivo, perché molte famiglie che abitano nelle zone rurali non dispongono né di un computer, né dell’accesso ad internet.
Anche altri esponenti della locale comunità cristiana, infine, hanno chiesto al governo di revocare il provvedimento. Considerato come un vero e proprio “atto di intimidazione”, ed un “attentato alla libertà religiosa”.

PAKISTAN: NEL PUNJAB DISCRIMINAZIONI CONTRO LA MINORANZA CRISTIANA, VITTIMA ANCHE DI "SCHIAVISMO LEGALIZZATO"




Di Daniele Bellocchio

È l’ora del tramonto, il verde dei campi e l’ocra della terra sono illuminati da una luce abbagliante, il paesaggio si sussegue infinito e immutabile nelle campagne pachistane del Punjab, a pochi chilometri dalla frontiera indiana. La lingua d’argento della strada che conduce sino ad Amritsar, in India, fugge allo sguardo e il cielo è puntellato da nuvole bianche, macchiate di rosa.
Improvvisa, però, una legione di fumo nero assalta l’orizzonte della campagna di Lahore. Colonne di nube escono da decine di camini. Sono alti, invadono il cielo e sono tedofori di una memoria che li eleva a iconografie del male. Furono loro i simboli forieri del grande Orrore del ‘900 e sono sempre loro, ancor oggi, ad annunciare odio religioso e discriminazione nel Pakistan contemporaneo.
Dove c’è una ciminiera, c’è un fabbrica di laterizi e ci sono decine di famiglie cristiane che vi vivono e lavorano. La discriminazione nei confronti della minoranza religiosa e la legge sulla blasfemia, che in modo arbitrario dal 1986 punisce chi nomina Maometto e il Corano, ha relegato gran parte della minoranza cristiana, il 2% della popolazione, a una situazione di miseria e subordinazione. E così parte dei fedeli cattolici sono costretti a dover accettare, per sopravvivere, le mansioni più umili e annichilenti. Sono oltre 6mila le fabbriche di mattoni nel Punjab e quasi 24mila bambini vi lavorano, stando a quanto dichiarato dal Punjab’s Labour Department. E in una fabbrica di mattoni erano impegnati anche Shahzad Masih e Shama Bibi, coniugi cristiani, che a novembre 2014, a Kasur, vicino a Lahore, vennero sequestrati per due giorni da una folla trepidante d’odio e poi arsi vivi nella fornace dell’impresa, perchè accusati di aver bruciato alcune pagine del Corano.
Una deviazione a destra dalla strada principale che conduce ad Amritsar, alcune case di terra anticipano l’ingresso nell’industria di Manaawalla e, ancor prima di arrivare nello stabilimento, si scorgono ombre accovacciate le une accanto alle altre. Sono indistinte e si incominciano a intravedere da lontano. Ma più ci si avvicina, più quelle ombre si metamorfizzano: in sagome di uomini e donne che prosciugano istante dopo istante la vita, radicate nella terra del loro dolore. Come in un quadro di Millet, un paesaggio di assoluto realismo dalle tinte apocalittiche annuncia l’ingresso nella fabbrica. Tutto è color della creta: la ciminiera che si staglia sovrana, i mattoni che con geometrica precisione puntellano il suolo come fondamenta di un fortilizio della vessazione e pure i volti delle centinaia di operai.
Donne e uomini avvolti in salwar kamiz da ore calpestano il fango, trasportano chili di mattoni e li caricano sui camion; altri ancora accovacciati assistono all’incedere del tempo, continuando a girare i parallelepipedi; poi c’è chi li cuoce, provvedendo a inserirli nella fornace e c’è chi, con i volti coperti da sciarpe per salvare naso e bocca da fuliggine e terra, continua a buttare carbone nel fuoco. Nessuno smette un istante di lavorare. Fronti madide di sudore, mani di pietra, schiene piegate e rughe, che disegnano mappe di supplizio sui volti, sono l’istantanea di vite consumate in sacrificio alla fatica. Cinquantacinque famiglie cristiane vivono nelle piccole case costruite nel perimetro della fabbrica di Manaawala. Da quando il sole sorge, a quando il buio avvolge completamente lo stabilimento, gli operai non cessano nemmeno un istante di produrre.

Iqbal Bashir è il proprietario musulmano dell’azienda, sorveglia la manodopera e senza esitazioni e con l’alterigia di unpotere incondizionato e indotto dal privilegio racconta senza mezzi termini la vita nella sua fabbrica: ”Gli operai mediamente lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno. A volte anche di più. Vengono pagati a cottimo e ogni mille mattoni ricevono 890 rupie ( 9€ circa ndr)”. Iqbal cammina a passo lento e scruta ogni volto che incontra e poi, interrogato se non ritiene vergognoso che nel 2016 le persone vivono in una condizione di sfruttamento, sorridendo risponde: ”Vergognoso? Dar da mangiare e di che vivere alle persone tu lo definisci vergognoso? Loro non hanno alternative se non fare questo: è molto semplice!”. Prosegue raccontando che i dipendenti sono contenti, che sono felici di lavorare per lui e che non vogliono andare via; ma le parole del titolare, poco a poco, sembrano divenire sempre più prive di suono: un balbettio senza forza e potere, vacuo di ogni significato difronte all’assordante rumore del dramma circostante.
Un’immagine di Gesù al collo di un ragazzino, un uomo che fa un segno della croce prima di stringere la mano, una foto della Madonna. Gli operai vivono aggrappati a una fede non accettata dai più, ma intimo e solo appiglio per sopravvivere a una pena che non conosce misericordia. E così è anche per Nargas Munawar, 35 anni e un figlio di 7 che lavora già al suo fianco. ”Io ho sempre fatto questo mestiere. Lo facevo da bambina e lo faccio ancor oggi. Ho lavorato in diverse fabbriche e ora sono qua. Non conosco il mondo, non sono mai stata in città, so che questa è la mia vita e che devo lavorare. Ma so che non voglio che mio figlio abbia la mia stessa sorte e prego perchè un giorno lui possa andarsene”.
Ma il destino non sembra per ora incontrare vie di fuga e il presente anche dei bambini e degli adolescenti marcia su binari prestabiliti. Lavorano e faticano senza sosta: c’è chi porta gerle cariche di erba, chi scava nel fango e c’è Safina, che ha poco più di 12 anni e trascorre le sue giornate spostando file sempre uguali di mattoni. Li gira su un lato e sull’altro, in modo tale che prendano la forma migliore e trascorre le ora chinata e con lo sguardo sempre rivolto ai laterizi e alle mani rapide e insensibili che li continuano a spostare. È sola e il sole ormai è basso, solo una piccola fascia di luce è rimasta a illuminare la giovane e il suo sforzo senza sosta. Poi, improvvisa, Safina si interrompe, alza il volto e la mano plasmata da una dolcezza ossimorica rispetto ad ogni dettaglio che la circonda, sposta il velo che le copre i capelli e lascia vedere gli occhi. Sono occhi di Gorgone, di un verde che sembra azzurro, che impietriscono e fanno paura. È un’iride caravaggesca che spaventa, perchè quegli occhi sono assoluti, rapitori e allo stesso tempo privi di qualsiasi sguardo: pura luce, senza vita. Sono occhi che non portano con sé una fuga, neanche come unico e solo sogno. Sono occhi senza passato, senza futuro, senza conoscenza, sono occhi consumati dai mattoni che hanno osservato per un’intera, seppur breve, esistenza: ne portano il peso nelle pupille e non conoscono altro. Non c’è mondo al di fuori di parallelepipedi identici e ossessivi in quegli occhi figli del sublime, che spaventano: ecco lo sguardo della schiavitù nel Pakistan di oggi.

Foto di Marco Gualazzini www.marcogualazzini.com

Pakistan, in moto contro i palpeggiamenti sui bus: lezioni gratis alle donne

Foto 1


http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/pakistan-in-moto-contro-i-palpeggiamenti-sui-bus-lezioni-gratis-alle-donne_2153587-201602a.shtml

Troppe molestie e palpeggiamenti sui bus del Pakistan. Così il governo provinciale del Punjab ha deciso di sposare l'iniziativa "Women on wheels", incoraggiando le donne a spostarsi in moto e offrendo loro lezioni di guida gratuite. L'obiettivo è duplice: sia sfuggire a sgraditi incontri sia risparmiare tempo e conquistare maggiore libertà e indipendenza.
Domenica, a Lahore, è andato in scena un corteo inaugurale di 150 centaure, tra le quali anche note femministe come l'avvocatessa Asma Jahangir, rappresentanti delleNazioni Unite e diversi diplomatici stranieri. 

Non si tratta, a onor del vero, dell'unico intervento governativo in difesa delle donne pakistane. Recentemente l'esecutivo del Punjab ha infatti creato una speciale unità anti-molestie che interviene a protezione delle donne che viaggiano da sole e che, per questo, sono spesso esposte a molestie fisiche e verbali in strada e in altri luoghi pubblici.

Khorasan, i figli della jihad



Di Enrico Campofreda
Come si chiama questo?” domanda il maestro mostrando un fucile d’assalto. “Kalashnikov” risponde l’allievo. “E in Pashto?” “Machine” è il riscontro, rapido ma a mezza voce. “A cosa serve?” “A punire gli infedeli”. “E questa cos’è?” “Una bomba a mano”. “Perché usarla?” “Per autodifesa”. La classe della jihad si trova in un villaggio sperduto della provincia di Kunar nel nord-est afghano. E’ povera, come tutto attorno, ci sono panche e una lavagna dove si potrebbero offrire rudimenti di materie normali. Invece l’insegnante, un bel giovane barbuto, dopo aver introdotto una generica riflessione su cosa sia la jihad passa a mostrare armi e spiegarne l’utilità. Teoricamente e praticamente.
Quello che non si fa, almeno in quel luogo, è un uso delle medesime, anche perché alcuni allievi sono davvero piccini (quattro, cinque anni) e inadatti a sparare. Per ora. Sono scene raccolte in un documentario che i registi Najibullah Quraishi e Jamie Doran hanno girato mesi addietro e costituiscono una testimonianza viva della nuova fase che l’Afghanistan sta attraversando con la presenza di gruppi armati affiliati allo Stato Islamico. In molti casi si tratta di talebani dissidenti che, diversamente dalla tradizionale linea rivolta allo studio quasi ossessivo del Corano, pensano a spingere al combattimento i bambini fin dalla più tenera età, non escludendo sacrifici da kamikaze.
Gli “insegnanti” teorizzano che la legge islamica indichi di sviluppare le abilità dei bambini, preparando corpo e mente per la funzione militare del caso. Di minori il Paese dell’Hindu Kush, ne ha un’infinità. Nonostante la mortalità prodotta dalle infezioni della povertà e quella per morte violenta causata da raid di aerei e droni. Quest’ultimi, poi, costituiscono un meraviglioso alibi per i ‘maestri del kalashnikov’ nel proseguire con simili lezioni che parlano dell’occupazione statunitense. I talebani dissidenti covano il sogno di creare una generazione combattente che dia corpo a una nuova creatura geopolitica: il Khorasan. In realtà Wilayat Khorasan, che in persiano significa ‘dove origina il sole’, è un’amplissima antica regione che comprendeva tre province centro-orientali iraniane, buona parte dell’Afghanistan e dell’Uzbekistan, alcune zone del Turkmenistan e del Pakistan nord occidentale.
Attualmente interessa sette province afghane, alcune delle quali (Herat) sono storiche roccaforti talebane. L’immensa area potrebbe rientrare nel Califfato di Al Baghdadi che correrebbe dal medioriente siriano addirittura sino ai confini indiani, sebbene per ora si punti a sradicare l’influenza talebana e quella del governo Ghani. Nei mesi scorsi nella zona di Nangarhar si sono registrati duri scontri fra combattenti talib e miliziani del Khorasan con decine di morti da ambo le parti; mentre l’infiltrazione più prolifica per il Daesh appare proprio attorno Kunar, che dista circa 40 chilometri da Jalalabad e non è lontana  neppure da Kabul (poco più di 100 km).
Da mesi miliziani stranieri provenienti dai campi di battaglia siriani e iracheni s’affollano in diverse aree per fare proselitismo fra i giovani e anche fra i bambini, insegnargli a combattere e dedicare la vita alla causa del Califfato. Più d’un analista, sostiene come l’Intelligence pakistana sia totalmente al corrente degli ingressi di foreign fighteirs attraverso i suoi confini e non faccia nulla per impedirli, anzi.
L’ISI (Inter Service Intelligence) è presente nelle dispute interne ai talebani, come lo è il Daesh coi suoi emissari in loco. Dopo un conflitto fra le parti la scelta del mullah Mansour quale successore di Omar è stata rifiutata dai dissidenti che considerano la candidatura manovrata dai Servizi segreti pakistani. Fra costoro c’è il figlio di Omar. Oggi leader d’opposizione, come Khan, collocano fra gli infedeli che la jihad dovrà sconfiggere, quei Taliban  diventati organici alle strategie dell’Intelligence pakistana che ostacolano il progetto del Califfato.
La competizione fra talebani risale a più d’un anno fa e fece leva su alcune spaccature esistenti all’interno della componente dei turbanti pakistani; ci sono state impiccagioni di capi nella provincia del Nuristan. Scene crudeli, filmate e mostrate nei mesi scorsi a  vantaggio della lugubre propaganda di terrore e sottomissione (esecuzioni tramite sgozzamento, impiccagione, esplosione su mine antiuomo di questi nemici o soggetti refrattari al proprio volere). Riprese che hanno previsto un meticoloso impegno tecnico (tre telecamere, mixaggio d’immagini e musica) dirette da una tetra regìa ideologica. Come l’Isis ci ha abituato a osservare.

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