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Classifica mondiale delle università: tre italiane nella top 200



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Di Giorgia Baroncini
Sono la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, la Scuola Normale di Pisa e l'Università di Bologna gli unici tre atenei italiani presenti nella top 200 della classifica mondiale delle università, rispettivamente al 153esimo posto, al 161esimo e al 180esimo.
Il Times Higher Education (The) ha diffuso oggi a Londra il nuovo World University Rankings.
Per il terzo anno consecutivo, Oxford si stabilisce al primo posto, risultando anche prima nella classifica per l'ambito delle ricerche (volume, reddito e reputazione). Cambridge si mantiene al secondo posto, mentre Stanford negli Stati Uniti si posiziona al terzo posto.
Yale è l'università che scala più posizioni tra le prime 20, guadagnando quattro posti nella top 10 e passando all'ottava posizione. La classifica annuale definitiva di The, giunta al suo 15esimo anno, continua a essere l'elenco più competitivo grazie agli oltre 1.250 istituti di istruzione superiore in tutto il mondo, un incremento rispetto ai 1.100 dello scorso anno, con 86 Paesi rappresentati rispetto agli 81 dell'anno scorso.

Atenei italiani

L'Italia è presente nella classifica con 43 università, tre in più rispetto allo scorso anno. Buoni i risultati degli atenei del Belpaese. Bologna raggiunge la 180esima posizione grazie ai miglioramenti del punteggio nell'ambito di docenza, ricerca, impatto delle citazioni (influenza delle ricerche), introiti del settore e prospettiva internazionale. L'istituto italiano di punta, la Scuola Superiore Sant'Anna, guadagna due posizioni fino alla 153esima, mentre la seconda università più importante, la Scuola Normale Superiore di Pisa, scala 23 posizioni raggiungendo il 161esimo posto.
Tra gli altri atenei italiani, Padova si inserisce tra le prime 250 a livello globale, l'Università di Napoli Federico II entra nella classifica delle prime 350. Infine, l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e l'ateneo di Ferrara figurano tra le prime 500 università.

UNIVERSITÀ DI SASSARI, L'INDAGINE DEL CENSIS: 'È tra le migliori d'Italia'. Bene anche Cagliari, ecco i dettagli da sapere

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Di Salvatore Santoru

Secondo una recente indagine del Censis l'Università di Sassari è tra le migliori d'Italia.
Più specificatamente, come riporta la Nuova Sardegna(1), l'università del Nord Sardegna risulta essere la seconda tra gli atenei di media grandezza, ovvero sia quelli che hanno un numero di iscritti compreso tra i diecimila e i ventimila studenti.

Inoltre, anche l'Università di Cagliari si è piazzata bene ed è risultata quinta nella classifica dei 'grandi atenei', ovvero sia quelli che hanno tra i ventimila e i quarantamila iscritti.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) http://www.lanuovasardegna.it/regione/2018/07/04/news/l-universita-di-sassari-tra-le-migliori-d-italia-1.17031898

Sciopero docenti universitari: esami a rischio, l’appello degli studenti

Sciopero docenti universitari: esami a rischio, l'appello degli studenti

Blitz Quotidiano

Da oggi primo giugno fino al 31 luglio sono a rischio gli esami della sessione estiva negli atenei di tutta Italia. 
’ partita infatti la mobilitazione dei docenti, prevista l’adesione di 15mila tra professori e ricercatori. Protestano per ottenere lo sblocco definitivo degli scatti stipendiali, 80 milioni di euro per le borse di studio, semila concorsi per professori associati e 4mila concorsi per ordinari; altrettanti per ricercatori a tempo determinato di tipo B. Ma le ragioni dello sciopero dei docenti si scontrano con quelle degli studenti che rischiano di saltare qualche appello estivo: sotto scacco anche il diritto allo studio degli studenti stessi.
“A febbraio abbiamo lanciato una petizione sostenuta da più di 46.000 studenti e studentesse da tutti gli Atenei italiani per richiedere un ripensamento da parte dei docenti in merito a questa modalità di sciopero che si consuma sulla pelle degli studenti che rischiano di perdere la borsa di studio o l’accesso alla no tax area”, ha dichiarato Andrea Torti, coordinatore di Link-Coordinamento universitario, relativamente allo sciopero indetto dal Movimento per la dignità della docenza universitaria da domani 1 giugno al 31 luglio.

Università: l’Italia è uno dei pochi Paesi in Europa a far pagare le tasse, e pure care

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Di Lidia Baratta
L’università senza tasse, proposta dal presidente del Senato Piero Grasso nel corso dell’assemblea di Liberi e uguali, è già una realtà in molti Paesi europei. E l’Italia non è tra questi. 



Anzi, con un aumento medio delle tasse universitarie del 60% negli ultimi dieci anni, si piazza al terzo posto tra quelli più cari del continente, dopo Olanda e Regno Unito. Con rette che superano i 2mila euro di media al Politecnico di Milano, che è l’ateneo più caro d’Italia.
Il paradiso per gli studenti universitari in Europa è la Germania, dove non è prevista alcuna tassa sia per gli studenti europei sia per quelli non europei. Si paga solo una piccola somma tra 100 e 200 euro al massimo per semestre per coprire i costi di trasporto e gli altri servizi destinati agli studenti. Lo stesso vale per la Norvegia: si richiede solo una piccola cifra (tra 30 e 60 euro) per semestre per coprire i costi della carta studenti, che garantisce assistenza sanitaria, trasporti gratuiti e diverse riduzioni per attività ed eventi culturali.
In altri Paesi come l’Austria, la Danimarca, la Finlandia e la Svezia, invece, gli studi universitari sono gratuiti solo per gli europei. A quelli che arrivano da fuori Europa è richiesto il pagamento di una tassa. In Austria la tassa annuale per gli extra Ue si aggira tra i 600 e i 1.500 euro. In Danimarca si va dai 6mila ai 16mila euro annui. La Finlandia ha introdotto da agosto 2017 un’imposta di 1.500 euro per i non europei, ma solo per i corsi di laurea in inglese. Quelli in svedese e finlandese restano gratuiti per tutti.
In Francia, invece, le tasse le pagano tutti ma sono molto basse. Per gli studenti Ue e non Ue si aggirano tra i 200 e i 650 euro annui, a seconda del livello e del programma di studio. Per Medicina si pagano più o meno 450 euro l’anno, per ingegneria circa 600 euro. In Spagna si sale, con le triennali che costano tra 680 a 1.400 euro l’anno in media. Ancora di più in Olanda, dove per gli europei si superano anche i 2mila euro e per i non europei si sfiora anche la soglia dei 12mila. Il Paese più caro, ma anche tra i più ambiti per gli studenti di tutto il mondo, resta però l’Inghilterra, dove si pagano quasi 13mila euro l’anno per una triennale.
E l’Italia? Secondo i calcoli Ocse, con 1.600 dollari americani di pressione fiscale universitaria, il nostro Paese è al terzo posto in Europa tra i più cari, dopo Regno Unito e Olanda. Le università italiane restano tra le poche nel continente a far pagare a tutti, europei e non. La rata dipende dall’ateneo che si sceglie e dalla situazione economica familiare dello studente, con un sistema progressivo. Si parte da tasse da meno di 200 euro, ma si possono anche superare i 1.200 euro l’anno e senza redditi particolarmente elevati. Ma negli ultimi anni si è assistito a un rincaro. Secondo i calcoli dell’Unione degli universitari, nelle sole università statali il gettito complessivo della contribuzione a livello nazionale è passato da circa 1 miliardo e 200 milioni a 1 miliardo e 600 milioni dal 2005 al 2015: 400 milioni in piùNel 2005 la tassa media era a livello nazionale era di 775 euro, dieci anni dopo lo studente paga 1.250 euro circa.
Nel 2016, secondo i dati del ministero dell’Istruzione, i contributi versati dagli universitari sono stati più di un quarto di quanto versi lo Stato (sotto forma di Fondo di finanziamento ordinario) agli atenei. Per i soli corsi che si concludono col titolo di laurea, gli studenti hanno sborsato 1,762 miliardi di euro di tasse.
La proposta di Piero Grasso di abolire le tasse universitarie costerebbe, come lo stesso presidente del Senato ha ricordato, 1,6 miliardi di euro. Qualcosa nell’ultimo anno però è cambiata. Con la legge di bilancio 2017 è stata alzata la no tax area fino a 13mila euro di Isee. Ma alcune università l’hanno aumentata fino a 15mila euro. Per ottenere l’esenzione totale, bisogna soddisfare determinati requisiti di reddito e di merito. Il risultato è che circa un terzo degli studenti oggi rientra in quest’area.
Le borse di studio certo ci sono pure, ma non coprono tutti. Con il famoso fenomeno degli studenti idonei ma non beneficiari, cioè quelli che per reddito e meriti hanno diritto alla borsa ma non la ricevono per mancanze di risorse disponibili. Secondo i calcoli dell’Udu, sarebbero circa 22mila, per i quali servirebbero 150 milioni di euro aggiuntivi. Il Fondo integrativo statale per le borse di studio nell’ultima legge di bilancio è stato aumentato di appena 20 milioni, dieci in meno rispetto ai 30 stanziati nelle prime bozze della manovra.

Università, in 10 anni le rette sono aumentate del 61%

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Di Riccardo Saporiti
Chi si è immatricolato nel 2005 ha pagato, mediamente, 775,08 euro di tasse universitarie. Dieci anni più tardi, questa somma è salita a 1.248,66 euro. Si tratta di un aumenti del 61,1%, pari in termini assoluti a 473,58 euro. Un aumento che ha colpito percentualmente soprattutto le università del Sud Italia.
numeri sono quelli raccolti dall’Unione degli Universitari, sindacato studentesco che ha appena pubblicato il rapporto “Dieci anni sulle nostre spalle – Inchiesta sulle tasse universitarie 2017”. Un documento che raccoglie i costi medi delle rette di una sessantina di atenei italiani. Utilizzando i quali Wired ha costruito questa infografica:


Più un punto è grande e tende al rosso, maggiore è stato l’incremento percentuale della tassazione dal 2005 al 2015. L’unico punto verde è rappresentato dall’Università degli studi di Firenze. Un ateneo in controtendenza, almeno sul piano delle tasse universitarie. Che negli ultimi dieci anni si sono ridotte del 7,4%. La seconda parte dell’infografica consente invece di osservare l’andamento della tassazione media a partire dall’anno accademico 2008/2009 nei singoli atenei.
Sul piano generale, come detto, questi aumenti hanno colpito soprattutto il Sud Italia. Qui l’incremento è stato mediamente dell’89,5%. Il record spetta all’ateneo di Lecce dove la retta media è passata in dieci anni da 306 a 939 euro. Si tratta di un aumento del 207%. Casi simili anche a Benevento (+180,4%) e alla Seconda università di Napoli (+175,8%). “Questi incrementi si verificano a causa dei tagli del finanziamento pubblico agli atenei, che si rifanno attraverso le tasse universitarie”, spiega la coordinatrice nazionale dell’Udu Elisa Marchetti.

Philip Laroma Jezzi, chi è (e cosa pensa) il ricercatore che ha denunciato i prof. di Diritto tributario

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Di Lorenzo Bernardi
Lo scandalo dei baroni, come è stato ribattezzato dai giornali, è partito da lui: Philip Laroma Jezzi, ricercatore di Diritto tributario all’Università di Firenze. È lui ad aver fornito alla Procura di Firenze gli elementi che hanno dato il la all’inchiesta che nei giorni scorsi ha portato a sette arresti e 22 interdizioni all’insegnamento per altrettanti professori in tutta Italia. Per gli inquirenti, è stato scoperchiato un sistema corruttivo per la spartizione di posti e cattedre in vari atenei, con concorsi truccati e scambio di favori. “Con che criterio sei stato escluso dal concorso? Col vile criterio del commercio dei posti”, diceva l’ex docente di diritto tributario Pasquale Russo a Laroma Jezzi, ignaro che lui lo stesse registrando.
CHI E’ PHILIP LAROMA JEZZI
Philip Laroma Jezzi è un ricercatore e professore aggregato di Diritto tributario del Dipartimento di scienze giuridiche dell’Università di Firenze. È italo-inglese, è nato nel 1970 a Woking, nel Surrey, da padre italiano e madre inglese. Ha studiato sia in Italia sia nel Regno Unito, e nel curriculum pubblicato sul sito dell’ateneo fiorentino si legge che nel 2009 ha conseguito un master universitario in Tax all’Institute of Advanced Legal Studies (IALS) di Londra. Ha svariate pubblicazioni, concentrate prevalentemente in due campi: la soggettività tributaria degli enti e delle organizzazioni di beni e il diritto tributario europeo e internazionale.
Laroma, a Firenze, lavora nello studio di via Maggio aperto con alcuni colleghi. Riporta il Corriere della Sera che nello studio Laroma Jezzi hanno iniziato il praticantato la ministra Maria Elena Boschi e il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi.
DALLA PARTE DEI CORRENTISTI ROVINATI DI BANCA ETRURIA
Il nome del suo studio spicca anche nel sito vittimedelsalvabanche.it. Il “salvabanche” è il decreto che nel 2015 ha evitato il crack di Banca Etruria, Carife e Banca Marche. Nel sito si forniscono consigli e moduli ai risparmiatori che intendono chiedere il rimborso al Fondo interbancario di tutela dei depositi. E si legge: “Lo studio legale Laroma Jezzi&Partners di Firenze suggerisce a tutti i risparmiatori che stanno facendo richiesta di rimborso forfettario dell’80% al Fidf, di allegare ai documenti anche la Nota di Riserva come ulteriore forma di tutela, per potere esercitare il diritto in sede legale di recuperare il restante 20%”.

Università Statale Milano, l’ateneo rinuncia al ricorso sul numero chiuso: via alle iscrizioni per le facoltà umanistiche

Università Statale Milano, l’ateneo rinuncia al ricorso sul numero chiuso: via alle iscrizioni per le facoltà umanistiche
Marcia indietro dell’università Statale di Milano. L’ateno, per ora, non farà ricorso al Consiglio di Stato dopo che il Tar del Lazio ha stoppato l’introduzione del numero chiuso nelle facoltà umanistiche. In una nota l’università ha annunciato l’apertura delle immatricolazioni per tutti i corsi interessati dall’ordinanza del Tribunale.
“Da domani, 8 settembre, e fino al 16 ottobre“, via libera alle iscrizioni, senza test d’ingresso, ai corsi di laurea in Filosofia, Lettere, Scienze dei Beni culturali, Lingue, Storia, Scienze umane. Le facoltà bloccate nell’incertezza tra la decisione del Tar e il ricorso al Consiglio di Stato annunciato dal rettore Gianluca Vago. Prima di tutto c’è “il dovere istituzionale nel garantire il corretto avvio delle lezioni” spiega la nota dell’università. “Volendo porre fine al clima” di disorientamento, la Statale di Milano ha deciso di rinunciare al ricorso “rimandando al giudizio di merito la difesa delle proprie posizioni”, continua la comunicazione.

Università, a Torino 23 dipartimenti tra i migliori d’Italia

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Ventitré Dipartimenti su 27 dell’Universita’ di Torino figurano fra i 350 migliori d’Italia. E tra questi 13 hanno ottenuto il punteggio massimo di valutazione, pari a 100 su 100. Lo si apprende dalla la graduatoria dei Dipartimenti universitari italiani che avranno accesso al Fondo di finanziamento dei Dipartimenti di Eccellenza, pubblicata dal Miur, per l’assegnazione dei 271 milioni di euro annui previsti dalla legge di bilancio 2017.
Il finanziamento quinquennale (2018-2022) è volto ad incentivare l’attività dei dipartimenti universitari che si caratterizzano per l’eccellenza nella qualità della ricerca, nella progettualità scientifica, nell’organizzazione didattica. L’importo complessivo è di circa 7 milioni di euro per dipartimento.
 I 350 Dipartimenti potranno presentare il progetto dipartimentale o di sviluppo per acceder al Fondo e otterranno il finanziamento 180 migliori Dipartimenti, con un massimo di 15 domande per Ateneo.
 Una commissione incaricata della valutazione, istituita con apposito decreto MIUR, valuterà le domande presentate ed attribuirà un punteggio, per il 70% in base al punteggio della valutazione e per il 30% in base al progetto dipartimentale di sviluppo presentato.   “Lo straordinario successo del nostro Ateneo – ha commentato Gianmaria Ajani, Rettore dell’Università di Torino – è merito dell’eccellente lavoro dei nostri ricercatori nei Dipartimenti. L’Università di Torino rafforza il trend positivo degli ottimi risultati sulla VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) presentati a febbraio dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) e si conferma fra i migliori Atenei d’Italia anche in questa graduatoria che vede: le Università di Torino, Padova e Bologna sono gli unici Atenei italiani ad essere presenti nella lista di eccellenza con oltre 20 Dipartimenti”.

DATI EUROSTAT,ITALIA AL PENULTIMO POSTO PER IL NUMERO DI LAUREATI NELL'UE

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Di Salvatore Santoru
Italia al penultimo posto nelle classifiche dei laureati in Europa.
Secondo quanto riportato da diversi media, tra cui "Millionaire"(1),solamente un italiano su quattro tra i 30 e i 34 anni sarebbe laureato e stando ai dati Eurostat, l’Italia è al penultimo posto nella classifica dei laureati dell’Unione Europea, in vantaggio solo sulla Romania.
Sempre secondo la ricerca, sono le studentesse maggiormente laureate rispetto ai loro colleghi maschi e i paesi europei con il maggior numero di laureati sono la Lituania, seguita da Lussemburgo,Cipro, Irlanda e Svezia.
NOTE:

ISTAT, SEMPRE MENO STUDENTI LAVORATORI IN ITALIA

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Di Salvatore Santoru

In Italia sono sempre meno numerosi gli studenti lavoratori.
E' quanto è stato rilevato dalle tabelle dell'Istat e riportato dall'ANSA(1).
Secondo le tabelle dell'ISTAT nel 2015 gli studenti lavoratori sono stati appena 75 mila, il 2% del totale degli studenti universitari.

NOTE:

(1)http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2016/11/20/istat-sempre-meno-studenti-lavoratori_1785a60d-1206-48d8-a238-e0f393422081.html

A 82 anni ex perito padovano si prende la settima laurea. Ai giovani consiglia: "Studiate, la cultura è fondamentale"

LAUREATO
A felicitarsi con lui c'erano ieri moglie, figli e nipoti: per Luigi Milana, 82 anni, quella conseguita in Filologia all'università di Padova è stata la settima laurea consecutiva. Titoli inanellati, come riportano la Repubblica e il Mattino di Padova, soprattutto da quando l'anziano, che vive a Pontelongo, un paesino di 4 mila abitanti alle porte del capoluogo euganeo, è andato in pensione.
Le corone d'alloro rappresentano la concretizzazione di un sogno che Milana ha coltivato per una vita: "da ragazzo sognavo di diventare ingegnere ma sono rimasto orfano a 10 anni - racconta -.Sono stato costretto a crescere in fretta. Sono finito in un collegio a Verona. Lì diventano tutti periti elettrotecnici". Messo nel cassetto il desiderio di diventare dottore, ha trovato posto prima allo zuccherificio di Pontelongo, poi nei cantieri navali di Venezia dove è rimasto per 25 anni.
Ma il bisogno della laurea è tornato a farsi sentire e così, nonostante il lavoro, ha deciso di sfidare la sorte. "Sono riuscito a trovare lavoro vicino a casa e con tutto il tempo libero che avevo a disposizione ho deciso di rimettermi sui libri - dice -. A 53 anni ho conseguito la prima laurea in Lettere con il vecchio ordinamento". Poi sono arrivati il diploma in Teologia, la laurea triennale in Filosofia e quella magistrale in Storia. Non contento, ha arricchito la sequenza con Scienze storiche e lo scorso anno con la magistrale in Scienza delle religioni. La sua soddisfazione più grande è stata vedersi offrire a 73 anni un anno di assegno di ricerca come esperto di Cartesio. "Se ci penso - confida - ancora mi commuovo".
Ieri ha discusso la tesi su "Guido Gozzano: poetica, lettere, poesie". Ai giovani che, come la nipote, si sentono incerti se continuare o meno l'università, Milani dà un suggerimento.
"Consiglio di studiare tanto - conclude, ammettendo che quella di ieri sarà l'ultima laurea come promesso alla moglie - .La cultura non è importante, è fondamentale".

Brexit, per gli studenti Ue agevolazioni valide anche nell’anno 2017-2018

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Di Domenico Di Sanzo

Nessuno spettro Brexit per gli studenti europei, italiani inclusi, che decideranno di studiare nelle Università del Regno Unito a partire dal prossimo anno accademico. I ragazzi di tutti i paesi europei avranno gli stessi diritti, e gli stessi aiuti economici, anche dopo l’avvenuta uscita dall’Unione Europea. Lo ha annunciato oggi il governo britannico, intento a completare le procedure per uscire dall’Unione, come indicato dall’esito del referendum del 23 giugno scorso. Il ministro dell’università Jo Johnson ha dichiarato: «Gli studenti internazionali forniscono un importante contributo al nostro rinomato sistema universitario. Vogliamo che questo contributo continui».  

I contributi e le sovvenzioni messi a disposizione agli studenti comunitari saranno erogati a partire dall’anno accademico 2017/2018 e per tutta la durata del corso di studi universitario o post-diploma. Anche dopo la Brexit. Gli studenti e le loro famiglie, avranno la certezza che la discussa uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non comporterà cambiamenti nel percorso di studi. E soprattutto nel caso in cui il corso intrapreso preveda un sostegno finanziario.  

Spiega il ministro Jo Johnson: «La possibilità di garantire agli studenti l’idoneità a beneficiare di eventuali contributi finanziari, non soltanto per l’anno a venire, ma per tutta la durata dei loro corsi, permetterà di dare maggiore sicurezza a studenti e università».  

Riduzione Tasse Universitarie 2016-2017: ecco quali università e studenti riguarda, requisiti reddito e ISEE, nuovi importi

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Di Pietro Paolucci 
In concomitanza con l’avvio delle lezioni universitarie 2016-2017, e l’ormai vicina scadenza del pagamento della prima aliquota, vediamo come si è evoluta la situazione per quanto riguarda la riduzione delle tasse universitarie.

I dati sulla riduzione delle tasse universitarie per l’anno accademico 2016-2017

Come da titolo, le stime di quest’anno contano una netta inversione di tendenza rispetto agli aumenti registrati fino al 2015.  A indire l’indagine in oggetto si è mosso l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, il quale ha analizzato il panorama delle tasse universitarie italiane per intero.
La riduzione più considerevole? Il 14,33% in meno rispetto all’anno accademico 2015/2016 si è registrata nella media appartenente alla terza fascia di reddito. Un meno 11,10% viene segnato dalla prima, -10,36% dalla seconda e -4,02% dalla quarta categoria, benché i possessori di redditi elevati continuino a registrare un aumento, quest’anno attestato sull’ordine dello 0,83% di media.
Alla luce di tali riduzioni, le strutture più salate sono: l’Università di Verona con 644,16 euro minimi per i le facoltà umanistiche e 698,16 per quelle scientifiche; e La Sapienza di Roma, le cui medesime facoltà contano rispettivamente 588 e 619 euro minimi. Ad ogni modo, anche quest’anno viene confermata la nota tendenza che prevede esborsi più ingenti per gli atenei del nord Italia, maggiori dell’8,72% rispetto alle Università del Sud e del 16,41% sulla media italiana.

Riduzione delle tasse universitarie: ISEE e DSU, requisiti e documentazione richiesta

Come ogni anno, ottobre e novembre sono i mesi dedicati alla compilazione delmodello ISEE e al pagamento della prima tassa universitaria. È bene menzionare anzitutto che dal primo gennaio 2016 sono state modificate alcune regole per il rilascio di tale modello. In primis, per ricevere l’ISEE 2017 bisogna compilare e consegnare al CAF la DSU, acronimo di Dichiarazione Sostitutiva Unica.
Questi di seguito sono i documenti richiesti e i requisiti per ricevere il nuovo modello ISEE:
  • codice fiscale del richiedente e del proprio nucleo familiare;
  • documento d’identità;
  • contratto di locazione regolare;
  • dichiarazione dei redditi dei 2 anni precedenti alla composizione della DSU;
  • patrimonio mobiliare dell’anno precedente alla stesura della DSU e tutto ciò che ne concerne
  • patrimonio immobiliare relativo al 31-12-2016
  • targhe di autoveicoli, motocicli fino a 500cc e di eventuali imbarcazioni
Ulteriori agevolazioni sono rivolte ai disabili, i quali saranno invitati a documentare i propri handicap mediante le certificazioni mediche.

Tasse universitarie 2016-2017: tre esempi

Lungi dal risultare eccessivamente verbosi, poniamo in ultimo tre esempi così da conchiudere il discorso con più chiarezza.
La prima università italiana, La Sapienza di Roma, nonostante si piazzi ancora fra gli atenei più cari, quest’anno ha annunciato un taglio netto delle tasse universitarie a favore dei redditi più bassi. Gli studenti con valore ISEE uguale o inferiore a 30.000 euro saranno beneficiati con degli sconti che varieranno inoltre in base al merito attuale e a quello passato. I nuovi importi saranno in ogni caso calcolati unicamente secondo lo specifico reddito dichiarato.
Per quanto riguarda l’Università di Bologna, numerose sono le esenzioni predisposte dagli uffici amministrativi interni. Fra questi, vi è un esonero completo dal pagamento di tasse e contributi per i portatori di handicap con invalidità riconosciuta uguale o superiore al 66%. Allo stesso modo, per favorire l’integrazione degli studenti rifugiati, vi sono per questi ultimi esenzioni e borse di studio di 8.000 euro. Come accade nell’università La Sapienza di Roma, sono istituiti inoltre degli incentivi per gli studenti meritevoli.
In ultimo, menzioniamo alcune novità relative alle tasse universitarie dell’Università di Milano Bicocca. In questa sede, chi possiede un valore ISEE fino a 5 mila euro è esente da tasse e contributi, come per chi detiene un’invalidità a partire dal 66%. Ulteriori differenziazioni saranno attuate mediante la presentazione attestante un ISEE fra i 5 mila e i 14 mila euro e fra quest’ultima somma e i 35 mila.
Ad ogni modo, per leggere nello specifico i vari importi richiesti dalle università italiane basterà collegarsi alle rispettive pagine web degli atenei prescelti.

FONTE:http://www.correttainformazione.it/riduzione-tasse-universitarie-2016-2017-quali-universita-studenti-riguarda-requisiti-reddito-isee-nuovi-importi/81649405.html

La burocrazia soffoca la ricerca universitaria. E il merito ancora non si vede



DI NADIA FERRIGO

Lo spauracchio è investire più risorse e tempo nel valutare la ricerca, che nella ricerca stessa. A partire dalla riforma Gelmini del 2010, il sistema universitario ha adottato una corposa serie di meccanismi di controllo dei professori, che spaziano dalla produzione di articoli scientifici all’esame della didattica, sia con visite di docenti esterni che con questionari per gli studenti. Il tutto corredato da una certosina raccolta di dati su iscritti e risultati. L’obiettivo, riconosciuto dal mondo accademico come nobile e necessario, è rendere la macchina universitaria più trasparente, e premiare il merito. Il problema però è che il tutto si traduce in una marea di scartoffie, che ingombrano le scrivanie dei docenti universitari più dei manuali.  

Pare un paradosso, ma è un problema che non affligge solo il Belpaese: il personale amministrativo dell’università di Oxford per esempio è triplicato negli ultimi quindici anni, mentre studenti e professori non hanno tenuto il passo. Anche se con segno negativo, i numeri dell’università italiana raccontano una storia assai simile. Secondo i dati diffusi dall’ultimo rapporto dell’Anvur, ente pubblico nato nel 2006 per valutare la ricerca italiana, tra il 2008 e il 2014 sono diminuite le immatricolazioni (-10%), tra tagli e blocco del turn over sono sempre meno anche i professori di ruolo (-18 %), mentre resiste un poco di più il personale tecnico e amministrativo (-12%). 

Tra questionari e verbali  
«La filosofia delle riforme è vincente, ma la burocrazia è infernale», commenta Carlo Cerrano, professore associato di zoologia all’università Politecnica delle Marche. Per insegnare, la prima regola è tenere un’agenda impeccabile. Bisogna verbalizzare non solo le ore di lezione, ma anche le attività di tutoraggio, ordini collegiali, consigli di facoltà e di dipartimento. «Poi c'è la valutazione dei corsi - continua Cerrano -. Dobbiamo consegnare i dati degli iscritti e degli studenti regolari, le votazioni, i questionari sulle lezioni, sull’insegnamento, le relazioni periodiche e molto altro ancora». Alla fine della trafila, come si premia i meritevoli? Gli scatti di anzianità - 200 euro in più al mese ogni due anni - sono bloccati da otto anni, quelli per il merito per ora sono rimasti solo sulla carta. Per chi non raggiunge le soglie qualitative, nessuna penalizzazione. Ma chiunque può diventare rettore o direttore di dipartimento.  

Commissioni  
Per passare da dottorando a ricercatore c’è un concorso , poi bisogna affrontare una commissione per passare dal livello A al B. Con l’ammissione al secondo, si viene considerati «abilitati» a diventare professori associati, ma sui tempi non c’è nessuna garanzia. Anche per entrare nella commissione che valuta gli aspiranti docenti, bisogna essere giudicati , e via con altre carte. Ogni facoltà ha delle tabelle con parametri studiati ad hoc, e la nuova procedura indicata in due decreti dello scorso luglio comprende tre valori soglia: chi non ne soddisfa almeno due, è escluso. In alcuni settori, tra i requisiti c’è la pubblicazione su riviste scientifiche di dieci lavori in cinque anni. Il Cun, Consiglio universitario nazionale, ha protestato: quantità non è quasi mai sinonimo di qualità. E si arriva a un altro paradosso: conta più aver partecipato, anche con ruoli marginali, a diversi progetti, che averne pubblicato solo uno, ma di altissimo livello. «C’è l’esigenza di valutare il nostro lavoro, e va bene - conclude Cerrano -. Ma così dedichiamo troppo tempo a declinarlo perché rientri nei parametri». E il rischio è ben riassunto in una delle massime di Franz Kafka, che di paradossi si intendeva: «Ogni rivoluzione evapora, lasciando solo la melma di una nuova burocrazia».  


Nella foto, un’aula di Palazzo Nuovo, Università di Torino

Lanciato Eduopen, il portale dei corsi universitari gratuiti


Eduopen è un progetto realizzato da 14 atenei pubblici italiani e che di fatto è il primo portale italiano di corsi universitari gratuiti e aperti a tutti. A supportare l’operazione il ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, ma anche i consorzi Cineca, che offre l’infrastruttura tecnologica, Garr.

Chi si logga alla piattaforma ha a disposizione l’offerta di corsiaperti e gratuiti, tenuti da docenti del mondo accademico italiano: gli atenei quindi si federano per offrire un’alternativa basata sull’open education a distanza. Bisogna registrarsi o accedere con le credenziali se si è già studenti o dipendenti universitari.
Offerta formativa che si esplica attraverso i Moocs (Massive Open Online Courses), consultabili nell’apposito catalogo, diviso per sezioni: le materie spaziano dal design alla tecnologia, dalle scienze umane e sociali alla medicina e alla farmacia. I Moocs durano in genere dalle tre alle cinque settimane; e al termine di ogni corso c’è l’attestato di frequenza (che si ottiene dimostrando di aver seguito, quindi in alcuni casi, avendo completato tutte le attività previste dal corso con le relative prove di verifica) oppure un certificato con crediti, se previsto dall’università.
Esistono anche i pathways: sono corsi più lunghi e destinati a una formazione specialistica e di un livello più alto. Attualmente sono presenti già 40 corsi e 6 pathways: numeri destinati certamente a crescere col tempo; i corsi saranno disponibili in inglese e in italiano.
Formazione a distanza quindi ma senza perdere quegli aspetti che rendono meno virtuale l’operazione per chi vuole provarci:  si potranno infatti consultare materiali, contattare i docenti e, proprio come nell’università fisica, meglio non restare indietro coi corsi.
A compartecipare il progetto sono: Università Aldo Moro di Bari, Politecnico di Bari, Libera Università di Bolzano, Università di Catania, Università di Ferrara, Università di Foggia, Università di Genova, Università Politecnica delle Marche, Università di Modena e Reggio Emilia, Università di Milano-Bicocca, Università di Parma, Università di Perugia, Università del Salento, Università Ca’ Foscari Venezia.

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