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L’America e la guerra delle statue

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Di Emanuel Pietrobon
La presidenza di Donald J. Trump è ancora agli albori, ma le crisi diplomatiche affrontate e lo scoppio dei violenti tumulti tra i collettivi della destra religiosa, dell’alternative right e del suprematismo bianco, contro la galassia di sigle dell’universo liberal, che stanno gettando il paese sull’orlo della guerra civile, le hanno già assicurato un posto nella storia. Quid est veritas? Chiese Ponzio Pilato a Gesù, non sapendo che cosa fosse la verità, dove si trovasse, da chi dovesse ascoltarla e cosa avrebbe dovuto fare per comprenderla; la stessa domanda dovrebbero porsela i consumatori dell’informazione nel 2017, dinanzi la mole di bufale diffuse giornalmente non solo dalle piccole emittenti e pubblicazioni che vivono di cattiva pubblicità, ma anche dalle grandi corporazioni editoriali e mediatiche...
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Qual’è la verità? È davvero in corso il white genocide, sia demografico che culturale, denunciato dall’alt-right coccolata da Steve Bannon, ex capo stratega dell’amministrazione Trump; o è invece in corso il white-washing, denunciato dai liberal, che vorrebbe recuperare e legittimare il passato schiavista e segregazionista della storia americana? L’11 e il 12 agosto, Charlottesville, una piccola città della Virginia, eletta la città più felice degli Stati Uniti nel 2014, è stata al centro di duri scontri tra esponenti dell’estrema destra e collettivi antifascisti e antirazzisti, in occasione di una grande marcia, ribattezzata Unite the Right, indetta dai primi per protestare contro la rimozione della statua di Robert Edward Lee, celebre generale confederato, dall’Emancipation Park. Il bollettino finale include, oltre a numerosi arresti e feriti, un investimento automobilistico volontario condotto da James Fields, un giovane nazionalista bianco, contro il corteo antifascista, che ha causato 1 morto e 19 feriti.
Non è la prima statua di un personaggio-simbolo della guerra di secessione e dello schiavismo ad essere abbattuta, oscurata o traslata altrove, eppure ha scatenato controversie anche a livello politico. Il presidente Trump è stato criticato per aver condannato le violenze perpetrate da ambo i lati: secondo democratici e media avrebbe dovuto limitarsi a biasimare il comportamento dei nazionalisti bianchi, tralasciando gli abusi commessi dagli antifascisti. Impossibile parteggiare per la nuova destra statunitense, mescolante neonazismo, nazionalismo bianco, islamofobia, antigiudaismo, neopaganesimo antiabramitico ed elementi neoconfederati, ma è altrettanto vero che solo un cieco negherebbe la deriva antioccidentale in corso non solo negli Stati Uniti, ma nell’intero Occidente.
In principio fu il movimento di protesta studentesco Rhodes Must Fall, che chiese (senza successo) la rimozione della statua di Cecil Rhodes dall’università di Oxford, dato il suo legame con il passato colonialista britannico, riuscendoci invece all’università di Città del Capo, in Sud Africa. Dopo Rhodes e Lee, i prossimi obiettivi sono diventati Italo Balbo, a cui è dedicata una colonna a Chicago, e Cristoforo Colombo, simbolo della scoperta delle Americhe, generalmente riconosciuto come uno dei capitoli fondamentali dell’umanità, ma per l’universo liberal, esclusivamente legato alla tratta degli schiavi, al colonialismo europeo e al genocidio dei nativi americani. Altre volte, simboli e statue vengono oscurati senza che alcuna protesta abbia luogo: in California, la San Domenico School, un istituto d’istruzione gestito da suore domenicane, ha rimosso ogni riferimento cristiano per non offendere gli studenti di diversa fede.
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