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Euro, studio tedesco: “La Germania ci ha guadagnato più di tutti. Per gli italiani perdita di 73mila euro pro capite”



La Germania e i Paesi Bassi hanno tratto enormi benefici dall’euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. E l’Italia è il Paese in cui la moneta unica ha avuto i maggiorieffetti negativi: senza l’euro, tra 1999 e 2017 il pil del Paese sarebbe aumentato di 4.300 miliardi di euro in più, pari a 73.600 euro pro capite. Sono le conclusioni a cui arriva lo studio 20 years of the euro: winners and losers del think tank tedesco Centrum für europäische Politik(Cep), secondo cui i Paesi membri che hanno promosso l’ortodossia di bilancio e criticato il salvataggio dei Paesi più indebitati sono stati i maggiori beneficiari della valuta unica. Dietro l’Italia nella classifica dei più penalizzati c’è la Francia, con una perdita di 56mila euro pro capite. Al contrario, i tedeschi grazie all’ingresso nell’Eurozona si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite e gli olandesi di 21mila.

Vantaggi e perdite stimati con il metodo del “controllo sintetico” – Il report, firmato da Alessandro Gasparotti e Matthias Kulas, stima i guadagni e le perdite di pil determinati dall’ingresso nell’area euro con un metodo definito “controllo sintetico“. In pratica si tratta di confrontare le performance dei Paesi che sono entrati con quelle di diversi altri Stati (gruppo di controllo) che non hanno adottato l’euro e negli anni precedenti avevano registrato trend economici molto simili a quelli del Paese considerato. Lo studio si concentra otto paesi su 19 dell’area euro, quelli in cui c’è stato un lungo gap tra ingresso nella Ue e introduzione dell’euro, perché negli altri casi il risultato avrebbe potuto essere “distorto dall’ingresso nellUe e nel suo mercato unico”. I ricercatori specificano che il metodo non tiene conto di eventuali riforme messe in campo nei Paesi considerati. 








“L’Italia non ha capito come essere competitiva” – Per l’Italia il gruppo di controllo è costituito da Gran Bretagna (con un peso del 63,2%), Australia (31%), Israele (3,8%) e Giappone (2%), scelti perché nel periodo pre euro avevano pil pro capite non troppo diversi da quelli italiani. L’economia tedesca è stata invece messa a confronto con un paniere che comprendeva il Bahrain, il Giappone e la Gran Bretagna. “In nessun altro Paese tra quelli esaminati”, si legge nella scheda sulla Penisola, “l’euro ha causato simili perdite di prosperità. Questo è dovuto al fatto che il pil pro capite italiano ha ristagnato da quando è stato introdotto l’euro. L’Italia non ha ancora trovato un modo per essere competitiva all’interno dell’Eurozona. Nei decenni prima dell’euro il Paese a questo fine svalutava la sua moneta. Dopo l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. Sarebbero state necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra come queste riforme possano ribaltare il trend negativo”.
Nel 2017 impatto positivo di 280 miliardi per la Germania – Nel solo 2017, sostiene lo studio, il fatto di far parte dell’Eurozona ha avuto un impatto positivo di 280 miliardi per la Germania e un impatto negativo di 530 miliardi per l’Italia, pari a 8.700 euro pro capite. Gli effetti cumulati sulla prosperità nel periodo 1999-2017 – il 1999 è l’anno di debutto dell’euro sui mercati finanziari, anche se come moneta sarebbe entrato in circolazione solo nel 2002 – sono calcolati sommando i dati pro capite di ogni anno e “moltiplicando i risultati per il tasso di consumo medio nazionale del Paese” nel periodo prima dell’ingresso nell’euro.

La Grecia, si legge nel rapporto, “ha guadagnato molto nei primi anni dopo l’introduzione dell’euro, ma dal 2011 ha sofferto enormi perdite. Sull’intero periodo, il bilancio è lievemente positivo, per 2 miliardi o 190 euro per abitante”.

Vincitori e vinti dell’euro


Di Andrea Muratore

Nel gennaio 1999 l’euro entrava formalmente in vigore attraverso il blocco dei rapporti di cambio tra le valute dei Paesi in cui la moneta unica europea avrebbe iniziato a circolare a partire dal 1 gennaio 2002. A vent’anni di distanza, l’Eurozona risulta, in termini aggregati, una delle economie più importanti del pianeta e l’euro è oramai secondo, per quanto a lunga distanza, al solo dollaro come importanza nelle transazioni internazionali.
Mario Draghi, che si può legittimamente considerare come l’uomo che tra il 2012 e il 2015 ha salvato l’euro, perlomeno sul breve periodo, dalle disastrose conseguenze delle politiche di austerità, ha sottolineato nel suo messaggio di fine anno che oramai, in Europa, è nata un’intera generazione che “non conosce altra moneta”, mentre Jean-Claude Juncker ha definito l’euro “un simbolo di unità, sovranità e stabilità”.
Se quanto detto da Draghi è un dato di fatto, Juncker è molto impreciso. A vent’anni di distanza, possiamo dire che l’integrazione economica abbia avuto vincitori e vinti. E il nostro Paese, l’Italia, si trova purtroppo nella seconda categoria. Anche nel mondo dell’economia i maggiori ricercatori sono divisi sul giudizio da dare alle prime due decadi di integrazione monetaria europea. Forse il “tramonto dell’euro” di cui ha scritto anni fa Alberto Bagnai non è alle porte, ma di sicuro al suo posto, come spiegato dall’attuale senatore della Lega, si è verificato il tramonto di numerosi sistemi economici del continente, tra cui quello italiano ha subito le conseguenze più drastiche.

Vincitori e vinti dell’euro secondo Bloomberg

L’agenzia di informazione finanziaria Bloomberg  ha approfittato dell’anniversario per redigere un accurato bilancio del primo ventennio della moneta unica, valutando 16 Paesi dell’Eurozona in base a dieci diversi parametri legati alla competitività dell’economia, all’integrazione ai mercati internazionali e alle capacità di rispondere alle crisi sistemiche e cercando di determinare i “vincitori” e i “vinti”. L’Italia, come anticipato, è nel secondo gruppo, intervallato da cinque nazioni intermedie, assieme a Francia e Spagna. 
Come si legge sul report: “Vent’anni di adesione all’euro non hanno portato nulla all’Italia. Legando la sua economia ad alta inflazione all’export tedesco senza adottare misure per aiutare le imprese a competere, l’Italia ha perso una guerra di logoramento”. Si rovescia il classico mantra, portato avanti da diversi commentatori ed economisti nostrani come Carlo Cottarelli, che le principali problematiche per l’Italia fossero legate alla sua inadeguatezza all’esperimento della moneta comune. Di fatto, è il sistema stesso delle regole comunitarie a limitare il nostro Paese nella sua azione, rendendolo di fatto satellite del mercantilismo tedesco.

Un’Europa a due velocità

Si è modellata un’Europa a più velocità che deve adattare il suo ritmo a seconda delle preferenze della vettura di testa, che lungi dall’essere una locomotiva è una motrice ingolfata. “Eppure”, scrive Libero, “due decenni or sono, fra i capi di Stato e di governo fu unanime l’illusione circa gli effetti rivoluzionari che avrebbe rappresentato l’adozione della moneta unica. Erano tutti convinti che i meccanismi economici avrebbero ricevuto una potente spinta propulsiva e che si sarebbe avuta anche una forte accelerazione dell’integrazione politica”.
La realtà è stata molto più prosaica. Uno spazio economico si è accentrato attorno a un nucleo ristretto di Paesi (la Germania e i “nordici”) che con il combinato disposto di rigore monetario, deflazione salariale interna e rispetto selettivo delle regole imposte ad altri hanno costruito un sistema congeniale alle loro esportazioni ad alto valore aggiunto. Salvo ricadute sociali che solo ora cominciano a palesarsi in tutta la loro grandezza.

Premi Nobel contro l’euro

Numerosi economisti di fama mondiale hanno espresso dubbi sulla capacità di tenuta dell’euro sul lungo periodo. Tra questi, è necessario citare alcuni premiati dalla più alta onorificenza nel campo dell’economia: il Premio Nobel. Oliver Hart, Nobel 2016, ha accusato la Commissione europea di essere andata “troppo oltre” nel suo tentativo di centralizzare il controllo sulle economie nazionali e di aver forzato un’integrazione omogenea impossibile. Stessa accusa che già nel 1998 venne proferita dal padre nobile del neoliberismo, Milton Friedman. Secondo Friedman , “più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza più seria, però, è che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata”.
Paul Krugman, Nobel nel 2008, e Joseph Stiglitz, Nobel nel 2001, hanno criticato invece gli effetti strutturali sull’economia europea causati dall’euro. Secondo Stiglitz, l’euro si basa sulla svalutazione interna dei Paesi membri e “non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa”. 
Paul Krugman, invece, ha definito l’euro un progetto “campato in aria” per la mancanza di integrazione fiscale e di una reale solidarietà capace di ridurne gli squilibri. Finchè durerà l’euro, secondo Krugman, “l’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea”.

Una Bce al servizio della crescita rafforzerebbe l’euro?

Nello stesso articolo in cui esprime queste critiche, tuttavia, Krugman sottolinea come l’Europa non sia ancora un continente in pieno declino, ma ” un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio”.
E porre rimedio si può in un 2019 che inizia con la fine del quantitative easing, il “bazooka di Draghi” che, assieme al celebre whatever it takes del 2012, ha tenuto l’euro in linea di galleggiamento fino ad oggi. Ora tuttavia, mentre la finanza mondiale sembra dirigersi verso una nuova crisi, proprio la Banca Centrale Europea potrebbe rappresentare un fattore di riequilibrio tra i diversi Paesi.
Porre in essere strumenti di assicurazione di parte dei debiti pubblici nazionali e di riduzione degli squilibri interni garantirebbe un po’ di respiro a un sistema che in vent’anni ha visto le sue faglie interne espandersi enormemente. L’euro non è irreversibile, né definirlo tale lo metterà al riparo da nuove crisi pari a quella debitoria del 2010-2011.
Il fatto di avere una banca centrale, la Bce, che non garantisce il debito pubblico dei singoli Paesi, rappresenta una contraddizione gravissima. Ciò significa che i singoli Paesi si indebitano in una valuta che non controllano, che non possono stampare, una valuta straniera, zattere in preda ai marosi dei mercati. Il risultato, in Italia, lo abbiamo sotto i nostri occhi. Vinti tra i vinti, assistiamo tuttavia alla sordità dei “vincitori” temporanei, a cui si associa anche un altro sconfitto, la Francia, per mascherare la sua situazione. Draghi e la Bce hanno garantito sollievo all’euro. Solo una riforma dell’Eurotower potrebbe dargli stabilità e rendere possibile che tra vent’anni si possano fare nuovi bilanci su una valuta ancora esistente.

L'ARIA CHE TIRA, MONTI: 'Senza di me Draghi non avrebbe realizzato il QE'. Rinaldi: 'Draghi è intervenuto per salvare l'euro e non l'Italia'

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Di Salvatore Santoru

Battibecco a L'aria che tira, il noto programma condotto da Myrta Merlino su La7. 
Più specificatamente, riporta Libero(1), durante la puntata l'economista Antonio Maria Rinaldi stava sostenendo che la ripresa italiana degli ultimi anni è legata a Mario Draghi e non alle politiche di austerità applicate dai precedenti governi.

In seguito, Mario Monti ha telefonato e ha affermato che senza il suo governo lo stesso Draghi non avrebbe potuto realizzare il Quantitative easing e salvare l'Italia.
A ciò, Rinaldi ha risposto che Draghi è intervenuto non per salvare l'Italia, ma per salvare l'euro che sarebbe esploso".

NOTA:

(1) https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13385053/l-aria-che-tira-mario-monti-telefonata-diretta-governo-professori-mario-draghi-bce-antonio-maria-rinaldi-umiliazione-euro-italia.html

Di Maio costretto a rettificare Savona: "Non stiamo pensando a nessun piano B"

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Il governo non sta pensando a un Piano B per uscire dall'Euro. "Oggi le posso dire - ha detto il vicepremier Luigi Di Maio a Omnibus su La7 - che non ci sto pensando e il governo non sta lavorando a questo. Non possiamo immaginarlo nemmeno per un attimo. Il governo - ha aggiunto ancora - non vuole uscire dall'euro. Se poi gli altri cercheranno di cacciarci non lo so, ma questo non è nostra volontà, ne metteremo gli altri nelle condizioni di farlo". Di Maio commenta le parole espresse in Parlamento da Paolo Savona, ministro degli Affari europei, sulla necessità di prepararsi al "cigno nero".
Parole molto criticate dall'ex ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, secondo cui le parole di Savona generano preoccupazione nei mercati finanziari. "Se un ministro di un governo dice che sta pensando a un piano B e che questo implica l'uscita dall'euro, questa è una affermazione che viene vagliata con molta attenzione, dai mercati in primo luogo" spiega Padoan ai microfoni di Rai Radio1. "Ci sono delle analisi del rischio Italia che mostrano che nei mercati esiste il 'rischio di ridenominazione', ossia sui mercati si sconta una possibile situazione in cui l'Italia sia costretta a uscire dall'euro con l'introduzione di una nuova lira. E le parole di Di Maio sono importanti perché vanno in direzione opposta. Il fatto che ci sia un 'cigno nero', come dice Savona, cioè un evento imprevedibile e grave, non implica che si debba pensare come risposta un'uscita dall'euro. Questa è una situazione che non è sostenibile".
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Confindustria. "Mi sembra che il ministro Di Maio abbia chiarito dicendo che non c'è un piano B, mi sembra un atto di grande responsabilità" dice il presidente Vincenzo Boccia, rispondendo ad una domanda sull'ipotetico 'piano B' sull'euro, dopo le parole del ministro Savona. "Non ha alcun senso un piano B. Ha senso un piano di riforme europee che parta da una nuova stagione riformista per l'Europa che metta al centro il lavoro, la competitività delle imprese in Europa", ha aggiunto.
E sulla questione è intervenuto anche il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici. Non è preoccupato dalle parole di Savona. "Noi abbiamo un interlocutore, il ministro Tria, che ci ha assicurato che l'Italia prepara il budget 2019 con la totale volontà di rispettare le regole e nel totale impegno nei confronti della zona euro, ha dichiarato. E sul ruolo dell'Italia nell'Ue ha affermato: "Smettiamo di farci paura. L'Italia è un paese membro al cuore della zona euro, è essenziale alla zona euro e i suoi abitanti vogliono restare nella zona euro"

Ministro Savona e l’uscita dall’euro: “Bisogna essere pronti a ogni evento, potrebbero essere altri a decidere”

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È necessario “essere pronti ad ogni evento”, anche all’uscita dell’euro, e lo insegna “una delle case che ho frequentato, la Banca d’Italia“. Parola del ministro per gli Affari europei Paolo Savona, che ha parlato in audizione alle commissioni di Camera e Senatoche si occupano di politiche Ue. Una posizione, quella dell’economista, che non rappresenta una sorpresa, anzi: si ricorderà che un mese e mezzo fa l’accordo di governo tra M5s e Lega ha rischiato di saltare proprio per il no del Colle al nome di Savona come ministro dell’Economia. Il presidente della Repubblica il 27 maggio si mise di traverso e il Governo Conterischiò di morire prima di nascere. Il niet del Quirinale, guarda caso, era dovuto alle posizioni no euro di Savona: Mattarella chiese di cambiare nome per il dicastero, Salvini e Di Maio non cedettero. E passarono al contrattacco (furono i giorni della famosa richiesta di impeachment da parte di M5s). Alla fine la crisi istituzionale venne evitata in extremis: all’Economia andò Tria, Savona venne dirottato agli Affari europei, il Governo Conte riuscì a nascere. A distanza di 45 giorni da allora, però, il professore ha riproposto la sua ricetta in commissione: bisogna essere pronti “non ad affrontare solo la normalità, ma il famoso cigno nero“, perché “uno shock straordinario devi essere pronto ad affrontarlo” ha detto Savona. Il quale poi ha aggiunto che solo adesso “siamo tutti d’accordo, anche gli economisti tedeschi, che nel 2008 l’Europa non era preparata” ad una crisi così travolgente come quella degli ultimi anni.

A sentire il ministro degli Affari europei, inoltre, quell’essere “pronti a tutto” è il punto centrale del famoso piano B, ovvero l’alternativa all’euro: “Potremmo trovarci in una situazione nella quale non saremo noi a decidere, ma saranno altri – ha spiegato il professore – Per questo dobbiamo essere pronti a ogni evenienza“. Anche all’uscita dall’euro? In tal senso Savona ha tenuto a precisare che l’esperienza in Bankitalia gli ha insegnato “che non ci si deve preparare a gestire la normalità, ma l’arrivo del cigno nero, lo shock. La mia posizione del ‘piano B’ – ha aggiunto – che ha alterato la conoscenza e l’interpretazione delle mie idee, è essere pronti a ogni evento”.
L’esponente del Governo Conte, poi, ha annunciato l’imminente incontro in Bce: “Mi recherò da Draghi appena terminato questo incontro. Prima volevo che la mia azione godesse della legittimazione democratica” ha detto, prima di chiedere poteri maggiori per il governatore della Banca centrale europea: “Se alla Bce non vengono affidati compiti pieni sul cambio, ogni azione esterna all’Eurozona si riflette sull’euro senza che l’Unione europea abbia gli strumenti per condurre un’azione diretta di contrasto – ha argomentato – L’assenza di pieni poteri della Bce sul cambio causa una situazione in cui la crescita dell’economia dell’Eurozona risulta influenzata, se non determinata, da scelte o vicende che accadono fuori dall’Europa“.

Il ministro dell'economia Tria: 'Non ci sarà uscita dall'euro'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente il ministro dell'Economia Giovanni Tria ha definitivamente chiarito la posizione del governo sul tema dell'uscita dall'euro.
Andando maggiormente nello specifico e stando a quanto sostenuto dalla stesso Tria in un'intervista al Corriere Della Sera(1), il governo è determinato a impedire che si diffondano quele condizioni di mercato che spingano all'uscita dalla stessa moneta unica.

Inoltre, come riporta il Giornale(2), su ciò la posizione del governo sarebbe unanime.

NOTE:

(1) https://www.corriere.it/economia/18_giugno_09/tria-economia-italiana-forte-ora-meno-deficit-piu-investimenti-c77cb4dc-6c24-11e8-8d9c-84247469dc85.shtml

(2) http://www.ilgiornale.it/news/politica/ministro-tria-blinda-leuro-luscita-non-discussione-1538941.html

Draghi nel 2006: 'Il progetto dell'euro era una follia, come scrissi nella tesi del 1970'

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Di Salvatore Santoru

Nel 2006 l'attuale presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi non era fortemente convinto della necessità della stessa moneta unica.
Andando maggiormente nello specifico e stando a quanto riportato in un articolo pubblicato su Start Magazine(1),  durante la sua lectio magistralis all’inaugurazione del centesimo anno accademico della facoltà di economia della Sapienza l'economista e banchiere ricordò il maestro Federico Caffè.

Durante il ricordo di Caffè, Draghi fece anche un un riferimento alla tesi con cui si è laureato nel 1970.
Come riportato in un articolo dell' Adn Kronos dell'epoca(2), Draghi sostenne che nella sua tesi si sosteneva che il progetto della moneta unica era 'una follia' e 'una cosa assolutamente da non fare'.

NOTE:

(1) http://www.startmag.it/mondo/leuro-follia-mario-draghi-2006/

(2) http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2006/11/09/Economia/BANKITALIA-DRAGHI-NELLA-MIA-TESI-DEL-70-SCRIVEVO-CHE-MONETA-UNICA-ERA-FOLLIA_121915.php

Ecco perché uscire dall'Unione Europea non è indispensabile, semmai c'è la necessità di migliorarla

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Di Salvatore Santoru

Le tematica di una possibile uscita dall'euro e dell'Unione Europea è stata una delle più controverse ed affrontate nell'ambito della campagna elettorale italiana e non.
L'euro e l'Unione Europea sono stati considerate come la causa(o una delle cause) dell'attuale difficile situazione economica e politica che vive l'Italia ed altri paesi facenti parte della stessa UE.

Su ciò, c'è da dire che l'Unione Europea ha effettivamente diversi aspetti critici che devono essere affrontati e riformati ma anche che l'uscita dalla stessa Unione e dall'euro non devono essere di per sé una priorità.
Più specificatamente, il fatto è che una 'repentina e solitaria' uscita dalla moneta unica e dall'UE da parte dell'Italia potrebbe presentare effetti alquanto collaterali e vi sarebbero anche diverse incertezze sul futuro economico dello stesso Stivale.


Tenendo conto di ciò, sarebbe indubbiamente più opportuno il cercare di migliorare la stessa struttura dell'UE dall'interno ed in modo propositivo, tenendo conto che l'Unione Europea ha indubbiamente aspetti alquanto positivi di per sé(specialmente da un punto di vista sociale o nel campo dei diritti per fare qualche esempio).

Inoltre, si deve comunque riconoscere che la critica all'UE e all'euro portata avanti dalle forze e dagli opinionisti euroscettici(ripresa e diffusa spesso anche su questo sito) è stata alquanto importante ed ha aperto ad un interessante e fondamentale dibattito su questa tematica.

Ora, bisognerebbe passare dalla 'pars destruens' della critica alla 'pars construens' basata sul tentativo di migliorare gli aspetti critici della stessa UE e dell'euro.

L'uscita dall'euro non è indispensabile, semmai occorre migliorare l'Unione Europea

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Di Salvatore Santoru

La tematica dell'euro è stata una delle più controverse ed affrontate nell'ambito della campagna elettorale italiana e non.
L'euro e l'Unione Europea sono stati considerate come la causa(o una delle cause) dell'attuale difficile situazione economica e politica che vive l'Italia ed altri paesi facenti parte della stessa UE.

Indubbiamente, c'è da dire che l'UE ha diversi aspetti critici che devono essere affrontati e riformati ma anche che l'uscita dalla stessa Unione e dall'euro non è una priorità.
Il fatto è che una 'repentina e solitaria' uscita dalla moneta unica da parte dell'Italia potrebbe presentare effetti alquanto collaterali e vi sarebbero anche non poche incertezze sul futuro economico dello stesso Stivale.

Tenendo conto di ciò, si deve comunque riconoscere che la critica all'UE e all'euro portata avanti dalle forze e dagli opinionisti euroscettici(ripresa e diffusa spesso anche su questo sito) è stata indubbiamente importante ed ha aperto ad un interessante e stimolante dibattito su questa tematica.

Ora, dalla 'pars destruens' della critica si dovrà passare alla 'pars construens' basata sul tentativo di migliorare gli aspetti critici dell'euro e dell'UE.

La Germania propone una via d’uscita dall’euro ...per proteggere se stessa

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Di Marcello Minenna
Nonostante un’economia che va a pieni giri, con la crescita del PIL al 3%, la disoccupazione al 3,6% ai minimi da 40 anni ed un surplus commerciale record che sfiora i 300 miliardi di €, i maggiori economisti tedeschi sono assai preoccupati per le sue sorti. La minaccia più immediata? Che il dibattito sulle riforme dell’Unione monetaria prenda una piega concreta verso la condivisione dei rischi, grazie soprattutto alle (timide) pressioni francesi e data l’inspiegabile assenza dell’Italia. Infatti, una riforma dell’Eurozona anche solo debolmente risk-shared che aumentasse (di poco) i trasferimenti di risorse verso i Paesi periferici vorrebbe dire rinunciare al comodo status quo attuale, nel quale l’industria tedesca può sfruttare la robusta ripresa del mercato europeo interno per le proprie esportazioni a prezzi ultra-competitivi.
La proposta ufficiale del gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn e Karl Konrad del Planck-Institut e niente meno che il Presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt è radicale ma non sorprendente: la legislazione comunitaria dovrebbe prevedere espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito.
Con buona pace dell’irrevocabilità dell’Euro, dell’irreversibilità del processo di integrazione ed altri sinonimi altisonanti invocati a fasi alterne dall’euro-burocrazia, i tedeschi vogliono una via di uscita chiara dall’Euro. Al momento attuale infatti per un Paese membro l’unica possibilità di abbandonare l’Euro passa proprio attraverso l’applicazione dell’articolo 50, che però richiederebbe anche l’uscita tout court dall’Unione Europea e dal mercato unico. Una scelta con dei costi per l’economia manifatturiera tedesca, così ultra-integrata con i suoi Paesi satelliti, che appaiono proibitivi anche al gruppo di pensatori radicali tedeschi.

La minaccia dei saldi debitori di Target 2
L’intellighenzia teutonica è soprattutto crucciata dall’accumularsi dei c.d. saldi Target2, con squilibri crescenti tra le banche centrali creditrici dei Paesi core e quelle debitrici dei Paesi periferici. Il saldo a credito della Bundesbank a fine febbraio 2018 ha raggiunto un picco monstre di 913 miliardi di € (ben più alto del precedente record raggiunto nel 2012). È importante capire come questa preoccupazione faccia senso solo perché negli ambienti accademici tedeschi oramai si ragiona esplicitamente nella direzione di una Germania senza Euro.
È stato ripetuto più volte con chiarezza che il saldo Target2 tedesco rappresenta solo una stratificazione di registrazioni contabili di operazioni finanziarie già regolate (e quindi “morte”) tra il sistema bancario tedesco e il resto delle banche europee, che hanno già fatto affluire un oceano di liquidità nell’economia tedesca riveniente perlopiù dal surplus commerciale e dal processo di nazionalizzazione dei rischi.
Tuttavia, per il peculiare funzionamento del sistema Target2, le banche centrali nazionali – che intermediano sempre le operazioni transfrontaliere delle proprie banche – non regolano tra loro le transazioni, iscrivendo semplicemente la posta all’interno del proprio bilancio. I saldi Target2 insomma sono debiti e crediti fittizi tra banche centrali, non esigibili e senza nessuna scadenza, remunerati infatti da un tasso di interesse minimo, quasi simbolico.
Per capire meglio: un’azienda italiana che importa dalla Germania attraverso la propria banca nazionale genera automaticamente un “debito” Target2 per la Banca d’Italia, perché il bonifico in partenza dalla banca italiana viene trasferito alla corrispondente banca tedesca direttamente dalla Bundesbank. Però i fondi in partenza dalla banca italiana si “fermano” contabilmente in Banca d’Italia, che non paga nulla alla Bundesbank, ma iscrive semplicemente un debito nel proprio bilancio nei confronti della banca centrale tedesca. Lo stesso succede se una banca italiana compra un BTP da una banca tedesca (Vedi anche: “Per paura di un ritorno alla lira gli italiani hanno già investito all’estero 220 miliardi”).
Considerato che Banca d’Italia e Bundesbank sono solo succursali della BCE dov’è il problema? Se l’Unione monetaria rimane intatta non ci sarà mai nessun problema, i saldi Target2 rimarranno solo sulla carta e potrebbero essere potenzialmente di entità illimitata.
Rimarrebbero testimonianza contabile – questo sì – di uno squilibrio persistente nei flussi commerciali e finanziari dell’Eurozona provocato prima dalla fissazione irrevocabile dei tassi di cambio delle precedenti valute dei Paesi membri e poi dalle logiche segregazioniste dei rischi sottese alle misure straordinarie della BCE.
Ricordiamo infatti che i prestiti (LTRO) erogati da Francoforte tra il 2011 e il 2012 sono stati usati dalle banche periferiche per saldare crediti commerciali verso le banche franco-tedesche e assorbire le loro esposizioni in Govies (titoli di Stato) del Sud Europa. Se fossero andati direttamente a imprese e famiglie, i saldi Target2 non si sarebbero mossi. Parimenti se col Quantitative Easing la BCE avesse comprato direttamente i titoli di Stato senza coinvolgere le banche centrali nazionali. Una sintesi efficace delle più recenti ricerche in materia effettuata dalla London School of Economics per conto dell’Europarlamento nel novembre 2017 (TARGET (im)balances at record level: Should we worry?) evidenzia proprio queste caratteristiche strutturali delle divergenze nei saldi Target2.

DI MAIO: 'Nostro obiettivo non è uscita dall'euro'

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Di Salvatore Santoru

Luigi Di Maio ha dichiarato che l'obiettivo del Movimento 5 Stelle non è l'uscita dall'euro.
Come riportato da l'ANSA(1) Di Maio ha sostenuto che l'obiettivo dei 5 Stelle è rendere conveniente la permanenza dell'Italia nell'area euro.

NOTA:

(1) http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/12/18/pd-renzi-e-vero-mio-consenso-e-calato-ma-la-squadra-ce-_17f1c6f6-5a99-4e4a-963e-241f3ac86f87.html

Marine Le Pen: “Introdurrò il nuovo franco, con valore pari all’euro”

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Di Tyler Durden
Mercoledì la Le Pen ha detto alla stazione radio francese RTL che, dovesse vincere le elezioni tra meno di due mesi, introdurrà un nuovo franco con valore pari all’euro, così da poter farlo fluttuare, sebbene in precedenza avesse detto che qualsiasi nuova moneta nazionale sarebbe stata ancorata ad un paniere di valute. Ha anche detto che la nuova moneta verrebbe probabilmente svalutata “contro qualsiasi valuta la Germania utilizzi”, rendendo le esportazioni di automobili francesi più competitive, ma ha aggiunto che potrebbe valutarla nei confronti della moneta italiana, un altro paese che secondo lei starebbe meglio senza l’euro.
Molti sono d’accordo con quest’ultima affermazione: secondo Paddy Power, l’Italia ora ha anche quote di lasciare l’Unione europea prima del 2025, di gran lunga superiori anche a quelle della Grecia.
Tornando alla Le Pen, ha espresso opinioni contraddittorie sulla moneta,  come sottolinea Bloomberg: prima voleva rimanere nella moneta comune, ora parla di “sovranità monetaria”. Recentemente ha detto apertamente di voler abbandonare l’euro, ma senza darne una procedura dettagliata. Nella sua intervista radio, non è stato chiaro se intendesse un tasso di cambio fisso o variabile.
Alcuni hanno avuto gioco facile a prendere in giro tali indecisioni: “Lunedì è fuori dell’euro, martedì è dentro, mercoledì ha certezze, giovedì oscilla”, scrive Patrick Artus, capo economista di Natixis Securities. “Ciò che dice non ha senso e non sarà mai implementato. Non dobbiamo neanche prendere seriamente le sue pretese economiche”.
Le stesse cose, ovviamente, sono state dette di Trump.
La Le Pen ha lasciato spazio all’interpretazione quando un mese fa ha svelato il suo programma di 144 punti, dicendo che vorrebbe “tornare alla sovranità monetaria” senza però menzionare l’euro. Al tempo, un consulente spiegò che il nuovo franco sarebbe stato agganciato ad un paniere di valute paragonabili all’Unità Monetaria Europea, la quale ha preceduto l’euro. La settimana scorsa, tuttavia, in un discorso sulla politica economica, ha detto esplicitamente di voler lasciare l’euro, e martedì, in una conferenza a Parigi con un gruppo d’affari francese, ha detto che la moneta unica “è stata insostenibile perché le discrepanze” tra gli Stati membri sono troppo ampie, come riferito da Bloomberg.
Ha negato che lasciare l’euro, e imponendo quello che lei chiama “protezionismo intelligente”, ridurrebbe il commercio, dicendo che la Francia stava meglio prima di entrare nell’Unione Europea. “Se voglio una nuova moneta nazionale, è per cercare di tornare grandi” ha detto. Mercoledì non ha menzionato il debito francese, ma in passato ha detto che sarebbe stato ridenominato nella nuova moneta. Alcuni hanno preso seriamente tali dichiarazioni, dato che  la Francia ha circa 1.7 miliardi di dollari di titoli di debito emessi ai sensi del diritto francese: ciò permette al suo governo di cambiare la valuta di denominazione, spazzando via così la maggior parte del debito pubblico.
Sebbene sia stata fumosa sul trattamento del nuovo franco, è stata coerente nel suo impegno di revocare l’indipendenza della banca centrale, così da poter stampare di più della nuova moneta per finanziare le sue politiche (spoiler: difficilmente ci riuscirà).
Nel frattempo, secondo recenti sondaggi Le Pen avrebbe un maggior numero di voti nel primo turno (23 aprile) delle elezioni presidenziali, ma perderebbe pesantemente al secondo turno (7 maggio) contro l’indipendente Emmanuel Macron. Il sondaggio Ifop di martedì mette al primo turno lei al 26% e Macron al 25%, con Macron vincente al ballottaggio con il 61,5%.
Su RTL ha attaccato Macron, ex banchiere Rothschild, definendolo “un puro prodotto del sistema bancario e della globalizzazione selvaggia”.
Nell’intervista di due ore di mercoledì, ha anche detto che terrebbe aperta la centrale nucleare di Fessenheim e manterrebbe i vantaggi fiscali per le auto diesel, dicendo che l’inquinamento in Francia è maggiormente causato dal vento che trasporta le emissioni dalle centrali elettriche a carbone tedesche. Alla domanda sulla Giornata internazionale della donna, ha detto che il principale pericolo per le donne francesi oggi è l’ascesa dell’Islam. Le Pen ha anche detto che se l’attacco giudiziario contro di lei dovesse accelerare, semplicemente non rispetterebbe una citazione in giudizio prima delle elezioni, e rifiuterebbe di essere interrogata dai giudici fino alla fine delle elezioni presidenziali, aggiungendo che “la giustizia viene manipolata per influenzare le elezioni presidenziali”.
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HNG

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