Nella storia dell’imam di Ripoll ci sono tutti gli sbagli dell’Europa

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Di Lorenzo Vita

Gli attentati di Barcellona e Cambrils del 17 agosto hanno avuto una figura centrale nella loro pianificazione e attuazione: lbdelbaki Es Satty, l’imam di Ripoll, il quarantenne marocchino ideologo e reclutatore del piano jihadista che ha colpito la Spagna. La sua morte, avvenuta nel covo di Alcanar, ucciso dagli stessi ordigni che stava preparando per colpire la Sagrada Familia, ci ha detto molto sulla sua importanza nell’attacco di Barcellona e soprattutto su quanto potesse essere devastante. Ma la sua vita, tutto ciò che è avvenuto prima dell’esplosione di Alcanar, racchiude in realtà ancora più informazioni. Perché nella vita di Es Satty si concentra tutto il fenomeno jihadista europeo, le falle del sistema di sicurezza delle intelligence del continente, e soprattutto il filo rosso che lega lo Stato islamico ad Al Qaeda, nonostante le loro profonde differenze.
Innanzitutto, va considerato un primo dato importante nell’analisi degli attentati di Barcellona e che si può rintracciare nella stessa vita di Es Satty: c’è più Al Qaeda che Isis in questo piano jihadista. E non è un caso se la vita del predicatore di Ripoll abbai intrecciato gli eventi degli attentati della stazione di Atocha del 2003 come la strage di militari italiani nella base di Nassiriya. E infatti, la radice dello jihadismo di Es Satty va rintracciata proprio nelle cellule qaediste spagnole attiva già a cavallo del 2005, quando la magistratura iberica chiese le intercettazioni telefoniche dell’imam marocchino perché considerato in grado di svolgere un ruolo attivo nello sviluppo della rete qaedista oltre che legato a molteplici cellule dormienti del terrorismo islamico nel Paese. L’arresto per spaccio di droga e i cinque anni di prigionia non hanno fatto altro che confermare questa deriva qaedista sempre presente in lui. E il motivo è da rintracciare già solo nella motivazione dell’arresto: l’uso e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Perché un fondamentalista islamico che spaccia e utilizza droghe e che vive una vita tipica di un qualsiasi cittadino occidentale caduto nel tunnel del vizio, non può destare sospetti ed essere considerato un integralista modello tale da predicare terrore e darsi al jihad. E questa vita mimetizzata nei vizi occidentali è tipica del modello del terrorismo qaedista.
La sua mano si vede poi anche nel modo in cui i ragazzi che hanno preso parte agli attacchi di Barcellona si sono comportati in questi ultimi mesi. Nessuno degli abitanti della cittadina catalana aveva sospettato che quei ragazzi marocchini avessero ideali fondamentalisti. Vivevano alla occidentale, si riunivano in casa loro, frequentavano la moschea senza particolare zelo, lavoravano e non si erano mai isolati se non negli ultimi mesi. Una vita in clandestinità così come probabilmente aveva insegnato loro Es Satty e che ha portato i suoi orrendi frutti: nessuno ha mai segnalato quei ragazzi come potenziali terroristi, né la polizia catalana né le forze di sicurezza nazionali. La Spagna aveva in casa dei terroristi senza sapere nulla riguardo la loro volontà di unirsi al jihad. C’era però lui: Es Satty. Ed è forse questo il più grave errore commesso dall’intelligence spagnola e non sola. Perché se i ragazzi potevano effettivamente rimanere ignoti senza una segnalazione, il marocchino si conosceva benissimo.
La domanda che lascia sgomenti e che getta ombre sulle intelligence dei Paesi interessati dalle vicende della vita di Es Satty è come sia stato possibile che un uomo del genere potesse vivere tranquillamente in un paesino dei Pirenei, viaggiare in Belgio e in altri Stati del continente e continuare a fare proselitismo nonostante le segnalazioni giunte da varie parti d’Europa e le sue indubbie connessioni con le reti qaedista sia nordafricane che mediorientali. Da più di 10 anni, la sua vita intrecciava covi jihadisti, attentati che hanno scosso Spagna ed Italia. Ha viaggiato in Belgio, vera e propria fucina del terrorismo islamico in Europa, e qui ha addirittura svestito i panni del “miscredente” per dedicarsi a sermoni infuocati che furono segnalati alle autorità del Belgio e di cui queste ultime informarono la polizia spagnola dopo l’arrivo a Ripoll di Es Satty. Eppure i segnali c’erano tutti: frequentazioni, modi di agire tipici di alcune cellule takfir, documenti ritrovati nelle case di terroristi, intercettazioni telefoniche. La stessa Catalogna fu la terra dove conobbe il suo maestro jihadista, Mohamed Mrabet Fahsi, marocchino alla guida della rete basata a Villanova i La Getrù e che fu smantellata dalla polizia iberica con l’accusa di aver inviato in Iraq, già nel 2006, molti terroristi. Guà solo questo avrebbe dovuto rendere Es Satty un soggetto sotto stretta sorveglianza, eppure nulla di ciò è avvenuto. Piangiamo le morti di Barcellona e di Cambrils, ma forse dovremmo domandarci se, anche questa volta, era una strage evitabile.

Fonte:http://www.occhidellaguerra.it/imam-ripoll-barcellona-al-qaeda/

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