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Bolivia, il nipote dell'autoproclamata presidentessa Áñez ha avuto legami con i narcos


Di Salvatore Santoru

Da alcuni giorni alcune testate sudamericane stanno parlando di una vicenda che riguarda l'autoproclamata presidentessa della Bolivia, l'esponente del 'Movimento Social Democratico' Jeanine Áñez.
Più specificatamente la vicenda riguarda un nipote della stessa Áñez.
Come riportato da El Diario(1), il nipote della presidentessa Carlos Andrés Añez Dorado fu arrestato nel 2017 mentre trasportava mezza tonnellata di cocaina in un aereo della Bolivia insieme a Fabio Andrade Lima Lobo.
Lobo è il figlio di Carmen Lima Lobo, candidata del MAS (il partito dell'ex presidente Morales) e di Célimo Andrade, ex membro dell'influente cartello colombiano di Cali(2).
Inoltre, riporta sempre El Diario, quando ci fu l'arresto il governo riconobbe la militanza della Lobo e ricordò che lo stesso Andrade Lima Lobo aveva comunque un legame familiare diretto con Hugo Vargas Lima Lobo, il sindaco di San Joaquin nominato dall'MNR in alleanza con Unidad Democratica (il partito dell'attuale presidentessa Añez) e con Oscar Vargas Lima Lobo, ex candidato dell'UD all'Assemblea del Dipartimento di Beni. 
NOTE:
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L’ascesa della destra religiosa in America Latina


Di Wayne Madsen

Il recente colpo di Stato in Bolivia che ha rovesciato il Presidente Evo Morales non era solo un normale putsch di destra aiutato e favorito dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, ma anche metteva al potere politici affiliati a un movimento protestante fondamentalista in ascesa in America Latina che può essere definito “cristo-fascista”. Molte delle sette protestanti di estrema destra e al di fuori del mainstream che prendono potere in Guatemala, Colombia, Brasile e ora Bolivia denunciarono il cattolicesimo romano tradizionale in America Latina come eretico e persino filo-comunista. Sulle principali religioni protestanti, le sette fondamentaliste le considerano irrimediabilmente liberali, oltre che eretiche. Il colpo di Stato militare in Bolivia che ha rovesciato il presidente eletto democraticamente Evo Morales comportava un servizio attivo di alto livello e ritirava alti ufficiali delle forze armate boliviane, alcuni addestrati e indottrinati nella famigerata “School of the Americas” degli Stati Uniti, nota dal 2001 come Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHINSEC), con sede a Fort Benning, in Georgia. Uno dei tirocinanti della School of the Americas era il generale Williams Kaliman, ex-comandante delle forze armate boliviane che ordinò a Morales di dimettersi. Il servizio di Kaliman al colpo di Stato non fu molto apprezzato dai suoi padroni, i cristiani fondamentalisti, tra cui l’attuale presidentessa della Bolivia Jeanine Ánhez Chávez. Una delle sue prime mosse dopo aver preso il potere fu licenziare Kaliman da capo delle forze armate e sostituirlo col generale Carlos Orellana. Ánhez era il secondo vicepresidente del Senato e assunse la presidenza boliviana dopo che Morales e gli alti dirigenti del partito Movimento per il socialismo (MAS) al governo furono costretti a dimettersi dai militari.
In linea coi principi del cristofascismo in America Latina, Ánhez non solo rifiuta il cattolicesimo romano ma anche le credenze tradizionali degli indigeni aymara in Bolivia come “sataniche”. Morales fu il primo nativo aymara ad essere eletto presidente. Durante il suo mandato, Morales migliorò le condizioni di vita degli aymara e degli altri poveri in Bolivia storicamente trattati come cittadini di seconda classe dalla ricca popolazione europea del Paese. Sotto la direzione dei capi golpisti cristo-fascisti, le case di Morales ed altri funzionari del MAS furono saccheggiate dai ribelli e il governo Morales e i funzionari dei media furono attaccati fisicamente. Bolivia TV, Nueva Patria Radio e giornali a sostegno di Morales furono chiusi dai putschisti. La bandiera Wiphala della Bolivia, la seconda bandiera ufficiale della Bolivia che rappresenta le 36 tribù indigene del Paese, fu stata bruciata dai rivoltosi golpisti. Secondo quanto riferito, la pianificazione del colpo di Stato in Bolivia fu sostenuta dal segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo, primo direttore della Central Intelligence Agency del presidente Donald Trump e membro cristo-fascista della deviazione di destra della Chiesa presbiteriana, la Chiesa evangelica presbiteriana. Altri ex-alunni della School of the Americas furono identificati tra i complottisti del colpo di Stato boliviano, tra cui Manfred Reyes Villa, ex-ufficiale, candidato alla presidenza, sindaco di Cochabamba e governatore del dipartimento di Cochabamba, nonché il generale Remberto Siles Vasquez, il colonnello Julio César Maldonado Leoni, il colonnello Oscar Pacello Aguirre e il colonnello Teobaldo Cardozo Guevara.
Uno dei maggiori politici cristo-fascisti che sostenevano il colpo di Stato contro Morales era Luis Fernando Camacho, capo di una dubbia “associazione civica” di Santa Cruz. I media boliviani lo descrissero come “estremista di destra” e “fascista cristiano”. Camacho era anche collegato al croato-boliviano Branko Marinko, fuggito negli Stati Uniti nel 2009 dopo che lui e altri complottardi tentarono di rovesciare il governo del MAS ed assassinare Morales. Le discutibili attività commerciali di Camacho furono denunciate dei “Panama Papers”, che dimostravano che possedeva una società panamense offshore chiamata Navi International Holding SA. Funzionari del governo boliviano fedeli a Evo Morales, costretto a chiedere asilo politico in Messico, sostengono che il colpo di Stato ero supportato a diversi politici stranieri di estrema destra e di destra, tra cui il presidente colombiano Ivan Duque; il suo burattinaio politico, l’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe; Il presidente neo-fascista brasiliano Jair Bolsonaro e i senatori degli Stati Uniti Marco Rubio (repubblicano-Florida), Rick Scott (repubblicano-Florida), Ted Cruz (repubblicano-Texas) e Robert Menendez (democratico-New Jersey). Tutti i senatori sono strettamente legati agli oligarchi cubani espatriati che, per la maggior parte, vivono nel sud della Florida.
Il putsch contro Morales ebbe inizio nei ranghi della Policía Nacional de Bolivia (PNB). Il capo della polizia che ordinò la rivolta della polizia è il colonnello Vladimir Calderón, dai forti legami con un gruppo influenzato dalla CIA di Washington, gli Addetti della polizia dell’America Latina negli Stati Uniti d’America (APALA). Poco prima del colpo di Stato, Trump parlò alla Conferenza annuale ed esposizione internazionale dell’Associazione internazionale dei capi della polizia (IACP) a Chicago, altro collegamento della CIA e campo di reclutamento di agenti nella polizia, compresi dell’America Latina. Nel 2018, l’IAPP accolse il colonnello Calderon, il primo capo del colpo di Stato, come membro. Va anche notato che uno dei finanziatori dell’IAPP sia del candidato presidenziale democratico del 2020, la Bloomberg Foundation del candidato Michael Bloomberg.
Il colpo di Stato in Bolivia seguiva il modello delle azioni presidenziali iniziali di Bolsonaro in Brasile. Bolsonaro è un altro fondamentalista cristo-fascista che, sin dalla nomina, lavorò per estromettere Morales dal potere. I primi passi della nuova ministra degli Esteri boliviano, Karen Longaric, fu rompere le relazioni diplomatiche col Venezuela, espellere il personale dell’ambasciata venezuelana, riconoscere l’opposizione del governo venezuelano di Juan Guaido appoggiato dalla CIA, espellere diplomatici cubani e arrestare medici cubani. Le azioni intraprese contro i medici cubani rispecchiano quella di Bolsonaro in Brasile e del presidente Lenin Moreno in Ecuador, che allontanò il proprio Paese dalle politiche progressiste divenendo un cane da guardia di CIA e Pentagono. Il colpo di Stato in Bolivia aveva una strana somiglianza col tentato putsch del 2010 da parte della polizia nazionale ecuadoriana contro il Presidente Rafael Correa, alleato di Morales della Bolivia. Correa fu preso in ostaggio presso l’ospedale della polizia di Quito per gran parte della giornata, per poi essere liberato dai militari ecuadoriani leali.
TRADUZIONE DI ALESSANDRO LATTANZIO PER http://aurorasito.altervista.org/

Bolivia, il Sole 24ORE: 'Con Morales il PIL è aumentato e la povertà è diminuita'


Di Salvatore Santoru


Secondo il Sole 24 ORE la recente crisi della Bolivia sarebbe un 'paradosso'.
Più specificatamente e stando ad un articolo di Roberto Da Rin, la nazione sudamericana è stata interessata da una forte crescita economica negli ultimi anni e il tasso di povertà è diminuito drasticamente(1). 
Inoltre, sempre secondo i quotidiano di Confindustria, negli ultimi anni il PIL boliviano è cresciuto a un tasso superiore al 4 per cento e nel 2019 potrebbe arrivare al 4,1 per cento.
Stando all'articolo, con Morales si avrebbe avuta una gestione migliore delle precedenti ma la sua lunga permanenza al potere ha creato sfiducia e diffidenze anche tra i suoi ex sostenitori. 
NOTA:

In Bolivia c’è stato un colpo di stato?



La scorsa settimana il presidente della Bolivia Evo Morales ha annunciato le sue dimissioni dopo che i militari gli avevano “suggerito” di lasciare il potere, in seguito a settimane di proteste nate in seguito alle controverse elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre. Insieme a Morales si sono dimessi anche il vicepresidente e i presidenti di Senato e Camera. Lo stesso Morales ha lasciato il paese, mentre centinaia di dirigenti e funzionari del suo partito si sono rifugiati nelle ambasciate della capitale boliviana.
Morales, che era al potere in Bolivia da 14 anni e alle controverse elezioni aveva appena ottenuto un quarto mandato da presidente, ha definito quello che è avvenuto un “colpo di stato”, ma sui media internazionali e nel resto del mondo questa definizione non ha incontrato molto successo. Né l’Unione Europea né gli Stati Uniti hanno definito quello che stava accadendo un “golpe”: anzi, gli Stati Uniti hanno esplicitamente appoggiato le scelte dei militari e dell’opposizione, così come avevano ripetutamente chiesto le dimissioni di Morales durante le settimane di protesta che hanno preceduto le dichiarazioni dell’esercito e le dimissioni del presidente.
L’ostilità degli Stati Uniti non è sorprendente, visto che Morales è un leader apertamente socialista che ha spesso accusato gli americani di imperialismo e di intromissioni negli affari dei paesi dell’America Latina. Nei suoi lunghi anni al governo, Morales ha intrapreso numerose misure a favore degli indios, che costituiscono la maggioranza della popolazione della Bolivia, e per la riduzione della povertà, ma è stato accusato di aver gestito il potere in modo autoritario. Con lui e a sostegno della tesi del golpe si sono schierati i principali leader della sinistra europea e americana: dallo spagnolo Pablo Iglesias al candidato alle primarie dei democratici Bernie Sanders.
Anche se sostanzialmente nessun grande media statunitense e quasi nessun media europeo ha definito “colpo di stato” quello che è avvenuto in Bolivia, e l’espressione “golpe” è stata citata solo in quanto accusa mossa da Morales e dai suoi sostenitori, l’agenzia di stampa Associated Press ha provato ad analizzare la questione da un punto di vista neutrale partendo dalla definizione di “colpo di stato”. In un articolo pubblicato questa settimana, l’agenzia ha scritto che in genere un golpe si definisce come un cambio di governo ottenuto con la minaccia o l’uso della violenza da parte di un attore interno allo stato.
In Bolivia c’è stato un cambio di governo, ma si discute su quanto o meno sia stata usata la violenza. I manifestanti che hanno protestato contro Morales sono stati molto spesso violenti: hanno rapito e torturato diversi deputati, dirigenti e amministratori del partito di Morales, hanno incendiato le loro case (compresa quella dello stesso Morales) e si sono scontrati con la polizia (tre manifestanti sono morti e altre decine sono rimasti feriti). Esercito e polizia, però, non hanno partecipato direttamente agli attacchi contro il governo.
Secondo Associated Press quello di cui invece si può discutere è se i militari abbiano o meno minacciato Morales. Quello che sappiamo per certo è che domenica il capo dell’esercito, il generale Williams Kaliman, ha pubblicato un comunicato in cui con un linguaggio piuttosto cauto suggeriva a Morales di dimettersi. Il governo non veniva esplicitamente minacciato né sono stati formulati ultimatum. La questione sarebbe quindi semantica: quelle dei generali erano minacce oppure no?
Il fatto che Morales sia una figura politicamente così polarizzante, sostenuto dalla sinistra e spesso odiato dalla destra, rende la questione particolarmente divisiva. Cinque anni fa, invece, durante il colpo di stato militare in Thailandia (arrivato, come quello boliviano, in seguito a un’elezione controversa) media e osservatori internazionali ebbero molti meno dubbi quando si trattò di definire “golpe” l’intervento dell’esercito.
Nell’utilizzare questa definizione furono aiutati dal fatto che i militari thailandesi non cercarono minimamente di mascherare le loro azioni e annunciarono immediatamente la loro intenzione di governare il paese: una cosa che, per ora, i militari boliviani non sembrano intenzionati a fare. Per il momento la vicepresidente del Senato Jeanine Áñez si è autoproclamata presidente del paese, anche se in Senato non era presente il numero legale necessario ad approvare la sua nomina. Quale ruolo l’esercito deciderà di giocare nelle prossime settimane rimane per il momento poco chiaro.
Un’altra considerazione che Associated Press avrebbe potuto fare è che in genere non si usa la parola “colpo di stato” per descrivere la caduta di un governo in seguito a una protesta popolare. Per esempio, la caduta del presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovich nel 2014 viene in genere definita “rivolta” o addirittura “rivoluzione” (è il nome della pagina Wikipedia su quegli eventi). Quasi nessuno, inoltre, parlò di “golpe” in occasione della deposizione del presidente egiziano Hosni Mubarak nel 2011 (anche se in seguito alle sue dimissioni l’esercito prese il controllo diretto del paese).
La caduta di Morales è arrivata dopo tre settimane di proteste, che hanno causato tre morti e numerosi feriti. Come hanno notato anche i sostenitori di Morales, dietro le manifestazioni c’era spesso una coalizione reale e numerosa, che oltre ai tradizionali nemici di Morales (la destra bianca, benestante e spesso razzista del paese) comprendeva anche abitanti di aree povere ed ex sostenitori di Morales delusi da questa o quella politica del governo, oltre a numerose persone insoddisfatte dalla volontà del presidente di ricandidarsi a tutti i costi per un quarto mandato presidenziale. In seguito alle proteste Morales aveva annunciato nuove elezioni, ma sembra difficile pensare che si sarebbe dimesso senza l’intervento dell’esercito.
Un’altra questione è quella della legittimità del governo Morales. L’opposizione – insieme all’Organizzazione degli Stati Americani (finanziata dal governo degli Stati Uniti e con sede a Washington) – accusa Morales di aver truccato le elezioni del 20 ottobre per ottenere la vittoria al primo turno. Morales, infatti, era dato sicuro vincitore da tutti gli osservatori, ma se non fosse riuscito a superare di più di dieci punti il secondo classificato avrebbe dovuto affrontare un rischioso secondo turno (altre organizzazioni americane sostengono che finora non ci sono prove di brogli ).
Altri ricordano che Morales abbia cercato di cambiare la Costituzione per ottenere il diritto a candidarsi per un quarto mandato, e che quando un referendum ha respinto la sua proposta si è basato su una sentenza del tribunale supremo, considerato a lui vicino, per ottenere il diritto a candidarsi. Ma per quanto le scelte di Morales siano discutibili (e lo sono, anche da parte dei suoi sostenitori), anche un governo illegittimo o dittatoriale può essere oggetto di un golpe. Quello compiuto nel 2017 dall’esercito dello Zimbabwe contro il dittatore Robert Mugabe, per esempio, è stato definito “colpo di stato” in modo pressoché unanime.

Jeanine Áñez si è autoproclamata presidente della Bolivia



La senatrice di opposizione Jeanine Áñez si è autoproclamata presidente della Bolivia prendendo il posto che è stato per più di 13 anni di Evo Morales, costretto a dimettersi su pressione dell’esercito domenica scorsa.

A seguito delle dimissioni delle principali cariche istituzionali del paese, e in quanto vicepresidente del Senato, Áñez era stata individuata come la persona che sarebbe dovuta diventare presidente ad interim e guidare la Bolivia verso nuove elezioni. La sua nomina è stata però molto contestata ed è stata definita da Morales, che da giovedì si trova in Messico, come un «colpo di stato»: la sessione parlamentare che avrebbe dovuto nominare il nuovo presidente, infatti, non ha fatto registrare il quorum necessario per prendere una decisione così importante, visto il boicottaggio dei parlamentari del partito di Morales.

Áñez ha detto: «Di fronte all’assenza definitiva del presidente e del vicepresidente [Álvaro García Linera, che si era dimesso anche lui insieme a Morales, ndr], e come stabilisce la Costituzione, come presidente del Senato, assumo immediatamente la presidenza dello stato prevista dall’ordine costituzionale e mi impegno ad adottare tutte le misure necessarie per pacificare il paese». Áñez era diventata presidente del Senato dopo le dimissioni di Adriana Salvatierra, anche lei del partito di Morales.


Jeanine Añez, 52 anni, è la seconda donna a diventare presidente della Bolivia, dopo Lidia Gueiler, che rimase a capo del governo per soli 244 giorni tra il 1979 e il 1980. Añez è originaria della città di Trinidad, nella provincia di Beni, è avvocata e dal 2006 al 2008 fu membro dell’Assemblea costituente incaricata di scrivere la nuova Costituzione. Fa parte del partito di opposizione Unione Democratica e negli ultimi anni è stata molto critica con Morales, soprattutto verso l’intenzione dell’ex presidente di ottenere un quarto mandato presidenziale nonostante la Costituzione ne prevedesse un massimo di due.

La situazione in Bolivia intanto continua a essere molto caotica: i sostenitori di Morales sostengono che sia in corso un colpo di stato contro l’ex presidente e per le strade di molte città del paese proseguono gli scontri tra manifestanti con idee diverse e tra manifestanti e polizia.

Le dimissioni di Morales erano arrivate su pressione dell’esercito e dopo tre settimane di manifestazioni antigovernative in tutto il paese. Le proteste erano iniziate a seguito della diffusione dei risultati delle ultime elezioni presidenziali, tenute lo scorso ottobre e vinte da Morales ma contestate dalle opposizioni. Secondo i partiti di opposizione, infatti, i dati preliminari delle elezioni erano stati manipolati per far sì che Morales non dovesse andare al ballottaggio con Carlos Mesa, il suo principale sfidante. Morales era candidato per ottenere il suo quarto mandato presidenziale, nonostante la Costituzione boliviana ne permetta solamente due. Le sue dimissioni erano arrivate domenica, su pressione delle opposizioni, dei manifestanti e delle forze di sicurezza, che hanno tolto l’appoggio a Morales e al suo governo.

Evo Morales dal Messico: «Il nostro peggior crimine o peccato è che siamo ideologicamente antimperialisti»



Il presidente della Bolivia, ormai deposto da un colpo di Stato di carattere fascista, arrivato a Città del Messico dopo un tumultuoso viaggio verso il paese che gli ha concesso asilo visto che la sua vita era in grave pericolo, ha ringraziato il governo del Messico. 

«Sono molto grato al governo del Messico perché mi ha salvato la vita. Il 9 novembre, un soldato ha ricevuto un'offerta di $ 50.000 in cambio della mia consegna», ha affermato Morales dall’aeroporto.

Il politico boliviano ha spiegato che nelle ore successive al colpo di Stato contro di lui, i membri della sua squadra di sicurezza gli hanno mostrato registrazioni con offerte di denaro della consegna di Morales ai suoi nemici politici.

«Finché avrò vita, continueremo a fare politica, la lotta continuerà e siamo sicuri che i popoli abbiano tutto il diritto di liberarsi. Pensavo che avevamo chiuso con l'oppressione, la discriminazione, l'umiliazione, ma sorgono altri gruppi che non rispettano la vita e meno ancora la patria».

«Sorelle e fratelli, se ho commesso qualche reato, è quello di essere indigeno», ha affermato Morales. «Il nostro peccato, abbiamo implementato programmi sociali per i più umili cercando uguaglianza e giustizia.
Ci sarà pace solo quando ci sarà giustizia sociale», ha aggiunto Morales.

«Hanno bruciato i tribunali elettorali, bruciato il quartier generale del sindacato, bruciato le case delle nostre autorità, saccheggiato la casa di mia sorella, saccheggiato la mia casa a Cochabamba (…)», ha denunciato Morales, sottolineando di aver rassegnato le dimissioni in modo che "non ci siano  ulteriori spargimenti di sangue e scontri».

«Il nostro peggior crimine o peccato è che siamo ideologicamente antimperialisti. Sappia il mondo intero che non cambierò ideologicamente nonostante il golpe», ha detto.

Per motivi di sicurezza, il governo messicano non ha rilasciato informazioni su dove Morales passerà la notte con i suoi collaboratori.

Fonte: RT - teleSUR

In Bolivia esiste solo il potere delle armi


Di Marco Teruggi

Il centro di La Paz si è trasformato in uno scenario di barricate, file davanti ai pochi negozi aperti, viabilità ridotta, posti di blocco improvvisati con filo spinato e lamiere. Vicino a Plaza Murillo, il centro del potere politico della capitale, girano gruppi di persone con caschi, scudi, maschere antigas, bandiere della Bolivia e contingenti di polizia che provano a prendere il controllo della città chiedendo rinforzi alle Forze Armate Nazionali (FAB) .

E’ lunedì sera e negli animi si annida una paura: che si muova la città di El Alto. Le scene registrate durante il pomeriggio hanno ricordato a molte persone del centro e della zona sud di La Paz che la metà del paese che ha votato Evo Morales esiste e non rimarrà con le braccia incrociate.

Quello che si pensava che sarebbe successo a El Alto è successo, in migliaia, per la maggior parte appartenenti alla nazione aymara, sono scesi per strada per far fronte al colpo di stato, per difendere il processo di cambiamento e anche qualcosa di più profondo: la bandiera whiapala, che durante le ore dell’offensiva golpista è stata ritirata dai palazzi istituzionali e bruciata nelle strade dai manifestanti di destra.
L’accaduto non era parte del piano ideato da chi ha perpetrato il golpe, che in queste ore presenta elementi di confusione piuttosto che un progetto pianificato. Un fattore risulta chiaro: l’obiettivo centrale era far cadere Evo Morales e perseguitarlo, dato che è stato reso pubblico che un ufficiale della Polizia Nazionale Boliviana (PNB) ha ricevuto un ordine di arresto illegale contro l’ex-presidente, che ora si trova in un luogo sconosciuto (e poco dopo ha chiesto e ottenuto asilo in Messico).
Ancora ieri sera la situazione di Morales era ancora incerta. Il cancelliere messicano, Marcelo Ebrard, ha annunciato che il leader dimissionario si trovava su un volo che lo avrebbe portato in Messico.

La sua sicurezza personale è motivo di grandi preoccupazioni visto che la sua casa è stata presa d’assalto da gruppi violenti nell’assenza totale di qualsiasi autorità pubblica tra gli attori di questo golpe. Lo stato di diritto è stato interrotto e ciò ha aperto le porte all’impunità più assoluta per chi riesce a esercitare il potere.

Durante il giorno, Morales ha mandato diversi tweet per denunciare la repressione a El Alto, terminatasi con l’uccisione di varie persone (tra cui una bambina) e per chiedere di non cadere in uno scontro «tra fratelli».
Nella notte, prima di salire sull’aereo, ha scritto su twitter: «Fratelli e sorelle, parto per il Messico, ringrazio la generosità del governo d’un popolo fraterno che ci ha offerto asilo politico per proteggere le nostre vite. Soffro nell’abbandonare il paese per ragioni politiche ma sarò sempre attento a ciò che accade. Presto tornerò con più forza ed energia».
La proposta di asilo politico in Messico è una possibile uscita per l’ex-presidente dai pericoli causati dalla sua destituzione.

SENZA GOVERNO

In Bolivia, il blocco golpista non è riuscito ancora a formare un governo. Dopo le dimissioni di Evo Morales, del vicepresidente Alvaro García Linera e della presidentessa del Senato, dovrebbe assumere l’incarico la terza figura in ordine di successione, Jeanine Añez, che è appena atterrata in Bolivia. Ma comunque, dovrebbe assumere l’incarico con l’accordo del potere legislativo e in entrambe le Camere ha la maggioranza il Movimento al Socialismo, ovvero il partito che è stato forzato ad abbandonare la presidenza.
Non esiste quindi alcun governo golpista ad interim visibile dopo oltre 24 ore dall’inizio del golpe. Esistono invece poteri che si dispiegano in azioni repressive e persecuzioni, con gli annunci sui social network di Fernando Camacho, volto visibile dell’ala civile del golpe, le azioni della polizia e dell’esercito.

L’esercito ha emesso un comunicato nella notte di lunedì scorso letto dal generale Williams Kaliman: le forze armato faranno pattugliamenti congiunti con la polizia per accompagnare le forze di polizia. Non esiste quindi un governo formale, ma solo il potere delle armi.

Lo scenario non è quello che avevano previsto coloro i quali hanno preso il comando del golpe. La domanda centrale in realtà è: avevano uno scenario organizzato che non fosse solamente far cadere e perseguitare Morales e i dirigenti del processo di cambiamento?
Il blocco golpista è eterogeneo, ne fanno parte settori civili, imprenditoriali, polizieschi, militari, religiosi e internazionali. Quest’ultima dimensione è legata alla complicità della OSA (Organizzazione degli Stati Americani) che non ha qualificato quel che è avvenuto come un golpe e alle stesse dichiarazioni degli Stati Uniti che ha presentato il rovesciamento di Morales come ritorno alla democrazia.

Traduzione a cura di DINAMOpress

Il Messico ha offerto asilo politico all’ormai ex presidente della Bolivia Evo Morales



Il Messico ha offerto asilo politico all’ex presidente della Bolivia Evo Moralescostretto a rinunciare al suo incarico su pressione delle forze di sicurezza del paese. Il Messico ha fatto sapere che la decisione è stata presa per «motivi umanitari» a seguito della richiesta personale inoltrata da Morales stesso. Qualche ora fa l’ex presidente, che si è nascosto non si sa dove ma che si ipotizza si trovi ancora in Bolivia, aveva scritto su Twitter che la polizia stava cercando di arrestarlo «illegalmente». Per ora, non ha ancora commentato l’offerta di asilo del Messico.

LA BOLIVIA HA FIRMATO IL TRATTATO DI PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI

La Bolivia ha firmato il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari

Prensa Latina
Il Presidente della Bolivia, Evo Morales, ha firmato lunedì il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari e una convenzione sulla trasparenza nell’arbitrato tra investitori e Stato.
Secondo il rappresentante permanente boliviano presso le Nazioni Unite, Sacha Llorenti, entrambi gli accordi sono molto importanti e l’adesione della Bolivia a uno di essi è anche un appello globale a sradicare le armi nucleari.
“Fa parte di un impegno con l’umanità, ancor più con l’America Latina, che è una zona libera da armi nucleari”, ha sottolineato Llorenti.
La Convenzione ONU sulla trasparenza degli investitori  è utile strumento per la lotta contro la corruzione, ha osservato il rappresentante permanente.
Da parte sua, il ministro degli Esteri boliviano, Fernando Huanacuni, ha sottolineato che il suo paese ha dimostrato ancora una volta di essere coerente con la pace e la vita.
Questi accordi sono strumenti che dimostrano il nostro impegno con il desiderio di pace dell’umanità”, ha detto Huanacuni, riferendosi agli accordi firmati lunedì dal presidente Evo Morales.
Evo Morales è arrivato alla sede dell’ONU a New York, dove sarà uno degli ospiti speciali del Forum Permanente sulle Questioni Indigene; è infatti l’unico leader che parteciperà alla 17° sessione dell’evento.
Traduzione originale di Equipe Traduttori Pressenza

Il mistero del vaso di Fonte Magna


Di Matteo Servili

La Fuente Magna è un antichissimo vaso scoperto in Bolivia, ricco di incisioni misteriose, spesso citato come la Stele di Rosetta del sudamerica, è uno degli OOPArt più famosi
OOPArt: Fuente Magna (Vaso Fuente)Il primo a rimettere dopo secoli le mani sopra la Fuente Magna fu un semplice ignorante contadino boliviano, che la ritrovò per puro caso all'interno delle proprietà della Hacienda Chua, la fattoria dove lavorava a pochi chilometri dal lago Titicaca.

Il suo datore di lavoro, il capo della famiglia Manjón proprietaria della hacienda, non sapeva proprio che farsene di quello strano largo vaso tutto crepe e incisioni, ma decise di contattare un suo vecchio amico archeologo per avere un parere a riguardo.

Fu così che Max Portugal Zamora giunse alla fattoria dell'amico Manjón, lontana quasi un centinaio di chilometri da La Paz. L'uomo rimase affascinato dall'oggetto, così simile ai tanti recipienti per uso cerimoniale che aveva esaminato e catalogato in carriera eppure così diverso. C'era qualcosa in tutte quelle incisioni, decorazioni e bassorilievi che lo ricoprivano sia all'interno che all'esterno che a suo parere meritava grande attenzione e di essere studiato.

Zamora portò il vaso nel museo di La Paz e lo restaurò, spendendo poi numerose, lunghe e inconcludenti ore nel tentativo di tradurre le parole incise nella sua parte interna. Sconfortato si diede infine per vinto e smise di provare.
Il Vaso Fuente, come anche verrà chiamato in futuro, finì così banalmente con l'essere conservato insieme a tanti altri oggetti in uno dei magazzini del museo: lì rimase per decenni, completamente dimenticato.

Circa 35 anni dopo riemergerà dalle polveri di quel magazzino per diventare in breve tempo uno degli Oopart più studiati e fonte di teorie alternative sulla storia del sudamerica.

1995, La Paz. Al museo archeologico si procedette a inventariare e catalogare tutti i reperti presenti nella struttura, compresi ovviamente quelli stivati nei magazzini. Una serie di domande si fece largo nella mente di chi si occupò di questo compito: ma da dove viene questo vaso così ricco di incisioni e decorazioni interne ed esterne? Qual è la sua storia?

Pochi anni dopo lo studio della Fuente Magna venne affidato a Freddy Arce e Bernardo Biados che ricercarono informazioni sull'oggetto arrivando a investigare fin nei territori a nord del lago Titicaca, a Chua.

Del ritrovamente del manufatto avvenuto quarant'anni prima non se ne ricordava quasi nessuno, tranne un vecchio ormai centenario che non solo lo riconobbe da una foto, ma spiegò ai due ricercatori che "ai suoi tempi" attorno al villaggio di oggetti simili ne erano stati trovati parecchi. Tutti erano stati poi utilizzati per le funzioni più disparate (anche come mangiatoie per i maiali) per poi sparire nel nulla nel corso dei decenni fino a essere del tutto dimenticati.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

Arce e Biados tornarono a dedicarsi al Vaso Fuente, certi di avere tra le mani un reperto di notevole importanza: un'analisi approfondita del reperto li fece giungere alla conclusione che esso risalisse a circa il 3.500 a.C. e che allora servisse per cerimonie religiose purificatorie.

E poi c'erano le decorazioni: bassorilievi zoomorfi nella parte esterna, e una serie di scritture e incisioni nella parte interna, che sarebbe stato utilissimo tradurre, cui fa compagnia una solitaria figura zoomorfa.

Le conoscenze di Arce e Biados erano limitate in tal senso. I due scoprirono che le scritte all'interno della Fuente Magna erano in due lingue differenti, una molto antica ma a loro sconosciuta e una, conosciuta, simile a quella usata presso le popolazioni di Pukara.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

I due ebbero quindi una fantastica idea: cercare l'aiuto di qualcuno che in fatto di lingue ne sapesse più di loro. Questo qualcuno fu Clyde Ahmed Winters, noto epigrafista nordamericano, che fu lieto di collaborare.

Winters non solo riconobbe la lingua sconosciuta identificandola come un idioma proto-sumerico, ma affermò di averla vista più volte utilizzata su oggetti e manufatti prodotti in Mesopotamia.

Winters andò oltre. Accostò questo proto-sumerico alla scrittura proto-elamita, poi la confrontò con altri sistemi di scrittura utilizzati nel 3000-2000 a.C., in particolare all’idioma Libico-berbero utilizzato nel Sahara 5.000 anni fa. Partendo da queste considerazioni e da un complesso sistema di comparazioni linguistiche, Winters fu in grado di tradurre l'iscrizione utilizzando la lingua sumera.

Le ricerche sul vaso continuarono incessantemente, nuove teorie e certezze fiorirono.
La prima riguarda il singolo bassorilievo zoomorfo all'interno dell'artefatto, simile nella forma a un noto simbolo di fertilità come la rana, che secondo alcuni rappresenterebbe la dea sumera Ni-ash, la divinità dalla quale si generarono il Ciele e la Terra.
La seconda ha a che vedere con i simboli posizionati ai lati di questo bassorilievo e vicini alle scritte proto-sumeriche: decifrarli è stato impossibile ma si è potuto attribuirli con certezza alla lingua quellca, un idioma usato nella civiltà Pukara.
La terza riguarda i bassorilievi zoomorfi scolpiti nella parte esterna della Fuente Magna: simili a un pesce misto a serpente richiamerebbero la cultura di Tiwuanaku.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

Il Vaso Fuente veniva quindi utilizzato come oggetto sacro per cerimonie legate al culto della fertilità?
I ricercatori sostengono che è molto probabile.

L’incongruenza che ha fatto rientrare questo reperto nella categoria degli OOPArt consiste nel fatto che un vaso appartenente alla cultura sumera sia stato ritrovato a 3800 metri d’altezza sul livello del mare, distante decine di migliaia di chilometri dalle terre dove i Sumeri risiedevano.

Presupponendo che il manufatto sia originale e appartenente proprio alla cultura sumera, a questo punto l’archeologia e la storia dell’antica America Latina sarebbero parzialmente da rivedere.

Come sarebbe possibile tuto questo?

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

La spiegazione si troverebbe nelle grandi capacità di commercio e navigazione dei Sumeri. Per fare affari si spinsero con le loro imbarcazioni per i canali del Tigri e dell’Eufrate così come in mare, portando merci e conoscenze a tutti popoli che incontravano.

Gli studiosi sono inclini a pensare che Fenici e Cartaginesi conoscessero l'esistenza delle Americhe e che abbiano ereditato questa conoscenza proprio dai Sumeri.

La compravendita e lo scambio di oro, tessuti, rame e incenso era il motore instancabile degli spostamenti di questo popolo: che nel terzo millennio a.C. avrebbero utilizzato come punto di riferimento per gli spostamenti le loro imbarcazioni (capaci di trasportare alcune decine di tonnellate di merce) un porto sull'isola di Bahrein.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

L’archeologo David Rohl suggerisce che l'antica cultura egizia stessa potrebbe essere stata fondata dai Sumeri, poiché sulle pareti di grotte del deserto orientale egiziano sono state trovate immagini dipinte di navi fatte di fasci di lunghe canne, come quelle che costruirono e utilizzarono i Sumeri. Questa tipologia di imbarcazione si trova dipinta anche sulle pareti di alcune grotte in Bolivia.

I Sumeri, inoltre, possedevano una cultura molto simile a quella degli Uru, un popolo che viveva sull'altopiano boliviano, lungo l'asse acquatico del fiume Desaguadero, tra il lago Titicaca e il Lago Poopó, albergati su isole galleggianti fatte di fasci di canne legate assieme.

Secondo la storia e l'archeologia ufficiali la regione Boliviana non conobbe forme di civiltà evolute fino alla seconda metà del secondo millennio a.C., periodo al quale viene fatta risalire la prima fase di Tiwanaku (1200 a.C. circa), ma da tutte le considerazioni legate alla Fuente Magna nasce quindi una nuova teoria sul Sud America, una teoria che vede i Sumeri come grandi protagonisti nella civilizzazione di questa parte del mondo.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

I Sumeri nel corso del terzo millennio a.C. circumnavigarono l’Africa, giungendo fino alle isole di Capo Verde. Lì, bloccati da dei venti contrari che le loro imbarcazioni non potevano gestire nè sfruttare, furono costretti a navigare verso ovest arrivando quindi per puro caso in Brasile.

Nuovo paese, nuove ricchezze, nuove possibilità di commercio.
I Sumeri fecero quello che sapevano fare meglio: andarono alla ricerca di metalli preziosi, clienti e affari.

Partendo dalle coste dell’attuale Piauì o Maranhao si lanciarono all'esplorazione del continente, navigando il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti principali, giungendo infine all'all’altopiano andino attorno al 3000 a.C.

Una volta lì si mischiarono ai popoli locali, Pukara e Colla, influenzandoli dal punto di vista religioso e lessicale.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

Tutte teorie senza prove?
Altri reperti archeologici, come il monolito di Pokotia, suggeriscono di no.

Appare evidente che la civiltà antica in Sud America è molto più remota e estesa di quanto si ritenesse ma, purtroppo, a causa della mancanza di fondi molti siti non sono stati affatto studiati oppure solo in parte esplorati. Tuttavia è ormai riconosciuto in modo unanime che esistesse una civiltà in tutta l'Amazzonia, dove fino ad alcuni anni fa si presupponeva non vi fossero insediamenti umani.

La datazione della Fuente Magna non fa che rafforzare questa tesi e spinge le origini della civiltà sudamericana a parecchi millenni fa (parrebbe proprio che nel IV millennio a.C. ci furono colonie sumere nel centro-sudamerica), senza contare che ancora molto rimane da scoprire su questo enigmatico vaso che già ha fatto riscrivere un capitolo della storia della Bolivia, del Sud America e delle civiltà più antiche conosciute.

La Fuente Magna (Vaso Fuente), un famoso OOPArt
photo credit: Jorge Kuljis per John Villegas di Zingara Travel, La Paz

Sarà possibile un giorno stabilire con certezza una mappa precisa dell'evoluzione umana?
Solo il tempo ce lo dirà.


Fonti:
Yuri Leveratto, La Fuente Magna, eredità dei Sumeri nel Nuovo Mondo
AAVV, The Fuente Magna of Pokotia Bolivia
J.M.Allen, Fuente Magna, Rosetta stone of the Americas
Mario Montano Aragón , Investigations of Bolivia Fuente Magna and the Monolith of Pokotia

http://www.world-mysteries.com/sar_8.htm
http://www.esopedia.it/index.php?title=Vaso_di_Fuente_Magna
http://www.webcitation.org/query.php?url=http://www.geocities.com/webatlantis/fuentemagna.htm
http://www.reocities.com/Tokyo/Bay/7051/Awen3a.htm

FONTE:http://www.latelanera.com/misteriefolclore/misteriefolclore.asp?id=131

La Guerra del Chaco tra Bolivia e Paraguay del 1932-1935 motivata dagli interessi delle compagnie petrolifere Standard Oil e Shell



La guerra del Chaco (1932-1935) fu combattuta da Bolivia e Paraguay per il controllo della regione del Gran Chaco(in America Meridionale), erroneamente ritenuta ricca di petrolio.




LE CAUSE DELLA GUERRA

Pur essendo la regione scarsamente popolata, il controllo del fiume Paraguayavrebbe consentito a uno dei due paesi uno sbocco sull'oceano Atlantico; la cosa era particolarmente importante per la Bolivia, che aveva perso lo sbocco sul Pacifico a favore del Cile nella guerra del Pacifico.

Il controllo delle risorse naturali

La scoperta di petrolio alla base delle Ande portò a credere che la regione fosse ricca di petrolio; compagnie petrolifere straniere erano interessate allo sfruttamento; fra esse, la Standard Oil sosteneva le mire boliviane mentre laShell quelle paraguaiane.
Durante le trattative internazionali, la Bolivia argomentò che la regione era parte della provincia spagnola da cui la Bolivia discendeva. Nel frattempo il Paraguay aveva cominciato a coltivare la regione, rendendola la maggior produttrice al mondo di yerba mate; la locale popolazione Guaraní d'altra parte ne reclamava il possesso.
Ma il Paraguay aveva perso quasi la metà del proprio territorio a favore di Argentina e Brasile nel corso della guerra della triplice alleanza, e non era disposto a concedere un territorio economicamente produttivo alla Bolivia.
Il Gran Chaco è la parte più inospitale dell'inospitale Chaco Boreal, in gran parte disabitata, 250.000 miglia regione ovest-SQ del fiume Paraguay e ad est ai piedi delle Ande in Paraguay, Bolivia e Argentina. È arida e semi desertica con temperature tra le più elevate in Sud America. Ad ovest, vicino alle montagne, il Gran Chaco è pianeggiante, con scarsa vegetazione, privo di acqua, arida e semi-desertica. Più ad est è una folta, asciutta, quasi impraticabile giungla punteggiata da alcuni densi boschetti di quebrachos e radure erbose. Vi sono poche persone, ma una miriade di insetti e molte malattie tropicali. Prima del 1928, il valore reale della regione era dato dal tannino estratto dal quebrachos e il pascolo magro per il bestiame. Tale era l'oggetto della discordia del conflitto sud americano più sanguinoso del secolo XX.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Chaco

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