La fine del bipolarismo

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Di Matteo Volpe
La logica bipolare fondata su una retorica “di guerra” compare nuovamente nei discorsi politici, ma la sua efficacia sembra ormai essersi di molto attenuata.
Le regionali in Sicilia saranno le ennesime elezioni incentrate sui personaggi piuttosto che sui programmi. La possibile alleanza del PD con Alfano (non sarebbe la prima a costituire una coalizione al centro) scontenta una parte della sinistra. Il progetto di un nuovo centrosinistrache interessa molti nel Partito Democratico sembra pertanto difficile da riproporre nell’attuale scenario, anche a livello locale. Troppo lontani sono i tempi in cui due poli si fronteggiavano proponendo ciascuno un unico candidato. Tuttavia la logica bipolare tarda a scomparire, rimane in ciò che viene detto e in ciò che non viene detto. La logica bipolare è molto utile ai partiti più grandi per arginare i concorrenti che potrebbero attingere allo stesso bacino elettorale, nel caso del PD la sinistra ma anche il Movimento Cinque Stelle. Ma è utile soprattutto come strategia retorica perché consente di spostare l’attenzione da se stessi e dai propri problemi a quelli degli avversari. I propri difetti vengono così percepiti come minori rispetto alla minaccia maggiore rappresentata dagli avversari e chiunque non accetta la logica bipolare del “o noi o loro” viene rappresentato come un complice di quegli avversari che sono la sintesi di tutti i mali. La logica bipolare può essere definita come uno stato di guerra permanente. Nel senso che concepisce soltanto una contrapposizione immediata con un nemico come durante una guerra; in guerra si accetta di allearsi con chi in pace non potremmo tollerare. Ogni critica ai propri alleati può causare divisione nel proprio schieramento e favorire il nemico e deve perciò essere rinviata al tempo di pace. La coesione delle proprie armate conta molto di più delle differenze interne e chiunque può essere sospettato di complottare con il nemico se non dà prova di fedeltà. In guerra sconfiggere il nemico è la priorità assoluta e importa relativamente poco come si riesce a farlo, con quali armi e mezzi, ovvero, fuor di metafora, con quali programmi: la vittoria del nemico è sempre l’eventualità peggiore da evitare in ogni modo. La logica bipolare dello stato di guerra ha avuto successo per una ragione psicologica e una politica. Sul piano psicologico individua subito un nemico visibile e conosciuto da tutti che viene ritenuto responsabile di tutti i mali e consente pertanto un’identificazione immediata con chi intende combattere quel nemico; raccoglie una grande carica emotiva e canalizza tutta l’insoddisfazione e la rabbia contro un unico obiettivo. 

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