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Venezuela, la fallita invasione anti-Maduro tra contractors e strani ribelli


Di Giovanni Giacalone

Continua a far discutere la fallita offensiva anti-Maduro messa in atto nella notte di domenica 3 maggio sulle coste del Venezuela e bloccata dall’esercito di Caracas ancor prima di iniziare. Un’offensiva dalle dinamiche talmente assurde che si fa fatica persino a definirla “operazione” e che ha visto coinvolti controversi ex militari bolivariani rifugiatisi in Colombia  ma anche ex militari statunitensi reinventatisi contractors e alla cui regia delle operazioni spicca il nome di Jordan Goudreau, ex Berretto Verde veterano pluridecorato di Iraq e Afghanistan, ben noto in Florida dove ha sede la sua società di sicurezza privata “Silvercorp”.
Intanto la televisione venezuelana di regime mostrava come trofeo le immagini dei passaporti e delle patenti di guida di Luke Alexander Denman e Airan Berry, i due contractors statunitensi catturati a Chuao assieme a una ventina di altri ribelli. In molti si sono ovviamente chiesti perchè i due ex militari abbiano deciso di mettere in atto un’infiltrazione clandestina in territorio nemico portandosi dietro i documenti. Come se non bastasse, a rendere ancor più assurda la faccenda c’è il fucile M4 da softair sequestrato dalle autorità venezuelane e mostrato assieme ad ulteriore equipaggiamento ritrovato a bordo del motoscafo.
Goudreau e soci venezuelani hanno accusato il leader dell’opposizione, Juan Guaido, di non aver rispettato i patti e come conseguenza di ciò l’ufficio della Procura Generale di Caracas ha emanato un mandato di arresto contro l’esponente politico che nel frattempo sarebbe scappato presso l’ambasciata di un Paese europeo non meglio precisato. Intanto Maduro punta il dito contro la Colombia e contro Trump che rimanda però le accuse al mittente: “Noi non c’entriamo. Se fossimo stati noi, le cose sarebbero andate diversamente”.

Lo sbarco mal riuscito e gli obiettivi incerti

Uno dei due contractors statunitensi ha dichiarato alle autorità venezuelane che l’obiettivo principale doveva essere quello di arrestare il Presidente venezuelano Nicolas Maduro per poi trasferirlo all’aeroporto di Caracas e metterlo su un aereo diretto negli Stati Uniti. Per far ciò, uno dei gruppi d’assalto avrebbe dovuto in qualche modo raggiungere l’aeroporto senza farsi individuare per poi prenderne il controllo.
Fonti governative venezuelane avanzano però ipotesi differenti, spiegando che il gruppo guidato da Robert Colina “Pantera” avrebbe dovuto inserirsi a Macuto per poi avanzare su Caracas con l’obiettivo di arrestare Maduro; i gruppi fermati tra Chuao e Puerto Cruz avrebbero invece dovuto coprire una distanza di circa 30 chilometri in direzione sud verso la città di Maracay per impossessarsi della base della 4a Divisione Blindata dell’esercito bolivariano.
E’ veramente difficile concepire come una sessantina di uomini male armati e senza l’adeguato addestramento possano mettere in atto un piano del genere, come già illustrato all’emittente statunitense Nbc da Ephraim Mattos, un ex Navy Seal che aveva visitato tempo prima uno dei campi di addestramento in territorio colombiano per fare un corso di medicina militare ad alcuni uomini poi rivelatisi del gruppo di Goudreau.
Uomini che avevano descritto il contractor come “membro della Delta Force e guardia del corpo di Donald Trump”. A quel punto Mattos (che non aveva mai sentito parlare di Goudreau), dopo aver visitato il sito della Silvercorp ed aver realizzato che si trattava di un “private contractor” e non un membro attuale di alcun corpo militare, lo aveva contattato via Instagram per avere chiarimenti, ma la conversazione non aveva avuto seguito.
Il resto della storia è ben nota, con Goudreau e l’ex ufficiale venezuelano Nieto Quintero che, ben lontani dal campo di battaglia, diffondevano un video ad operazione ancora in corso, denominandola “Gideon” e illustrandone gli obiettivi: “rovesciare il regime di narcotrafficanti e liberare i prigionieri politici”. In aggiunta, Goudreau rivendicava incursioni anche nell’est e nel sud del Paese. L’epilogo è però quello che il mondo intero ha potuto vedere, con otto ribelli uccisi a Macuto e gli altri umiliati davanti alle telecamere.

Chi è Jordan Goudreau?

Con il passare delle ore inizia ad emergere un quadro sempre più chiaro sul regista dell’operazione, il canadese Jordan Goudreau, tre medaglie di bronzo da veterano di Iraq e Afghanistan, indicato da chi lo ha conosciuto sul campo come ottimo tiratore; un ex Berretto Verde con in passato anche un’esperienza nell’esercito canadese. Dopo il ritorno alla vita da civile, nel 2018 aveva deciso di aprire la Silvercorp, azienda di sicurezza privata, per focalizzarsi sulla prevenzione delle stragi nelle scuole, problema particolarmente sentito oltre-Oceano.
Il business della sicurezza privata è però piuttosto inflazionato negli Usa e Goudreau, a detta del suo ex socio Drew White, aveva obiettivi ben più lungimiranti ed orientati all’estero: “voleva fare una società di contractors in stile BlackWater”. Nel febbraio del 2019, durante un concerto a Cucuta, città colombiana vicino il confine col Venezuela, l’ex Berretto Verde abbracciava l’idea di guidare un gruppo di ribelli per scardinare il regime di Maduro. Se l’iniziativa fosse riuscita, sarebbe stato un “colpaccio” per l’azienda di Goudreau, sia dal punto di vista finanziario che della fama. Su Maduro c’è una taglia di Washington e inoltre il contractor avrebbe potuto contare sui finanziamenti di facoltosi oppositori con i quali era entrato in contatto (o per lo meno, così credeva), oltre che su eventuali vantaggi legati al business una volta instauratosi il nuovo governo.
Non risulta ancora pienamente chiaro in che modo Goudreau si sia realmente presentato ai ribelli, se come membro delle forze speciali Usa, della Delta Force, guardia del corpo del Presidente Trump, agente della Cia. Vero è che lo US Secret Service e la Cia hanno entrambi dichiarato di non aver mai contrattato Goudreau; successivamente arrivava poi la comunicazione di un portavoce del Bojangles’ Coliseum di Charlotte che illustrava come Goudreau non fosse mai stato contrattato come guardia di sicurezza al convegno di Trump del 28 ottobre 2018. Ciò in seguito a una foto pubblicata sul profilo Instagram della Silvercorp dove Goudreau appariva vestito da “bodyguard” proprio in quell’occasione.

Geopolitica degli aiuti sanitari


Intervista di Verdiana Garau a Mauro Indelicato per OSSERVATORIO GLOBALIZZAZIONE.

VERDIANA GARAU:  Caro Mauro, viviamo in tempi in cui la diplomazia si fa a suon di mascherine. In questi ultimi giorni l’Italia, che comunque sta mostrando segni seppur deboli di ripresa rispetto al rischio contagio da CoVid-19, è al centro dell’attenzione internazionale e molti sono i paesi che si sono adoperati per inviare i primi aiuti e i primi sostegni, in termini di supporto medico e dispositivi, come tonnellate di mascherine. Ma davvero conviene accettare questi aiuti da tutti indistintamente? Se il gesto è un gesto diplomatico prima che umanitario, anche la risposta e la reazione, di chi riceve quel gesto, dovrebbe essere ponderata. Accettare gli aiuti dalla Cina, dalla Russia o dalla NATO? E la Nato, ci sta aiutando?
L’Italia è diventato il laboratorio politico e medico in quest’epoca da CoVid-19. Anticipatrice dei tempi, è però sotto gli occhi e lo sguardo dell’intero pianeta, che sta cominciando ad affacciarsi adesso in modo serio all’epidemia. È molto importante per tutti sapere cosa farà l’Italia. È stato il primo focolaio tra i paesi democratici e sviluppati, se escludiamo la Cina. L’Italia è il laboratorio che adesso aiuta i russi a sondare le incognite che riguardano i futuri movimenti del virus. Cina, Russia, così come la NATO, stanno infatti raccogliendo dati in questo momento. Vedono e annotano, mentre la popolarità di Cina e Russia cresce. Ma nessuno pensa che in fondo la NATO abbandonerà la sua funzione, in realtà sta comunque monitorando gli eventi, per penetrare, forse al momento giusto, nella faccenda. Fino ad un mese fa era impossibile pensare di poter veder scorrazzare mezzi russi o sentir sindacare i cinesi sulle misure che abbiamo adottato noi in Italia. Ci sono i dati scientifici relativi al virus e i dati politici, volti invece a saggiare la popolarità di questi paesi, che si trovano adesso in Italia per combinare relazioni più strette con la stessa.  
VERDIANA GARAU: Dunque mi stai dicendo che sono manovre di propaganda?
 La TV cinese ha mandato in onda qualche giorno fa un servizio che mostrava una Roma silenziosa. In fase di montaggio a fare da eco a quelle immagini desolate, è stato inserito l’inno cinese. Certamente dovremmo allontanare lo spettro della propaganda, che è forte.
VERDIANA GARAU: Ma chi vorrebbero conquistare? Noi?
La Cina ha un doppio interesse: piantare da noi la sua bandiera e fare certamente propaganda interna.
VERDIANA GARAU: Non si direbbe che i russi abbiano le stesse intenzioni. Inoltre saranno preoccupati del contagio nel loro paese. I dati che ci arrivano dalla Russia sulla diffusione del virus non sono ancora chiari, ma pare che il coronavirus possa mutare geneticamente e quindi sono in corso studi e confronti tra i dati che man mano vengono rilevati sui luoghi di contagio più diffuso, come il nord Italia.  Pare dunque che mostrino collaborazione nei nostri confronti e contemporaneamente le loro azioni siano più in funzione preventiva, per evitare che il disastro raggiunga anche loro. Che ne pensi?
La Russia, a livello sanitario, sta adottando la stessa linea che ha caratterizzato i loro movimenti strategici e militari in Siria o in Libia. Di nuovo, come abbiamo avuto modo di dire più volte qui su queste pagine, la Russia si propone come forza equilibratrice. Probabilmente anche in funzione di contenimento cinese. Interviene certamente per interesse proprio, anche poi per guadagnare visibilità in Italia, ma senza azzardare propaganda. È un muoversi in and out. La Russia certamente vuole diventare protagonista come forza mediatrice, anche in Italia.
VERDIANA GARAU: Come vedi invece le mosse di Cuba?
Cuba non sorprende in realtà. Ha bisogno di sfruttare la situazione per avere un minimo di protagonismo. Piuttosto la faccenda qui si ricollega allo scenario venezuelano. Al Governo abbiamo i Cinque Stelle che sappiamo non aver mai sostenuto Guaidò.  È un tentativo del Governo e della nostra politica estera a guida Di Maio che io ritengo essere una reazione del tutto emotiva. Che si possa dar luogo ad un dibattito va bene, ma accogliere a braccia aperte paesi con i quali abbiamo disguidi diplomatici potrebbe essere certamente rischioso e non rende all’Italia un bel servizio. È pericoloso e potrebbe renderci agli occhi del mondo un Paese inaffidabile.
VERDIANA GARAU: Qui ritorno a chiederti allora sul motivo per il quale la NATO sia ancora assente. Sarebbe un grosso assist per combattere contro il CoVid-19 e avrebbe tutti gli strumenti per farlo. Da Bruxelles hanno appena bloccato le esercitazioni di Vigourous Warrior, con Shape (Supreme Headquarters Allied Power in Europe) e Milmed Coe (Military Medicine Centre of Excellence). A causa del rischio contagio non solo le esercitazioni che avrebbero dovuto tenersi proprio in Italia sono state annullate, ma non è stato fatto niente. L’ultima esercitazione risale a due anni fa e si tenne in Romania.
La NATO, come detto da Macron e uso una sua espressione, è in stato di morte cerebrale. Ci sono troppi interessi divergenti. È venuto a mancare quel blocco unitario che faceva dell’alleanza una forza di patto atlantico. Non si dovrebbe esitare all’azione di fronte all’emergenza.
VERDIANA GARAU: Direi inaccettabile. Inoltre guardando al planisfero, mappando le zone di contagio, parrebbe che il CoVid-19 abbia preso d’assalto soprattutto l’emisfero boreale e fatta eccezione per la Cina in cui il rischio sta rientrando. Rimaniamo noi europei e l’America del Nord.
Sì, questo è un dato davvero curioso. Si direbbe proprio che i focolai si siano andati a concentrare proprio dove si trovano i paesi più industrializzati. Certo che la diffusione potrebbe raggiungere l’emisfero australe. Ma questo ancora nemmeno viene preso troppo in considerazione.
VERDIANA GARAU: Stiamo sottovalutando l’emergenza?
L’emergenza è già stata sottovalutata. Bertolaso è risultato contagiato subito dopo essere stato nominato a guidare l’emergenza nel nord del Paese. La Russia si è letteralmente tuffata per cercare, come detto, di evitare che il virus raggiuga anche loro. La NATO pare essere stata colta di sorpresa e non aver avuto tempo di reagire.
VERDIANA GARAU: Quali scenari geopolitici andranno ridisegnandosi? Cambieranno molte cose. Non trovi?
 Certamente e ci sarà un ridimensionamento a livello globale, la globalizzazione subirà un forte contenimento.
VERDIANA GARAU: Ci possiamo scordare la Via Della Seta?
Credo di sì. Ce la scorderemo per un po’ almeno. La Cina sta aiutando anche paesi come la Siria e la Libia, oltre ai paesi in cui è già penetrata. Verrà messo in campo un enorme Piano Marshall per risollevare tutti i problemi economici e sociali che verranno al pettine una volta usciti dal tunnel. Dubito che la Belt and Road sia realizzabile al momento.
VERDIANA GARAU: Cambieranno anche tutti i paradigmi della filiera produttiva? Già sono in corso le riconversioni di molte fabbriche che si sono messe a produrre camici, mascherine o respiratori al posto di componenti di automobili o abiti alla moda.
 Oggi quello che stiamo facendo per necessità, domani lo faremo con rinnovata verve nazionale. Adesso si cerca di convertire le aziende per produrre respiratori, ma domani la rivalorizzazione locale scavalcherà quella globale. Ci sarà una rivalutazione e un ridimensionamento senz’altro del fenomeno della globalizzazione.

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FONTE: http://osservatorioglobalizzazione.it

Maduro vola a Mosca. E trasloca l’azienda petrolifera in Russia (Putin ringrazia)


Di Rossana Miranda

Sono passati mesi dall’ultimo viaggio internazionale di Nicolás Maduro a dicembre del 2018. I giornalisti locali spiegano la repentina sedentarietà del leader del regime venezuelano con il timore di un tradimento da parte dei suoi “compagni”, civili ma soprattutto militari, come accaduto a inizio del 2019 durante la mossa del presidente del Parlamento, Juan Guaidó.

Ma “l’alleato strategico e amico” Vladimir Putin – come lo definisce Maduro – ben vale il rischio. Il leader socialista ha annunciato che partirà per Mosca: “Tra poche ore stasera andrò alla Federazione russa per una visita ufficiale dove incontrerò il nostro amico, il presidente Vladimir Putin. […] Sto per andare in Russia con l’obiettivo di continuare a fortificare i rapporti internazionali multilaterali”.

IL VIAGGIO DI MADURO

In diretta tv, Maduro ha detto che l’agenda russa prevede incontri con importanti società russe per studiare tutte le strade di cooperazione bilaterale tra i due Paesi, nonché il rinnovo di alcuni accordi di cooperazione economica, sociale e culturale.

Da quanto si legge sul sito della tv pro-governativa Telesur, “gli incontri di Maduro fanno parte di un Programma di Recupero, Crescita e Prosperità Economica per ridurre gli effetti delle sanzioni e l’embargo economico imposto illegalmente dal governo degli Stati Uniti”.

Settimana scorsa il Cremlino aveva annunciato la visita di Maduro, senza però dare una data precisa. Maduro avrebbe dovuto assistere all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York per intervenire durante la sessione pomeridiana del 26 settembre, ma all’ultimo momento ha rimandato per occuparsi della crisi interna del Venezuela. A rappresentarlo al summit il vicepresidente Delcy Rodriguez e il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza. I due hanno come compito consegnare le 12 milioni di firme raccolte contro le sanzioni dell’amministrazione Trump.

LA STRATEGIA DIETRO IL TRASFERIMENTO

Putin resta uno dei principali (e pochi) alleati internazionali del regime venezuelano. Venezuela e Russia hanno diversi accordi di cooperazione in materia di difesa, infrastruttura ed energia.

Per stringere ancora di più i rapporti – e riuscire ad aggirare eventuali sanzioni europee – il governo di Maduro ha deciso di trasferire la sede europea della petrolifera statale Petróleos de Venezuela (Pdvsa) da Lisbona, Portogallo a Mosca, Russia.

L’insegna della compagnia nel palazzo di via Arbat nella capitale russa è stata scoperta la settimana scorsa e, secondo il sito Sputnik, gli uffici sono operativi.

Andréi Grisháev, responsabile di Pdvsa Russa, ha confermato che la sede di rappresentanza è aperta ed è stata già iscritta nei registri pubblici. Da quanto si legge sul Registro Statale Unificato di Persone Giuridiche di Russia, la società è stata registrata il 6 agosto come compagnia che offre servizi di consulenza in commercio e gestione in ambito di petrolio e gas. L’ufficio è costituito da Pdv Euro-Asia S.A. del Venezuela, con il 98% della partecipazione e la sussidiaria Pdvsa Cuba S.A. con il 2%.

La strategia di “traslocare” a Mosca ha come obiettivo sostituire lo storico rapporto commerciale del Venezuela con gli Stati Uniti con la Russia, come ha dichiarato esplicitamente il ministro del Petrolio venezuelano, Manuel Quevedo. Ugualmente, a marzo il vicepresidente venezuelano Rodríguez aveva annunciato il trasferimento della sede europea di Pdvsa da Lisbona a Mosca perché, tra altri motivi, l’Europa non può garantire l’integrità degli asset attivi  del Venezuela.

FONTE: https://formiche.net/2019/09/maduro-mosca-pdvsa/

L’opposizione venezuelana sta trattando con Maduro



La scorsa settimana sono arrivati in Norvegia i rappresentanti dei due schieramenti che da qualche mese stanno competendo per il potere in Venezuela: il regime del presidente Nicolás Maduro da una parte, e l’opposizione guidata da Juan Guaidó dall’altra. La ministra degli Esteri norvegese, Ine Marie Eriksen Søreide, ha detto che le due parti hanno iniziato una «fase esplorativa» che potrebbe portare a colloqui veri e propri per risolvere in maniera pacifica la crisi iniziata a gennaio. Insomma: non sono ancora dei veri negoziati, ma poco ci manca.
La fase esplorativa in Norvegia è arrivata tre settimane dopo l’ultimo tentativo di Guaidó di prendere il potere.
Il 30 aprile scorso il leader dell’opposizione aveva pubblicato un video su Twitter invitando la popolazione del Venezuela a unirsi alle proteste, mostrandosi circondato da militari e vicino a Leopoldo López, noto oppositore venezuelano che fino a quel momento era stato agli arresti domiciliari perché condannato a 13 anni di carcere. Guaidó voleva mostrare di avere l’appoggio dell’esercito e di avere le risorse per prendere il controllo di tutto il paese. La sua iniziativa aveva provocato l’inizio di scontri e violenze a Caracas, che però non si erano trasformate in niente di più, segnando di fatto una nuova vittoria per Maduro e una nuova sconfitta per l’opposizione: la terza, se si contano i colpi di stato tentati e falliti da Guaidó.
Da allora il regime di Maduro è stato ancora più duro contro i suoi avversari politici: tra le altre cose ha arrestato Edgar Zambrano, il vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento controllato dalle opposizioni che ha come presidente Guaidó, e ha tolto l’immunità parlamentare ad alcuni deputati con l’accusa di avere partecipato al tentato golpe del 30 aprile, costringendo due di loro a trovare rifugio nell’ambasciata italiana di Caracas. Guaidó è ricercato dalle forze di sicurezza e si sta spostando continuamente da una “casa sicura” all’altra per sfuggire all’arresto. Nel frattempo, ha raccontato il New York Times, le proteste contro Maduro si sono sgonfiate e molti simpatizzanti delle opposizioni sono tornati a occuparsi della devastante crisi economica provocata dal regime, che si porta dietro scarsità di cibo, combustibile e medicine.
Nella complicata situazione in cui si trova, Guaidó è stato costretto a riconsiderare i negoziati con Maduro, una possibilità che in precedenza aveva escluso. L’impressione è che l’opposizione abbia perso il suo momento per togliere il potere a Maduro, che dopo uno sbandamento iniziale è riuscito a riconsolidare il suo ruolo e garantirsi la fiducia della grande maggioranza dell’esercito.
Giovedì scorso Guaidó ha tenuto un discorso rivolto ai lavoratori del settore pubblico in cui si è detto favorevole all’apertura di negoziati, ribadendo però che il suo obiettivo continua a essere la destituzione di Maduro e la creazione di un governo di transizione che convochi elezioni libere e democratiche. Nonostante le difficoltà, Guaidó può contare ancora sull’appoggio degli Stati Uniti e di molti governi europei, che lo considerano come unico presidente legittimo in Venezuela, e sulla diserzione di alcuni membri importanti dell’apparato di regime, come il capo dell’intelligence di polizia che ha scelto di schierarsi dalla sua parte.

Per il momento non si sa se i rappresentanti dei due schieramenti in Norvegia inizieranno veri e propri colloqui formali: finora non si sono incontrati direttamente, e si sono riuniti solo con i mediatori norvegesi. Il governo locale guidato dal Partito Socialista ha detto di appoggiare i negoziati, ma molti settori dell’opposizione rimangono scettici, sostenendo che in passato Maduro aveva usato il dialogo come tattica per bloccare i movimenti di protesta e consolidare il suo controllo sul paese.

Usa pronti a rovesciare Maduro. Poi è intervenuto Putin

Di Lorenzo Vita
Il piano degli Stati Uniti c’era: Nicolas Maduro doveva essere destituito e al suo posto Juan Guaidò doveva diventare presidente ad interim del Venezuela, mentre il capo del governo di Caracas prendeva la via di Cuba. A rivelare il piano è stato il Wall Street Journal, che ha spiegato come alcuni membri di spicco del governo chavista erano riusciti a intavolare trattative serrate con l’opposizione stilando un piano di 15 punti che prevedeva il cambio di regime in Venezuela. 
L’inchiesta del Wsj ha portato alla luce il piano per una sorta di golpe non cruento che, naturalmente, sarebbe stato coordinato da Washington. Un piano che andava avanti da mesi e che ha visto funzionari americani mantenere contatti costanti con l’opposizione venezuelana ma anche con gli stessi membri del governo di Maduro, fra questi, il ministro della Difesa Vladimir Padrino che si sarebbe pentito all’ultimo minuto rivelando all’entourage del leader venezuelano il tentativo di rovesciamento. 
Il piano era stato studiato dai militari venezuelani insieme ai funzionari del Nsc, il National security council, oggi guidato da John Bolton. È lui uno dei più ferrei sostenitori della linea dura nei confronti di Caracas ed è considerato da sempre il vero falco dell’amministrazione repubblicana. Bolton ha da tempo messo il Venezuela nel mirino, forse anche più dello stesso Donald Trump che ieri, proprio nella telefonata con Vladimir Putin, ha confermato la volontà di trovare un accordo senza sparigliare troppo le carte. Ma per Bolton, Caracas rimane un problema: e per questo ha ordinato l’accelerazione del piano.
In questi mesi, oltre a Padrino, gli americani avevano altri due personaggi di spicco della leadership di Maduro nel mirino: Maikel Moreno, presidente della Corte Suprema, e Ivan Rafael Hernandez Dala, comandante della guardia d’onore del presidente Maduro ma soprattutto capo dell’intelligence militare. Erano loro tre le teste di ponte di Washington per il Venezuela, con Padrino, nome in codice Zamuro.
Il progetto, come spiega Agi, era quello di prendere il controllo della base di La Carlota, dove Leopoldo Lopez è stato condotto dopo la liberazione dagli arresti domiciliari da parte di alcuni militari anti chavisti. Ma sembra sia stata proprio la mossa della liberazione di Lopez ad aver accelerato eccessivamente i piani. La liberazione, voluta fortemente da Guaidò forse per mettere gli Stati Uniti davanti al fatto compiuto, ha infatti provocato una reazione a catena disastrosa. I piani sono falliti, Maduro aveva saputo prima del tentativo dell’opposizione. E quella rivelazione dello stesso Padrino Lopez nelle ore successive (“Hanno tentato di comprarmi” ha affermato il ministro) unite alla marcia dei militari per le strade di Caracas, dimostrano che il tentato golpe c’è stato ma c’è stato anche un clamoroso fallimento del piano Usa.
Cosa sia accaduto nelle ore più calde che ha vissuto in queste settimane Caracas è difficile saperlo. Quello che è certo, è che la Russia ha sicuramente giocato un ruolo essenziale nel fallimento di un piano già di per se fragile ed estremamente pericoloso come quello messo a punto fra Washington e la capitale venezuelana. Non è un mistero che il Venezuela sia un laboratorio di guerra fredda dove Mosca e Washington si sfidano per uno dei Paesi strategicamente più importanti del continente americano. Ed è altrettanto evidente che Putin abbia posto la sua ala protettrice Maduro non tanto per il legame con il leader venezuelano, quanto per l’importanza che riveste Caracas nei piani del Cremlino, visto che il Venezuela resta l’ultimo baluardo della geopolitica russa in America Latina dopo il crollo di tutti i governi socialisti (a eccezione della Bolivia). E fra l’importanza strategica e quella petrolifera, Mosca non può non tutelare il regime venezuelano, considerando anche i crediti (enormi) che ha la Russia con il Paese sudamericano.
L’idea che circola in queste ore a Washington è che l’intelligence russa e quella cubana – gli Usa stanno puntando molto il dito su L’Avana – siano coinvolte pienamente nel mantenimento del governo di Caracas. Non a caso Mike Pompeo e Bolton hanno detto apertamente che è solo grazie a questi due governi se Maduro è ancora guida del Paese. Il consigliere per la Sicurezza nazionale ha scritto due tweet di fuoco contro Mosca. Nel primo si legge che “Maduro si aggrappa al potere grazie al sostegno di Russia e Cuba, le uniche forze militari straniere in Venezuela”. Nel secondo che gli Usa “non tollereranno interferenza militare straniera nell’emisfero occidentale”. Un segnale di tensione evidente, visto che Bolton sta dicendo a chiare lettere che il regime change venezuelano è fallito solo grazie al rivale russo e a quello cubano.
Intanto, i vertici della sicurezza nazionale degli Stati Uniti si sono riuniti nel “Tank” al Pentagono, per valutare l'”insieme complessivo delle opzioni” che ha disposizione l’amministrazione Trump in Venezuela. Patrick Shanahan, attualmente segretario alla Difesa facente funzione, ha ribadito che “sono all’esame tutte le possibilità. “È stata una vera e propria revisione, per assicurarci che siamo tutti allineati”, ha concluso Shanahan. Alla riunione, presenti anche l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale, Pompeo, Bolton, il capo degli stati maggiori riuniti Joseph Dunford, il capo di gabinetto della Casa Bianca Mick Mulvaney, il direttore dell’Intelligence, Daniel Coats, e il sottosegretario della Difesa, John Rood. Il problema è che il loro presidente, dopo la telefonata con Putin, ha dichiarato che il leader russo non vuole essere coinvolto in America Latina. Un messaggio che suona come un campanello d’allarme per tutti gli strateghi americani e i falchi che, da qualche tempo, hanno di nuovo spiccato il volo.

L'analisi di Daniel Lacalle- Venezuela, 'caso tipo di esproprio socialista organizzato'


Di Daniel Lacalle

L’errore che molti fanno è pensare che questo disastro sia stato causato da una combinazione di follia ed incompetenza. Non è così. Il regime socialista venezuelano ha realizzato la più grande rapina organizzata della storia, e l’ha compiuta con un piano perfettamente progettato.
Il piano è sempre stato quello di espropriare la ricchezza dell’intero paese a beneficio di pochi leader politici attraverso il saccheggio, la distruzione di valùta e la decapitalizzazione della compagnia petrolifera statale.
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È importante iniziare a smascherare le bugie della propaganda di regime:
Il blocco inesistente. Gli Stati Uniti sono uno dei maggiori partner commerciali del Venezuela. Gli scambi tra i due paesi nel 2018 sono cresciuti di oltre il 9%. Il Venezuela ha accordi commerciali bilaterali con oltre 70 paesi. Il chavismo, come il regime di Castro a Cuba, manipola i propri seguaci chiamando “blocco” le sanzioni contro i membri del regime e l’uso fraudolento dei fondi del paese. L’unico blocco subìto dal Venezuela è quello del chavismo contro i cittadini.
La scusa inesistente dei prezzi del petrolio. Il Venezuela è l’unico paese dell’OPEC in depressione economica ed iperinflazione. Tutti i paesi produttori di petrolio hanno adattato le proprie economie senza cadere nella distruzione economica e nella povertà. Chávez era solito dire “metti il ​​prezzo del petrolio a zero ed il Venezuela non entrerà in crisi”. Non c’è stato bisogno. Il paese ha sperperato le entrate petrolifere ricevute durante il primo decennio della sua presidenza, quando i prezzi del greggio sono aumentati esponenzialmente ed hanno distrutto qualsiasi accenno di ricchezza in séguito.
Il vero colpo di Stato. L’unico colpo di Stato è quello che Maduro ha perpetrato quando ha manipolato un’elezione il cui risultato non è stato riconosciuto dalla maggioranza dei paesi occidentali, con un processo costituente totalitario, il cui risultato non è stato nemmeno riconosciuto dalla società incaricata del sistema di voto (Smartmatic). Il chavismo ha apparentemente usato strumenti democratici per mettere a tacere l’Assemblea Nazionale e tenere Maduro al potere attraverso elezioni fraudolente.
“Non è vero socialismo”. Molti dicono che in Venezuela non ci sia vero socialismo. Se qualcosa ha caratterizzato il regime venezuelano è che ha applicato le politiche e le raccomandazioni socialiste come da manuale: attacco sistematico contro i diritti di proprietà e nazionalizzazione dei mezzi di produzione, come stabilito nel piano nazionalsocialista 2007-2013; espropriazione delle aziende, uso della scatola delle aziende statali a scopi politici, imposizione dei prezzi e stampa di denaro in maniera massiccia.
Il naufragio economico venezuelano è la più grande rapina organizzata della storia:
Prima rapina: espropriazione. Il Centro per la Diffusione della Conoscenza Economica (Cedice) stima che oltre 2.500 aziende siano state espropriate dal regime Chávez-Maduro. Di queste società, la stragrande maggioranza è ora in bancarotta ed è stata devastata dalla gestione socialista. L’ONG Transparencia Venezuela, nella sua relazione “Proprietà in mano allo Stato in Venezuela”, descrive come “terribile” la gestione delle società espropriate, usando criteri ideologici e politici: “Invece di aumentare, la produzione è diminuita”.
Seconda rapina: la decapitalizzazione di PdVSA. Nel 1998, PdVSA produceva 3,5 milioni di barili al giorno, oggi non raggiunge gli 1,3 milioni. Nel frattempo, il governo ha moltiplicato il numero di dipendenti, licenziando molti eccellenti ingegneri venezuelani e riempiendo la compagnia di sostenitori politici cronici, passando dai 25.000 impiegati del ’98 ai 140.000 del 2017.
PdVSA è passata dall’essere una delle compagnie petrolifere più efficienti ed importanti al mondo ad un disastro sull’orlo della bancarotta. Dalle loro dichiarazioni finanziarie, sembra che il governo abbia drenato fino a 12 miliardi di dollari in alcuni anni per finanziare la spesa politica, distruggendo il bilancio, il flusso di cassa ed il futuro dell’azienda. Questi fondi sono scomparsi in una rete di interessi clientelari e conti offshore dei leader di regime. Brutale aumento dei costi, spettacolare peggioramento della produzione e saccheggio del flusso di cassa per pagare le spese politiche hanno portato l’azienda ad aumentare il debito ad oltre 34 miliardi di dollari, dopo aver avuto uno dei migliori bilanci al mondo.
Terzo furto: risparmi e salari. Inflazione, la tassa dei poveri. I consiglieri economici del regime di Chávez hanno ripetuto che “stampare denaro per il popolo non causa inflazione”… L’offerta di moneta è aumentata esponenzialmente del 3.000% in un solo anno, il 2018, distruggendo il potere d’acquisto della stessa.
La strategia è semplice, ed è socialismo da manuale: il governo aumenta in maniera massiccia la spesa, i sussidi e l’occupazione pubblica stampando moneta locale, pensando che i soldi piovano dal cielo perché così dice. Poi, distrugge la propria economia espropriando le aziende, affondando l’iniziativa privata ed imponendo prezzi che non coprono il costo di produzione a causa della distruzione del potere d’acquisto della valuta. L’economia entra così in una spirale discendente: il governo continua a spendere ancor di più in termini nominali e lo finanzia stampando banconote inutili, mentre le riserve valutarie calano. La valùta perde valore ed il governo genera iperinflazione e povertà.
Il Venezuela oggi è il paese più iniquo dell’America Latina (ENCOVI, 2017), ed uno dei più poveri. Nel 2014, la povertà estrema era del 23,6%, nel 2017 del 61,2%. La povertà totale ha superato l’87% nel 2017 (secondo uno studio dell’Università Centrale del Venezuela e dell’Università Simón Bolívar). Il suo punteggio di libertà economica, secondo l’Economic Freedom Index della Heritage Foundation, è 25,9, rendendo la sua economia il 179° in termini di libertà nell’Indice del 2019. Una delle economie meno libere al mondo. Secondo l’Indice, “la monetizzazione dei grandi deficit pubblici, unita alla cattiva gestione dell’industria petrolifera dominata dallo Stato, ha portato all’iperinflazione ed alla carenza di valùta estera, beni di prima necessità ed input industriali. Un piano economico lanciato nell’agosto 2018 includeva la rimozione di cinque zeri dalla valùta, una massiccia svalutazione ed un altro grande aumento del salario minimo, tra persistente interventismo politico ad hoc, pesante controllo statale dell’economia e palese disprezzo per la legge”.
Durante la dittatura di Maduro l’inflazione ha raggiunto il milione percento, e l’FMI stima che sarà il 10.000.000% entro il 2019. Ricardo Hausmann, professore ad Harvard, ha perfettamente spiegato la distruzione tramite la stampa di moneta: “Quando Chávez salì al potere, il dollaro era a 0.547 bolivares. Quando arrivò Maduro, a 26, cioè 48 volte più costoso. Ora Maduro l’ha svalutato a 6.000.000, 231.000 volte più costoso di quello che ha trovato ed 11.000.000 di volte più costoso di quando è arrivato Chávez”. Pertanto, dopo diversi aumenti virtuali del salario minimo, quest’ultimo è arrivato ad essere inferiore ai $17 al mese. “Stampa denaro per il popolo”.
TRADUZIONE DI HMG per www.comedonchisciotte.org

La Banca d’Inghilterra ha rifiutato di consegnare l’oro venezuelano


Di Andrea Zhok

La Banca d’Inghilterra ha rifiutato di consegnare l’oro venezuelano depositato presso i suoi conti al presidente del Venezuela Nicholas Maduro.
Questa vicenda lascia intravedere uno dei buchi neri nelle modalità con cui siamo soliti leggere (e narrare) la storia occidentale degli ultimi 150 anni (almeno).
Siamo abituati a leggere la storia in termini di ideologie e guerre, diplomatici ed eserciti, condottieri e partiti, e anche in termini economici, come carestie, crisi, progressi, ma del ruolo cruciale avuto dalla finanza come arma internazionale non si discute praticamente mai.
Eppure la succitata mossa della Banca d’Inghilterra, che fonde pacificamente politica e finanza, è parte di un perenne, ricorrente non detto.
Nelle nostre narrazioni storiche la finanza è di solito qualcosa che si ritiene avvenga in un mondo separato ed asettico, da cui ogni tanto viene giù una grana (come la crisi del ’29), ma che sostanzialmente ha ben poco a che fare con la politica vera.
Invece si potrebbe scrivere (forse qualcuno l’ha già scritta, lo ignoro) un’intera storia del mondo occidentale solo dal punto di vista delle manovre ostili, dei ricatti, dei trabocchetti creati sul piano (proverbialmente ‘pacifico’) della finanza.
La finanza è un’arma internazionale, manipolata e puntata di volta in volta da alcuni contro altri. L’idea della separazione tra la sfera dei ‘mercati finanziari’ e quella della politica internazionale è sostanzialmente un falso ben congegnato, perché i ‘mercati finanziari’ sono come sistemi caotici, dove la molteplicità degli errori si annullano a vicenda, SALVO quando c’è un input esterno ben indirizzato, che rompe l’equilibrio del sistema creando uno sbilanciamento, spesso letale.
E pensare che questi input, anche quando provengono apparentemente da agenti privati, necessariamente di grandi dimensioni, siano privi di indirizzo politico è o grave ingenuità o omissiva complicità.

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