Una zanzara autoctona o una valigia dall’Africa. Scatta l’allarme in corsia

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Di Niccolò Zancan

Un borsone marrone scuro. Il dottor Claudio Paternoster, primario del reparto di malattie infettive dell’Ospedale Santa Chiara di Trento, se lo ricorda bene: «Era una valigia di medie dimensioni. Di quelle che possono stare nella cabina di un aereo. Era piena di vestiti. Ed era accanto al letto di una paziente tornata, proprio il giorno prima, da un viaggio in Burkina Faso, dove era stata con la famiglia a trovare dei parenti. La signora e tre figli, di cui due minorenni, erano ricoverati qui. Perché tutti avevano contratto la malaria». Quella valigia adesso è l’unica spiegazione «non troppo preoccupante», nella parole scelte sempre del dottor Paternoster, per motivare quello che è successo a Sofia Zago, 4 anni. Morta proprio di malaria, lunedì 4 settembre 2017.  
Al quarto piano dell’ospedale Santa Chiara sono arrivati i disinfestatori. Maschere antigas, camici bianchi, guanti di lattice. Hanno fatto la profilassi con dei macchinari che nebulizzano diversi tipi di insetticida nell’aria. Hanno messo i sigilli al reparto di pediatria. Il nastro isolante adesso blocca tutte le porte d’accesso. Ed è proprio qui, dunque, che forse si può cercare lo snodo di questa tragedia. Si tratta di ricostruire due viaggi, due storie diverse che si sono incontrate casualmente nello stesso periodo, nello stesso reparto d’ospedale. 
La famiglia Zago non ha mai fatto vacanze esotiche. Aveva scelto un campeggio a Bibione, sul litorale veneto, quando Sofia si è sentita male per la prima volta. La bambina aveva la febbre alta, un principio di diabete. È stata portata all’ospedale di Portogruaro il 13 di agosto, perché quello era il Pronto soccorso più vicino. Ma visto che era ancora debilitata e sofferente, i suoi genitori hanno preferito farla ricoverarla per alcuni giorni proprio qui a Trento, dal 16 al 21 di agosto. Perché è qui che vivono Marco e Francesca Zago, insieme gestiscono un’autoscuola. Ed è in quei giorni che in ospedale erano già ricoverati anche quattro pazienti affetti da malaria. Non erano gravi. La malattia era stata diagnosticata tempestivamente. Erano tutti membri della stessa famiglia, appena tornata da un viaggio in Burkina Faso. La madre e il figlio maggiorenne erano nel reparto di malattia infettive, mentre i due figli minorenni in quello di pediatria. Lì dove è arrivata anche Sofia Zago, per essere curata per il principio di diabete. 

Siamo al 31 agosto. La bambina sta di nuovo male. Il primo giorno resta a casa, seguendo le cure dei suoi genitori che pensano a una ricaduta. Il secondo giorno viene portata al Pronto soccorso. I medici le diagnosticano un’infezione alla gola e le somministrano un antibiotico che sembra funzionare. Il terzo giorno, infatti, Sofia Zago è sfebbrata. Ma il quarto giorno ha di nuovo la febbre a quaranta, vomita e sta malissimo. Quando arriva in ospedale è ancora cosciente, ma subito dopo entra in coma. Non servirà a nulla il viaggio disperato verso l’ospedale di Brescia, specializzato in malattie infettive.  

Fra il primo ricovero e il secondo sono passati esattamente 14 giorni, cioè il tempo massimo di incubazione della malaria. Ed ecco il dottor Paternoster, 58 anni, dal ’92 al lavoro qui, all’ospedale Santa Chiara di Trento: «Quando la bambina è arrivata, pensavamo a un’encefalite, oppure a una crisi epilettica. Ma facendo un semplice emocromo la macchina che legge i valori ha riscontrato un’anomalia. Dalle analisi del vetrino, abbiamo capito. Era malaria»

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