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Silvia Romano e la conversione all’Islam: facciamo chiarezza


Di Salvatore Santoru

La recente liberazione di Silvia Romano ha dato adito alle più disparate prese di posizione nell’ambito della politica, così come anche e sopratutto nell’opinione pubblica.
Il rientro in Italia della giovane cooperante è stato visto in modo ‘trionfalistico’ da alcuni opinionisti, mentre altri hanno sostenuto che lo show” governativo si sarebbe comunque potuto evitare. Comunque sia, c’è da dire che due aspetti del caso hanno e stanno facendo molto discutere: il supposto pagamento del riscatto e la conversione all’Islam della ragazza.
Sulla questione del riscatto, c’è da dire che è notorio che l’Italia paghi in caso di sequestri internazionali, come d’altronde fanno anche altri Stati in maniera magari meno ‘vistosa'(1).
Tuttavia, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sostenuto che un riscatto non sarebbe stato pagato e(2), oltre a ciò, i miliziani di Al Shabaab hanno smentito l’intervista ad un loro rappresentante che avrebbe fatto La Repubblica(3).
Comunque sia e quale che sia la verità, l’ipotesi del pagamento di un riscatto è tutt’altro che campata in aria e, tal riguardo, c’è chi parla di 4 milioni e chi anche di 10 o più(4).
Tralasciando tale aspetto, è interessante concentrarsi sinteticamente sulle reazioni dell’opinione pubblica o della politica.

Il jilbab, il “mistero” della conversione e gli opposti schieramenti

Il giorno del rientro in Italia Silvia Aisha Romano indossava un abito verde presumibilmente religioso, più specificatamente il Jilbab. Tale abito è stato, in un primo momento, erroneamente attribuito da alcuni media mainstream alla tradizione somala mentre, invece, è utilizzato da alcune donne musulmane(5).
La presenza di tale abito ha causato alcune polemiche e ha dato avvio alla discussione sul “mistero” della conversione della ragazza, o meglio della conversione a quale Islam.
Difatti, alcuni opinionisti e attivisti hanno sostenuto che tale abito sarebbe comune presso certi settori dell’Islam politico mentre, al contrario, altri opinionisti hanno insinuato che darebbe fastidio la conversione all’Islam in sé.
In linea di massima, si sono avute due prese di posizione “egemoni” sul tema, com’è succede d’altronde quasi sempre quando si affrontano tematiche affini.
Al di là delle polemiche, il punto è capire a quale corrente dell’Islam si sarebbe convertita la ragazza e se tale conversione sarebbe spontanea o meno. Per il resto, certe polemiche o gli attacchi gratuiti alla giovane ragazza sono decisamente fuori logo e certamente rischiano di ‘gettare ulteriore benzina sul fuoco’.

Islam, islamismo e jihadismo: le differenze di base

Sostanzialmente, come già accennato, serve capire a quale ‘tipo’ di Islam si sarebbe convertita la giovane cooperante milanese. Il fatto è che la religione musulmana non è un monolite e vi sono, com’è ben noto, diverse correnti all’interno di essa.
Su ciò, c’è da dire che non raramente nell’ambito dell’opinione pubblica e di certi media mainstream si tende a fare di tutta l’erba un fascio e da una parte l’Islam viene identificato con il radicalismo, se non con il terrorismo tout court, e dall’altra si sostiene invece che l’estremismo islamista non avrebbe nulla a che fare con certe interpretazioni della religione musulmana.
In linea di massima, c’è da ribadire che di per sé l’Islam non è né una religione intrinsecamente e gratuitamente violenta e/o guerrafondaia e, al contempo, non è una “religione di pace”. Il fatto è che, essenzialmente, l’Islam è una religione con lati chiari e oscuri avente diverse interpretazioni.
Su tale tematica, c’è da dire che vi sono interpretazioni diciamo più ‘positive’ e altre più ‘negative’ e poi c’è l’islamismo e la questione del jihadismo.
Entrando maggiormente nei particolari, c’è da dire che quando si parla di “islamismo” si parla sostanzialmente dell’Islam politico e sempre più spesso dell’utilizzo perlopiù ideologico della religione musulmana(6), utilizzo che a volte funzionale per determinati interessi di potenze e/o gruppi di potere che hanno l’intenzione di “riprendere” e/o continuare la ‘storica espansione islamica’ iniziata nel 622 d.C.
C’è anche da specificare che lo stesso islamismo è diviso in varie correnti, alcune pacifiche e altre decisamente meno e da queste ultime nasce, almeno parzialmente, il moderno jihadismo e il terrorismo.
Per precisare ulteriormente, c’è da ribadire che quando si parla di jihadismo si parla dell’interpretazione violenta e integralista del principio della stessa jihad, un principio importante per diverse correnti della religione musulmana in sé(7).
Su questo argomento, c’è poi da ricordare che per l’Islam il concetto di jihad è sinonimo sia di “miglioramento interiore” e di “lotta interna” che, non raramente ma non sempre, esteriore (difensivo e/o offensivo) e che le organizzazioni jihadiste rimarcano molto la seconda interpretazione in modo offensivo e “bellicista”.
Fatta questa sintetica e assai incompleta sintesi di queste differenze, la matrice della conversione di Silvia Romano risulterebbe in questo senso da chiarire, a prescindere dal ‘gossip’ sull’atto in sé.

NOTE

- ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Alle origini dello scontro tra Emirati e Turchia


Di Futura D'Aprile

“Se mi chiedete chi sta destabilizzando la regione [mediorientale, ndr], chi sta portando il caos, allora vi rispondo senza esitazione: Abu Dhabi”. A pronunciare queste parole è stato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante un’intervista alla Akit TV e le sue dichiarazioni danno ancora una volta conto dello stato dei rapporti tra la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti. Ankara negli ultimi tempi ha più volte accusato Abu Dhabi di voler destabilizzare Paesi come la Siria, la Somalia e la Libia e di aver contribuito alla distruzione dello Yemen dopo 5 anni di guerra civile. Lo scontro tra i due Stati, per quanto si sia intensificato negli ultimi periodi, ha preso però il via almeno sette anni fa e si sviluppa su più fronti, da quello bellico a quello commerciale e informativo.

Alle origini dello scontro

Si può dire che lo scontro tra Emirati Arabi (e Arabia Saudita) e Turchia ha avuto inizio nel 2013, anno della caduta del Governo Morsi in Egitto. Il presidente egiziano, appartenente ai Fratelli Musulmani, godeva del sostengo di Ankara ed è stato sostituito manu militari dal generale al-Sisi, che ha invece avuto – e tutt’ora ha – il sostegno di Abu Dhabi e Riad. La Turchia non ha mai perdonato ai due Paesi del Golfo l’interferenza nelle questioni egiziane e ancor meno la loro campagna contro i Fratelli Musulmani. Prima della caduta di Morsi, segnali di insofferenza tra Turchia ed Emirati si erano già registrati a causa del sostegno di Ankara alle rivolte in Medio Oriente e Nord Africa del 2011, rivolte che i Paesi del Golfo hanno visto come una seria minaccia alla propria stabilità. Sempre al 2011-2012 risale un altro episodio che ha contribuito a preparare il terreno per uno scontro aperto tra le due nazioni. Ankara ha infatti accusato Abu Dhabi di aver finanziato Mohammed Dahlan, ex funzionario di Fatah che avrebbe tentato di spodestare Abbas alla guida dell’Autorità nazionale palestinese. L’uomo, sfuggito alla cattura, ha trovato rifugio proprio negli Emirati Arabi dando così modo alla Turchia di additare il Paese del Golfo quale finanziatore del golpe contro il leader palestinese.
Ma a incrinare ulteriormente i rapporti tra Ankara e Abu Dhabi ha contribuito anche il fallito colpo di Stato contro Erdogan del 2016: il presidente turco ha affermato in più occasioni di ritenere gli Emirati uno dei Paesi che hanno sostenuto i golpisti. Non va poi dimenticato che la Turchia nel 2017 si è schierata in sostegno del Qatar quando il Paese è stato isolato e sottoposto a embargo dalle altre potenze del Golfo con l’accusa di finanziare il terrorismo e gli stessi Fratelli Musulmani. La decisione di Ankara di accorrere in aiuto di Doha ha reso ancora più tesi i rapporti con gli Emirati e l’Arabia Saudita, i due maggiori sostenitori dell’allontanamento del Qatar dal Consiglio di cooperazione del Golfo.

Tensioni recenti

Guardando alla storia recente, i dossier diventati nuovo motivo di scontro fra Turchia ed Emirati Arabi sono principalmente Siria, Libia e Somalia. Nel primo caso, Abu Dhabi avrebbe cercato più volte di convincere il presidente Bashar al-Assad a rompere il cessate il fuoco raggiunto con la Turchia a Idlib in cambio di un finanziamento di 3 miliardi di dollari. Gli Emirati non hanno mai preso direttamente parte al conflitto siriano, ma stanno cercando di indirizzarne indirettamente le sorti facendo pressioni sulla famiglia Assad con l’obiettivo di espandere la propria influenza nell’area. Una mossa che ovviamente non trova il favore della Turchia, che deve già fare i conti con la Russia, l’Iran e i curdi (ancora in parte sostenuti dagli Usa). Per quanto riguarda la Libia, Erdogan ha di recente fatto il suo ingresso nel conflitto che prosegue ormai dal 2011 schierandosi dalla parte del Governo di accordo nazionale guidato da al-Serraj. Inutile dire che gli Emirati sostengono invece il generale Haftar, il cui obiettivo primario è il rovesciamento del GNA. Di recente, anche la Somalia è diventato teatro di scontro tra Ankara e Abu Dhabi: la Turchia, che ha una base militare e una forte presenza nel Paese, ha accusato gli Emirati di star finanziando il gruppo jihadista al-Shabab con l’obiettivo di destabilizzare ulteriormente la nazione africana. Un’accusa che si ripete anche nel caso dello Yemen, Paese in guerra dal 2015 e che vede le truppe emiratine impegnate nel conflitto sotto il comando dell’Arabia Saudita. Non bisogna poi dimenticare che altro capitolo ancora aperto nello scontro tra Turchia e Paesi del Golfo: l’omicidio del giornalista Jamal Kashoggi, consumatosi nell’ambasciata saudita di Istanbul nel 2018.

Boicottaggio e disinformazione

Il conflitto tra Emirati, Arabia e Turchia ha trovato spazio anche nel settore dell’informazione. Mesi fa ha fatto molto discutere la messa in onda di una serie tv saudita che dipinge l’Impero ottomano come una forza di occupazione oscurantista, mentre a metà aprile Abu Dhabi e Riad hanno bloccato le emittenti televisive turche. Poco dopo anche i canali emiratini e sauditi sono stati oscurati sulle TV della Turchia. Nello stesso periodo, Emirati e Arabia Saudita hanno accusato Ankara di aver contribuito alla diffusione del coronavirus nella regione, mentre Erodgan condannava la disinformazione portata avanti dai Saud sulla pericolosità dei pellegrinaggi nel Paese nel momento in cui il virus si stava propagando nella zona del Golfo. Da tempo, inoltre, Abu Dhabi e Riad invitano i loro cittadini a non recarsi in vacanza in Turchia, definendolo un Paese pericoloso per i turisti, e hanno lanciato una campagna di boicottaggio dei prodotti made in Turkey.
Nonostante l’ostilità nei confronti degli Emirati abbia spesso portato la Turchia ha confrontarsi anche con l’Arabia Saudita, i rapporti tra Ankara e Riad sono meno tesi rispetto a quelli con Abu Dhabi. Una parte dell’establishment turco infatti spera ancora di poter ricucire le relazioni con l’Arabia – a danno ovviamente degli Emirati – e la crisi sanitaria e petrolifera secondo alcuni analisti potrebbe trasformarsi in un’opportunità.

In Tunisia il nuovo governo avrà l'appoggio di Ennahda


Di Salvatore Santoru

Il nuovo governo della Tunisia, guidato da Elyes Fakhfakh, ha recentemente incassato il sostegno di Ennahda.

Ennahda è un partito di stampo 'islamista moderato', fondato negli anni ottanta dal pensatore Rached Ghannouchi, storico esponente dell'opposizione a Ben Alì.

Entrando maggiormente nei dettagli, il partito si rifà al concetto di 'democrazia islamica' e il nuovo governo potrebbe riavvicinarsi alla Turchia, sostenitrice del network della Fratellanza Musulmana ( a cui Ennahda appartiene).


PER APPROFONDIRE- ARTICOLO SU BLASTING NEWS,

https://it.blastingnews.com/politica/2020/02/tunisia-il-nuovo-governo-riceve-lappoggio-di-ennahda-003074135.html

Il ruolo strategico del Qatar nella crisi libica


Di Salvatore Santoru

L’attuale conflitto libico si inserisce in un contesto geopolitico che vede contrapposti gli interessi di alcune grandi potenze internazionali e, allo stesso tempo, di diverse potenze regionali particolarmente attive nello scacchiere nordafricano e medio-orientale.
Tra di esse bisogna indubbiamente menzionare la Turchia guidata dall’AKP di Erdogan, artefice di una politica estera imperniata su una strategia di chiara matrice ‘neo-ottomana’(1). Tale strategia ‘neo-imperiale’ risulta essere decisamente esplicita nell’ambito della guerra civile siriana e nella stessa crisi libica, scenari che vedono il governo turco impegnarsi anche nel sostegno e nel finanziamento di formazioni legate all’islamismo di tendenza sunnita(2).
Oltre la Turchia, altri attori geopolitici particolarmente influenti nello scenario libico risultano essere alcune delle principali monarchie del Golfo come l’Arabia Saudita, gli Emirati e il Qatar guidato dall’emiro Tamir bin Hamad Al Thani. Proprio lo stesso Qatar risulta essere, al pari della Turchia, un importante alleato del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj.

Il ‘ruolo mediatore’ del Qatar e lo scontro tra Haftar e Erdogan 

Nelle ultime settimane la già precaria situazione libica è tornata a farsi incandescente e, stando ad alcuni opinionisti, si è avuto il rischio di una nuova guerra. Particolarmente influenti nel riacutizzarsi della crisi sono state la ‘radicalizzazione’ politica e comunicativa del generale Haftar e, al contempo, il decisionismo interventista di Ankara(3).
A tal riguardo, bisogna segnalare la proclamazione della jihad anti-turca lanciata dallo stesso generale(4), proclamazione che è stata seguita da un discorso altrettanto minaccioso di Erdogan. Più specificatamente, nell’ambito dello stesso discorso, il presidente turco ha voluto ricordare che la nazione nordafricana è di strategica importanza per la nazione euroasiatica e d’altronde “è stata una parte importante dell’impero Ottomano”(5).
Tuttavia, c’è da dire che negli ultimi giorni si è avuta una relativa ‘distensione’ diplomatica e militare nonostante le ‘reticenze’ di Haftar. Nell’ambito di tale “distensione” un ruolo di primaria importanza è stato svolto, insieme ad altre potenze mondiali e regionali, dalla Russia con la collaborazione dello stesso Qatar.
Entrando nei particolari, l’emiro al-Thani si è dimostrato favorevole nei riguardi della mediazione russo-turca e durante una telefonata con Vladimir Putin ha espresso il suo sostegno alla necessità di porre fine alle ostilità presenti nella nazione del Nordafrica(6).In tal modo, il Qatar ha ribadito il suo approccio ‘moderato’ nell’ambito del sostegno dato alle forze di al-Serraj, mentre il governo turco oscilla tra pulsioni “belliciste” e approcci più cauti e distensivi.

La relativa ‘distensione’ tra l’Arabia Saudita e l’emirato

Il conflitto libico risulta essere fondamentale nella ‘guerra fredda’ che interessa l’emirato guidato da Tamid al-Thani e la principale potenza del Golfo, ovvero sia l’Arabia Saudita.
La rottura tra i due paesi arabi risale al 2017 e, come ricordato da Ferdinando Calda sul sito dell’ISPI(7), in quello stesso anno venne imposto a Doha un embargo da parte dell’Arabia e di alcuni suoi importanti alleati locali come gli Emirati, il Bahrein e l’Egitto.

Importanti segnali di distensione, argomenta Calda, sono stati segnalati alla viglia del meeting annuale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, tenutosi nel dicembre del 2019 senza la partecipazione di Tamim Al Thani. Al posto dell’emiro era presente il primo ministro qatriota, Abdullah bin Nasser bin Khalifa al-Thani, e ciò fa capire che la tensione tra le due potenze rimane comunque decisamente alta.
Comunque sia, pur tra ovvie difficoltà, il processo di riavvicinamento tra le due monarchie arabe sembra essere sempre più vicino e ciò potrebbe portare a notevoli cambiamenti nello scacchiere mediorientale e nordafricano.
Questi mutamenti, riporta Mauro Indelicato su Inside Over(8),  potrebbero interessare anche le relazioni tra il Qatar e la Fratellanza Musulmana.

I Fratelli Musulmani, l’asse turco-qatariota e la polveriera libica

Nel già citato articolo di Inside Over, Indelicato riporta che l’avvicinamento tra sauditi e Qatar potrebbe portare all’abbandono, da parte di Doha, degli stessi Fratelli Musulmani.
In tal modo, i vertici della storica organizzazione islamista di origine egiziana, notoriamente sostenuti dall’emirato(9), potrebbero rafforzare i già ottimi rapporti con la Turchia e contribuire a rendere Ankara come il ‘centro geopolitico’ fondamentale dell’Islam politico mondiale.

Ciò porterebbe all’inasprirsi del “conflitto sotterraneo” che si sta svolgendo all’interno del mondo islamista di matrice sunnita, ‘conflitto’ che ha come principali attori i settori filo-turchi della Fratellanza e le principali monarchie del Golfo e che vede il Qatar in veste di relativo ‘paciere’.
Tuttavia, bisogna ricordare che proprio la Fratellanza ospita diverse correnti al suo interno e risulta divisa tra fazioni più moderate per così dire “unioniste” e frange minoritarie che strizzano l’occhio al radicalismo di matrice salafita.
Questo aspetto risulta di fondamentale importanza nel contesto libico, dove la Fratellanza gioca un ruolo tutt’altro che secondario e risulta legata all’asse turco-qatariota. D’altronde, la stessa rilevanza locale dell’organizzazione islamista internazionale è ritenuta sempre più strategica e, d’altro canto, sia gli Stati Uniti che l’Egitto ritengono prioritaria la lotta al radicamento in Libia del movimento fondato da Hasan al-Banna(10).
Comunque sia, c’è da dire che il graduale processo di riavvicinamento tra Qatar e Arabia Saudita e, al contempo, un eventuale mutamento delle relazioni dell’emirato con Turchia e Fratelli Musulmani potrebbe portare a delle ripercussioni anche in Libia.
NOTE:
(1) https://aawsat.com/english/home/article/2085451/salman-al-dossary/libya-turkey%E2%80%99s-neighbor
(2) http://www.ilgiornale.it/news/mondo/libia-tripoli-presenti-anche-miliziani-islamisti-siriani-1811630.html
(3) https://www.agi.it/estero/erdogan_di_maio_libia-6749191/news/2019-12-17/
(4) https://ilmanifesto.it/haftar-chiama-alla-guerra-santa-contro-la-turchia/
(5) http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/01/14/erdogan-haftar-compie-pulizia-etnica_3aa27b16-d6d4-4eee-aa76-ceb0d2c5eca2.html
(6) https://www.agenzianova.com/a/0/2763068/2020-01-11/libia-cremlino-putin-discute-situazione-attuale-nel-paese-con-emiro-del-qatar-al-thani-2
(7) https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/larabia-saudita-apre-al-dialogo-con-il-qatar-24644
(8) https://it.insideover.com/politica/il-qatar-abbandona-i-fratelli-musulmani.html
(9) http://english.alarabiya.net/en/features/2019/08/07/Qatar-s-history-using-banks-to-aid-Brotherhood-terror-groups-in-other-countries.html
(10) https://www.ilmessaggero.it/mondo/libia_guerra_trump_america_haftar_ultime_notizie_oggi_16_gennaio_2020-4985870.html
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ARTICOLO PUBBLICATO ANCHE SU OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

Libia, la strategia neo-ottomana di Erdogan


Di Salvatore Santoru

Nelle ultime settimane la Libia è stata interessata dalla radicalizzazione della ‘guerra civile permanente’ che, ormai da diversi anni, contrappone le forze dell’esercito nazionale guidato da Khalifa Haftar alle milizie coordinate dal premier tripolino Fayez al-Sarraj(1).
Tale conflitto rientra in un contesto geopolitico particolarmente intricato e che, d’altronde, vede contrapposti gli interessi di alcune superpotenze così come di diverse potenze regionali. Tra di esse, a favore delle forze di Sarraj vi è la Turchia guidata da Recep Tayyip Erdogan. Nell’ambito del sostegno ad Al-Sarraj, la stessa nazione euroasiatica è in compagnia dell’Italia così come del Qatar. Diversamente, tra le potenze che sostengono il generale Haftar vi sono la Francia e la Russia ma anche l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati(2).

Le ambizioni ‘neo-imperiali’ della Turchia

La Turchia sta svolgendo un ruolo di primo piano nel conflitto libico e, inoltre, risulta avere delle ambizioni geopolitiche e militari particolarmente importanti a livello regionale e globale. Entrando nei dettagli, tali ambizioni rientrano nella più ampia visione strategica di matrice neo-ottomana(3).
Le aree d’influenza al centro di tale strategia sono quattro: quella mediorientale e quella nordafricana in particolare e, al contempo, l’area meditterranea e balcanica. Per l’appunto, i paesi maggiormente interessanti dal punto di vista neo-ottomano sono la Siria e la stessa Libia e, d’altronde, tali nazioni sono state a suo tempo parte del ‘Sublime Stato’.
Alcuni analisti sostengono che Erdogan e il suo entourage avrebbero intenzione di riportare la Turchia ai fasti di un tempo e in tal modo ricreare, almeno parzialmente e in modo ‘attualizzato’, l’Impero Ottomano. Al fine di perseguire tale ambizioso progetto, il governo sta investendo delle importanti risorse in ambito militare e geostrategico ma anche intellettuale e ciò al fine di creare una sorta di ‘egemonia culturale’ nell’ambito mediatico ed educativo tesa a diffondere presso l’opinione pubblica la tesi portate avanti dalle correnti neo-ottomane facenti parte dell’establishment turco.
Su tale questione, è indubbiamente interessante segnalare che, a marzo del 2018, lo stesso Recep Erdogan aveva sostenuto la necessità di introdurre l’insegnamento della lingua ottomana nella scuola pubblica e ciò in quanto la lingua turca contemporanea allontanerebbe la nazione dalle ‘radici della sua civiltà'(4).

Erdogan e l’agenda dell’islamismo internazionale

La politica estera dell’attuale governo turco non è incentrata sul mero neo-ottomanismo ma, anche e sopratutto, sulla promozione di un islamismo per così dire “internazionalista”. Ciò è particolarmente visibile in Libia e, a tal riguardo, c’è da segnalare il sostegno a determinate milizie filo-islamiste attive nel paese nordafricano(5).
Inoltre, è particolarmente noto il finanziamento e l’aiuto dato dalla Turchia ad importanti formazioni di matrice islamista attive nella guerra civile siriana. Per essere più specifici, una consistente parte di tali formazioni armate sostenute dall’entourage di Erdogan rientravano nell’alveo della Fratellanza Musulmana, organizzazione internazionale che da sempre è stata poco tollerata dalla Siria di Assad.
Oltre a ciò, si è anche parlato di sostegni turchi a formazioni legate all’islamismo radicale e al terrorismo come Al Nusra o l’Isis e ciò in funzione anti-Assad e anti-curda. Su tale delicata questione, bisogna dire che ufficialmente il governo turco è impegnato in una guerra contro il terrorismo islamista e l’estremismo salafita e wahabita ma, allo stesso tempo, l’esistenza di determinate ‘collusioni’ tra alcuni settori governativi e del complesso militare-industriale con formazioni estremiste e/o terroristiche è una tesi tutt’altro che campata in aria.
Comunque sia, a livello ufficiale Erdogan e l’establishment turco stanno lavorando per far diventare Ankara il perno di un’alleanza internazionale tra personalità e movimenti legati alla galassia dell’Islam politico ‘modernista’ ma di stampo (neo)conservatore e che abbia come riferimento le tesi portate avanti storicamente dai Fratelli Musulmani e che, allo stesso tempo, cerchi di competere con il ruolo egemonico esercitato dai paesi del Golfo sulla variegata area dell’islamismo di matrice sunnita.

I rapporti ambigui tra Turchia e Russia

Il conflitto siriano e quello libico stanno vedendo decisamente contrapposti, da un punto di vista militare e strategico, la Russia di Vladimir Putin e la stessa Turchia di Erdogan. D’altronde, come già ricordato, in Libia Putin sostiene Haftar e la Siria baathista è da sempre un fondamentale alleato russo.
D’altro canto, una buona parte delle organizzazioni islamiste globali vede la Russia come un nemico a causa di diverse ragioni storiche e di natura geopolitica particolarmente conosciute. Tornando ai rapporti tra Russia e Turchia, bisogna dire che a seguito della crisi siriana essi si erano fatti sempre più tesi ma ultimamente erano nettamente migliorati.
Tale miglioramento delle relazioni russo-turche è avvenuto a seguito dell’inasprirsi dei rapporti del governo di Erdogan con gli Stati Uniti, l’UE e parzialmente la NATO, anche se bisogna sempre tenere presente che la Turchia è una delle nazioni strategicamente e militarmente più importanti della suddetta Alleanza Atlantica.
Tale ‘distensione’ ha portato ad una maggiore collaborazione militare tra le due nazioni tanto che, a luglio del 2019, si è positivamente concluso l’accordo per la vendita dei missili antiaerei russi S-400 alla stessa Turchia(6). In seguito, tale accordo ha destato decise perplessità da parte degli States e per alcuni giorni si è parlato di un’ipotetica alleanza russo-turca in funzione anti-occidentale.
Tuttavia, tale ipotesi è venuta meno a seguito dell’inasprirsi della questione curda e, ovviamente, all’aggravarsi dell’attuale tensione libica. Per completezza d’informazione, bisogna sottolineare che la distensione russo-turca è stata resa possibile anche grazie alla collaborazione tra alcuni settori filo-russi presenti nel paese anatolico (sia dell’opposizione kemalista che di alcune fazioni minoritarie pro-governative) e alcuni settori (specialmente certe fazioni neo-eurasiatiste) favorevoli ad un’alleanza con la Turchia e con contatti presso alcuni circoli militari e culturali facenti parte dell’establishment russo.
NOTE:
- Articolo pubblicato anche su Osservatorio Globalizzazione

Il caso Khashoggi e la 'nuova guerra fredda' tra Turchia e Arabia Saudita


Di Salvatore Santoru

Dietro la recente scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi vi sono probabilmente  intrighi di diversa natura, di matrice politica come geopolitica. In un precedente articolo ho parlato degli 'intrighi di potere' che stanno interessando l'Arabia Saudita e che, molto probabilmente, sono anche all'origine dell'omicidio del reporter del 
Washington Post(1).

Per quanto riguarda l'ambito internazionale e geopolitico della vicenda, bisogna concentrarsi sulle critiche relazioni diplomatiche tra la Turchia e 'la nuova Arabia'.
Approfondendo la questione, non risulta eccessivamente strano che sia stata proprio la Turchia il 'paese prescelto' per l'esecuzione e, allo stesso tempo, non sorprende il fatto che proprio il governo e i media pro-Erdogan siano momentaneamente i più attivi nel denunciare gli intrighi di Bin Salman(2).

Il fatto è che geopoliticamente vi sono degli interessi sempre più contrastanti tra Turchia e sauditi(a partire dalla questione del Qatar) e vi siano disaccordi anche di stampo ideologico-teologico.
Difatti, c'è da segnalare che Bin Salman si è fatto promotore di una linea politica decisamente ostile nei riguardi di quei settori dell'islamismo che si rifanno(direttamente o indirettamente) alla Fratellanza Musulmana(3).

Su ciò, c'è da ricordare che sia Erdogan che il suo 'apparato di potere' sono vicini alla stessa Fratellanza e lo era anche Khashoggi, come appurato da un recente articolo del New York Times(4).
Tali elementi fanno pensare all'esistenza di una sempre meno latente 'guerra fredda' tra Ankara e la 'nuova Arabia', così come tra i diversi settori dell'Islam politico sunnita.

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/ecco-cosa-ce-dietro-lomicidio-di.html

(2) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/caso-khashoggi-media-turchi-uno-dei.html

(3) https://it.blastingnews.com/politica/2018/04/il-principe-saudita-bin-salman-la-fratellanza-musulmana-e-un-nemico-002488235.html

(4) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/10/khashoggi-il-ritratto-del-nyt-dalle.html

Khashoggi, il ritratto del Nyt: dalle simpatie islamiste(dalla Fratellanza Musulmana al giovane Bin Laden) ai legami con la Casa dei Saud


Di Salvatore Santoru
Recentemente il New York Times ha pubblicato un articolo di approfondimento su Jamal Khashoggi, il reporter recentemente ucciso in Turchia da un commando saudita(1).
Andando maggiormente nello specifico, nel pezzo di Ben Hubbard and David D. Kirkpatrick si è parlato dei legami e delle simpatie ideologiche dello stesso giornalista, alquanto inviso al principe Mohammed Bin Salman. Tra tali legami bisogna segnalare quello con la Fratellanza Musulmana, organizzazione islamista sempre più malvista dallo stesso regno saudita.
Inoltre, come ricordato nell'articolo del Nyt, sin dalla guerra in Afghanistan lo stesso Khashoggi era stato vicino idealmente ad Osama Bin Laden. Su ciò, c'è comunque da specificare che il reporter non ha mai approvato il progetto e e le azioni compiute da Al Quaeda.
Come scritto nell'articolo del noto quotidiano statunitense, anche i legami con la Fratellanza Musulmana risultavano essere 'ambigui' e c'è da segnalare che il giornalista aveva dei 'rapporti informali' con l'establishment saudita. Approfondendo la questione, c'è da dire che Khashoggi era legato all'imprenditore multimilionario Al-Walid bin Talal(al-Walīd bin Ṭalāl bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd) ed era stato assunto come consigliere da parte del diplomatico Turki bin Faysal Al Sa'ud.
Inoltre, risulta che il reporter aveva viaggiato con l'ex re saudita Abdullah e avesse più di qualche legame con quella parte del vecchio 'apparato saudita' avversa al 'nuovo establishment' promosso da Bin Salman.
NOTA E PER APPROFONDIRE:

BELGIO, I DIRIGENTI DEL PARTI ISLAM: 'Non c'è parità tra uomo e donna, vogliamo instaurare la Sharia'

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Di Salvatore Santoru

“Se c’è parità tra uomo e donna? No, non c’è”. 

Lo ha recentemente sostenuto il vice-presidente del partito islamista belga 'Parti Islam Talal Magri.



Più specificatamente, Magri ha dichiarato ciò in un'intervista fatta da Eugenia Fiore per il sito web 'Gli Occhi Della Guerra'(2).
Inoltre, il presidente del partito Abdelhay Bakkali Tahiri ha sostenuto di non aver paura a dire che il suo partito vuole instaurare la Sharia nel paese europeo.

NOTE:


(1) https://fr.wikipedia.org/wiki/ISLAM_(parti_politique_belge)


(2) http://www.occhidellaguerra.it/partito-islamico-donne/

INGHILTERRA, fa discutere il sostegno social di Hamas al leader laburista Corbyn: 'Le sue posizioni sulla Palestina sono positive'


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 Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo il Partito Laburista inglese è nella bufera.
Secondo alcuni media britannici e internazionali, i vertici del partito guidato da Jeremy Corbyn sarebbero stati alquanto tolleranti e concilianti con organizzazioni islamiste come la palestinese Hamas.

Come riporta l'Express(1), recentemente Corbyn è stato elogiato sui social da parte della stessa Hamas.
Più precisamente, secondo Hamas la posizione del politico laburista sulla Palestina 'è positiva' e nello stesso tweet l'organizzazione islamista palestinese ha sostenuto che comunque toccherà agli inglesi scegliere se votarlo come possibile primo ministro o meno(2).

NOTE:

(1) https://www.express.co.uk

(2) https://twitter.com

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