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Caso Report, parla l’ex responsabile della sicurezza Rai: «Quello a Ranucci era un attacco mirato»


Di Sara Menafra

Oggi è il capo di un’azienda che si occupa di fare il rating della sicurezza informatica e cibernetica di individui e società, la Kelony, la prima del settore, ma fino al 2017 Genseric Cauntournet è stato a capo della sicurezza della Rai e in seguito si è occupato di sicurezza anche ad Unicredit. Dunque, è in grado di parlare del caso della violazione dell’account bancario del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, usando informazioni di prima mano.
Anche perché uno dei consulenti della Kelony, Pawel Zorzan Urban, Chief Security Information Officer, ha potuto analizzare il leak sottratto a Unicredit che era passato in mano in mano per anni da vari consulenti.
«Partiamo da un dato – spiega Genséric Cantournet – al momento non si dà la giusta valenza agli attacchi informatici e alla circolazione delle informazioni private. Invece, l’aggressione digitale mette l’individuo in pericolo sotto vari punti di vista, inclusa l’incolumità fisica sua e delle persone a lui vicine. Ad analizzare i rischi devono essere società terze non chi, eventualmente, è responsabile dell’errore nella protezione dei dati. Molti fanno sicurezza ma pochi sono in grado di proteggere».
Nel caso di Sigfrido Ranucci, il pericolo è maggiore visto che il conduttore di Report (in onda anche questa sera su Rai3) è sotto tutela dal 2010, in seguito ad alcune inchieste sulla criminalità organizzata: come denunciato da Fnsi e Usigrai, il 15 novembre, è stato violato il suo account bancario e «l’attività di spionaggio sarebbe stata finalizzata ad acquisire dati personali relativi all’identità, alla residenza, ai familiari – si legge nella nota di Fnsi e Usigrai -. Tra i dati violati, ci sono anche quelli aziendali, in particolare mail e cellulare».
Da allora, la Polizia postale, ha avviato alcune verifiche per capire cosa ci sia dietro quella aggressione digitale.
Cantournet e Zorzan possono però dare già alcune indicazioni utili. Smentendo definitivamente una delle ipotesi circolate in questi giorni e cioè che il conto di Ranucci, presso Unicredit, fosse una delle vittime di un clamoroso furto massivo di dati avvenuto nel 2015 (lo stesso anno in cui lui ha effettivamente aperto il conto): «Avendo contatti con i consulenti che in passato avevano lavorato nella sicurezza di Unicredit – spiega Zorzan – ho avuto modo di consultare l’elenco con tutti i nomi inclusi in quella fuga di dati. Il nome di Ranucci in quell’elenco non c’era».
Zorzan spiega anche che, appunto, quanto accaduto ad Unicredit non è stato un caso di hacking: «Un dipendente che aveva l’elenco non l’ha protetto adeguatamente ed è finito in rete». Quello di Ranucci è un caso diverso, perché qualcuno cercava proprio i suoi dati: «L’azione era mirata».
C’è un collegamento diretto con le inchieste più recenti, quelle sulla presenza social dei principali politici italiani e sull’ipotesi che alcuni di loro usino account fasulli per aumentare la propria presenza in rete o far circolare notizie false ma utili alle proprie campagne? «E’ presto per dirlo – spiegano Cantournet e Zorzan – ma chi ha agito potrebbe aver voluto vendicarsi di altre inchieste, non quelle più vicine nel tempo. Non bisogna mai seguire il solo input nel settore in cui si manifesta. E’ evidente però che non sono stati hacker attivi “politicamente” ad agire sentendosi minacciati: chi fa questo tipo di azioni poi rivendica e fa in modo che la notizia si sappia, come fa Anonymous».
La Rai quanto sa di cosa è avvenuto? «All’epoca in cui mi occupavo della sicurezza aziendale avevo piena padronanza di quello che succedeva, non vedo perché le cose dovrebbero essere cambiate», è la risposta, sibillina, di Cantournet.

L'assedio francese all'Italia


Di Giuseppe Masala

 

Perdere il controllo del proprio sistema bancario a vantaggio di una potenza straniera significa perdere il controllo dei risparmi del proprio popolo. Significa in definitiva che la mobilitazione del risparmio ovvero la concessione del credito verrà decisa da una potenza straniera nel suo interesse.

In altri termini è del tutto inutile che con sacrifici enormi teniamo il saldo delle partite correnti in attivo generando risparmio se poi questo risparmio sarà usato per interessi che non sono i nostri. Significa essere ridotti allo stato di colonia subsahariana.

Spolpati.

Significa anche perdere la democrazia, ed è del tutto inutile andare a votare, se una potenza straniera controlla il risparmio. Se il nostro governo - democraticamente eletto - non rispondesse agli ordini di questa potenza straniera questa può vendere titoli di stato affondando le nostre finanze pubbliche a suo piacimento usando i nostri risparmi. E nessuno ci può fare nulla, manco la Banca d'Italia. Saremmo ridotti in stato di soggezione e sotto ricatto.

Già qualche anno fa l'AD di Unicredit, il francese ex ufficiale della Legione Straniera, vendette inspiegabilmente ai francesi il fondo Pioneer pieno zeppo di risparmio italiano investito in titoli di stato della Repubblica Italiana.
Inspiegabilmente (o troppo spiegabilmente) anzichè accettare l'offerta più vantaggiosa di Poste Italiane decidette di vendere alla francese Société Générale. Ora vende la partecipazione Unicredit in Mediobanca consegnando in sostanza il controllo di Mediobanca e a cascata di Generali ai francesi. In pratica si sono fumati mezzo risparmio italiano. Ci hanno scardinato il sistema. Nel silenzio badogliano del Quirinale e di Banca d'Italia.

Siamo di fronte ad un attacco che è una vera e propria dichiarazione di guerra. In una settimana i francesi si sono presi la Fiat (pagata con 100 anni di contributi statali italiani), hanno distrutto la siderurgia con ricadute su tutto il sistema industriale italiano e hanno scardinato il sistema creditizio italiano riuscendo a controllare una grossa fetta del risparmio italiano. 

Armi atomiche: ecco le banche che le finanziano


Di Giorgio Beretta

Sono sempre loro: BNP Paribas e Deutsche Bank. Già ai vertici delle operazioni a sostegno dell'export militare italiano, figurano anche tra i gruppi bancari europei più attivi nel finanziare l'industria degli armamenti nucleari. Sono preceduti solo dalla britannica Royal Bank of Scotland nella lista delle banche europee "most heavily involved" (più pesantemente coinvolte) nel supporto ai produttori di armi nucleari. 







Lo documenta il rapporto "Don't Bank on the bomb"(qui in .pdf) diffuso ieri a livello mondiale dalla campagna ICAN(International Campaign to Abolish Nuclear Weapons) di cui la Rete Disarmo è partner italiano.

Il quadro internazionale: primeggiano le banche Usa

La ricerca - che è stata sviluppata da IKV Pax Christi Olanda e la società di ricerche Profundo per la coalizione internazionale ICAN - fa seguito ad un'analoga ricerca pubblicata lo scorso anno: riporta le298 istituzioni finanziarie pubbliche e private (soprattutto banche, assicurazioni, fondi pensione ecc.) che nell'ultimo quadriennio hanno investito circa 314 miliardi di dollari a favore di27 compagnie ed industrie internazionali coinvolte nella produzione, manutenzione e modernizzazione delle armi nucleari.
La componente più consistente è rappresentata dalle istituzioni finanziarie con sede negli Stati Uniti (ben 165 su 298) che sommate alle 9 del Canada hanno movimentato quasi 223 miliardi di dollari. Quelle basate in Europa sono 65 con finanziamenti complessivi per oltre 73 miliardi di dollari; 47 quelle in Asia e Oceania con movimentazioni di oltre 17 miliardi di dollari; le 10 con sede in Medio Oriente hanno operato per 958 milioni di dollari e una in Africa per circa 6,2 milione di dollari. "In altri paesi dotati di armi nucleari - come la Russia, la Cina, il Pakistan e la Corea del Nord - la modernizzazione delle forze nucleari è svolta principalmente o esclusivamente da agenzie governative" - avverte il rapporto (p. 29) e pertanto le istituzioni finanziarie di questi paesi non sono prese in considerazione.
Le prime dieci istituzioni per prestiti e finanziamenti alle industrie produttrici di sistemi nucleari hanno tutte sede negli Stati Uniti: si tratta di State Street (20,4 miliardi di dollari), Capital Group of Companies (19,5 milardi), Blackrock (19,3 miliardi), Vanguard Group (13,7 miliardi), Bank of America (12,2 miliardi), JP Morgan Chase (11,9 miliardi), Evercore Partners (8,6 miliardi), Citi (8,2 miliardi), Goldman Sachs (6,6 miliardi) e Fidelity Investments (6,2 miliardi).

Il quadro europeo: Bnp Paribas e Deutsche Bank

Tra le banche con sede in Europa e ampiamente operative in Italia, il rapporto segnala il gruppo francese BNP Paribas che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti a 20 ditte internazionali produttrici di armamenti nucleari per un valore complessivo di oltre 5,36 miliardi di dollari. E la tedesca Deutsche Bank che svolge servizi o offre prestiti e finanziamenti ad una decina di ditte produttrici di sistemi nucleari per oltre 4,76 miliardi di dollari.
"Proprio questi due gruppi bancari - commenta la Campagna di pressione alle 'banche armate' - sono anche i più attivi nelle operazioni di sostegno all'export di sistemi militari convenzionali dal nostro paese. Nonostante le reiterate richieste della nostra campagna, questi due gruppi non si sono ancora dotati di direttive rigorose e di rapporti trasparenti circa tutta la loro attività di finanziamento e servizi all'industria bellica".
Tra i principali gruppi bancari europei che offrono prestiti o finanziamenti alle ditte internazionali produttrici di sistemi nucleari, il rapporto segnala anche le britanniche Royal Bank of Scotland(oltre 5,6 miliardi di dollari), HSBC (4 miliardi), Barclays (3,4 miliardi), i gruppi francesi Crédit Agricole (4,5 miliardi), AXA (3,6 miliardi) e Société Générale (3,3 miliardi), la svizzera UBS (3,3 miliardi) e la tedesca Commerzbank (2,4 miliardi): gran parte di queste banche sono anche attive nei servizi finanziari all'esportazione di armi italiane..
"I clienti di queste banche dovrebbero rendere chiaro ai propri istituti di credito che non vogliono assolutamente che i propri risparmi siano utilizzati per finanziare l'industria militare nucleare" - commentaDaniela Varano, del coordinamento internazionale di Ican. "E' importante e urgente, quindi, che i correntisti scrivano a queste banche per chiedere direttive che escludano il finanziamento alle industrie produttrici di armi nucleari e affinché gli istituti di credito rendano trasparente la propria partecipazione e i servizi che offrono alle aziende che producono sistemi sia civili che militari" - conclude Varano.

Le italiane Intesa Sanpaolo e UniCredit

Tra le aziende che erano coinvolte nella produzione di armamenti nucleari e loro vettori il precedente rapporto di ICAN citava ancheFinmeccanica, la compagnia italiana di cui il Ministero dell'Economia e delle Finanze è il maggiore azionista. A seguito di quella pubblicazione, Finmeccanica nell'agosto 2012 ha annunciato in una lettera di "non essere coinvolta nella produzione di armi nucleari". Ricerche indipendenti degli autori del rapporto hanno confermato la scadenza dei contratti relativi ad armi nucleari da parte del colosso militare italiano proprio nel 2012. Ciò ha portato all'esclusione dalla lista delle ditte, ma con l'impegno di un continuo monitoraggio e la ricerca di conferme da parte dell'azienda, per non dover giungere in futuro a inserire nuovamente Finmeccanica nella lista di produttori/sviluppatori di armamento nucleare.
Questa scelta ha ovviamente inciso sulla presenza nel rapporto di istituti di credito del nostro Paese. Nella precedente edizione del rapporto, infatti, venivano elencate 13 banche italiane o aventi sedi principali in Italia che contribuivano al finanziamento di aziende produttrici di armamenti nucleari. Essendo stata esclusa Finmeccanica, solo due figurano nel nuovo rapporto: si tratta di Intesa Sanpaolo e UniCredit.
Intesa Sanpaolo è presente per aver effettuato prestiti o finanziamenti a Bechtel, Boeing, EADS, Fluor, Honeywell International, Northrop Grumman e Thales per un valore complessivo di 819 milioni di dollari. Queste operazioni - si rileva dal rapporto - sono state in gran parte effettuate prima del dicembre 2011 quando la banca, capitanata dal presidente Bazoli, ha emesso una direttivache esplicita tra l'altro "il divieto di porre in essere ogni tipo di attività bancaria connessa alla produzione e al commercio di armi controverse e/o bandite da trattati internazionali e in particolare le armi nucleari, biologiche e chimiche, le bombe a grappolo e a frammentazione, le armi contenenti uranio impoverito e le mine antipersona".

UniCredit è finita nella lista per aver effettuato prestiti finanziamenti a Eads, Honeywell International, Northrop Grumman, Thales e ThyssenKrupp per un valore complessivo di 1,43 miliardi di dollari. "Una dichiarazione di posizione di UniCredit - segnala il rapporto - afferma che UniCredit, si astiene dall'intrattenere rapporti di finanziamento con società che producono, curano la manutenzione o commerciano armi controverse o non convenzionali quali le armi nucleari, biologiche e chimiche di distruzione di massa, bombe a grappolo, mine e uranio 238". (vedasi anche qui) "L'attuale applicazione della direttiva di UniCredit - si legge nel rapporto Ican - non ha precluso la banca dall'investire in numerose aziende produttrici di armi nucleari. La policy, inoltre, è formulata genericamente e manca di chiarezza rispetto all'ambito di applicazione e di implementazione" (p. 78).
L'unica altra banca italiana citata nel rapporto è Banca Popolare Etica, ma - attenti bene - per una buona notizia. L'istituto di credito è infatti inserito - insieme ad altri undici - nella "Hall of Fame" delle banche che hanno adottato, implementato e pubblicato una "policy" in grado di prevenire in maniera completa e complessivaqualsiasi coinvolgimento finanziario con aziende che producono armi nucleari.

Il governo italiano voti a favore delle messa al bando

Diversamente dalle armi chimiche e biologiche, quelli nucleari sono gli unici armamenti di distruzione di massa non ancora messi al bando dal diritto internazionale nonostante sia chiaro ed accettato da tutti che per loro stessa natura possono operare uccisioni indiscriminate. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti (il maggiore Stato possessore di armi nucleari) Barack Obama ha affermato nei mesi scorsi che "finché esisteranno armi nucleari, non saremo completamente sicuri".
E' per questo che Rete italiana per il Disarmo chiede al Governo italiano di sostenere le iniziative internazionali per la messa al bando delle armi nucleari, come l'Iniziativa Umanitaria che andrà a breve in discussione alle Nazioni Unite.
L'idea è stata avanzata l'anno scorso dalla Croce Rossa Internazionale (ICRC) e portata avanti principalmente da Norvegia e Sudafrica. "L'intenzione - spiega Lisa Clark di Beati i Costruttori di Pace - è convincere i Paesi riluttanti per fedeltà atlantista a sostenere il disarmo nucleare non più per motivazioni 'ideologiche' di stampo pacifista, ma su basi pragmatiche di carattere eminentemente umanitario: le armi nucleari vanno bandite semplicemente perché, se venissero usate, gli Stati non potrebbero far fronte alla catastrofe umanitaria che ne seguirebbe". Una ragione in più per cominciare a far pressione su quelle banche, attive anche nel nostro paese, che continuano a finanziarne la produzione e lo sviluppo.

Fonte:http://www.unimondo.org/Notizie/BNP-Paribas-e-Deutsche-Bank-le-banche-UE-che-piu-finanziano-le-bombe-nucleari-142877

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=50312&typeb=0&Armi-atomiche-ecco-le-banche-che-le-finanziano

La Germania fa shopping, in Italia


Di Stefano Porcari

Le aziende tedesche fanno shopping nell'Italia a saldo. Anche la Micron di Avezzano – azienda ad alta tecnologia - passa di mano. Una lunga serie di acquisizioni dei gioielli industriali del nostro paese.
L'azienda Micron Technology, che occupa 1.624 addetti ad Avezzano, è stata acquisita dalla società tedesca Lfoundry.
L' accordo raggiunto è vincolante e prevede l'acquisizione di sito e relativi asset sulla cui base Micron, tra le altre cose, assegnerà a LFoundry un contratto di fornitura della durata di quattro anni attualmente in essere con Aptina per la produzione di sensori per immagine a 200 millimetri nello stabilimento abruzzese. I dettagli finanziari della transazione non sono stati resi noti.
Il sito industriale di Avezzano, dovrebbe essere rilevato dai tedeschi con una partnership con una cordata composta dal management italiano di Micron. Manca il dettaglio delle quote di capitale che le rispettive parti andranno a rilevare perchè, secondo il Sole 24 Ore, sarebbero ancora oggetto della trattativa tra le parti. LFoundry, per i primi due anni, dovrebbe assicurare una produzione da 6.500 wafer settimanali destinata a scendere in una seconda fase a quota 5mila pezzi. Tra le possibilità, si valutano applicazioni biomedicali come la produzione di microtelecamere per diagnosi mediche non invasive. Questo progetto ha finora portato al congelamento dei 700 esuberi precedentemente individuati in Abruzzo da Micron che, a livello nazionale, nei suoi cinque siti occupa 3.261 persone.

Sono sempre più numerosi i casi di “gioielli industriali” italiani acquisiti da aziende tedesche. Ultime in ordine di tempo la Ducati ad esempio o la Lamborghini. Secondo Milano/Finanza i nomi di alcune importanti aziende italiane che farebbero gola ai tedeschi sono stati evocati sia a Francoforte dagli uomini della Goldman Sachs sia a Roma, in una seconda riunione di industriali e banchieri tedeschi, a latere della visita in luglio di Angela Merkel. Oltre a quelli di Unicredit e Monte dei Paschi e di Ansaldo Energia, per cui è in pole position da tempo la Siemens, ci sarebbe anche l'Enel. Si fa il nome della E.On, il gigante tedesco dell'energia, che vanta una liquidità di 10 miliardi di euro e che vorrebbe espandere proprio nell'Europa meridionale il suo business.

Fonte:http://www.contropiano.org/it/economia/item/14803-la-germania-fa-shopping

BANKSTER/ Morgan Stanley, Goldman Sachs, Rothschild: affari d’oro in Italia. A danno dello Stato



Di Carmine Gazzanni
http://www.infiltrato.it

Che quello di Monti sia stato il governo delle banche è, ormai, un dato assodato. Impossibile affermare il contrario, impossibile cercare di far passare la cosa semplicemente come complottismo sfrenato. Infiltrato.it, d’altronde, ha ricostruito le varie norme inserite in questo o quel decreto che sono andate a beneficio degli istituti bancari.

Basta ricordare, ad esempio, un dato. Secondo l’ultimo rapporto di Bankitalia, infatti, sarebbero ben 5 i miliardi che lo Stato avanza dalle banche. Peccato, però, che  se Agenzia delle Entrate e Governo sono – a giusta ragione – rigidi nei confronti dei furbetti di quartiere (basti pensare al redditometro, su cui, peraltro, ci sarebbe molto da dire), non lo sono – per nulla – nei confronti dei furboni d’alto borgo. Nessuna informativa, nessun pressing sulle richieste di pagamento, avanzate già dal 2009 ma nei fatti mai prese in considerazione dalle stesse banche. Niente di niente. Ma il rapporto, ovviamente, è biunivoco. Se lo Stato non chiede soldi, le banche italiane sono decisamente generose nel concedere soldi alle pa. Secondo l’ultimo rapporto di Unimpresa, l’associazione che rappresenta piccole, medie e grandi imprese, se infatti per cittadini e imprese non c’è possibilità di avere prestiti dalle banche, il credito nei confronti dello Stato è salito di ben 10,5 miliardi di euro: da settembre 2011 ad agosto 2012 si è passati da 173,7 a 184,2 miliardi. Un aumento, dunque, assolutamente in controtendenza rispetto a quanto, invece, sono costretti a pagare cittadini, famiglie e imprese.

E poi le norme concepite ad uso e consumo degli istituti: dalla moltiplicazione delle commissioni, alla riduzione dei prelievi di contante fino alla norma che garantisce una salvezza sempre e comunque per le banche: la garanzia dello Stato sui debiti. Si legge infatti nel decreto Salva-Italia che il ministero dell’Economia “fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da tre mesi fino a cinque anni, o a partire dal 1 gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”. Un modo per non far fallire le banche, insomma. In altre parole, se le banche non saranno in grado di rimborsare bond alla scadenza o di onorare debiti, sarà lo Stato a farsene carico. Con quali soldi? Quelli dei contribuenti, of course. Per il momento sono stati stanziati 200 milioni di euro all’anno per cinque anni. Totale: un miliardo di euro. Certamente non sono bruscolini.



Quello che però fino ad ora non si sapeva è che da quando a Palazzo Chigi siede Mario Monti a fare affari non sono più solo le banche nostrane, ma anche i colossi della finanza mondiale. Il primo segnale di avvertimento c’era stato il tre gennaio 2012, giorno ideale visto il periodo festivo per fare manovre all’insaputa dei più. E infatti, nel silenzio più assordante dei media, l’Italia ha estinto una posizione in derivati che aveva con una delle più potenti banche americane, la Morgan Stanley. Ben due miliardi e 567 milioni di euro sono passati dalle casse del Tesoro a quelle della banca statunitense. Il primo ad accorgersene è stato Orazio Carabini su L’Espresso, il quale ha notato una particolarità certamente non di poco conto: nessun documento italiano segnalava il passaggio. Sono stati invece i vertici della Morgan, “nelle periodiche comunicazioni alla Sec”, commenta Orazio Carabini, a segnalare “che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi”. Appunto 2,567 miliardi di euro. Ora, è chiaro che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato e, dunque, probabilmente si erano raggiunti i termini di contratto per cui era necessario onorare il debito. Tuttavia la mancanza di trasparenza legittima dubbi, perplessità, domande aperte. Commenta non a caso Carabini: “Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a L’Espresso il senso dell'operazione”. Tutto tace insomma dal ministero.

Ma è finita qui? Certo che no. Gli affari delle grandi banche internazionali in Italia, come detto, sono forti e certamente sono tenute in conto da quando Monti ha ricevuto la sua investitura. Le ritroviamo, infatti, anche come advisor pagati direttamente dallo Stato.

Pochi mesi fa Vittorio Grilli e Corrado Passera avevano pensato a un piccolo escamotage per abbassare il debito pubblico, di cui, peraltro, Infiltrato.it parlava già ieri: trasferire alla Cassa Depositi e Prestiti (società pubblica che raccoglie il denaro depositato agli sportelli delle Poste dai 25 milioni di risparmiatori che comprano buoni postali o obbligazioni pubbliche) le società e le partecipazioni azionarie possedute dal ministero del Tesoro (Fintecna, Sace e altre società). In questo modo, si era ipotizzato, si sarebbe potuto raccogliere almeno 50 miliardi che avrebbero allentato certamente le pressioni del debito pubblico.

L’esacamotage, però, sa di trucco poco pulito. Questo passaggio, sebbene come detto abbia fruttato e non poco, assomiglia al “gioco delle tre carte”, come saggiamente afferma Gianni Dragoni in Banchieri e Compari. Lo Stato, infatti, non ha fatto altro che spostare le partecipazioni da una mano all’altra, dato che il padrone (appunto lo Stato) resta lo stesso: prima al ministero, ora alla Casa Depositi e Prestiti. Monti, in sostanza, ha venduto a se stesso. Il dubbio che, secondo alcuni, si debba parlare di finanza creativa non è assolutamente campato in aria.


Ed è proprio qui che subentrano le grandi banche mondiali. Per fare questi meri “cambi di casacca”, sia la Cdp sia il Tesoro hanno assunto, come detto, advisor: lo Stato quindi ha pagato consulenti esterni per farsi dire quanto valessero determinate società che poi, semplicemente, passavano da una mano all’altra. Ha pagato, in altre parole, per acquisizioni-fantasma. Cui prodest? La domanda resta, ovviamente, senza risposta. Anche se qualche indizio ci potrebbe venire offerto se andiamo a vedere chi sia stato incaricato dallo Stato – nella sua duplice veste di ministero dello Stato e Cassa Depositi e Prestiti – di fare da advisor e, dunque, di valutare le società da acquisire.


Le banche chiamate a svolgere questo ruolo sono state appunto “quelle che contano”: i consulenti per la Cdp sono state, ancora una volta, la Morgan Stanley, Unicredit e l’inglese Rothschild; il ministero dell’Economia ha scelto invece la francese Société Générale per valutare Sace e Simest e l’americana Goldman Sachs (ex datore di lavoro di Mario Monti) per la Fintecna.
Affari d’oro, insomma, per le grandi banche. Spese inutili invece per l’Italia dato che il passaggio di proprietà, come detto, è stato solo apparente. Ma c’è un appendice paradossale. Ai primi di agosto, pochi giorni dopo aver ricevuto l’incarico dal ministero di Vittorio Grilli, la Goldman Sachs rende noto di aver quasi azzerato il suo possesso di titoli di Stato italiani, addirittura del 92%. In altre parole, la banca che fu di Monti e di Draghi non si fida dell’Italia.Eppure continua a lavorare per il ministero. L’incarico, infatti, non è stato revocato. Ci mancherebbe. D’altronde, l’abbiamo detto: è il governo (degli affari) delle banche.

Fonte:http://www.infiltrato.it/notizie/italia/bankster-morgan-stanley-goldman-sachs-rotschild-affari-d-oro-in-italia-a-danno-dello-stato

IL PROGETTO PER LE NUOVE GENERAZIONI: GIOCO D'AZZARDO E DEBITI


Di Comidad
Lo Stato biscazziere è oggi affiancato anche da grossi gruppi privati, come ad esempio la Glaming, società specializzata in giochi online, di proprietà della Mondadori; ciò grazie ad una delle tante leggi "ad aziendam" del Buffone di Arcore. L'offerta di gioco d'azzardo quindi aumenta e si diversifica, anzi pare sia l'unico settore in sicura crescita. [1]
Nei mesi scorsi vi sono state una serie di iniziative a livello di amministrazioni locali per cercare di limitare la presenza di slot machine in luoghi prossimi a scuole o frequentati da studenti. Ma niente paura. Sono in arrivo le slot machine online. L'annuncio del nuovo business è stato lanciato trionfalmente dall'AAMS, l'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato. [2]
Inoltre, secondo una ricerca del CNR di circa due anni fa, la media degli studenti, anche minorenni, coinvolti nel gioco d'azzardo si avvicina ormai alla soglia del 50%, e risulterebbe in aumento:
"Dal 2008 al 2009 la percentuale di studenti tra i 15 e i 19 anni che dichiarano di aver giocato in denaro almeno una volta negli ultimi dodici mesi è aumentata dal 40% al 47%", spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice Ifc-Cnr e responsabile Espad (European school project on alcohol and other drugs) per l'Italia, "l'aumento maggiore è fra le ragazze, passate dal 29 al 36%, i maschi passano invece dal 53 al 57%. Tra questi studenti, nonostante il divieto di legge, circa 550.000 sono i minorenni, corrispondenti al 43% dei minori scolarizzati (dati 2009, in crescita rispetto al 38% del 2008)". [3]
Gli studenti rappresentano attualmente anche uno dei maggiori target dei servizi finanziari. L'anno scorso ha fatto scalpore la proposta del senatore Pietro Ichino di aumentare drasticamente le tasse universitarie, compensandole con la possibilità per gli studenti di accedere a "prestiti d'onore". La proposta di Ichino è in linea con le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, che da tempo persegue questo modello di finanziarizzazione dell'Università. [4]
In effetti anche grandi gruppi bancari come Unicredit, Intesa-San Paolo, BancoPosta e BNL già si muovono in questa direzione, con una serie di offerte finanziarie per studenti. Unicredit mette a disposizione una gamma di servizi finanziari per offrire agli studenti la possibilità di gestire la propria "indipendenza" (sic!). Il tutto è corredato da una ricca scelta tra vari tipi di carta di credito. [5]
La finanziarizzazione degli studi non si ferma al settore universitario. BancoPosta, in collaborazione con Deutsche Bank, offre finanziamenti anche per studenti delle scuole superiori, e persino delle elementari, anche se, per il momento, non è ancora possibile far indebitare direttamente i bambini. [6]
C'è qualche dubbio sul fatto che la Scuola sia solo una vittima innocente di questa finanziarizzazione della condizione studentesca. Qualche malpensante infatti potrebbe sospettare che l'introduzione nella didattica scolastica di termini come "credito" e "debito", sia stata una sorta di manipolazione subliminale per far familiarizzare inconsapevolmente gli studenti con la prospettiva di indebitamenti molto più onerosi ed insidiosi. [7]
L'agenzia di rating Moody's ha rilevato lo scorso anno che negli USA, dove il business dei prestiti agli studenti ha avuto la maggiore espansione, questo settore finanziario è uno di quelli in maggiore sofferenza, anche perché i prestiti ottenuti ufficialmente per fini di studio spesso hanno destinazioni improprie. Per Moody's questa però non è una buona ragione per fermare il business, come dimostra la sua attuale diffusione anche in Italia. Del resto, se i prestiti a studenti finiscono nel gioco d'azzardo, ciò che si perde con una mano, lo si riprende con l'altra. [8]
Pare che ci sia una sorta di affinità elettiva tra banche e casinò, tanto che nel gergo finanziario è entrata una nuova espressione: casino-banking, per indicare una strategia rischiosa di investimento basata su titoli tossici. Il casino-banking ha comunque la rete di protezione dei fondi pubblici di salvataggio. [9]
Ma il rapporto tra banche e casinò non va inteso solo in senso figurato. L'intreccio tra banche e gioco d'azzardo in Italia è per ora poco evidente, anche se l'inchiesta giudiziaria sui rapporti tra la Banca Popolare di Milano e la società di gioco d'azzardo Atlantis Bplus ha gettato un piccolo squarcio di luce sul fenomeno. I virtuosi tedeschi in questo settore sono invece all'avanguardia, visto che Deutsche Bank è entrata in grande stile nel business del gioco d'azzardo a Las Vegas. [10]

[1] http://www.mondadori.it/Press/Comunicati-stampa/2011/NASCE-GLAMING-LA-SOCIETA-DI-MONDADORI-PER-I-GIOCHI-ONLINE
[2] http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/gioco-in-trentino-e-allarme-studenti.aspx
http://casinoaams.net/slot-machine-online-arriva-la-conferma-di-aams
[3] http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/Adolescenti_azzardo.shtml
[4] http://www.pietroichino.it/?p=17452
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2005/06/barr.htm&prev=/search%3Fq%3Dschool%2Bfinancial%2Bimf%26hl%3Dit%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=yGOVUI_0HYXNswbB9YGABw&sqi=2&ved=0CDAQ7gEwAQ
[5] http://www.economyonline.it/2010/03/29/come-ottenere-un-prestito-anche-se-si-e-studenti/
https://www.unicredit.it/it/giovani/pensatoperte/iprodottiperglistudentiuniversitari.html
[6] http://denaro.it/blog/2012/08/31/sostegno-agli-studenti-patto-con-deutsche-bank-fino-a-5mila-e-per-famiglia/
[7] http://www.liceoscientificomoro.it/cartellasalvaguai/creditiEdebiti.htm
[8] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.changinghighereducation.com/2011/08/moodys-looks-at-student-debt-problems.html&prev=/search%3Fq%3Dmoody%2527s%2Bdebt%2Bstudents%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=s1CZULTcEczHsgb1_IGoDg&ved=0CFcQ7gEwBQ
[9] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.wallstreetandtech.com/regulatory-compliance/casino-banking-quant-schools-bad-banks-c/240000623&prev=/search%3Fq%3Dbanks%2Bcasino%26hl%3Dit%26biw%3D960%26bih%3D513%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=sqSaUO--Cc_DtAbRwoD4Cg&ved=0CJ8BEO4BMAs
[10] http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-30/inchiesta-ponzellini-domiciliari-064150.shtml?uuid=AbpgTXkF
http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.thelocal.de/money/20101215-31817.html&prev=/search%3Fq%3Ddeutsche%2Bbank%2Bgambles%2Bcasino%26hl%3Dit%26prmd%3Dimvns&sa=X&ei=h6GaUJfrD8busgb4yoDQCw&ved=0CIUBEO4BMAg

Fonte:http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=515

Ecco le Banche più pericolose del mondo



Il Financial Stability Board ha aggiornato la classifica dei gruppi finanziari troppo grossi per poter fallire.

Al mondo ci sono ventotto banche il cui fallimento potrebbe provocare un rischio sistemico che minaccia la stabilità dell’economia globale.
Nella lista compilata dal Financial Stability Board del G20 è arrivato per la prima volta anche un istituto italiano…
Unicredit.
RISCHIO SISTEMICO – Dal novembre del 2011 il Financial Stability Board, l’organismo di vigilanza del G20 che monitora sulla stabilità del sistema finanziario globale pubblica una lista delle banche “pericolose” dal punto di vista sistemico. Sono gli istituti cosiddetti “Too big to fail“, troppo grandi per poter fallire, che per la loro ampiezza e per gli intrecci finanziari con altre banche rischiano di provocare danni molto superiore al loro semplicemente fallimento in caso di insolvenza. Sono i cosiddetti SIFIs, acronimo inglese per istituzioni finanziarie rilevanti dal punto di vista del sistema. L’anno scorso erano state individuate 29 banche SIFIs, e quest’anno il Financial Stability Board ha aggiornato la sua lista, rimuovendo alcuni istituti ed inserendone altri, tra i quali la nostra Unicredit. Entra così per la prima volta anche una banca italiana all’interno della classifica delle banche più pericolose, o rilevanti, a seconda dell’ottimismo o del pessimo dell’osservazione. Il Financial Stability Board propone inoltre un set di misure affiché queste banche riducano il loro rischio sistemico, indicando la quota di ricapitalizzazione necessaria.
CHI VA E CHI VIENE – L’ingresso più rilevante nella lista SIFIs del FSB per il nostro paese è senza dubbio Unicredit. Dalla classificazione sono uscite Commerzbank, la seconda banca tedesca, il gruppo franco-belga Dexia, così come la parzialmente statalizzata Bank Lloys, istituto inglese. Queste banche, a causa della cessione di alcune attività, sono diventanti meno rilevanti per il sistema. Oltre ad Unicredit sono invece entrate nella lista SIFis un’altra grande banca spagnola oltre al Santander, BBVA, Standard Chartered, istituto britannico specializzato sui mercati dei paesi emergenti, e Bank of China, l’ingresso giudicato più sorprendente dal Financial Times Deutschland. Le banche di sistema dovranno ricapitalizzarsi oltre la soglia fissata da Basilea 3, l’accordo internazionale sui requisiti minimi di capitale. source
LE PIU’ PERICOLOSE – Nessuna banca dovrà comunque immediatamente ricapitalizzarsi del 3,5%, la soglia di pericolo massima indicata dal Financial Stability Board. I nuovi requisiti di capitale dovranno essere applicati interamente, spiega l’Fsb, fra il gennaio 2016 e il gennaio 2019, iniziando dal novembre 2014. L’organismo internazionale divide gli istituti di credito in cinque categorie, a seconda dell’importanza dell’operazione. Se la prima fascia, quella del 3,5%, è vuota, la seconda è occupata dalle banche sistematicamente più pericolose in caso di crollo.
Sono Citigroup, Deutsche Bank, Hsbc e JP Morgan Chase. Nella terza graduatoria, ove vige l’obbligo di una ricapitalizzazione del 2%, si trovano invece un numero inferiore di istituti, ovvero Barclays e Bnp Paribas.
MINORI RISCHI – Tolte le prime sei in testa alla graduatoria di pericolosità dei SIFIs, nelle ultime due categorie trovano spazio gli altri ventidue istituti individuati come sistemici dal Financial Stability Forum. L’1,5% di ricapitalizzazione è necessario per Bank of America, Bank of New York Mellon, Credit Suisse, Goldman Sachs, Mitsubishi, Morgan Stanley, Royal Bank of Scotland e Ubs. Nell’ultima fascia, quella dell’1%, si trovano invece, oltra alla nostra Unicredit, Bank of China, Bbva, Groupe Bpce, Crédit Agricole, Ing Bank,Mizuho, Nordea, Santander, Société Générale, Standard Chartered, State Street e Sumitomo. I nuovi requisiti di capitale dovranno essere applicati interamente, spiega l’Fsb, fra il gennaio 2016 e il gennaio 2019, iniziando dal novembre 2014.


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