Cuba. Il ritorno della guerra energetica tra Stati Uniti e Russia


Di Giuseppe Gagliano

La nuova stretta statunitense contro Cuba segna un passaggio che va ben oltre il tradizionale embargo. Il vero obiettivo non è solo politico, ma energetico: privare l’isola delle forniture di petrolio significa colpire il cuore della sua sopravvivenza economica e sociale. La decisione di imporre tariffe e restrizioni anche sul greggio proveniente da Paesi terzi introduce una dimensione extraterritoriale, trasformando la sanzione in uno strumento di interdizione globale.

Il risultato è immediato. Cuba, già fragile, si trova improvvisamente isolata dal sistema energetico internazionale. Senza carburante, si fermano trasporti, industria e produzione elettrica. Non è una pressione simbolica: è una leva strutturale pensata per accelerare una crisi interna e aumentare il costo della resistenza politica del governo cubano.
La reazione russa è stata netta. Il Cremlino ha definito inaccettabili le restrizioni statunitensi, ribadendo che la cooperazione con Cuba rientra nelle normali relazioni tra Stati sovrani. Dietro questa posizione c’è una logica precisa: difendere Cuba significa contestare il principio stesso delle sanzioni extraterritoriali, uno degli strumenti centrali del potere americano.
Per Mosca, il caso cubano rappresenta anche un’opportunità strategica. In un momento in cui la Russia affronta pressioni economiche e diplomatiche, rafforzare i legami con Paesi sotto sanzione consente di costruire un sistema alternativo di relazioni economiche e politiche. Cuba, da questo punto di vista, non è solo un alleato simbolico, ma un nodo di una rete più ampia che include altri Stati marginalizzati dal sistema occidentale.
La situazione dell’isola è resa ancora più critica dalla sospensione delle forniture da parte dei suoi partner tradizionali. Il Venezuela, principale fornitore storico, ha interrotto le consegne, mentre anche il Messico ha fermato le spedizioni sotto pressione statunitense. Questo ha lasciato Cuba senza una rete di sicurezza energetica.
Il carburante non è solo una risorsa economica, ma la condizione minima di funzionamento dello Stato. Senza petrolio, la produzione elettrica si riduce, i trasporti si fermano, le catene logistiche si interrompono. La crisi energetica si trasforma rapidamente in crisi sociale, alimentando instabilità e tensioni interne.
Il vero elemento innovativo della strategia statunitense è la sua portata globale. Non si tratta solo di bloccare i rapporti diretti con Cuba, ma di impedire a qualsiasi altro Paese di fornire petrolio senza pagarne il prezzo economico o politico. Questo dimostra come il potere americano non si eserciti solo attraverso la forza militare, ma attraverso il controllo delle reti finanziarie, commerciali ed energetiche.
In questo senso, le sanzioni diventano uno strumento di guerra economica. Non distruggono fisicamente le infrastrutture, ma ne rendono impossibile il funzionamento, isolando progressivamente il Paese bersaglio.
La posizione russa riporta alla memoria una dinamica storica: Cuba torna a essere un punto di frizione tra Mosca e Washington. Ma a differenza del passato, il confronto non si gioca sulla presenza militare diretta, bensì sul controllo dei flussi energetici e commerciali.
La Russia può offrire assistenza, forniture e sostegno politico, ma ogni passo in questa direzione rappresenta anche una sfida all’architettura di pressione costruita dagli Stati Uniti. Cuba diventa così un terreno di confronto indiretto, dove si misura la capacità americana di isolare un Paese e quella russa di impedirne il collasso.
La crisi cubana dimostra una realtà fondamentale: nel XXI secolo, il petrolio resta uno strumento di potere geopolitico decisivo. Chi controlla l’accesso all’energia controlla la stabilità economica e politica degli Stati.
Gli Stati Uniti utilizzano la loro posizione dominante nel sistema finanziario e commerciale per limitare l’accesso di Cuba alle risorse energetiche. La Russia, al contrario, cerca di trasformare l’assistenza energetica in uno strumento di influenza e di sfida all’ordine internazionale dominato da Washington.
Cuba non è solo un Paese in crisi. È un laboratorio. Qui si sperimenta una nuova forma di confronto tra potenze, basata non sull’occupazione militare, ma sull’interdizione economica e sul controllo delle risorse.
La posta in gioco non è soltanto il destino dell’isola. È la dimostrazione che, nel sistema internazionale contemporaneo, l’energia e le sanzioni possono avere un impatto strategico equivalente a quello delle armi.

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