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Slovacchia, il movimento anticorruzione Olano vince le elezioni parlamentari


Di Anna Ditta

Il movimento anticorruzione Gente ordinaria e personalità indipendenti (Olano) di Igor Matovic ha vinto le elezioni parlamentari in Slovacchia, conquistando il 25,2 per cento dei voti. Sconfitto il partito dell’ex premier Robert Fico, Democratici sociali (Smer), a lungo il più forte partito governativo, che si è fermato al 18,29 per cento dei voti e andrà all’opposizione.

Al terzo posto il partito Siamo Famiglia dell’imprenditore Boris Kollar, al 17 per cento, che insieme al partito Per la gente dell’ex presidente Andrej Kiska e ad altre formazioni di centrodestra dovrebbe entrare nella nuova maggioranza di governo.

Matovic ha escluso l’ipotesi di “un governo di riconciliazione” avanzata dal premier uscente Peter Pellegrini (Smer).

“La gente vuole che ripuliamo la Slovacchia”, ha affermato Matovic dopo la vittoria, “vogliono che la rendiamo un Paese giusto in cui le leggi si applicano a tutti. Non trattiamo con la mafia”. Pellegrini ha ammesso la sconfitta e ha augurato buona fortuna al rivale sottolineando polemicamente che “ha gestito bene la comunicazione in campagna elettorale ma questo non è sufficiente per governare”.

Dopo circa 30 anni non entra in Parlamento alcun partito della minoranza magiara, probabilmente anche a causa dell’affluenza molto alta (65,82 per cento).

Al quarto posto l’estrema destra filo-russa e anti-Nato del Partito popolare Slovacchia nostra di Marian Kotleba (Lsns) con il 7,97 per cento dei voti, che scende quindi da 10 a 17 seggi in parlamento.


In Europa il movimento Olano era inizialmente alleato con l’estrema destra spagnola di Vox, dei polacchi di Diritto e Giustizia e di Fratelli d’Italia, ma poi è passato al gruppo popolare, optando per una moderazione di toni e contenuti.

Il contesto

La Slovacchia è stata investita dagli scandali sulla corruzione dopo l’assassinio nel 2018 del giornalista Jan Kuciak che aveva indagato sugli intrecci tra classe politica e imprenditori e possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta nel Paese.


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FOTO RIPRESA DA INTERNET, http://www.topontiki.gr

Nuova destra e populismo: laboratorio Italia


Di Matteo Luca Andriola

Nessuno si sarebbe mai aspettato – almeno con certa repentinità e con certe dinamiche – la caduta del governo Conte che aveva unito in maniera ‘idilliaca’, o almeno era questa la narrazione corrente, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. Un governo controverso, che pareva unire istanze di una destra identitaria e conservatrice con quelle di un certo movimentismo dalle vaghe venature sociali, un’unione fortemente contrastata dal grosso dell’establishment politico e giornalistico (quello che veniva definito come la ‘casta’) e che sembrava andare – è questo il messaggio passato in certi ambienti intellettuali di destra – al di là della destra e della sinistra.
La nascita del governo giallo-verde aveva acceso le speranze di vasti settori dell’intellettualità ‘non-conforme’, dalla nouvelle droite francese ai settori dell’ambiente eurasiatista condizionati dalle riflessioni di Aleksandr Dugin. La motivazione era semplice: per la prima volta nella storia, un movimento esplicitamente di destra e su posizioni populiste e identitarie si alleava per governare un Paese assieme a una forza antisistema che raccoglieva senz’altro un elettorato misto, ma che si caratterizzava per temi come l’ecologia sostenibile, la democrazia diretta elettronica (o e-democracy), temi che possono avere una vaga connotazione di sinistra assieme alla critica a trattati come il TTIP – duramente contestato da Alain de Benoist in un libro edito in Italia da Arianna Editrice (1) – e il Ceta che, va detto, in Francia è stato votato da buona parte dell’esecutivo macroniano, a scapito dell’allevamento e dell’agricoltura locale (2). La convergenza di due forze così differenti è stata così salutata nell’area anticonformista europea ed eurasiatica, elevando l’Italia a laboratorio privilegiato per lo sviluppo di nuove sintesi, ora non più culturali e metapolitiche, ma addirittura politiche.
Ergo, il gramscismo di destra predicato fin dai tardi anni ’60 in Francia si era forse affermato nel nostro Paese? L’Italia stava divenendo neodestrista, comunitaria e trasversalista?
È quello che in maniera esplicita hanno detto i giornali di colore liberale davanti alla convergenza – tutt’altro che spontanea, dato che è nata dopo un lungo travaglio e il rifiuto del Partito democratico egemonizzato dai renziani di convergere col M5s – di due forze diversissime, che faranno un esecutivo descritto da molti come né di destra né di sinistra ma simultaneamente di ambo i colori, al punto che il quotidiano online Linkiesta.it, che da sempre ha avversato il governo Conte per le simpatie europeiste e liberaldemocratiche della direzione, l’ha definito “governo rossobruno”, fautore dell’incontro, dell’alleanza fra radicali di sinistra e di estrema destra. Un’idea di cui – anche se Di Maio e Salvini dicono di voler superare le vecchie categorie – George Sorel avrebbe parlato già cento anni fa e che il Carroccio farebbe sua non solo dalla ripresa delle tesi di Alain de Benoist ma anche di quelle di Aleksandr Dugin, descritto semplicisticamente come l’“ideologo di Putin, ex eminenza grigia sia per i nazionalisti di Žirinovskij che per i comunisti di Zjuganov”, e grazie al flirt di un giovane filosofo come Diego Fusaro “che si definisce marxista, [...] allievo di un altro marxista, Costanzo Preve, che negli anni ’70 sposò la necessità di questa ibridazione fra estreme. Insomma, Lega e M5s al popolo parlano la lingua del nuovismo e del superamento della destra e della sinistra, ma nascono, in realtà, nell’alveo di una elaborazione intellettuale chiara, precisa: il rossobrunismo. [...] L’Italia è, dunque, come altre volte nella sua storia, un laboratorio politico globale. Non sempre queste sperimentazioni hanno portato bene al Paese” (3).
Semplificazioni – con non poche inesattezze, come quella di vedere Preve attivo nella messa in discussione della diade dicotomica destra/sinistra fin dagli anni ’70, cosa da lui sostenuta negli ultimi anni di vita – unite alla già citata “psicosi rossobruna” atta a demonizzare chiunque metta in discussione il pensiero unico liberale a sinistra (4), che dimostra come i media italiani ed europei siano completamente disconnessi e scollegati col comune senso, al punto di non comprendere la fenomenologia del populismo. Ma se l’etichetta detta da un liberale è a fini denigratori, così non è stato per vasti settori della nouvelle droite d’Oltralpe, lì dove esistono ben due forze populiste anti-establishment in competizione, una di stampo socialista, La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, e una di destra identitaria come il Rassemblement national di Marine Le Pen, l’ex Front national, che ha però messo in soffitta – a differenza della Lega che ancora parla di flat tax – il neoliberismo reaganiano degli anni ’80 per un programma economico dal vago sapore keynesiano.
E infatti il n. 176 del febbraio-marzo 2019 del bimestrale Éléments, l’organo del Grece, l’associazione metapolitica che elabora in Francia le tesi filosofiche della nouvelle droite, consacra un dossier niente meno che all’Italia, dal titolo inequivocabile: “Italie: le laboratoire politique du populisme”, un dossier su un’Italia “vue de droite”, per citare un de Benoist d’annata, con un Paese visto come un creativo e inedito “laboratoire politique du populisme” trasversalista. Di un fenomeno, il populismo, attenzione, che, come si autodefinisce, guarda al di là della destra e della sinistra. Parliamo di intellettuali non conformi oggi tentati dal populismo i quali, in nome dell’ostilità nei confronti del ‘totalitarismo liberale’, attualizzano l’appello disperato dell’intellettuale collaborazionista Pierre Drieu La Rochelle, che pur di opporsi alla società liberale incarnata negli Alleati che sbarcavano in Normandia nel giugno 1944, da lui giudicata caricaturalmente come una costosa truffa criminale, si augurava che il comunismo sovietico, in altre parole lo strutturalismo marxista, vincesse la guerra, vedendo nel sovietismo e nei T34 russi la sola alternativa all’individualismo e alla democrazia prodotti della décadence occidentale: “Il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo. In mancanza del fascismo [...] solo il comunismo può mettere veramente l’uomo con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere di nuovo, come non avveniva più dal Medioevo, che ha dei padroni. Stalin, più che Hitler, è l’espressione della legge suprema”, scriverà il 2 settembre 1943 nei suoi diari. Ora, probabilmente, mentre Drieu La Rochelle vede nella società-caserma e nel costruttivismo militarizzato la redenzione per l’Europa, oggi la ‘salvezza’ dal post-modernismo, dopo anni di riflessioni di matrice politeista filosofico, cognitivo e relativista, è scorta nientemeno da alcuni settori della nouvelle droite nel “costruttivismo populista”. Un salto avanti o indietro?
C’è senz’altro un senso di invidia verso l’Italia: lì in Francia il duo populista non ha mai tentato una convergenza, anche se Mélenchon ha fatto saltare quel fronte repubblicano in auge fin dal gennaio 1956, che vedeva convergere, prima contro i qualunquisti poujadisti poi contro i frontisti lepenisti, l’intero arco parlamentare per bloccare i populisti, più volte applicato al Front national al secondo turno delle presidenziali, ma non nel 2017, quando il leader gauchista decide di non far convergere i voti del suo elettorato a vantaggio di Macron, per il suo programma liberista, venendo accusato di rossobrunismo dai liberali perché “lo slogan elettorale della Le Pen è Au nom du Peuple, quello di Mélenchon La force du Peuple, dettagli che ci aiutano a capire perché la sinistra faccia fatica a schierarsi con Macron” dato che “la Le Pen piace [a sinistra] perché è nazionalista, proprio come Mélenchon, e per le sue posizioni critiche nei confronti dell’euro e dell’Unione europea. Insomma la logica è molto semplice: il nemico del mio nemico è mio amico. E così la Le Pen finisce per essere ‘il male minore’” (5).
Ma non si spiega l’entusiasmo di alcuni redattori di Éléments per Matteo Salvini, all’epoca vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno e descritto come “nouvelle homme fort de l’Europe”, specie per il suo programma economico tutt’altro che keynesiano (e causa prima delle frazioni col M5s), mentre è la critica al liberismo in nome di un pro gramma di “economia mista” che potrebbe permettere in Francia la con vergenza fra populismo gauchista mélenchoniano e populismo identitario lepenista, anche se forse ciò è comprensibile dato che tutto nasce dal ritratto del politico lombardo fatto dall’italiano Antonio Rapisarda, giornalista de Il Tempo, di Libero e collaboratore del sito Barbadillo.it e de Il Primato Nazionale, tutti di destra, autore di un volume, All’armi siam leghisti, dove si analizza l’egemonia culturale e politica della destra postmissina, dell’area identitaria e di quella metapolitica nel Carroccio dopo la fine di Alleanza nazionale (6), un dossier con analisi su CasaPound, modello anche per la destra non conforme d’Oltralpe (si vedano gli articoli La CasaPound de l’intérieur: une Rome révolutionnaire Rencontre avec Adriano Scianca: l’esprit corsaire) e sul sindacato di destra Ugl, erede della Cisnal missina, con un’intervista al suo segretario generale, Le syndicalisme italien: rencontre avec Paolo Capone, descritto come un sindacato vicino alla Lega, segnale di un’egemonia a destra a scapito degli eredi del Msi e di An, cioè Fratelli d’Italia.
Nel dossier, nella rubrica “Le pays du ‘populisme intégral’”, si darà voce a intellettuali militanti che, a loro modo, incarnano tutti la Weltanschauung populista, dagli entusiasti e giovanissimi Diego Fusaro (che loda l’esperimento giallo-verde contro le élite) e Sebastiano Caputo (de L’Intellettuale Dissidente, un laboratorio metapolitico che propone la concretizzazione politica di nuove sintesi culturali), ai maturi Gabriele Adinolfi (che cautamente teme il trasformismo dei ‘rivoluzionari’, che entrati nella stanza dei bottoni mutano da incendiari a pompieri) e Marco Tarchi.
Su quest’ultimo bisogna soffermarsi, sorvolando un attimo sul fatto che è la principale mente della Nuova destra metapolitica italiana, l’animatore di riviste come Diorama letterario, Trasgressioni e della cooperativa editoriale La Roccia di Erec e il divulgatore del pensiero debenoistiano dagli anni ’70, ma sul fatto che egli è uno dei più affermati politologi e storici italiani all’Università di Firenze, fra i primi a occuparsi in maniera accademica della fenomenologia populista in Italia. Se nell’intervista vengono fuori le contraddizioni che successivamente faranno saltare l’esecutivo, e cioè la compresenza di tesi decresciste in seno al grillismo assieme al produttivismo “da capannone” della Lega, forte soprattutto nel Nord-Est, è nelle sue opere che noi capiamo cos’è la fenomenologia del populismo, esposto nel libro L’Italia populista: “Si può concordare sul fatto che esso [il populismo] non corrisponde in alcun modo univoco a un particolare e ben definito tipo di regime politico, o che non ha presentato contenuti omogenei in tutte le sue manifestazioni empiriche e pertanto non può essere ricondotto né a una visione del mondo intesa secondo i canoni delle classiche Weltanschauung né a un programma politico fissato una volta per tutte e da tutti i suoi esponenti rispettato, ma ciò non autorizza a negare che sia possibile coglierne un’essenza”, che accomuna in Italia fenomeni differenti oltre al leghismo, fenomeni trasversali come il qualunquismo di Giannini negli anni ’40-50, il tele-populismo di Berlusconi (o telecrazia), il presidente picconatore Francesco Cossiga che agisce in una fase travagliata per la storia repubblicana, fenomeni che per comodità definiamo di sinistra come l’Italia dei valori dell’ex pm Antonio Di Pietro (nonostante il background moderato del magistrato), i radicali di Marco Pannella (liberali, liberisti e libertari), i Girotondi e i meetup attorno a Beppe Grillo da cui nasce il Movimento 5 stelle, senza dimenticare all’estero personalità come Peròn, la Thatcher, Reagan, Haider e Ross Perot, i classici Bossi e Le Pen (il padre), Chàvez, Alberto Fujimori, Saddam Hussein, Gamal Abd el-Nasser, Lec Walesa ecc., tutti diversi, alcuni situati a destra e altri a sinistra, a dimostrazione che il populismo è un metodo e non un’ideologia, che si espleta nella “sfiducia nei meccanismi della rappresentanza [...] [che] non si traduce necessariamente in rifiuto della democrazia. Anzi, per taluni versi dà adito a richieste di maggior democraticizzazione del rapporto fra la società e le istituzioni. A seconda delle circostanze, può alimentare la tentazione semplificatrice estrema dell’affidamento di ogni responsabilità di conduzione della collettività a un uomo forte oppure stimolare la ricerca di strumenti di controllo dal basso dell’azione di governo” (7).
Una descrizione che include ovviamente quel populismo di sinistra che guarda a movimenti come il citato socialista Mélenchon, Podemos in Spagna, il democratico Bernie Sanders, il laburista Jeremy Corbyn e le riflessioni di filosofi socialisti e marxisti come il gramsciano Ernesto Laclau, Jean-Claude Michéa, Carlo Formenti ne La variante populista (Derive Approdi, 2016), tutti critici verso gli squilibri della globalizzazione neoliberista e a favore del ripristino della sovranità popolare entro gli Stati nazione. Analisi accademiche – ma che traspaiono anche nelle riflessioni sulle varie riviste dirette dal prof. Tarchi – che vengono esposte a sua volta da Alain de Benoist in Droite-gauche, c’est fini! Le moment populiste, edito in Italia da Arianna Editrice, che vede nel trionfo del populismo e della sua forma mentis nella crisi del sistema liberale con la conclusione della stagione prospera dei Trenta Gloriosi (1945-1975) e l’affermazione di una mentalità mercatista e liberale in seno alla sinistra, sia socialista che comunista, entrambe non più interessante a raggiungere una società socialista senza classi dove la ricchezza viene equamente ridistribuita, ma gradualmente sempre più proni al mercato, cosa evidente se si analizzano i programmi dei partiti più radicali, con piattaforme identiche a quelle dei riformisti degli anni ’60-70.
La tesi di de Benoist è che il populismo è l’emergere di una nuova opposizione politica, con diversi protagonisti, neutralizzando la vecchia destra/sinistra, borghesia/proletariato espletate da Erich Hobsbawm durante Il secolo breve, gradualmente neutralizzata, politicamente depotenziata con l’emergere della nuova dominati/dominanti, e “si conferma dappertutto l’ampiezza del fossato che separa il popolo dalla classe politica al potere. Ovunque emergono nuove divisioni, che rendono obsoleta la vecchia divisione destra-sinistra”. In pochi decenni i sistemi politici, basati da molti decenni sugli stessi partiti sono stati completamente scon volti: “In Italia la Democrazia cristiana e il Partito comunista sono praticamente spariti. Lo stesso dicasi dei vecchi partiti di governo greci. In Spagna, negli ultimi anni, il Psoe e Alleanza popolare si sono continuamente indeboliti a vantaggio di Podemos e Ciudadanos. In Austria, i due partiti di governo – socialdemocratico e cristiano-sociale – hanno raccolto solo il 22 per cento dei voti all’elezione presidenziale del 2016”. Gli operai e il “popolo minuto”, un tempo schierato a sinistra, concede la maggioranza dei suffragi ai populisti e “il comportamento dei partiti, ne trae le conseguenze. A questa apparente destrutturazione dell’elettorato corrisponde, al livello degli Stati maggiori politici e delle squadre di governo, un prodigioso spostamento verso il centro, cui per natura spinge il bipartitismo”. Alla ricerca di un consenso decrescente e, talvolta, definitivamente perduto.
Note
1 Cfr. A. de Benoist, Il Trattato Transatlantico: l’accordo commerciale Usa-Ue che condizionerà le nostre vite, Arianna Editrice, 2015
2 Anche nel partito del presidente Emmanuel Macron, tuttavia, 52 deputati hanno preferito astenersi. E 9 hanno votato No. Tutto il centrosinistra (Ps, Verdi e altri) e la sinistra radicale (La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, Pcf e altri) si sono schierati contro. Cfr. Le CETA, controversé accord de libre-échange avec le Canada, approuvé à l’Assemblée, LeMonde.fr, 23 luglio 2019, https://www.lemonde.fr/politique/article/2019/07/23/l-assemblee-nationale-vote-la-ratification-du-ceta-controversetraite-de-libre-echange-entre-l-ue-et-le-canada_5492576_823448.html
3 Altro che gialloverde, il governo Lega-5Stelle è rossobruno, n. f., Linkiesta.it, 26 maggio 2018, https://www.linkiesta.it/it/article/2018/05/26/altro-che-gialloverde-ilgoverno-lega-5stelle-e-rossobruno/38226/
4 Cfr. M. L. Andriola, Psicosi rossobruna, Paginauno n. 61/2019
5 G. Drogo, Il rossobrunismo che vota Marine Le Pen, NextQuotidiano.it, 27 aprile 2017, https://www.nextquotidiano.it/rossobruni-marine-le-pen/
6 Cfr. A. Rapisarda, All’armi siam leghisti. Come e perché Matteo Salvini ha conquistato la Destra, Wingsbert House, 2015
7 M. Tarchi, L’Italia populista, Il Mulino, 2003, pp. 15, 13 e 31
8 Cit. in V. Benedetti, De Benoist: “Italia laboratorio del populismo. Ma governo Lega-M5S non durerà”, ilprimatonazionale.it, 7 gennaio 2019,https://www.ilprimatonazionale.it/politica/de-benoist-italia-populismo-governo-lega-m5s-100263/

IL POPULISTA PERFETTO



Tanto si è discusso e si discute negli ultimi anni sul populismo. Le letture del fenomeno sono diverse, quanti i giudizi.
Per quanto ci riguarda il nostro lo abbiamo riprecisato giorni addietro parlando di Matteo Salvini e della sua Lega.

Non parliamo quindi del populismo in America latina, dov'è risorto nel secolo scorso, quanto di quello che va oggi per la maggiore nell'Occidente capitalistico, venuto alla ribalta come fenomeno politico dopo la grande crisi esplosa nel 2007-2008 negli Stati Uniti.

Non sarà un caso che proprio al centro dell'Impero, sconquassato da quella crisi, abbiamo avuto il fenomeno Donald Trump, con la sua sorprendente ascesa al potere. Vale la pena riascoltare, proprio per capire il cosa il populismo sia, uno dei discorsi che fece durante la campagna elettorale del 2016 per la presidenza della repubblica.

Un attacco durissimo all'élite e all'establishment, alla globalizzazione e alla finanziarizzazione dell'economia.

Se non si trattasse di un miliardario di fede liberista sembrerebbe di ascoltare un leader del moviment oOccupy Wall Street nato nel settembre 2011...



Così il populismo gialloverde di governo diventa sbiadito


Di Marco Tarchi

La difficoltà dei movimenti populisti di superare la prova del governo è nota da sempre a coloro che li hanno fatti oggetto di attenzione sul piano scientifico e non meramente polemico. Malgrado qualche isolato parere discorde, quasi tutti gli studiosi concordano nel constatare che, in Europa, ogni volta che uno di essi ha raggiunto posizioni di potere, le sue contraddizioni interne si sono accentuate e lo scarto fra le promesse sparse a piene mani e gli impegni effettivamente mantenuti è apparso così evidente da far calarne in breve tempo, spesso in misura vertiginosa, il consenso elettorale.

Di solito, queste prestazioni fallimentari sono state ricondotte a due cause principali. Da un lato, la subordinazione ad alleati più potenti ed esperti delle pratiche e dei sotterfugi amministrativi con cui erano stati costretti ad allearsi (ad oggi, se si esclude il controverso caso dell’Ungheria di Orbán, che appare molto più assimilabile al sovranismo, nessuna formazione populista è riuscita a conquistarsi una forza parlamentare sufficiente a governare da sola: tutte hanno dovuto puntare su coalizioni dove svolgevano un ruolo subalterno), che ha impedito ai populisti di varare le politiche sbandierate nei programmi elettorali e li ha posti di fronte alla secca alternativa fra l’accettare compro- messi, anche pesanti, o tornare all’opposizione. Dall’altro, l’obbligo di dover indossare gli scomodi panni del formalismo istituzionale, rinunciando a quelle caratteristiche movimentistiche di linguaggio e com- portamento, spesso chiassose e pla- teali, che avevano gettato le basi del loro successo presso i settori dell’elettorato più irritati verso l’establishment. Il connubio di questi fattori ha turbato, e il più delle volte con- dotto al naufragio, le esperienze ministeriali della Lista Pim Fortuyn in Olanda, della Fpö con e dopo Haider in Austria, della Lega Nord in Italia, dei Perussuomalaiset in Finlandia e di altri partiti della stessa famiglia nell’Europa orientale.


Il caso italiano scaturito dalle elezioni del 2018 è subito apparso come una duplice anomalia in questo panorama, perché metteva insieme due partiti da molti – anche se non da chi sta scrivendo queste righe, che ha sempre distinto il populismo allo stato puro di Grillo da molte delle opinioni e delle azioni dei suoi seguaci a Cinque stelle – descritti come populisti, senza l’im- piccio di terzi incomodi, e perciò lasciava ad entrambi la libertà di mostrarsi per quello che ritenevano di essere, senza doversi piegare a ritualismi o genuflessioni al politicamente corretto. E in un primo tempo è sembrato (a chi non aveva pregiudiziali motivi di ostilità nei confronti dell’esecutivo giallo-verde) che l’esperimento potesse funzionare sulla base di una clas- sica divisione dei compiti: mettendo da parte le questioni più scottanti, il“contratto” sottoscritto avrebbe potuto consentire sia al M5S sia alla Lega di puntare su provvedimenti adatti a sollecitare il consenso dei rispettivi elettori. Stando ai sondaggi, questa soddisfazione si è mantenuta nel tempo, tenendo sempre il governo Conte sopra il 55% dei pareri favorevoli. La lotta per la supremazia in vista delle elezioni europee ha però radicalmente modificato il quadro.


A sbagliare, in quella fase, sono stati – a parere di chi scrive – entrambi gli alleati/concorrenti. Di Maio e i suoi, prestando orecchio ad interessati suggeritori che li accusavano di tenere un profilo troppo basso di fronte al protagonismo di Salvini, invece di valorizzare i risultati ottenuti conformi ai loro programmi, hanno accresciuto di continuo le critiche e i distinguo nei confronti del partner, consentendo a quest’ultimo di assumere toni vitti- mistici e strumentalmente concilianti. Quel che più conta, fra le file ex-gril- line ha preso piede una tentazione letale, quella di fare la parte della sinistra contro una destra, dimenticando che a gran parte degli elettori populisti (Cinque Stelle inclusi) il gioco bipolare appare insulso e superato. Risultato: come dimostrato dagli studi sui flussi, un terzo degli elettori M5S del 2018 ha preferito votare Lega poco più di un anno dopo. E invece di riflettere su questo dato e fare marcia indietro in fretta (come, fra le righe, ha fatto Di Battista al suo rientro sulla scena), alcuni big del movimento hanno ceduto ancor di più alla tentazione.


Il resto del danno al governo lo ha fatto la Lega. Che ha smesso quasi subito, di fronte alle prese di distanze degli alleati, di recitare la parte del coniuge inconsapevole e stupito dell’altrui tradimento e si è gettata a ca- pofitto nella disfida, spesso più ad opera di altri esponenti che del suo segretario. Drogato dalle cifre dei sondaggi, Salvini si è via via spinto sul terreno dello scontro aperto e della“destrizzazione”, restringendo drasticamente il perimetro della sua “populismità” al binomio immi- grazione-sicurezza e minimizzando, fino praticamente a cancellarli se non ad invertirli, i toni anti-corruzione, anti-casta, anti-globalizzazione e anti-poteri forti che erano sempre stati la sua bandiera dai tempi di Bossi in poi.


È fin troppo evidente che questa svolta è stata ispirata dalla convinzione di poter risucchiare la maggioranza degli elettori di Forza Italia e assicurarsi la collaborazione di Fratelli d’Italia in vista di un nuovo esecutivo dove esercitare la parte del leone. Ed è altrettanto chiaro che il desiderio di andare al più pre- sto alle urne ha lo stesso motivo. Ma, a prescindere dalla tutt’altro che certa possibilità di raggiungere lo scopo, stanti i poteri e le volontà di Mattarella, le manovre in corso nel Pd e le sicure tentazioni di restare al proprio posto per un altro bel po’ di tempo di un bel gruzzolo di parlamentari, la mossa di Salvini rischia di dare frutti ben diversi da quelli attesi. Molti elettori hanno infatti scelto la Lega alle europee perché soddisfatti della sua decisione di contribuire alla nascita del governo Conte e per darle una maggiore capacità di influenza su di esso, non per vederla ritornare ai connubi con Berlusconi e soci. Questo è, con ogni probabilità, il caso di quei votanti strappati al M5S di cui prima accennavamo, e di parecchi altri fra coloro che pur di fronte al non edificante spettacolo dei litigi continui fra “gialli” e “verdi” hanno continuato ad esternare il loro apprezzamento nei confronti dell’esecutivo.


Il leader leghista pensa, probabilmente, di essere in grado di sostituire questi elettori fluttuanti, che potrebbero “tornare a casa” o astenersi, con i moderati e conservatori in uscita da Forza Italia. Detta in altre parole, di surrogare i populisti delusi con i neo-sovranisti. È un calcolo azzardato, che rischia di porre Salvini sotto l’ipoteca di futuri alleati non più affidabili dei Cinque Stelle, in quanto concorrenti diretti alla conquista futura del suo elettorato e, nel caso di Berlusconi e dei suoi, desiderosi di prendersi, non appena possibile, la rivincita sull’usurpatore. L’insuccesso del governo “populista” potrebbe quindi essere un boomerang per l’aspirante nuovo Uomo solo al comando. 


FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/08/17/cosi-il-populista-di-governo-diventa-sbiadito/5392517/

ARTICOLO VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62407

Aquisgrana, Merkel e Macron: "Trattato contro i populisti"

Di Matteo Carnieletto
Ad Aquisgrana Angela Merkel e Emmanuel Macron rafforzano l'asse franco-tedesco.
Un nuovo trattato di cooperazione che non è solamente politico - la Cancelliera ha parlato di un'alleanza contro i populisti e i nazionalisti - ma anche militare in quanto preludio a un esercito europeo, con lo sviluppo di una "cultura militare e di una industria comune degli armamenti". A tal proposito, il presidente francese ha detto: "Il nostro comune obiettivo dev'essere che l'Europa diventi lo scudo di protezione dei nostri popoli contro le bufere del mondo". L'amicizia franco-tedesca, ha aggiunto il capo dell'Eliseo, e i "comuni progetti e obiettivi rendono possibile prendere le nostre vite nelle nostre mani e costruire liberamente il nostro destino".
Questo trattato va a completare quello siglato il 22 gennaio del 1963 da Charles de Gaulle e Konrad Adenauer. "Settantaquattro anni dopo la seconda guerra mondiale, la durata di una vita umana, cose che erano considerate evidenti sono nuovamente messe in discussione - ha dichiarato la Merkel, facendo un riferimento nemmeno troppo velato ai populisti - Ecco perché si rende necessaria una ridefinizione della direzione della nostra cooperazione".
E sono stati proprio i movimenti sovranisti ad aver criticato maggiormente questo trattato. Marine Le Pen, presidente di Rassemblement national (l'ex Front national), ha per esempio accuato Macron di volere condividere con la Germania il seggio della Francia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Un'accusa, questa, che l'Eliseo ha però smentito. Alexander Gauland, leader di Alternative für Deutschland, ha accusato Parigi e Berlino di voler creare "una super Ue" all'interno dell'Unione europea.
Come ricordato da Roberto Fabbri su Il Giornale di oggi, l'Unione europea dopo questo trattato sarà molto diversa. Nelle 16 pagine del trattato, infatti, si "arriva a delineare una concertazione talmente profonda tra le politiche dei due Paesi da prefigurare una fusione politica di fatto. Non si tratta di interpretazioni giornalistiche, è tutto messo per iscritto nel trattato". Per esempio, prosegue Fabbri, "viene esplicitato che Francia e Germania intendono elevare «i loro rapporti bilaterali a un nuovo livello' per essere all'altezza 'delle sfide che attendono i due Paesi e l'Europa nel XXI secolo', sia pure all'interno di 'un ordine internazionale fondato sulle regole e il multilateralismo, con al centro le Nazioni Unite'. A tale riguardo, è molto importante notare che nell'articolo 8 si legge che 'l'ammissione della Repubblica Federale Tedesca come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell'Onu è una delle priorità della diplomazia franco-tedesca'. Ecco un chiaro passo verso una nuova Europa, con aperta sfida agli equilibri voluti dagli Stati Uniti".
Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha salutato positivamente l'iniziativa, mettendo in guardia da eventuali rischi: "La maggiore collaborazione dei singoli Paesi non deve però sostituire al cooperazione europea nel suo insieme".

Chi sono i gilet gialli e cosa possono fare alle europee: l'analisi di Alain De Benoist


Intervista di Francesco Boezi a Alain De Benoist

Di Francesco Boezi
http://www.occhidellaguerra.it

Alain de Benoist, nell’ultima intervista rilasciataci, aveva pronosticato che il populismo, nonostante le battute d’arresto, avrebbe continuato a far parlare di sé. A sei mesi dalle elezioni europee, abbiamo intervistato di nuovo il politologo e saggista francese. 

Alain de Benoist, lei ha teorizzato in tempi non sospetti che il raggio d’azione del populismo fosse destinato a proseguire nel tempo. I gilet gialli rappresentano questa continuazione?
 
“Sì, evidentemente. Il politologo Vincente Coussedière parla di ‘populismo del popolo’ per designare una forma d’azione e di rivendicazione spontanea diversa da quella dei partiti e dei movimenti abitualmente definiti ‘populisti’. Questa espressione si applica in modo esemplare ai gilet gialli, la cui caratteristica principale è di essere apparsi quando nessuno se l’aspettava e tenendosi sdegnosamente lontani da sindacati e partiti. La continuità del movimento, la sua natura ‘sotterranea’, inafferrabile, il ruolo di primo piano che giocano le donne, il suo carattere contemporaneamente sociale e patriottico sono alcuni altri tratti che lo distinguono da tutti i movimenti sociali precedenti”.

Se lei dovesse inquadrare i gilet gialli all’interno di un movimento politico, li accosterebbe al Front National oppure ritiene che possa esistere pure una certa simpatia provata nei confronti di Mélenchon?


“Secondo i sondaggi, è il Rassemblement di Marine Le Pen che dovrebbe beneficiare del maggior numero dei voti dei gilet gialli alle prossime elezioni, ma la Francia ‘renitente’ di J.-L M. dovrebbe, allo stesso modo, trarne beneficio. Detto questo, non bisogna dimenticare che la grande maggioranza dei gilet gialli non aveva, fino ad oggi, mai conosciuto un impegno politico. La maggior parte di loro manifesta per la prima volta. Alcuni di poro potrebbero avere la tentazione di presentare una lista indipendente alle prossime elezioni europee ma a mio avviso sarebbe un errore. Il solo risultato sarebbe dividere l’opposizione”.

La presidenza Macron è destinata a durare? 


“È protetto dalle istituzioni della V repubblica ma in questa situazione per lui sarà molto difficile continuare a governare. Ci sarà un ‘prima’ e un ‘dopo’ gilet gialli, tanto più che le cause della rivolta sono ancora là. Emmanuel Macron è stato collocato a capo dello Stato con il sostegno attivo dei mercati finanziari e degli oligarchi, che si aspettano da lui che imponga le ‘riforme’ che dovrebbero adattare la società francese alle esigenze dell’Unione europea. Questo programma implica inevitabili misure di austerità delle quali le classi popolari e la parte di classe media che, al giorno d’oggi, è sulla via del declassamento, e persino della sparizione, non vogliono più sentire parlare”.

I gilet gialli influenzeranno anche altre nazioni d’Europa? Se sì, come e quali?


“Si è immediatamente constatato un effetto di contagio: subito in Belgio e nei Paesi Bassi, poi in Portogallo, in Romania, in Bulgaria e persino in Iraq. Ho visto, di recente, che il governo italiano ha egli stesso manifestato la sua simpatia nei confronti dei gilet gialli. Ma, nell’immediato, si tratta soprattutto di iniziative imitative. Anche le condizioni particolari di ciascun paese esercitano un ruolo”.

Come sta il populismo in Europa? 


“Il populismo in Europa (e altrove) è il fenomeno politico più innovativo degli ultimi trenta anni. È una modalità di articolazione della domanda politica e sociale che parte dalla base e, in una prospettiva contro-egemonica, si indirizza contro delle élite considerate separate dal popolo e sollecite soltanto dei loro privilegi. L’insorgenza dei populismi s’accompagna dappertutto al declino dei vecchi partiti istituzionali, che erano i vettori della divisione destra-sinistra, cui succederanno divisioni nuove. Non è ancora venuto il momento di tracciare un bilancio di questa ondata di populismo, ma è chiaro che è chiamata ad amplificarsi ancora nei prossimi anni”.

Gli analisti sostengono che l’asse franco-tedesca sia entrata in crisi. Lo ritiene corretto? Verso quali cambiamenti stiamo andando incontro in termini geopolitici?


“A parte rare eccezioni recenti, l’asse franco-tedesco è sempre stato in crisi. In passato, è stato dominato dalla Francia perché la Germania, divenuta un gigante economico, rimaneva un nano politico. Dalla caduta del sistema sovietico e la riunificazione, è il contrario. La Germania ha imposto le modalità di adozione dell’euro. Si rende conto che la Francia non riesce a realizzare le riforme e che è sempre più isolata nello scenario internazionale. Questa situazione suscita nella Germania la tentazione di porsi come principale alleato degli Stati Uniti. Ma, nello stesso tempo, l’indirizzo politico tedesco si evolve, lentamente come sempre in quel Paese. Angela Merkel si appresta a lasciare il potere e nessuno sa ancora per davvero chi le succederà”.

Le elezioni di medio-termine hanno sancito una parziale tenuta di Donald Trump. Pensa che il Tycoon possa confermarsi nel 2020?


“È difficile da dire. Trump, che è un personaggio imprevedibile, ha contro di lui dei poteri considerevoli, tutti più o meno legati all’establishment di Washington e ai rappresentanti dell’ideologia dominante. Ma vanta anche importanti riserve di voti nell’ “America profonda”. Non ha affatto deluso i suoi elettori, malgrado il suo stile spesso stravagante e i suoi ripensamenti inattesi. Sul piano economico e sociale, ha invece ristabilito la situazione. I suoi orientamenti in politica estera sono più criticabili, ma questo non interessa il suo elettorato. Inoltre, sul fronte democratico, non si vede chi potrebbe opporsi a Trump. Bisogna aspettare di saperne di più”.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.occhidellaguerra.it/de-benoist-il-populismo-e-il-fenomeno-piu-innovativo-del-trentennio/

VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61426

Noam Chomsky: "Il popolo si sta rivoltando contro le élite che lo hanno ingannato, il populismo non c'entra e ha anche una storia rispettabile"

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"I lavoratori si stanno rivoltando contro le elite e le istituzioni dominanti che li hanno puniti per una generazione. C'è stata una crescita economica e un aumento della produttività ma la ricchezza generata è finita in pochissime tasche, per la maggior parte a istituzioni finanziarie predatorie che, nel complesso, sono dannose per l'economia". Lo dice Noam Chomsky, professore e linguista e teorico della comunicazione, in una intervista al Manifesto. Partendo dall'analisi della situazione politica americana, per Chomsky "in Europa è accaduto più o meno lo stesso, in qualche modo anche peggio perché il progresso decisionale su questioni importanti si è spostato sulla Troika che un organismo non eletto. I partiti di centrodestra/centrosinistra si sono spostati a destra abbandonando in gran parte gli interessi della classe lavoratrice".
Secondo l'accademico "ciò ha portato alla rabbia, alla frustrazione, alla paura e al capro espiatorio. Poiché le cause reali sono nascoste nell'oscurità, deve essere colpa dei poveri non meritevoli delle minoranze etniche, degli immigrati o di altri settori vulnerabili. In tali circostanze le persone si arrampicano sugli specchi".

Alexander Dugin: «L’Italia è l’inizio della grande rivoluzione populista che cambierà il mondo»

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Intervista di Dario Ronzoni ad Aleksandr Dugin
Questo non è un momento storico come gli altri. Questo è il momento in cui ha inizio la «grande rivoluzione anti-liberale»: quella del popolo contro le élite, del diritto del cittadino contro il diritto dell’uomo, dell’identità nazionale contro la non-identità globale. In altre parole, come spiega il filosofo russo Alexander Dugin, controverso ma notevole personaggio dell’estrema destra russa, è l’ennesimo scontro tra “civiltà di mare” (mercantile, dinamica) e “civiltà di terra” (statica, tradizionale). Scontro che in questo caso cambierà le sorti dell’Europa e, si immagina, del mondo intero.
Arriva a Milano per presentare insieme al filosofo Diego Fusaro il suo ultimo libro, Putin contro Putin, edito dalla casa editrice Aga. Dugin è noto per aver elaborato una Quarta Teoria Politica (che supera fascismo, comunismo e liberalismo) ma soprattutto per la sua vicinanza al presidente russo Vladimir Putin («Non tanto mia – precisa – quanto delle mie idee»). E sono idee piuttosto chiare, in paricolare in geopolitica: «per l’Europa questo è il momento migliore» perché «oggi ha la possibilità di ritrovare la sua sovranità, il suo ruolo del mondo». Può ancora «ritornare libera» – ma, come è intuibile, non liberale – «proprio grazie all’aiuto della Russia»
Partiamo proprio da qui: cosa intende quando parla dell’aiuto della Russia?
Come è noto, dal punto di vista geopolitico ci sono tre poli: gli Usa, con la loro enorme potenza, l’Europa, che in passato è stata indipendente e sovrana e ora è diventata una colonia strategica degli Stati Uniti – è questo il senso della parola “atlantismo”, nata proprio con il dominio americano – e infine la Russia. Un terzo polo che non è europeo né asiatico ma eurasiatico: una novità rispetto al dualismo della Guerra Fredda. Ora: oggi la Russia è più debole rispetto ai tempi dell’Unione Sovietica, ma più forte rispetto ai tempi di Eltsin, in cui rischiava il crollo. Non ha più una funzione di dualismo contro gli Stati Uniti (ruolo che tocca alla Cina) e, soprattutto, non rappresenta più un pericolo né una sfida per Europa e Stati Uniti. È nella posizione di essere, invece, la sua salvezza.
Cioè?
Oggi, con Trump al governo negli Stati Uniti e con una Russia forte ma non minacciosa, l’Europa ha la possibilità di ristabilire il suo ruolo geopolitico. E per questo credo che questo sia il momento ideale. Non si tratta di abbandonare gli Usa per abbracciare la Russia, come sarebbe potuto succedere durante la Guerra Fredda. No: la Russia non ha né le pretese né le risorse, per occuparsene. L’Europa può, oggi, affermarsi con un suo ruolo indipendente sia dagli Stati Uniti che dalla Russia. Ma seguendo un suo cammino di sovranità sull’esempio dato dalla Russia.
Ma come funzionerebbe questa riaffermazione di indipendenza? L’Europa, oltre a essere poco libera, non è nemmeno unita.
Ad esempio, attraverso la formazione “Grande Europa” immaginata da Putin, che arrivi dall’Atlantico fino a Vladivostok. In altre parole, con un’alleanza tra Eurasia ed Europa occidentale. Perché ciò avvenga, gli alleati naturali sarebbero alcuni Stati europei importanti, cioè i francesi e tedeschi, che sono il centro del continente. Del resto è da tempo che la Russia cerca rapporti e contatti più stretti, soprattutto con la Germania e, in via politica con la Francia. Stava quasi per realizzarsi un asse Berlino-Parigi-Mosca in occasione della guerra in Iraq, ma poi è fallito. E il motivo è sempre lo stesso. I nemici, in particolare, sono sempre gli stessi.

Macron: 'I populisti sono la lebbra dell'Europa'

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Di Salvatore Santoru

Tensione tra Italia e Francia.
Come riportato dal Fatto Quotidiano(1),  recentemente il presidente francese Emmanuel Macron ha attaccato i populisti europei e di conseguenza anche il nuovo governo italiano.

Più specificatamente, ha paragonato i populisti alla lebbra sostenendo che “li vedete crescere come una lebbra, un po’ ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire”.

NOTA:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/21/migranti-e-scontro-tra-italia-e-francia-macron-populisti-crescono-come-lebbra-di-maio-offensivo-salvini-un-signore/4442830/

La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites

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Di  Carlo Freccero
La sinistra è oggi in crisi e si chiede come potrebbe parlare ai nuovi populismi per ricondurli nei binari di una democrazia elitaria che assomiglia più ad un’oligarchia che ad una democrazia in senso proprio.
Viceversa, anche quando dice di voler ascoltare il malessere di cui i populismi sono espressione, la sinistra si trincera nei luoghi comuni del politicamente corretto. Mentre, secondo me, basterebbe un’autoanalisi oggettiva per capire le cose da un’altra angolazione. La domanda è cos’è oggi la sinistra e cos’era una volta la sinistra? Perché c’è stato un così radicale cambiamento? So già la risposta. Ci sbagliavamo. E se ci sbagliassimo adesso?
In ogni caso riflettere su cosa sia stata la sinistra alle sue origini, contiene già la risposta al problema del populismo oggi.
Prima il populismo di destra non c’era perché molte delle istanze del populismo di oggi erano a sinistra. E la crescita dei diritti del popolo non era considerata reazionaria, ma progressista.
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Cos’è oggi essere di sinistra?
Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élites devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione.
È vero, questo popolo, il popolo che si raccoglie sotto l’etichetta di “populismo” non ha nulla a che fare con il concetto di “coscienza di classe” sulla base della quale, invece il proletariato marxista era considerato in grado di fare le scelte migliori per la società tutta. Ma è comunque un popolo che esprime un malessere, che coglie delle contraddizioni che sono reali e drammatiche, nella narrazione idilliaca del pensiero unico che vede nel neoliberismo e nei suoi diktat “il migliore dei mondi possibili”.
In quanto poi all’educazione al “politicamente corretto” che distingue le élitesdel popolo e che dovrebbe costituire la ragione della loro superiorità rispetto al popolo, siamo sicuri che sia “vera” e non sia piuttosto frutto di propaganda?
Da quando studio la propaganda non credo più al politicamente corretto. I diritti umani a cui abbiamo sacrificato i diritti sociali, mi sembrano usciti direttamente dalla Finestra di Overton, una metodologia per condizionare l’opinione pubblica con un graduale e progressivo lavaggio del cervello.
Cosa resta di sinistra a sinistra?
L’apparente solidarietà per gli ultimi. Oggi l’attenzione che ieri si tributava al proletariato, viene tributata ai migranti. È evidente che usare un linguaggio come quello della Lega e negare ogni forma di solidarietà è disturbante, scandaloso.
Ma almeno attrae l’attenzione su un fenomeno su cui, come altri considerati “naturali” dal pensiero unico, non ci poniamo alcun interrogativo. Per le élites i migranti non costituiscono problema perché risiedono in altri quartieri e insidiano posti di lavoro e salari che sono appannaggio delle classi più impreparate alla competizione neoliberista. Ma proprio ponendoci dal lato dei migranti e dei loro diritti, quale maggior diritto dovremmo riconoscere loro, se non il diritto a non emigrare, a non rischiare la vita su barconi improvvisati, a non subire violenze ed abusi, a non conoscere il disprezzo e il razzismo delle società che non vorrebbero accoglierli?
Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause. 

"Populisti? Ascoltiamo la gente". Conte in Senato ottiene la fiducia: "Sarò il garante del contratto"

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Di Andrea Indini

"Cambiamento". È questa la patola che riecheggia, in continuazione, tra i banchi del Senato. Giuseppe Conte si presenta al Senato rivolgendo, prima di tutto, un saluto a Sergio Mattarella"che rappresenta l'unità nazionale", e chiedendo poi la fiducia sia alla squadra, che lui presiede, sia a "un progetto per il cambiamento dell'Italia che è stato formalizzato in un contratto, composto dai programmi" votati dagli italiani.

Di questo "cambiamento", promette, si farà garante lui stesso per imprimere al Paese un'inversione di rotta per quanto riguarda immigrazione, lavoro, diritti sociali, taglio delle tasse e, financo, alleanze internazionali. Il tutto senza, però, indicare come riuscire a finanziare questa "rivoluzione radicale".
"Assumo questo compito con umiltà ma anche con determinazione, con la consapevolezza dei miei limiti ma anche con la passione e l'abnegazione di chi comprende il peso delle responsabiluità che gli sono affidate - promette Conte in Aula - non sono mosso da nient'altro se non da spirito di servizio" (video). Per il nuovo governo è, come di consuetudine, Palazzo Madama il primo vero banco di prova. Qui, il nuovo governo può contare su 167 voti certi, sei in più rispetto alla maggioranza assoluta. In Senato infatti, ci sono 58 senatori della Lega e 109 del Movimento 5 Stelle. In realtà, però, a votare la fiducia ci dovrebbero essere almeno altri quattro senatori che faranno salire la maggioranza a quota 171. E infatti il Senato approva la fiducia con 171 sì e 117 no. Tutto come da previsione, insomma."Entrando per la prima volta in questo luogo avverto pesante la responsabilità per ciò che questo luogo rappresenta", dice il premier che, durante il discorso in Aula, si definisce "il garante del contratto" sottoscritto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio e elenca quelli che, a suo dire, sono i principali punti di svolta. "Se populismo è ascoltare bisogni gente - chiosa - allora lo siamo" (video).
 Fonte e articolo completo: http://www.ilgiornale.it/news/politica/conte-senato-fiducia-1536831.html

UE, l'appello di Juncker: 'Dobbiamo fermare il populismo rampante'


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Di Salvatore Santoru

Appello del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker contro il 'populismo rampante'. 
Come riporta l'Huff Post(1), durante un intervento alla plenaria a Strasburgo il commissario europeo ha sostenuto che bisogna far fronte all'ondata populista e che "entro un anno gli europei avranno votato per un nuovo parlamento europeo di cui nessuno conoscerà la composizione e che sarà differente da quella attuale, cosa che mi fa nutrire qualche inquietudine". 

NOTA:

(1) https://www.huffingtonpost.it/2018/05/30/juncker-impegniamoci-contro-populismo-galoppante_a_23446601/?utm_hp_ref=it-homepage

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