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La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco


Di Emanuel Pietrobon

Il 27 marzo ha avuto luogo un evento memorabile, che è già entrato nella storia: la messa straordinaria di Papa Francesco in una piazza san Pietro deserta. Lo scenario, già suggestivo di per sé, è stato ulteriormente arricchito dall’elevata dose di simbolismo che la gerarchia cattolica ha scelto di utilizzare e dall’effetto visivo garantito dalla pioggia incessante.
Spettacolo perfetto, curato nei minimi dettagli: si è parlato di tempesta sullo sfondo di un diluvio, si è parlato di fede vacillante e paura sullo sfondo della più grave pandemia della storia recente, che ha distrutto decenni di false sicurezze e obbligato miliardi di persone a rivedere le proprie esigenze, a modificare forzatamente il proprio stile di vita, si è fatto appello a Dio, un’entità invisibile e trascendente, in un’epoca che in Occidente significa irreligiosità, ultralaicismo e ateismo militante, ma che nel resto del tempo significa persecuzioni religiose, nuovi scismi, conflitti inter-religiosi, ascesa di fondamentalismi e nuove forme di spiritualità, risvegli identitari e terrorismo nel nome della fede.
Iconico è stato il momento in cui il pontefice si è diretto verso il crocifisso svettante sulla piazza più importante della cristianità occidentale, camminando faticosamente, con passo zoppicante e sotto la pioggia battente. Un’immagine che resterà impressa nell’immaginario collettivo per anni, decenni, perché simboleggia perfettamente la durezza del momento storico che sta vivendo l’umanità, ed anche la situazione che stanno affrontando la civiltà occidentale e la chiesa cattolica.
Il compito di uno statista non è mai semplice: su di lui pesa come un macigno la responsabilità di dover raggiungere, se non superare, le vette scalate dai predecessori. Nel caso della chiesa cattolica, si parla di dover ereditare il peso di due millenni di storia, due millenni di protagonismo indiscusso nella costruzione di intere civiltà, dall’Europa all’America Latina, sullo sfondo del contributo inestimabile dato all’arte, alla scienza, alla cultura, alle relazioni internazionali.
I pontefici vengono eletti per due motivi: preparare e guidare la transizione da un’epoca all’altra, e plasmare il nuovo mondo non appena la transizione finisce.
È così da (quasi) sempre: Pio XI ha preparato il terreno per lo storico papato di Pio XII, così come Giovanni XXIII ha gettato i semi per l’entrata della chiesa nella guerra fredda, poi vissuta pienamente da Paolo VI e Giovanni Paolo II, mentre mentre Benedetto XVI, il mite teologo, è stato sicuramente un pontificato di transizione.
Tornando alla funzione straordinaria del 27 marzo, la piazza vuota è anche la metaforica rappresentazione della condizione attuale della chiesa cattolica in Occidente, che ha smesso da diversi decenni di essere il baricentro della cristianità, optando per la fine della storia e, quindi, per l’acquisizione di una nuova identità a-identitaria. Neanche il compimento parziale delle profezie huntingtoniane sul risveglio delle civiltà ha avuto effetti sul dormiente e post-storico Occidente, e non è un caso che nel dopo-Ratzinger la chiesa cattolica abbia smesso di guardare e pensare ad esso come il proprio punto di riferimento.
Il futuro della chiesa è altrove, in quelle che l’attuale pontefice ha definito le “periferie del mondo”, ed è altamente probabile, anzi è sicuro, che non ci sarà alcun “effetto Francesco” nei paesi occidentali, perché il loro destino è inevitabilmente post-cristiano – e, conseguentemente, anche anti-cristiano (ma questo è un altro argomento ancora).
Un effetto Francesco non ci sarà neanche in America Latina, anche qui si tratta più di certezze che di probabilità, dove i cattolici stanno rapidamente diminuendo in ogni paese, dal Messico a Cuba, fino all’Argentina. Le complicità con le dittature militari e la lotta contro l’incompresa teologia della liberazione hanno spianato la strada per la de-cattolicizzazione, la strategia geo-religiosa di Washington e gli scandali sessuali e finanziari del clero hanno fatto il resto.
Ma allora, quali sono queste periferie di cui parla il pontefice? Sono l’Africa sub-sahariana e l’Asia meridionale ed orientale, due aree brulicanti di vita e fede, dalle quali proviene la stra-grande maggioranza dei nuovi sacerdoti, che poi vengono anche mandati in Europa per sopperire alla mancanza di clero autoctono.

Urbi et Orbi: così il Papa ha parlato alla storia


Di Andrea Muratore

Sbaglia chi vuole leggere l’immagine di Papa Francesco solo, in mezzo a Piazza San Pietro intento a pregare prima della benedizione “Urbi et Orbi” come un’attestazione di debolezza, l’immagine di una forma di tramonto del Sacro nella nostra società e, in un certo senso, del declino della forza sociale del cristianesimo.
La realtà è che queste immagini vanno direttamente nei libri di storia e ci confermano come la Chiesa, istituzione imperiale millenaria, abbia in sè la forza e l’energia di capire i momenti di crisi e di mandare messaggi alla società e al mondo che hanno un impatto spirituale, umano, morale ma anche fortemente politico.
Così è dall’antichità a oggi: da quando poco dopo il 450 Papa Leone prima convinse Attila a fare marcia indietro dalla sua marcia sull’Italia e poi si operò per limitare i danni del saccheggio dei Vandali alla Città Eterna, fino a oggi. Quanti davano questa istituzione finita dopo le dimissioni nel 2013 di Papa Benedetto XVI, interpretate come una sconfitta ma, in realtà, dimostrazione della capacità di dare, nel XXI secolo, dimensione umana anche agli affari eterni?
E potremmo continuare: la Chiesa e il cristianesimo cattolico sono stati dati per morti o declinanti durante la cattività avignonese, in occasione dell’avanzata degli Ottomani tra XV e XVI secolo, dopo la caduta di Costantinopoli, di fronte alla Riforma Protestante e alle guerre di religione, dopo la Rivoluzione Francese, nell’era di Napoleone, dopo le infamanti accuse seguite alla seconda guerra mondiale, nel corso delle persecuzioni nell’Europa dell’Est, infine oggi nell’era dell’individualismo feroce, dell’esasperazione del relativismo dell’ideologia neoliberista in declino.
Eppure, ogni volta la profezia è stata smentita: per un Lutero che emergeva, una serie di papi si sono adoperati alla Controriforma; la Francia rivoluzionaria e il culto della Dea Ragione sono durati lo spazio di un mattino, e anche quando il Vaticano confinava con i militari del Terzo Reich Papa Pio XII non ebbe paura a scendere nel quartiere San Lorenzo di Roma devastato dalle bombe degli Alleati. Segno di una capacità di leggere il segno dei tempi e di agire in maniera estremamente flessibile sul piano politico che hanno pochi eguali nella storia.
E oggi siamo qui, a contemplare gli ammonimenti di un uomo apparentemente solo, ma in realtà al centro di un colonnato e di una piazza che abbracciano l’intero pianeta. Lanciando un avvertimento ben preciso (https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/papa-francesco-omelia-testo-integrale-preghiera-pandemia.html): “Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Di fronte al coronavirus, quello di Francesco è un messaggio spirituale, ma anche un manifesto per il mondo che verrà. La sintesi di un ragionamento sulla dottrina sociale della Chiesa che ha coinvolto Paolo VI (con l’enciclica Popolorum progressio), Giovanni Paolo II (Laborem exercens), Benedetto XVI (Caritas in veritate) nello sviluppare una visione critica degli eccessi della società degli uomini economici, dello svilimento del lavoro, del consumismo sfrenato. A cui Francesco si è aggiunto con l’enciclica Laudato sì, che chiude il cerchio e indica una direzione, un grande spunto per una riflessione profonda sulla modernità. Da cogliere al più presto.

Giornata di lutto nazionale- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani invita il mondo della scuola ad aderire
all’iniziativa promossa in data 31 marzo dal presidente della Provincia di Bergamo, Gianfranco Gafforelli al
fine di «ricordare le vittime del Coronavirus, per onorare il sacrificio e l’impegno degli operatori sanitari, per
abbracciarci idealmente tutti, per essere di sostegno l’uno all’altro, come sappiamo fare noi sindaci»

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime solidarietà e condoglianze
nei confronti di tutte le famiglie coinvolte in tale dramma e propone in tale occasione di apporre un fiocco
nero su ogni Classroom, applicazione di G-suite, o sui siti delle scuole onde manifestare la propria vicinanza.

“Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti
e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca... ci
siamo tutti.” (Papa Francesco, Omelia del 27 marzo).

Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU

La visita di Putin in Italia: ecco chi incontrerà


Di Salvatore Santoru

Dopo cinque anni il presidente russo Vladimir Putin torna in Italia. Andando nei dettagli, durante la visita diplomatica lo stesso presidente russo incontrerà Papa Francesco, Giuseppe Conte e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Inoltre, è previsto anche un incontro 'segreto' con Berlusconi.

PER APPROFONDIREhttps://it.blastingnews.com/politica/2019/07/visita-di-putin-in-italia-incontrera-papa-francesco-e-conte-002941771.html

Papa Francesco a Napoli: 'Bisogna aprire un dialogo con l'ebraismo e l'Islam'


Di Salvatore Santoru

Papa Francesco è stato relatore in una conferenza organizzata dalla Pontificia Facoltà di Teologia di Napoli. Durante tale conferenza di due giorni, intitolata "La Teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo", il Pontefice ha parlato della necessità del dialogo della Chiesa con l'Islam e l'ebraismo.

Inoltre, il Papa ha ribadito la sua posizione sull'attuale crisi migratoria.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/cronaca/2019/06/napoli-papa-francesco-dobbiamo-dialogare-con-islam-e-ebraismo-002934333.html

Udine, l'ideologo russo Dugin su Papa Francesco: 'È populista e anticapitalista in America Latina e filo-globalista in Occidente'


Di Salvatore Santoru

In questi giorni il noto e discusso pensatore russo Alexander Dugin si trovava in Italia, come ospite principale di diverse conferenze e convegni. Durante l'ultima tappa del suo tour italiano, tenutasi nel castello di Udine, il politologo ha parlato anche della politica di Papa Francesco.
Più precisamente, secondo Dugin il Papa ha una posizione decisamente populista e anticapitalista in America Latina, mentre in Occidente avrebbe una posizione filo-globalista.

Papa Francesco: 'No alle fake news, i giornalisti devono operare secondo verità e giustizia'


Di Salvatore Santoru

Recentemente Papa Francesco ha detto la sua sulla questione delle fake news. 
Più specificatamente, riporta l'Huff Post, Bergoglio ha affrontato la tematica durante l'incontro con l’Associazione stampa estera in Italia in Vaticano.

Più precisamente, il Pontefice ha affermato che i giornalisti devono "operare secondo verità e giustizia, affinché la comunicazione sia davvero strumento per costruire, non per distruggere; per incontrarsi, non per scontrarsi;", e "per dialogare, non per monologare; per orientare, non per disorientare; per capirsi, non per fraintendersi; per camminare in pace, non per seminare odio; per dare voce a chi non ha voce, non per fare da megafono a chi urla più forte”.

Rom, Papa Francesco su Casal Bruciato: questa non è civiltà


Di Iacopo Scaramuzzi
«Quando leggo sui giornali qualcosa brutta vi dico la verità: soffro. Oggi ho letto qualcosa brutta e soffro perché questa non è civiltà: non è civiltà». Così il Papa, in trasparente riferimento alla vicenda della famiglia rom, assegnataria regolare di una casa popolare nel quartiere periferico romano di Casal Bruciato e minacciata da militanti di estrema destra, in un incontro di preghiera con 500 rom e sinti che ha avuto luogo questa mattina nel Palazzo Apostolico vaticano. Francesco ha esortato i suoi ospiti a non covare il rancore e la vendetta, sottolineando che le organizzazioni che in Italia sono «maestre di vendetta» e di «omertà» sono delinquenti, non coloro che vivono e lavorano con dignità. I cittadini di seconda classe «ci sono», ha detto Jorge Mario Bergoglio, «è vero», ma «sono coloro che scartano la gente», quelli che «con la scopa in mano buttando fuori gli altri». 
Il vescovo ausiliare di Roma Giampiero Palmieri, che ieri ha visitato la famiglia Omerovic insieme al direttore della Caritas romana, don Benoni Ambarus, e con la sindaca di Roma Virginia Raggi, ha invitato la famiglia a partecipare questa sera all’incontro diocesano che Papa Francesco presiderà a San Giovanni in Laterano.
Nell’incontro avvenuto nella Sala Regia, il Papa ha preso la parola dopo le testimonianze di don Cristian Di Silvio, sacerdote rom («Ricordo che quando ne parlai con i miei compagni di seminario la prima cosa che mi chiesero fu se abitavo in una roulotte, se chiedevo l'elemosina e se la mia famiglia andava a rubare portafogli alla stazione Termini…»), e di tre mamme, Dzemila, Miriana e Negiba («Alcune di noi vivono in appartamenti in affitto, in case popolari, altre ancora in quelli che vengono chiamati “campi nomadi” che altro non sono che delle baraccopoli, dei ghetti dove, su base etnica, le nostre famiglie sono segregate dalle istituzioni comunali…»). Francesco ha detto di aver ascoltato «tante cose che mi hanno toccato il cuore».
«Le mamme che leggono le speranze negli occhi dei figli lottano tutti i giorni per la concretezza, non per le cose astratte: crescere un figlio, dargli da mangiare, educarlo, inserirlo nella società: le mamme sono la speranza. Una donna che porta un figlio al mondo è speranza, lei, semina speranza, è capace di fare strada, di creare orizzonti, di dare speranza», ha detto Jorge Mario Bergoglio, che ha proseguito: «In ambedue le testimonianze c’era sempre il dolore amaro della separazione, quello che si sente nella pelle: ti fanno da parte, “si tu passi ma lì, non toccarmi perché”… in seminario ti domandavano se chiedevi elemosina, se andava a Termini: la società vive delle favole, “no padre quella gente è peccatrice”: e tu non sei peccatore? Tutti siamo peccatori, tutti facciamo sbagli nella vita, ma io non posso lavarmene le mani guardando veri o finti peccati altrui, io devo guardare i miei peccati. E se l’altro è il peccato e fa una strada sbagliata, avvicinarmi e dargli la mano per aiutarlo a uscire».
«Una cosa che a me mi fa arrabbiare è che ci siamo abituati a parlare della gente con gli aggettivi», ha detto ancora il Papa, «non diciamo “questa è una persona”, “una mamma”, “un giovane prete”, ma mettiamo l’aggettivo, e questo distrugge perché non lascia che questa sia una persona. L’aggettivo è una delle cose che crea distanza tra mente e cuore. Questo è il problema di oggi: se voi mi dite che è un problema politico, sociale, culturale, di lingua, sono cose secondarie, il problema è di distanza tra mente e cuore. “Sì tu sei gente, ma lontano da me, dal mio cuore”, “i diritti sociali, i servizi sanitari sì, ma faccia la coda, prima questo poi quello”…». «È vero – ha detto Papa Bergoglio – ci sono cittadini di seconda classe, è vero: ma i veri cittadini sono coloro che scartano la gente, questi sono di seconda perché non sanno abbracciare, sempre con l’aggettivo, scartano e vivono scartando, con la scopa in mano buttando fuori gli altri, con il chiacchiericcio o in altro modo. Invece la bella strada è la fratellanza: vieni, la porta è aperta, e tutti dobbiamo collaborare». 

Archivio segreto su Pio XII: il Papa ne annuncia l'apertura


Di Giuseppe Aloisi
Papa Francesco è un sostenitore della trasparenza. Anche quando si tratta di fare i conti con la storia.
E magari con qualche segreto. Può essere interpretato attraverso questa chiave di lettura l'annuncio dato poche ore fa, quello relativo all'apertura dell'archivio vaticano riguardante Pio XII, papa Pacelli, contemporaneo alla seconda guerra mondiale. La figura in questione è stata eletta al soglio pontificio nel 1939, agli albori quindi del secondo conflitto bellico di caratura internazionale.
Bergoglio ha in qualche modo lasciato intendere di non avere alcun timore dell'emersione di contenuti che potrebbero rivelarsi scottanti: "Ho deciso che l'apertura degli Archivi Vaticani per il Pontificato di Pio XII avverrà il 2 marzo 2020, a un anno esatto di distanza dall'ottantesimo anniversario dell'elezione al Soglio di Pietro di Eugenio Pacelli".
C'è, insomma, la volontà di non celare più quanto fatto dalla Chiesa cattolica durante uno dei periodi storici più drammatici per l'intera umanità. L'ex arcivescovo di Buenos Aires ha poi rincarato la dose, sciorinando le motivazioni dietro questa mossa: "Assumo questa decisione - ha proseguito il Santo Padre, come riportato pure dall'Agi - sentito il parere dei miei più stretti Collaboratori, con animo sereno e fiducioso, sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza, e che invece furono tentativi, umanamente anche molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori".
Sembra permanere la certezza, dunque, che il duecentosessantesimo pontefice romano possa uscirne rafforzato. Termineranno, forse, alcune dietrologie storiografiche sulla sua figura. Di questo, almeno, pare sicuro l'attuale vescovo di Roma, che ha anche associato questa scelta all' "amore" che l'istituzione ecclesiastica nutre, da sempre, nei confronti della storia.
Tra un anno esatto, quindi, avremo modo di conoscere qualche dettaglio in più, presumibilmente qualche segreto, su quanto messo in campo dalla Chiesa cattolica in prossimità, durante e dopo il conflitto bellico più sconvolgente mai combattuto dagli esseri umani.

Il Papa: "Anche Gesù era un rifugiato"


Di Raffaello Binelli

"Il viaggio dei migranti non è sempre un'esperienza felice", dice Papa Francesco nella prefazione di "Luci sulla strada della speranza", pubblicato oggi dalla Sezione migranti e rifugiati del Dicastero dello Sviluppo umano integrale della Santa Sede.


"Basti pensare ai terribili viaggi delle vittime della tratta. Anche in questo caso, però, non mancano le possibilità di riscatto". Il pontefice osserva che "ci sono poi gli esodi drammatici dei rifugiati, un'esperienza che Gesù Cristo stesso provò, assieme a i suoi genitori, all'inizio della propria vita terrena, quando dovettero fuggire in Egitto per salvarsi dalla furia omicida di Erode".

"Anche quando l'itineranza è stata indotta con intenzioni criminali, come nel caso della tratta- prosegue il Papa -, non bisogna lasciarsi rubare la speranza di liberazione e di riscatto. Migranti, rifugiati, richiedenti asilo, sfollati e vittime della tratta costituiscono segmenti sovrapposti di minoranze in pericolo".

Il Papa cita anche l'esempio del "piccolo Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto come schiavo dai fratelli gelosi, il quale in Egitto divenne un fiduciario del faraone. Ci sono poi gli esodi drammatici dei rifugiati, un’esperienza che Gesù Cristo stesso provò, assieme ai suoi genitori. Come la storia umana, la storia della salvezza è stata segnata da itineranze di diverso genere - migrazioni, esili, fughe, esodi - tutte comunque motivate dalla speranza di un futuro migliore altrove.


E anche quando l’itineranza è stata indotta con intenzioni criminali, come nel caso della tratta, non bisogna lasciarsi rubare la speranza di liberazione e di riscatto".

Padre Fabio Baggio e padre Michael Czerny, sottosegretari della Sezione migranti e rifugiati, nella prefazione del documento scrivono che "Papa Francesco non ha mai nascosto la sua grande preoccupazione verso il fenomeno della tratta di persone, che miete milioni di vittime - uomini, donne e bambini - le quali possono essere annoverate tra le persone più deumanizzate e scartate ovunque nel mondo di oggi". "Gli Orientamenti - proseguono - si propongono di fornire una chiave di lettura della tratta e una comprensione che diano ragione e sostegno a una lotta necessaria e duratura".

FONTE: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/papa-anche-ges-era-rifugiato-1630176.html

VATICANO, Paolo VI e Oscar Romero sono stati proclamati santi

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Di Salvatore Santoru

Papa Francesco ha proclamato santi  Paolo VI e Oscar Arnulfo Romero. Come riporta il Fatto Quotidiano(1), la santificazione è avvenuta durante una cerimonia in piazza San Pietro.

Paolo VI si offrì alle Brigate rosse per la liberazione di Aldo Moro e l’arcivescovo di San Salvador venne ucciso dagli squadroni della morte della dittatura militare che al tempo regnava nel paese latinoamericano.

NOTA: 

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/14/vaticano-papa-paolo-vi-che-si-offri-alle-brigate-rosse-e-il-vescovo-martire-romero-chi-erano-i-due-nuovi-santi-proclamati-da-bergoglio/4692006/


Aborto, papa Francesco: “È come affittare un sicario. Interrompere la gravidanza? Un modo di dire per far fuori qualcuno”

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Abortire significa “far fuori una vita umana per risolvere un problema, è come affittare un sicario“. E “interrompere la gravidanza” è solo un modo di dire, che equivale a “far fuori qualcuno“. Lo ha detto papa Francesco in piazza san Pietro, nell’udienza generale del mercoledì, dedicata oggi alla catechesi del comandamento “Non uccidere“. “Come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare?”, ha chiesto ai 25mila fedeli arrivati da tutto il mondo.
“La violenza e il rifiuto della vita – ha detto il pontefice – nascono in fondo dalla paura. L’accoglienza dell’altro, infatti, è una sfidaall’individualismo. Pensiamo, ad esempio, a quando si scopre che una vita nascente è portatrice di disabilità, anche grave. I genitori, in questi casi drammatici, hanno bisogno di vera vicinanza, di vera solidarietà, per affrontare la realtà superando le comprensibili paure. Invece spesso ricevono frettolosi consigli di interrompere la gravidanza. Che è un modo di dire per far fuori qualcuno”, ha concluso.

Kim Jong-un invita il papa a Pyongyang: “Pronto ad accoglierlo ardentemente”

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LA STAMPA

Il nuovo corso di Kim Jong-un è sempre più ecumenico, almeno a parole. Dopo aver accettato l’incontro con Trump e avendone un altro in programma, ora il dittatore nordcoreano ha invitato papa Francesco a visitare Pyongyang dicendosi pronto «ad accoglierlo ardentemente».  
La rivelazione è arrivata da Kim Eui-kyeom, portavoce della Presidenza sudcoreana, in un briefing coi media sul viaggio in Europa del presidente Moon Jae-in che comprende la tappa in Italia e Vaticano (16-18 ottobre). 

Moon consegnerà «questo messaggio» quando incontrerà il pontefice, al quale chiederà poi la benedizione e il supporto a favore di pace e stabilità della penisola coreana, ha riferito la Yonhap.  

ESTONIA, PAPA FRANCESCO: 'Nelle nostre società tecnocratiche si sta perdendo la gioia di vivere e il senso della vita'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente Papa Francesco è arrivato in Estonia.
Come riporta l'inviato della 'Stampa' Andrea Tornielli per Vatican Insider(1), durante il suo discorso a Tallinn Bergoglio ha sostenuto che la troppa fiducia nel progresso tecnologico potrebbe causare la perdita della capacità di creare legami tra le persone.

Inoltre, Papa Francesco ha anche affermato che nelle "nostre società tecnocratiche si perde il senso della vita, della gioia di vivere" e che "il benessere non è sempre sinonimo di vivere bene".

NOTA:

(1) https://www.lastampa.it/2018/09/25/vaticaninsider/il-papa-nelle-nostre-societ-tecnocratiche-si-perde-la-gioia-di-vivere-WzA5ZmsEC1DhB5mmRknNRN/pagina.html

Cina, accordo Vaticano-Pechino sulla scelta dei vescovi: eletti dai sacerdoti, ma serve l’ok di Partito Comunista e Papa

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Di Alessandra Collarizi
All’indomani dello storico accordo tra Pechino e Vaticano sulle nomine episcopali, non si placano le polemiche sull’opacità dei contenuti, motivo di apprensione per buona parte della comunità cattolica. Nel pomeriggio di sabato si è svolta a Pechino una riunione tra il monsignor Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati, e Wang Chao, viceministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, rispettivamente Capi delle Delegazioni vaticana e cinese. L’incontro si è concluso con una vaga intesa sulla scelta dei vescovicinesi, fino a oggi principale punto di frizione per le relazioni tra il governo comunista e le autorità vaticane, che dagli anni ’50 esercitano il proprio controllo su due Chiese distinte più o meno numericamente equivalenti: quella “patriottica“, riconosciuta da Pechino (con i propri vescovi), e quella sotterranea, vicina al Vaticano e costretta a operare in clandestinità per sfuggire alla repressione del governo, ostile a qualsiasi forma di condivisione del potere.

Secondo Vatican Insider, l’accordo – di cui non è stato pubblicato il testo – viene definito “provvisorio” “perché contempla un tempo di verifica – presumibilmente, almeno un paio d’anni – per sperimentarne sul campo il funzionamento e gli effetti, così da modificarne e migliorarne la codificazione testuale”. Trattasi di “accordo non politico ma pastorale”, precisa la Santa Sede smentendo tra le righe un’imminente rottura dei rapporti diplomatici con Taiwan (stretti nel 1951 in seguito alle persecuzioni nella Cina continentale comunista), ma senza fornire i dettagli procedurali per l’effettuazione delle nomine. Stando alle indiscrezioni trapelate sulla stampa internazionale nel corso delle negoziazioni, i vescovi verranno scelti per elezione da parte dei rappresentanti cattolici della diocesi (i sacerdoti, più i rappresentanti delle suore e dei laici) e approvati dalle autorità politiche cinesi, prima di essere sottoposti alla valutazione della Santa Sede per l’approvazione decisiva. Ma del potere di veto papale non sembra più esserci traccia. Intervistato dal New York Times nel weekend, l’arcivescovo Claudio Maria Celli, direttamente coinvolto nei negoziati, si è limitato ad assicurare “un intervento del Santo Padre” nelle nomine, schivando la richiesta di un chiarimento sull’entità dei poteri lasciati al capo della Chiesa cattolica.
Ugualmente abbottonata la reazione cinese, sintetizzata in uno scarno comunicato del ministero degli Esteri in cui si fa menzione di un “accordo temporaneo” mirato a facilitare il “miglioramento delle relazioni bilaterali.” Nessuno indizio in più sulla stampa statale spesso trainata dalle affermazioni incendiarie del Global Times. Il quotidiano bulldozer della politica estera cinese si è limitato a riportare il commento conciliatorio di Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienzei, sulla marginalità dell’opposizione schierata da parte della comunità cattolica, che ha nel cardinale Joseph Zen, ex arcivescovo di Hong Kong, il suo più loquace portavoce. A preoccupare sono soprattutto le misteriose premesse alla base della firma, che comprendono il riconoscimento da parte della Santa Sede di sette vescovi nominati da Pechino e precedentemente scomunicati dalla Chiesa di Roma. L’intesa prevedrebbe inoltre la sostituzione degli attuali rappresentanti “illegittimi” delle diocesi di Shantou e Mindong con due vescovi prescelti dal governo cinese. Il tutto mentre invece rimane incerto il futuro dei 36 vescovi ordinati con mandato papale e fino a oggi disconosciuti dal governo cinese.
A stretto giro dalla firma dell’accordo, la Chiesa cattolica cinese ufficiale – rappresentata dall’Associazione patriottica cattolica cinese (CPCA) e dalla Conferenza episcopale della Chiesa cattolica in Cina (BCCCC) – ha riaffermato il proprio sostegno al Partito comunista promettendo di gestire le attività religiose “in maniera indipendente, attraverso un percorso di sinizzazione che si adatti a una società socialista. “Un messaggio che difficilmente aiuterà a dissipare le preoccupazioniinnescate dalle ripetute violazioni della libertà religiosa sotto l’amministrazione Xi Jinping, responsabile di una recente stretta su tutte le comunità religiose presenti oltre la Grande Muraglia in nome di un processo di indigenizzazione delle fedi. È dunque l’inizio del totale assoggettamento della Chiesa alle autorità comuniste? Non per Francesco Sisci, sinologo che per Asia Times intervistò papa Francesco nel 2016. Secondo quanto riferisce l’esperto all’agenzia SIR, con l’accordo per la prima volta “Pechino ha ammesso l’ambito religioso del Papa in Cina“, una concessione che in epoca imperiale i missionari gesuiti non ottennero mai.

Don Pino Puglisi, Papa Francesco a Palermo per i 25 anni dall’assassinio: “Ucciso perché parlava contro la mafia”

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Arriverà anche papa Francesco per ricordare i 25 anni dall’assassinio di don Pino Puglisi. A Palermo c’è attesa per il pontefice. “Dal 1993 a oggi i parroci, le realtà parrocchiali, la chiesa di Palermo, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino Puglisi, mettendosi di traverso alla politica e alla criminalità, oppure ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta una foglia?”. A porsi la domanda sulle colonne palermitane di Repubblica è Francesco Palazzo, un amico stretto del beato Giuseppe Puglisi a Brancaccio, quartiere di Palermo. “La mafia e la cultura mafiosa non sono state sconfitte”, gli fa eco Pino Martinez, un altro degli amici e collaboratori del prete palermitano, ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993. E per ricordare i 25 anni dell’assassino di “3P” (padre Pino Puglisi, come lo chiamavano gli amici), papa Francesco domenica prossima andrà in visita a Brancaccio, il quartiere dove operò il prete e comandavano i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, accusati come mandanti dell’omicidio eccellente. Uno dei pm che portò all’arresto dei registi e dei killer di don Puglisi è Luigi Patronaggio, oggi procuratore ad Agrigento che indaga sulla nave Diciotti.

Salvatore Grigoli, uno dei killer di don Puglisi, autore di 46 omicidi, così ha raccontato a Famiglia Cristiana le ragioni perché la mafia decise di uccidere il parroco di Brancaccio: “C’era la convinzione che il Centro Padre nostro, creato da don Puglisi, fosse un covo di infiltrati della polizia. Poi si scoprì che non era vero. Ma innanzitutto perché nelle prediche, a messa, parlava contro la mafia e la gente sentiva questo suo fascino, soprattutto i giovani“.
Nato a Palermo il 15 settembre del 1937, don Puglisi divenne parroco di san Gaetano, a Brancaccio, nel 1990 e subito si occupò delle condizioni di degrado del quartiere: non c’era una scuola, un presidio sanitario, non funzionavano le fogne. E da subito il nuovo parroco fondò il centro Padre Nostro per istruire i ragazzi e toglierli dalle “fauci” della mafia che li instradava nel mondo del crimine. “Don Puglisi è stato ammazzato perché ci toglieva i ragazzi”, hanno detto alcuni mafiosi nel corso del processo ai mandanti e agli assassini del prete.
L’attivismo sociale di don Puglisi entrò in rotta di collisione con la mafia e nell’estate delle stragi (Firenze, Roma e Milano), quasi a epilogo di una stagione di morti e paura, orditi dai fratelli Graviano dalla loro villa a Forte dei Marmi, il 15 settembre, nel giorno del suo compleanno, proprio mentre rincasava a casa, don Pino fu ucciso. E vent’anni dopo, il 25 maggio 2013, è stato beatificato dalla Chiesa, non senza dubbi e tortuosità teologiche. “Papa Francesco viene a Palermo come pellegrino a visitare i luoghi del martirio di don Pino Puglisi, un testimone che ha effuso il suo sangue in nome di Cristo in questa amata e martoriata Sicilia. Viene a confermare una Chiesa nella testimonianza, a confermare la nostra Sicilia in questo percorso, che ci vede sempre coinvolti nella costruzione della giustizia e della pace», ha spiegato monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo.

“Papa Francesco sapeva degli abusi del card. McCarrick, si dimetta”: le accuse dell’ex nunzio in Usa

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Blitz Quotidiano

Prosegue il momento difficilissimo per la Chiesa e in particolare per quella americana a causa dello scandalo pedofilia. Ora spunta anche una lettera dell’ex Nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò

Oggetto della missiva di una decina di pagine è il caso dell’ormai ex cardinale americano Theodore McCarrick, accusato, condannato, e di recente sospeso anche dal collegio cardinalizio.
Viganò in sintesi dice che decine e decine di alti vertici della Chiesa da anni erano a conoscenza delle accuse di pedofilia e degli abusi anche su maggiorenni da parte del cardinale. Poi chiama in causa Papa Francesco. Viganò sostiene che Bergoglio non aveva rispettato le sanzioni imposte da Benedetto XVI nei confronti del porporato in questione. 
Poi, sempre l’ex ‘ambasciatore’ vaticano in Usa sostiene di aver informato Bergoglio sulla situazione già nel 2013. E in conclusione chiede a Papa Francesco di dimettersi. Accuse violente che fanno capire anche il clima di veleni che si respira nella Chiesa legato proprio allo scandalo pedofilia che sta travolgendo intere conferenze episcopali. A pubblicare la lettera oggi sono stati alcuni media americani e in Italia ‘La Verità’. “Ho letto questa mattina quel comunicato. Dico sinceramente: leggete voi attentamente quel comunicato e fate voi il vostro giudizio. Io non dirò una parola su questo: credo che il comunicato parla da sé e voi avete la capacita giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni”, questa la risposta del pontefice in persona questa mattina.
Viganò, ex Nunzio che era stato poi richiamato a Roma, è da anni in rotta di collisione con la Santa Sede. Questo spiegherebbe anche questo alzare la posta in maniera cosi polemica fino a chiedere a Papa Bergoglio le dimissioni. Ma, secondo quanto si apprende, dietro questa mossa potrebbe esserci anche la ‘longa manus’ di parte dell’episcopato americano che non gradirebbe la linea dura intrapresa da Francesco contro gli esponenti del clero che si sono macchiati di quelli che lo stesso Bergoglio definisce “crimini”. D’altra parte però c’è da sottolineare che la lettera di mons. Carlo Viganò è molto dettagliata, piena di nomi e date. Quasi a volere accendere un’altra polveriera.
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FOTO: Huff Post

La guerra dell’aborto nell’Argentina: stretta tra Papa Francesco e Macri

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Di Andrea Muratore

Non si amano e sono, sotto diversi punti di vista, agli antipodi il Presidente argentino Mauricio Macri e Papa Francesco, primo pontefice proveniente da un Paese che dal suo ingresso in Vaticano si è sempre ben guardato dal visitare, ma in questi giorni essi sono accomunati dal comune appoggio al movimento anti-aborto che ha ottenuto una vittoria decisiva nel voto del Senato dell’8 agosto scorso, che ha respinto il disegno di legge sulla depenalizzazione dell’interruzione di gravidanza con una maggioranza di 38 voti contro 31.

Tuttavia, Macri e Bergoglio hanno interpretato il dibattito sull’aborto in maniera alquanto differente. Il Presidente della Repubblica, come segnala l’Agi, si è detto fin dall’inizio contrario alla legalizzazione, ma ha anche sempre promesso di non aver nulla da obiettare nel firmare una legge approvata legalmente dalla rappresentanza parlamentare del Paese e ha puntato su questa ambiguità per evitare un travaso del decisivo appoggio elettorale di cattolici ed evangelici.
Il Papa, al contrario, ha interpretato la battaglia sull’aborto come il punto di partenza per una riscossa del mondo cattolico argentino e, al contempo, per una chiamata a raccolta su valori fondamentali e non negoziabili di una parte di società nazionale che ritiene notevolmente diversa da quella, definita da Bergoglio “di origine coloniale”, che ha condotto Macri al potere ma con cui, da ora in avanti, potrà dialogare più apertamente.

Le motivazioni politiche dello scontro tra Bergoglio e Macri

Come ha segnalato Lo Speciale, “da adesso in poi il clima delle relazioni tra Santa Sede e Argentina, certamente, volgerà al sereno. La distanza del Papa rispetto alla Curia e al potere politico sud-americano, era palpabile e nota da tempo”, ed è alla base del rifiuto di Francesco alle proposte di visita del suo Paese natale pervenutegli dal 2013 ad oggi. 
Al laicismo e al liberismo di Macri Francesco ha sempre contrapposto una visione dell’Argentina più simile alle concezioni peroniste, perché, come spiegato da Loris Zanatta sul penultimo numero di Limes, “nel peronismo ha sempre individuato l’erede della cristianità ispanica, in perenne lotta con la secolarizzazione liberale che, figlia del mondo protestante e incarnata dagli Stati Uniti, la minaccia”. Il Papa non ha mai nascosto la sua volontà di intervenire, direttamente o meno, nel dibattito politico argentino, tollerando le “deviazioni” finali verso il sostegno a legislazioni permissive sui diritti civili dell’ultima presidentessa peronista, Cristina Fernandez de Kirchner, proprio per tutelare la matrice culturale comune.
Del resto, le encicliche e gli scritti più “sociali” del papato di Bergoglio appaiono altamente in contraddizione con le politiche economiche, sino ad ora disastrose negli effetti, del governo Macri, che ha puntato senza successo su ricette di matrice neoliberista con massicci tagli alla spesa sociale, liberalizzazioni e misure d’austerità. “Non stupirebbe”, ha scritto Zanatta, “che il Papa considerasse le politiche del governo altrettante ferite inferte al corpo cattolico della nazione […] E quelle economiche altrettanti attentati all’identità del popolo”. La vittoria del fronte anti-aborto potrebbe offrire, in un contesto tanto complicato, una speranza di riavvicinamento.

L’affondo del Papa sull’aborto, un messaggio ai peronisti argentini

Sul dibattito riguardante l’aborto nel suo Paese natale Bergoglio si è espresso, abbastanza velatamente, una volta sola, il 16 giugno scorso, parlando ai delegati del Forum delle Famiglie e paragonando l’aborto selettivo a una forma di “nazismo con i guanti bianchi”. Parole forti e inequivocabili, che hanno colpito positivamente numerosi critici di Francesco come Marcello Veneziani (” abbiamo ritrovato il Padre perduto. Il Santo Padre. Col suo messaggio chiaro e forte”), ma anche lanciato un messaggio inequivocabile alla politica argentina.
Francesco ha lanciato un ultimatum secco al partito della Kirchner, alla formazione peronista argentina che su numerose posizioni politiche, come detto, ha deviato dalla sua impronta tradizionale cattolica e ha cavalcato l’onda dei progressismi latinoamericani. Con Macri che gioca sull’ambiguità per non perder consensi tra i cattolici e i protestanti evangelici in rapida ascesa numerica in Argentina, i peronisti dovranno essere in grado di rafforzare la questione “morale” dei valori per poter contare ancora in politica, nel prossimo futuro.

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