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“Accordi di libertà”: il concordato di Craxi e Giovanni Paolo II


Di Verdiana Garau

Non un semplice convegno quello organizzato dalla Fondazione Craxi che si è tenuto lo scorso 18 Febbraio presso la Sala Zuccari in Palazzo Giustiniani a Roma sulla riforma dei rapporti tra lo Stato italiano, la Chiesa Cattolica e le altre confessioni religiose. Ad aprire il convegno l’intervento del Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati e i saluti della Presidente della Fondazione Craxi, Margherita Boniver. 
Nell’introduzione al convegno l’accento è stato subito posto su Bettino Craxi Presidente del Consiglio, che nel 1984 guidò e sostenne con la sua grande sensibilità e provvidenziale lungimiranza quel processo di pacificazione della società nazionale aprendo agli accordi di Villa Madama. Un atto pionieristico nella storia del nostro paese, da ascriversi come pietra miliare posta lungo il percorso della maturazione della nostra società italiana, degli individui e delle persone, nei confronti delle religioni all’interno del contesto della Repubblica italiana e dei rapporti di queste con lo Stato.  
Con gli accordi di Villa Madama del 1984, viene aperta una seconda fase di dialogo tra il nostro paese non solo con la Chiesa cattolica, ma con tutte le altre comunità religiose presenti sul territorio, come quella ebraica o la valdese. Sarà necessario risalire agli accordi dei Patti Lateranensi stipulati nel 1929 per ritrovare nella storia un simile evento.
Agli accordi di Villa Madama fanno riferimento grandi novità, dalla caduta dello stato confessionale, alle nomine dei vescovi, le nuove normative sui matrimoni civili e i provvedimenti sull’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Ma ancora più rilevante e da sottolineare, la svolta che arrivò sulla relazione tra CEI (Comunità Episcopale Italiana) e Vaticano. Ad oggi, come rilevato durante il convegno, sulle recenti parole di Gennaro Acquaviva, che fu Capo della Segretaria di Bettino Craxi,  il concordato pare quasi superato con l’arrivo di Papa Francesco e spira un vento di rinnovamento e la voglia di ritornare in modo sensibile sul punto.
Sempre continuando a citare Acquaviva, Craxi riuscì a fare ciò che la DC in quaranta anni non era ancora riuscita e come ha fatto notare Massimo Franco, mediatore del convegno, probabilmente il fatto che sia stato un esponente del partito socialista a compiere questo passo e a concludere gli accordi, resta ancora più significativo. Questo avvenimento fu ancora più rilevante se si pensa che costituì il vero punto di unione e di contatto tra PSI e PCI. A sua volta anche la Chiesa cattolica fu investita dalla necessità di rinnovarsi al cospetto di una società in via di trasformazione e il coro fu partecipato infine da tutti. 
“Le foglie secche” del concordato del ’29 andavano spazzate via e necessario era adattare i Patti Lateranensi ad una nuova società italiana. Dal 1984 al 2020 la Chiesa ha continuato a maturare profondamente e non ci sono più stati papi italiani, proprio ad accrescere il significare del senso universale della sua presenza nel globo e non soltanto in riferimento al paese italiano. 
Si ripresenta dunque oggi la necessità di comprendere più profondamente le ragioni di quegli accordi siglati a Villa Madama con Craxi, per poter procedere e giungere ad una rinnovata maturazione circa la considerazione della multipolarità religiosa, del suo ruolo in seno alla società, della sua considerazione e il suo posizionamento. Come fatto notare sempre da Massimo Franco, “ci saranno nuovi cambiamenti e nessun nuovo cambiamento potrà prescindere dagli accordi del 1984”. 
Il puntualissimo intervento di Benedetto Ippolito, autore di “Dallo Stato alla libertà religiosa”, ha offerto spunti importanti. Negli ultimi duecento anni molte sono state le tappe e le date degne di memoria sugli accordi tra Stato e Chiesa. Si chiudono i contenziosi ad esempio tra Regno d’Italia e Stato della Chiesa con la Legge delle Guarentigie che porteranno, nell’ epoca fascista subito successiva, agli importantissimi Patti Lateranensi voluti dal Duce nel 1929.
Da notare che nel caso della Legge delle Guarentigie e dei Patti Lateranensi, protagoniste furono le istituzioni. L’incontro si svolse tra stati. Sono vertici pubblici, massimali, che riguardano lo ius publicum ecclesiastico, a voler sottolineare la necessità di una formazione di un vero corpo diplomatico, una diplomazia pubblica, che si occupasse per conto della Chiesa dei rapporti istituzionali con gli stati laici. Dal 1929, questi rapporti e la presenza di questi vertici diverrà più discreta e si dovrà giungere dunque al 1984 con Bettino Craxi e gli accordi di Villa Madama perché un simile evento si ripeta. 
Il rapporto sancito con i Patti Lateranensi venne così modificato, poiché si era giunti ad uno scenario con partiti politici molto forti e il paradigma delle relazioni necessitava urgentemente di una revisione. Con gli accordi di Villa Madama, si incentrò prevalentemente l’attenzione sull’individuo e la persona e la parola “libertà” compare quasi ad ogni istanza dell’accordo. 
Fu il fior di conio per una nuova battitura dei rapporti tra istituzioni laiche e religiose. Il cittadino era da riportarsi protagonista e la novità principale dell’accordo, come già menzionato sopra, fu l’apertura di questo alle altre confessioni oltre la Chiesa cattolica. Il 1984 fu l’anno in cui Craxi e la cultura del Partito Socialista Italiano portano alla redazione del cosiddetto Vangelo Socialista, ma fu anche, non un caso, l’anno in cui Giovanni Paolo II rivoluziona la comunicazione della Chiesa nel mondo e la religione torna ad essere riconsiderata sul piano dell’impianto umano, dove il significato di cultura identitaria di un paese come l’Italia, si sovrappone e va a coincidere con le istanze delle libertà individuali sancite dalla nostra democratica costituzione. 
Un lavoro incompiuto, ma che resta a rappresentare il riconoscimento del pluralismo di un mondo che sta cambiando, dove fondamentale è salvaguardare la libertà religiosa, guardandosi innanzitutto dai fondamentalismi per difendere le istituzioni in seno alle stesse in nome della democrazia.
Nella pluralità religiosa in uno stato laico, a cui Bettino Craxi, i socialisti e tutto il paese, faceva appello ed in cui molti furono gli accordi stipulati con ogni singola comunità religiosa, la presenza islamica nel nostro paese resta ancora l’unica realtà a presentare certamente delle ruvidezze. La citazione che Ippolito ha riportato di Tommaso D’Aquino, in cui si dice che la religiosità ha a che fare con la personalità umana, dove la religione viene inserita dunque nella sfera della giustizia, è molto importante.
A proposito degli accordi con le varie confessioni che vengono riportate al centro del dibattito al fine di garantire piena libertà, viene fatto notare che ogni intesa portata a compimento è differente dall’altra, poiché necessario fu rispettare e resta necessario rispettare, tutti gli aspetti peculiari ad ogni confessione. 
Sono intese pragmatiche, in cui i sommi principi restano infine sanciti dalla nostra Costituzione italiana perché la separazione tra Stato e Chiese sia effettiva. Massimo Franco domanda: “quando si potrà applicare questo pragmatismo con le comunità islamiche?”. La domanda resta aperta. Gli accordi di Villa Madama non hanno soltanto avuto valenza storica, sono stati altresì fondamentali per la società occidentale ed europea tutta. 
L’On. Stefania Craxi cita Pietro Nenni nel suo discorso del 25 Marzo 1947, “La Repubblica che abbiamo fondato avrà un senso se sarà superato il Risorgimento”. La separazione tra potere spirituale e temporale si faceva tema di dibattito e fu Craxi certamente a dare la svolta finale quando, stipulati questi accordi, arrivò, anzi superò, la soglia liminare del possibile della vecchia Democrazia Cristiana. 
In nome della democrazia andava garantito il pluralismo religioso, con i fatti e le parole. L’On. Stefania Craxi ha portato l’attenzione anche su un dettaglio fondamentale del rapporto tra Stato e religioni, specificatamente relativo al nostro Paese italiano, ovvero che l’homo religiosus difficilmente sarà superabile dall’homo faber.
“Spesso si è creduto che la modernità e l’avanzamento tecnologico avrebbe spazzato via la religione dalla società, e non è stato così”. Al contrario è andata anche rafforzandosi. Il dialogo è il fattore su cui l’Onorevole ha sostanzialmente ribattuto, che riporta in primo piano le discrepanze e le conflittualità acuitesi soprattutto negli ultimi tempi, sugli scenari del Mediterraneo e del Medio Oriente. È stata l’Europa e il suo senso a ritrovarsi, per sancire una pacifica coesistenza delle religioni in nome della democrazia. 
Gli episodi di odio razziale, le persecuzioni e i massacri contro i cristiani che avvengono continuamente ogni giorno, il risorgere dell’antisemitismo, non hanno bisogno di strumentalizzazione politica, ma “di pace, fra popoli, fra stati, tra le religioni e nelle religioni.” È stato Davide Jona Falco a proseguire il convegno con un suo intervento che getta un nuovo amo, vitale se il dibattito vorrà essere proseguito e portare a maturazione nuove riflessioni su futuri accordi. 
Falco ha elencato in modo appropriato e accuratamente, quei punti e quelle leggi che hanno riguardato gli accordi tra lo Stato italiano e la comunità religiosa ebraica. “L’ebraismo”, ha sottolineato Falco, “non è soltanto una religione, ma un modo di vivere”. Gli accordi con la comunità ebraica che risalgono posteriori a quelli di Villa Madama e stipulati nel 1987, sono stati uno strumento altamente democratico e fondamentale. Oggi, ha fatto notare, non si ha ancora una vera legge in tema di libertà religiosa, anche perché alcune religioni non sono in grado di stipulare un accordo con lo Stato in mancanza di figure rappresentative delle comunità preposte alla cura del tema. Sicuramente, si dovrà certo procedere sulla via del sempre maggiore riconoscimento verso le differenze religiose. 
È stato poi il turno del Segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, S.E. Paul Richard Gallagher, il quale ironicamente ha fatto subito cenno alla sua non italianità e posto soprattutto l’attenzione sull’importanza che costituirono i patti del 1929 e del 1984 per la Chiesa cattolica universale. Ritornare a riflettere su Craxi, ha detto Gallagher, e sul 1984, significa riflettere e parlare di radici culturali. Rinnova la sua gratitudine verso Craxi, S.E. il Segretario, sulle citate parole del Cardinale Achille Silvestrini. 
Lo spirito moderno con il quale la Chiesa dovrà e saprà affrontare questi cruciali temi, contro l’anticlericalismo risorgimentale, come il Craxi che fu un “umanista del socialismo italiano”, devono ritornare a dibattito. All’epoca, anche la Chiesa attraversava un periodo difficile, periodo che fu significativo per una presa di coscienza della trasformazione sociale in atto. 
Ricorda l’intesa sull’8×1000 e di quanto quel gesto fu simbolicamente un atto di riconoscimento nei confronti dei padri spirituali, che appunto, non andavano affamati, ma rispettati e curati: la negoziazione innanzitutto, perché ciascuno, nel modo migliore, esplichi le proprie funzioni nell’interesse di provvedere alla salvaguardia delle relazioni sociali in uno stato laico, che non ignori il fattore religioso che in Italia sarebbe impensabile, poiché sarebbe come ignorare le proprie radici e la sua storia. 
Quella di Craxi, aggiunge Gallagher, fu una “previsione profetica”, l’innesto democratico di una rilevanza estrema. Ci si continua ad interrogare se ci sia adeguata consapevolezza riguardo agli accordi del 1984 essendo questi ancora in corso e soprattutto circa le valutazioni che vengono prodotte in merito all’interventismo militare del nostro paese. Con Craxi, ha detto S.E., si dà vita ad una consapevolezza storica nell’intento di costruire, costruire insieme, per una nuova spiritualità che rivivifichi l’uomo. 
Il convegno si è concluso con l’intervento di Alessandra Trotta, moderatore della Tavola Valdese, ricordando di quanto i valdesi si siano resi protagonisti diretti, allora come oggi, per la consapevolezza e la responsabilità che arreca un simile dibattito, il quale porta a riflettere profondamente sulla peculiarità della laicità italiana, che non resta asettica e unicamente relegata a coltivarsi in privato, ma che si manifesta e che deve continuare a manifestarsi liberamente in pubblico. 
“Per noi”, ha detto Trotta, “fu una scelta coraggiosa, venendo noi da una tradizione separatista”. Il diritto comune non era un diritto neutro e la comunità conobbe travagli interiori prima di giungere ad accordi interni per potersi pronunciare in esterno e avanzare posizioni.  Scongiurando la presenza di privilegi religiosi che portano a considerare alcune religioni di serie A e altre di serie B, “Il compromesso per noi costituiva un rischio, il rischio del compromesso”. 
Trotta ha anche speso una nota sull’importanza dell’insegnamento religioso a scuola che oltre ad essere facoltativo non dovrebbe essere autoreferenziale alla religione cattolica; ha altresì sollevato un quesito sull’idea di escludere qualsiasi forma di finanziamento alle chiese. Il processo di civilizzazione che prevede accordi di libertà, ancora di più di libertà di espressione religiosa, essendo la spiritualità non scindibile da ogni procedere politico, non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo che non sia democratica ed universale e pronta all’occasione ad un sano riformismo. 

Inchiesta su Bettino Craxi


Di Matteo Luca Andriola

L’uscita del film Hammamet, di Gianni Amelio, nei cinema dal 9 gennaio 2020 e interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino che recita il ruolo dell’ultimo leader del Partito socialista italiano negli ultimi mesi vissuti nell’omonima città tunisina – in esilio per sostenitori, in latitanza per i detrattori – ha ovviamente diviso l’opinione pubblica, divisa fra il giustizialismo detrattore grillino o de «Il Fatto Quotidiano», che limita le vicende del politico a quelle giudiziarie, alla riscoperta bipartisan: l’ex premier Matteo Renzi ha dichiarato  a La7 di aver «scoperto in Craxi un leader che quando ha fatto il presidente del Consiglio ha impostato una stagione di riformismo che comunque rimane. Craxi è stata una colonna di questo Paese», mentre l’ex sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia, riporta la «Provincia Pavese» del 21 gennaio 2020, parte della delegazione in Tunisia, ritiene che «nella politica di oggi nessuno [è] di questo livello». Il senatore del Pd Tommaso Nannicini, su «Il Foglio» del 19 gennaio 2020, avvalora il giudizio di Gerardo D’Ambrosio («su Craxi non esistono prove di arricchimento personale, la sua molla era politica»), elencando i meriti del politico: «riforma istituzionale; strategia euro-atlantica; scala mobile; […] offensiva culturale in nome di un anticomunismo di sinistra col muro di Berlino ancora in piedi». Non è un giudizio legato al ventennale della morte del politico: Massimo D’Alema nel libro Controcorrente, dirà nel 2013 che «Craxi, aldilà delle sue discutibili scelte e delle responsabilità che si assunse, era un uomo di sinistra»; l’allora segretario dei Ds Piero Fassino, nel 2007, lo inserirà in una immaginario Pantheon della sinistra insieme  a socialisti del calibro di Rosselli, Matteotti, Nenni e Pertini, portando nel 2009 Walter Veltroni a dire: «Craxi interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando» e che la sua politica estera «fu grande: ci fu l’episodio di Sigonella ma anche la scelta di tenere l’Italia nella sfera occidentale, senza intaccare autonomia e dignità del Paese».
È il caso, a vent’anni dalla sua morte e a oltre trentacinque dal suo governo (1983-1987), di fare un’analisi equilibrata, più distaccata di quella del leader del Pci Enrico Berlinguer che dirà: «Craxi è un bandito di alto livello […], uno dei più micidiali propagatori dei due morbi che stanno avvelenando la sinistra italiana – l’irrazionalismo e l’opportunismo – che il maggiore partito della sinistra italiana ha il dovere di combattere e debellare». Ma la critica, all’epoca, nascerà da un fenomeno che va analizzato, e che stava colpendo anche i comunisti italiani: la mutazione genetica del Psi e della sinistra tout court, che ne favorirà l’allineamento col riformismo liberalsocialista occidentale.

La politica economica di Bettino Craxi: tra rigore e sviluppo


Di Verdiana Garau

Ripercorrere gli anni dal 1983 al 1987, ci porta a raccontare la costruzione di ciò che viene definito da molti un capolavoro della politica economica italiana. Il nostro Paese, in soli quattro anni, riuscì a passare agilmente da una situazione di disastro ereditato, a diventare una delle prime potenze industriali del mondo. In quegli anni l’Italia entrò a far parte del gruppo G7, grazie alla crescente forza economica che le permise di imporsi sullo scenario internazionale. 
Era il giugno del 1983, quando l’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, convocò Bettino Craxi per conferirgli l’incarico di formare il Governo. Era la prima volta che un socialista era chiamato a dirigere il Paese. La situazione politica italiana era in sofferenza e quella economica versava in condizioni difficili. Tra i socialisti, la disponibilità della DC a permettere che la guida del Governo fosse affidata ad un socialista, venne vista con sospetto. 
Lo scenario in cui si affacciò il nuovo leader del Psi era quello di una seria stagnazione, stagnazione che durava da tre anni. Il PIL era inferiore ai livelli del 1980, l’occupazione in calo, gli investimenti in caduta libera, il potere d’acquisto dei salari in permanente difficoltà, nonostante il loro elevato incremento eroso da un’inflazione intorno al 20%. Lo spread superava i 1100 punti base. I conti con l’estero negativi, così come quelli interni. 
Nelle sezioni si respirava grande aria di scetticismo. “Il Governo farà fino in fondo quello che sarà necessario fare, ma ogni partito e gruppo sociale, dovrà assumersi la propria responsabilità.” Disse Bettino Craxi nel suo discorso di insediamento. “La strada del risanamento finanziario è una strada obbligata. Essa sarà percorsa con tenacia”.  “Occorre una politica dei redditi, per abbattere l’inflazione e ridurre il differenziale con gli altri paesi”. 
Fu così che cominciò la politica di rigore del Governo Craxi. Occorreva una vasta operazione nella finanza pubblica come nel settore reale dell’economia. Subito la spesa sociale venne sottoposta ad un’ampia revisione. Applicando la dottrina De Michelis, le prestazioni cominciarono ad essere corrisposte per fasce di reddito (i giornali definirono l’operazione “L’Italia in fasce”): ai redditi bassi le prestazioni venivano assegnate nella totalità, alle fasce intermedie venivano ridotte e ai redditi medio-alti, le prestazioni venivano corrisposte parzialmente o del tutto annullate. Così si fece per la scala mobile dei pubblici dipendenti e pensioni, gli assegni familiari, l’adeguamento delle pensioni al minimo.
L’altro intervento riguardò il settore reale, più specificatamente diretto a frenare l’inflazione dal lato dei costi e dei prezzi. Venne stipulato con il Sindacato e le altre parti sociali, quello che viene ricordato come l’Accordo di San Valentino del 14 febbraio 1984: con quell’accordo venne sospesa l’erogazione di tre punti di scala mobile, nel quadro di un’ampia operazione di contrasto all’aumento dei prezzi, in concomitanza al blocco dei prezzi amministrati, quello dell’equo canone e la stretta sorveglianza dei prezzi privati. Sul mercato del lavoro vennero introdotte numerose novità, come i contratti di solidarietà, il tempo parziale, i contratti di formazione e di lavoro, assunzioni per chiamata diretta.
L’operare della scala mobile a punto unico, secondo i socialisti, riproduceva e amplificava l’inflazione e schiacciava i salari, costringendo i datori di lavoro a riadeguare il compenso dei lavoratori più qualificati. Il risultato che si produceva era la crescita elevata e insostenibile del costo del lavoro, con la perdita di competitività dei nostri prodotti.
FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://osservatorioglobalizzazione.it

Mani Pulite, parla Di Pietro: 'Volevo arrestare Andreotti, Craxi era solo uno dei tanti'


Di Salvatore Santoru

Durante una recente intervista su l'Espresso(1), l'ex pm e politico Antonio Di Pietro ha detto la sua sulla stagione di Mani Pulite e sulla fine dell'era craxiana.

Entrando nello specifico, Di Pietro ha raccontato alla giornalista Susanna Turco che Bettino Craxi non era il principale indiziato ma '"uno dei tanti". 

Inoltre, come riporta Fanpage(2), nella stessa intervista il politico ha sostenuto che il suo obiettivo era quello di arrestare Giuli Andreotti.

Tuttavia, stando sempre alle parole dell'ex magistrato, ciò non fu possibile a causa delle pressioni di alcuni giudici.

Durante l'intervista della Turco, Di Pietro ha anche detto che mirava ad indagare "sull'ambiente malavitoso che girava intorno ad Andreotti", perché "Craxi era l'emergente, quello che faceva parte della Milano da bere".


NOTE E PER APPROFONDIRE:


(1) http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2020/01/17/news/antonio-di-pietro-bettino-craxi-giulio-andreotti-1.343057


(2) https://www.fanpage.it/politica/mani-pulite-di-pietro-rivela-avrei-arrestato-andreotti-se-gardini-non-si-fosse-ammazzato/


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FOTO: https://www.fanpage.it

Chi era Bettino Craxi


Di Mario Macchioni

Nel 1976 il Partito Socialista Italiano se la passava piuttosto male. A giugno c’erano state le elezioni politiche, in cui aveva preso poco meno del 10 per cento, un risultato sotto le aspettative, e la guida del vecchio segretario Francesco De Martino era stata messa in discussione dai militanti e dai quadri intermedi. Secondo molti era ora di cambiare, e si decise quindi di convocare il Comitato centrale (l’organo collegiale del PSI) per il 15 luglio all’hotel Midas di Roma, sulla via Aurelia. Bisognava cercare una soluzione di transizione fuori dalla corrente maggioritaria di De Martino, ma era complicato: oltre ai demartiniani c’erano infatti i lombardiani, i manciniani e gli “autonomisti” del leader storico Pietro Nenni, tutte correnti con lo stesso peso all’interno del partito.
Poco prima dell’elezione uno dei capi-corrente, Giacomo Mancini, chiamò il demartiniano Giovanni Mosca e gli chiese di sondare le possibilità di Bettino Craxi, un giovane della corrente di Nenni, vicesegretario del partito proprio insieme a Mosca. Craxi non era conosciuto a livello nazionale e Mancini pensava fosse perfetto per traghettare brevemente la segreteria. Anche Mosca la pensava così, e infatti gli rispose: «Craxi conta un cazzo, perciò può mettere d’accordo tutti». Gli altri leader socialisti, convinti di poterlo rimuovere in pochi mesi, lo votarono e Craxi fu eletto segretario. Non andò proprio secondo le previsioni. Craxi avrebbe mantenuto il ruolo per i sedici anni successivi, arrivando nel frattempo a guidare uno dei governi più lunghi della storia repubblicana prima degli scandali giudiziari, della fuga dall’Italia e della morte il 19 gennaio di vent’anni fa.

Prima di diventare segretario

Benedetto Craxi nacque a Milano nel 1934, in pieno fascismo. La sua famiglia era ostile al regime — suo padre Vittorio si sarebbe poi candidato al Parlamento con il PSI — e all’inizio della guerra fu mandato in un collegio religioso in provincia di Como, sia per tenerlo lontano dal pericolo che per contenere il suo carattere turbolento: in almeno due occasioni, infatti, causò disordini insieme ad alcuni amici coetanei, una volta insultando un corteo di “balilla” (i giovani fascisti) e un’altra rompendo a sassate i vetri di una Casa del fascio, cioè la sede locale del partito fascista. Entrambi gli episodi causarono preoccupazioni in famiglia, perché avvennero prima della liberazione del 25 aprile 1945, in un periodo in cui gli strascichi di violenze portati dalla guerra erano ancora frequenti.
Dopo essersi diplomato al liceo Carducci di Milano, che si trova ancora oggi vicino a piazzale Loreto, Craxi decise di iscriversi a giurisprudenza per seguire la strada del padre, che aveva uno studio legale a Milano da cui passarono molti illustri personaggi dell’antifascismo, tra cui il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Nello stesso periodo si iscrisse al PSI, senza farne parola con suo padre. La famiglia voleva che diventasse avvocato, ma dopo aver dato parecchi esami decise infine di lasciare gli studi per dedicarsi completamente alla vita di partito.
Negli anni Cinquanta Craxi cominciò a frequentare gli ambienti culturali milanesi e si accorse che i comunisti erano molto più influenti e presenti, soprattutto grazie al contributo di Rossana Rossanda, che sarebbe poi diventata responsabile culturale del PCI e fondatrice del quotidiano Il Manifesto. Nel frattempo Craxi cominciò a collaborare con vari giornali dell’area socialista, tra cui l’Avanti!, e rimase colpito dall’organizzazione del partito messa in moto da Rodolfo Morandi, segretario del PSI a fine anni Quaranta. Grazie a lui il partito si espanse e diventò un vero partito di massa: aprirono diverse sezioni locali, soprattutto al Sud, e gli iscritti diventarono più di 700mila.
Come ha sottolineato lo storico Luigi Musella, autore di una delle più complete biografie su Craxi, l’insegnamento di Morandi rimase impresso nel giovane Craxi: l’idea secondo cui fosse necessario costruire un’identità politica autonoma, che si differenziasse dagli altri partiti e in particolare da quello comunista, sarebbe stata poi in effetti un tratto distintivo dell’azione di Craxi segretario.
Per tutti gli anni Sessanta Craxi ricoprì una serie di ruoli a livello locale, da assessore al comune di Milano a segretario provinciale del partito, poi nel 1968 fu eletto deputato, ma mantenne sempre uno stretto contatto con i compagni di partito milanesi, tra cui il cognato e futuro sindaco Paolo Pillitteri, formandosi una rete di collaboratori fidati prima a livello locale e poi nazionale, che negli anni Ottanta sarebbe stata definita da Eugenio Scalfari «la banda». Nel 1970 divenne vicesegretario del partito con il compito di curare i rapporti internazionali, cosa che gli permise di aumentare le sue conoscenze anche all’estero. Nonostante questo, al momento dell’elezione al Midas del 1976, Craxi era poco conosciuto e sottovalutato: sull’Unità Mario Melloni – più noto con lo pseudonimo di Fortebraccio – lo definì “Nihil, il signor nessuno”, e anche sugli altri giornali dell’epoca se ne parlò come di un personaggio di rango minore.
La distanza dal PCI
Da segretario di partito, Craxi dovette affrontare almeno due grandi problemi, collegati fra loro: la perdita di rilevanza del PSI e la sua scarsa performance elettorale. La causa di questi due problemi era chiara ed evidente a tutti, e fu sintetizzata molto bene dal filosofo Norberto Bobbio durante un convegno: «Nel nostro paese un forte partito socialista c’è; ma non è il partito socialista». Il riferimento era evidentemente al Partito Comunista Italiano, il cui consenso era costantemente in crescita, al punto che si temeva che fosse sul punto di sorpassare la Democrazia Cristiana, mandando all’aria il precario equilibrio su cui si era retta la repubblica nei trent’anni precedenti.
Craxi era socialista ma anti-comunista, e per questo era visto con favore anche dagli americani: era espressione di una sinistra di tipo europeo e lontana da Mosca, e provò a mettere in discussione l’egemonia del PCI nella sinistra italiana attraverso una serie di iniziative, tutte volte a ribadire l’autonomia socialista: innanzitutto si oppose con forza al cosiddetto “compromesso storico”, che stava avvicinando democristiani e comunisti e rischiava di estromettere i socialisti, e usò come base d’appoggio intellettuale la “strategia dell’alternativa”, cioè l’idea secondo cui la sinistra doveva alternarsi alla DC in una sorta di bipolarismo, e non farci un’alleanza; poi teorizzò il superamento del marxismo, in particolare attraverso un famoso saggio scritto sull’Espresso nel 1978 in cui, tra gli altri, veniva citato il filosofo francese Pierre Joseph Proudhon, che definiva il comunismo «una “assurdità antidiluviana”». Infine, l’attacco definitivo al PCI avvenne tramite il riavvicinamento con la DC a partire dal 1979.
Craxi si distanziò dal PCI persino durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, nel 1978: fu l’unico a sostenere pubblicamente la necessità di aprire una trattativa con le Brigate Rosse, cosa che effettivamente provò a fare in segreto (si è poi ipotizzato che il suo contatto tra i brigatisti fosse un vecchio professore ex compagno di partito, Corrado Simioni).

Craxi presidente del Consiglio

L’attivismo e la capacità di Craxi di sparigliare le carte in una politica ingessata e immobile – la Democrazia Cristiana governava dalla fine della guerra, il Partito Comunista non potevaandare al governo – diede al Partito Socialista un ruolo centrale nonostante le sue dimensioni ridotte, e questo permise a Craxi, dopo il successo elettorale del 1983, di ottenere la presidenza del Consiglio alleandosi con la Democrazia Cristiana, diventando il primo socialista ad avere questo incarico. La coalizione che sosteneva il governo era formata dai cinque partiti maggiori esclusi i comunisti, e rimase poi famosa con il nome di “Pentapartito”.
Craxi interpretò la presidenza del Consiglio con un piglio nuovo e diverso rispetto al passato: durante il suo governo il numero di decreti aumentò considerevolmente, suscitando peraltro grandi polemiche. Se oggi è frequente che buona parte delle leggi provengano da proposte del governo, e che poi vengano trasformate in legge dal Parlamento, in quegli anni fu una novità. Craxi cercò anche di riformare le istituzioni, fallendo, e chiese più volte di modificare le regole sul voto segreto per mettere al riparo la sua maggioranza dai cosiddetti “franchi tiratori” (modifica che arrivò soltanto nel 1988, quando Craxi non era più al governo). Il suo fu, per certi versi, un modello accentratore e “presidenziale” che anticipò molto la tendenza dei decenni successivi, sia da parte del centrodestra che del centrosinistra.
In politica estera Craxi confermò l’appartenenza al blocco occidentale e proseguì il tradizionale europeismo che aveva caratterizzato l’Italia fino a quel momento. Questa tendenza si era già palesata nel 1979 con la questione dei missili Cruise, che gli Stati Uniti volevano installare in Europa per rispondere a un ammodernamento dell’arsenale sovietico: la Germania ne aveva già fatti installare alcuni, mentre inglesi e francesi, forti della loro dotazione nucleare, non erano alternative percorribili. Lo stallo fu risolto dall’assenso di Craxi e del suo partito, su richiesta del democristiano Francesco Cossiga, allora presidente del Consiglio.
L’evento che però influenzò di più il giudizio sulla politica estera di Craxi, e uno dei più citati soprattutto dai suoi apologeti, è la crisi di Sigonella. L’episodio avvenne il 10 ottobre 1985, a seguito del dirottamento di una nave da crociera italiana, la “Achille Lauro”, da parte di quattro militanti radicali palestinesi. Nel dirottamento fu ucciso e gettato in mare un turista americano disabile, e per questo motivo il presidente Ronald Reagan decise di intervenire nonostante nel frattempo il governo italiano fosse riuscito a mediare con i dirottatori grazie all’intervento del leader palestinese Arafat. Mentre i quattro venivano trasportati su un Boeing egiziano, due aerei militari americani, modello C-141, si affiancarono al Boeing. Reagan a quel punto chiamò Craxi e gli chiese il permesso di atterrare all’aeroporto militare di Sigonella, in Sicilia. Subito dopo l’atterraggio un gruppo di Carabinieri circondò il Boeing, mentre dai C-141 scese un gruppo di soldati della Delta Force, una forza speciale dell’esercito americano, che circondò a sua volta i Carabinieri: i due schieramenti erano uno di fronte all’altro, in cerchio e armati.
Dopo un breve scambio tra i rispettivi vertici militari nessuno cedette, e allora Reagan telefonò di nuovo a Craxi annunciando di voler chiedere l’estradizione per i responsabili della morte del turista americano. Craxi rifiutò, spiegando che i reati erano stati commessi in acque internazionali e su una nave italiana, e perciò «dovevano essere configurati come atti criminosi perpetrati in territorio italiano».
«Non volarono parole grosse, semmai parole ferme», avrebbe commentato tempo dopo Craxi in un’intervista al programma Mixer di Giovanni Minoli. Alla fine furono gli Stati Uniti a cedere: sia i quattro dirottatori che i due mediatori furono trasferiti a Roma, e la crisi rientrò.
La politica economica dei governi Craxi non ha aneddoti altrettanto memorabili, ma conseguì comunque qualche successo. Uno di questi fu la lotta all’inflazione, uno dei problemi maggiori dell’economia italiana di quegli anni. Si riuscì a ottenere buoni risultati in parte grazie al decreto che tagliava la cosiddetta “scala mobile”, con cui si disinnescò la spirale dell’inflazione: la “scala mobile” era un sistema per cui gli stipendi erano indicizzati automaticamente all’aumento dei prezzi, cioè all’inflazione; in sostanza, quando i prezzi aumentavano, aumentavano anche i salari (il che portava però a un nuovo aumento dei prezzi, lasciando invariato il potere d’acquisto).
Questa riforma di Craxi, benché concordata con i sindacati, fu criticata duramente dal PCI e causò un’intensa polemica. Poco dopo l’introduzione del decreto, al congresso socialista di Verona nel 1984, avvenne il famoso episodio dei fischi a Berlinguer: il segretario comunista era ospite con una delegazione del suo partito, e al suo ingresso fu accolto con fischi e grida dai partecipanti. Craxi commentò il comportamento della platea prima dispiacendosi della mancanza di ospitalità (in un modo che oggi suonerebbe alieno alla nostra politica), ma poi attribuendogli un significato politico: «So bene che non ci si indirizzava a una persona, ma a una politica. […] E se i fischi erano un segnale politico, che manifestava contro questa politica, io non mi posso unire a questi fischi solo perché non so fischiare», disse, causando un boato di approvazione.
Lo scontro sul taglio della “scala mobile” si risolse perché il PCI fece campagna per un referendum abrogativo, che però non passò: il decreto del governo rimase in vigore. Su altri fronti, come deficit e debito pubblico, il governo Craxi e in generale i governi degli anni Ottanta non ottennero altrettanti successi: tra il 1980 e il 1990 il rapporto debito/PIL passò dal 55 per cento al 95 per cento, mentre il deficit rimase quasi sempre al di sopra del 10 per cento del PIL (per avere una misura pensiamo alla famosa “regola del 3 per cento”, cioè la quota massima di deficit introdotta dal trattato di Maastricht nel 1992).

La fine

Dopo la caduta del suo secondo governo, nel 1987, Craxi non avrebbe più ricoperto incarichi istituzionali e si concentrò soprattutto a mantenere le posizioni di potere che il PSI si era guadagnato. Del resto, i suoi avversari erano molti: innanzitutto il segretario della DC Ciriaco De Mita, espressione della sinistra democristiana e da sempre ostile verso i socialisti, e poi una parte della stampa, in particolare La Repubblica di Eugenio Scalfari, sempre molto critico nei confronti della gestione del potere di Craxi e dei suoi. Per arginare De Mita, Craxi adottò una tattica piuttosto efficace: si alleò con i suoi avversari interni, in particolare con Andreotti e Forlani, formando intorno al 1989 quello che fu definito dai giornali “il patto del CAF” (dalle loro iniziali).
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1999, quando Craxi condannò la guerra contro la Serbia: 'I bombardamenti porteranno altri disastri'

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Di Salvatore Santoru

Il 24 marzo 1999 Bill Clinton annunciò l'avvio dei bombardamenti Nato contro la Serbia.
Come riportato dal sito web Oltre La Linea(1), il governo italiano (al tempo guidato da Massimo D’Alema) autorizzò l’uso del proprio spazio aereo.

Tra gli oppositori alla guerra vi fu anche Bettino Craxi, l'ex premier 'in esilio' ad   Hammamet.
Andando maggiormente nei particolari, Craxi sostenne che i bombardamenti dell'aviazione statunitense ed inglese sembravano essere considerati come una sorta di 'panacea' contro ogni problema mondiale e che si sapeva tecnicamente tutto su di essi ma ben poco sui loro risultati.
Inoltre, Craxi scrisse che le bombe non avrebbero fatto altro che portare a nuovi disastri e vittime.

PER APPROFONDIRE:

«Bettino Craxi. Uno sguardo sul mondo. Appunti e scritti di politica estera» (Mondadori)

NOTA:

(1) http://www.oltrelalinea.news/2018/10/09/quando-craxi-condanno-la-guerra-nato-contro-la-serbia-disastrosa/

LA 'PROFEZIA' DI CRAXI SULL'UE :'SARA' UN'INFERNO'



Di Salvatore Santoru

In un'intervista del 1997 Bettino Craxi sostenne che l'Unione Europea sarebbe stata "nel migliore delle ipotesi un limbo e nella peggiore un'inferno".
Il video da cui è tratta l'intervista è un'estratto del documentario "Falsa Rivoluzione"(1) ed è stato ripreso sul canale Youtube di "Informazione Consapevole" per finalità di informazione e controinformazione politica.

NOTE:

(1)https://www.youtube.com/watch?v=UWU_YGK3sIY(prima parte del documentario)

LA SVALUTAZIONE NEL LIRA DEL 1992,CRAXI CONTRO SOROS: VIDEO



Di Salvatore Santoru

Nel 1992 l'Italia attraversò un periodo economico alquanto negativo per via della svalutazione della lira avvenuta dopo gli attacchi speculativi del finanziere George Soros.
In questo video, si possono vedere le interviste a Paolo Cirino Pomicino,Renato Brunetta e Bettino Craxi che dicono la loro sulle privatizzazioni di quegli anni.
In particolare risulta storicamente interessante la forte critica che nell'intervista Craxi fa allo stesso Soros.

NOTE:

(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Lira_italiana#La_lira_italiana_nello_SME_e_la_sua_sostituzione_con_l.27euro

Due pesi e due misure: Il caso Toni-De Palo

Di Amedeo Ricucci
Due giornalisti che scompaiono nel nulla dovrebbero fare notizia. O no? Se in più sono spariti a Beirut, in piena guerra civile, e se nella loro sparizione c’è lo zampino dei fedayin palestinesi, dei servizi segreti italiani e addirittura della P2, beh, ci sono tutti gli ingredienti per un giallo internazionale in piena regola, da sparare in prima pagina. E invece no. No, perchè in Italia ci sono giornalisti di serie A e giornalisti di serie B: i primi possono contare sulla mobilitazione del circo mediatico, sul sostegno dell’Ordine e sugli appelli del Sindacato; i secondi invece restano da soli e sono condannati all’oblio, lento ma sicuro.           
E’ il caso di Italo Toni e Graziella De Palo, due colleghi free-lance spariti a Beirut il 2 settembre del 1980. Di loro non si è saputo più nulla. Zero. Inghiottiti da un giorno all’altro dal buco nero della guerra civile libanese, che dal 1975 al 1991 ha fatto 150mila morti ed ha visto decine di migliaia di desaparecidos. All’inizio la copertura giornalistica fu discreta, ma con il passare degli anni scemò fino a cessare, anche perchè il governo Craxi, nel 1984, appose sulla vicenda il segreto di stato. Eppure c’erano tutti gli elementi per farne una battaglia civile di alto profilo: perchè Italo e Graziella erano stati sequestrati, questo è certo, e perchè i servizi segreti dell’epoca, infiltrati dalla P2, si erano distinti per i numerosi depistaggi, con cui avevano cercato di coprire (se non di aiutare) i sequestratori, appartenenti quasi certamente alla galassia dei gruppi palestinesi. Su questa storia è calato invece un silenzio di tomba. E chi sa – e sono in tanti, fra i politici dell’epoca – continua a tacere.  Restano le famiglie, che da anni in perfetta solitudine chiedono verità e giustizia. Vogliono sapere che fine hanno fatto Italo e Graziella, ma soprattutto perchè sono morti, come ormai è sicuro, a distanza di tanti anni.
La vicenda è complessa e i media, si sa, detestano le storie complicate, a meno che non abbiano risvolti politici immediatamente spendibili per gli editori. I giornalisti, poi, preferiscono votarsi alle cause già santificate, che danno maggiore visibilità e prestigio. Chi avesse voglia di approfondire può andare sul sito http://www.toni-depalo.it/, ricco di informazioni che lasciano di stucco. Per chi invece preferisse il racconto per immagini c’è una mia inchiesta per La Storia siamo noi (Un mistero di Stato – Il caso Toni-De Palo). Venerdì 2 settembre la rimanda in onda Rai 3, alle ore 08.05.

Fonte:http://www.amedeoricucci.it/due-pesi-e-due-misure-il-caso-toni-de-palo/

In Mani Pulite c'era la manina degli Stati Uniti

Di Francesco Damato
Viene voglia di dire che aveva dunque ragione Bettino Craxi quando definiva Antonio Di Pietro "Tonino l’americano" parlando con gli amici, prima e dopo la sua partenza definitiva per la Tunisia, dell’inchiesta giudiziaria di Milano, chiamata "Mani pulite", che avrebbe finito per costargli più o meno direttamente anche la vita. Sappiamo, adesso che è stata pubblicata un’intervista rilasciata un mese fa dall’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Reginald Bartholomew al corrispondente da New York de "La Stampa" Maurizio Molinari, che fra quegli inquirenti e il Consolato americano a Milano, diretto allora da Peter Semler, si stabilì un legame particolarmente stretto. Una specie di "flirt", che fu interrotto nel 1993 proprio dall’arrivo a Roma di Bartholomew, mandato dal presidente Bill Clinton a presidiare le relazioni di amicizia e di alleanza con l’Italia in un momento particolarmente difficile e confuso. Fra le prime cose scoperte dal nuovo ambasciatore, legato peraltro all’Italia dalle sue origini familiari, ci fu proprio quello strano, troppo stretto legame fra il Consolato americano di Milano e i magistrati di "Mani Pulite". Che provvide ad interrompere anche a causa dell’idea che si era subito fatta di una conduzione delle indagini troppo spesso lesiva dei diritti della difesa degli imputati, fra i quali spiccavano naturalmente i politici. Egli arrivò a promuovere nella sua residenza romana un incontro fra un giudice della Suprema Corte americana, Antonio Scalia, e sette magistrati italiani, da nessuno dei quali furono sollevate obbiezioni alle critiche che quel giudice mosse ai metodi degli inquirenti milanesi. Nell'intervista di Bartholomew, che rimase ambasciatore a Roma sino al 1997, si racconta in termini molto critici, in verità con una certa confusione cronologica, anche del famoso "invito a comparire" mandato nel 1994 dalla Procura di Milano all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In particolare, se ne parla come di una cosa avvenuta "in coincidenza" con la visita del presidente Clinton in Italia per il G7, svoltosi dall'8 al 10 luglio a Napoli. Invece quell'avviso di garanzia, come fu impropriamente chiamato anche da molti giornali, fu notificato a Berlusconi il 22 novembre, e anticipato dal "Corriere della Sera", in coincidenza non con il G7 e la presenza di Clinton, ma con una conferenza mondiale ministeriale dell'Onu sul crimine organizzato internazionale. Una conferenza ospitata e presieduta, sempre a Napoli, da Berlusconi, per cui l'eco internazionale fu enorme. Anche il governo americano dovette rimanerne impressionato, a tal punto che l'ambasciatore a Roma fu autorizzato a dolersene. "Gliela feci pagare a Mani Pulite", ha raccontato testualmente Bartholomew nella sua intervista parlando delle iniziative assunte, ma non meglio specificate, dopo quell'affondo della Procura milanese contro Berlusconi: un affondo per il quale l'allora sostituto procuratore Di Pietro si era offerto al capo del suo ufficio, Francesco Saverio Borrelli, di interrogare il Cavaliere per "sfasciarlo". Salvo poi dire allo stesso Cavaliere, che ne parlò in una trasmissione televisiva facendo letteralmente infuriare Borrelli, di non avere condiviso quell'iniziativa giudiziaria. Che peraltro era destinata a concludersi con l'assoluzione dell'imputato, dopo avere però contribuito ad indebolirne l'immagine e a provocare la crisi del suo primo governo. Come avesse potuto Bartholomew "fargliela pagare a Mani Pulite" non si sa, non avendo egli detto di più ed essendo morto domenica scorsa, a meno che "La Stampa" non abbia ancora parti della sua ultima intervista da rivelare, magari nel contesto di una inchiesta preannunciata sui fatti raccontati dall'ex ambasciatore. Ma è probabile che si debba proprio a quell'azione diplomatica il clamoroso, e unico, intervento esplicitamente critico dell'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro verso la Procura di Milano. Della quale criticò, in particolare, tempi e modi dell'iniziativa assunta nei riguardi del Cavaliere. Non si limitò quella volta, l'allora capo dello Stato, ad una polemica implicita, quale fu per esempio l'udienza concessa a Romano Prodi, con tanto di comunicato ufficiale, dopo che questi era stato strapazzato in un interrogatorio da Di Pietro sui rapporti avuti come presidente dell'Iri con i partiti, adusi a farsi finanziare illegalmente da aziende private e pubbliche. Il povero Prodi uscì da quell'interrogatorio talmente preoccupato da correre a chiedere consiglio, per un memoriale chiestogli a Milano, a Filippo Mancuso. Che nel 1995, voluto proprio da Scalfaro, gli si sarebbe rivoltato come ministro della Giustizia di Lamberto Dini, sino ad essere sfiduciato dal Senato e rimosso per le sue iniziative critiche verso la Procura di Milano. Mentre Di Pietro sarebbe diventato nel 1996 ministro dei Lavori Pubblici con Prodi. Le sorprese, si sa, appartengono alla vita. Di sorpresa in sorpresa, Di Pietro si è ora imbattuto nelle rivelazioni di Bartholomew, con il quale ha tenuto a precisare ieri di non avere mai avuto incontri, del resto neppure rivendicati dall'ex ambasciatore. Cui "Tonino" ha risparmiato altre reazioni perché morto: "pace all'anima sua", ha detto dopo avere garantito di avere trovato gli americani, come magistrato, "molto collaborativi per le rogatorie". A dispetto, evidentemente, del loro ambasciatore.

Fonte: http://www.iltempo.it/politica/2012/08/30/1360563-mani_pulite_manina_degli_stati_uniti.shtml?refresh_ce

Soldi russi al Pci di "Re Giorgio"!

Fonte:http://freeskipper.blogspot.it/2012/08/soldi-russi-al-pci-di-re-giorgio.html
Antonio Di Pietro è furioso dopo l'ennesimo voto di fiducia incassato dal governo sulla spending review, e ne ha per tutti! Torna a cantarle di santa ragione al Quirinale e lo fa dalle pagine del suo blog - Non riconosco più Napolitano - e poi sul settimanale "Oggi" dove, utilizzando le parole del suo storico avversario Bettino Craxi, riprende dall’ex leader del Psi l'accusa più politica che il segretario socialista aveva formulato nei confronti dell'onorevole Giorgio Napolitano: i trascorsi legami con l'allora Urss e con la Prima Repubblica. “Esistono - secondo Di Pietro - due Giorgio Napolitano: quello che ci racconta oggi la pubblicistica ufficiale, il limpido garante della Costituzione, e quello che raccontò l'imputato Bettino Craxi in un interrogatorio formale, reso, nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont, uno dei più importanti di Tangentopoli. Craxi descriveva quel Napolitano, esponente di spicco del Pci nonchè presidente della Camera, come un uomo molto attento al sistema della Prima Repubblica specie coltivando i suoi rapporti con Mosca. Io credo che in quell'interrogatorio formale, che io condussi davanti al giudice, Craxi stesse rivelando fatti veri perchè accusò pure se stesso e poi gli altri di finanziamento illecito dei partiti. Ora delle due l'una: o quei fatti raccontati non avevano rilevanza penale oppure non vedo perchè si sia usato il sistema dei due pesi e delle due misure. Abbiamo letto sul prestigioso NYT che al nostro presidente della Repubblica è stato dato il titolo di 'Re Giorgio'. A nessun altro capo dello Stato era mai capitato prima. Bisogna porsi questo problema. Evidentemente il presidente della Repubblica ha cercato il consenso di tutte le forze politiche per mantenere un'acquiescenza nei suoi confronti, una quiete, che io non condivido. Io penso che quando c'è un fallo l'arbitro deve fischiare e non fare finta di niente sennò cerca di addomesticare la partita.”. Passano poche ore e, come prevedibile, arriva la replica stizzita del Colle, che parla di "nuovi, assurdi artifizi provocatori nel quotidiano crescendo di un'aggressiva polemica personale contro il presidente della Repubblica". Di Pietro però non si arrende e contro ribatte: "Consiglio alle fonti del Quirinale di vedere il filmato su youtube e di risentire dal vivo le dichiarazioni rese da Bettino Craxi nel formale interrogatorio davanti ai giudici del tribunale di Milano, durante il processo Enimont. In particolare consiglio di ascoltare cosa riferì Craxi in merito al sistema di finanziamento ai partiti ai tempi della Prima Repubblica e come questo sistema coinvolgesse tutti i partiti, compreso il Pci dell'onorevole Napolitano, ovviamente per fatti già all'epoca non aventi più rilevanza penale, a causa del tempo trascorso e delle modalità di attuazione".

Uscire dall’euro

Di Angelo Libranti
I poteri forti sono talmente forti da ovviare alle richieste di aiuto di uno dei suoi componenti. E’ il caso di Mario Monti che, nonostante si prodighi per far valere le buoni ragioni dell’Italia nelle opportune sedi, non se lo fila nessuno. E lo spread sale.
Non era dunque Berlusconi, col suo Governo scalcagnato, a provocare i pericolosi rialzi di quella operazione finanziaria, che sono diventati l’incubo dell’anno e il disastro del bilancio dello Stato, ma organizzazioni bancarie internazionali che tengono in ostaggio le finanze degli stati deboli ed in particolare quelli dell’Europa, divisi su tutto e schiavi dell’organizzazione.
E’ stato già detto che la moneta unica senza il sostegno di un governo centrale ed una banca a garanzia, è una follia e ben lo previde Craxi in epoca non sospetta, quando nel 1997 fu intervistato in proposito e dichiarò: “Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre. Per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo; nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo, perchè la cosa più ragionevole di tutte era quella di richiedere, e di pretendere, la rinegoziazione dei parametri di Maastricht, essendo noi un grande Paese; perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa, l’Europa ha bisogno dell’Italia, non dimentichiamolo”.
Non andò così ed i nostri massimi esponenti di allora (Amato, Barucci, Ciampi, Dini, Draghi, Prodi e lo stesso Monti), sostenitori della moneta unica e basta, tirarono dritto convinti di nascondere le deficienze dell’economia, già stremata dalle famose vendite dei gioielli di Stato decisi in quell’altra famosissima riunione sul Britannia nel 1992, che decise i futuri destini dell’Italia, dei quali loro stessi furono artefici, succubi della Merril Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers, le maggiori banche americane.
Ricordo le svendite della SIP, poi Telecom, ora in deficit; Poste Italiane, diventate una S.p.A. con finalità commerciali più che di servizio; le F.S. trasformate in Trenitalia, in perenne affanno; le Autostrade, finite poi in proprietà totale ai Benetton. Sull’onda di queste malefatte si innestarono le truffe ai danni dei risparmiatori, che portarono alla crisi nera  Cirio e Parmalat.
La decisione più assurda però resta la privatizzazione della Banca d’Italia decisa, sempre nel 1992, dal governo Amato, premessa per le privatizzazioni future già in progetto.
Le famigerate agenzie di rating, che fanno il bello ed  il cattivo, tempo sono inaffidabili perchè legati alle grandi potenze economiche di cui sopra, e si muovono secondo logiche affaristiche, pertanto non c’è da fare affidamento e non c’è da sperare in un futuro migliore. Praticamente si vuole completare l’opera iniziata nel 1992, interrotta dalla imprevista discesa in campo di Berlusconi, che ha dato una scossa alle coscienze ma poco ha potuto per arginare il piano già predisposto con la compiacenza di esponenti bipartisan della nostra classe politica ed economica. Già si parla di privatizzare Finmeccanica e l’Eni.
Viene sempre più percepita, dal popolo minuto, l’idea che forti speculazioni sul mercato internazionale, penalizzano e succhiano la nostra economia che, certamente non sta bene, ma è nelle condizioni migliori rispetto a quelle della Spagna, della Grecia e del Portogallo e, forse, anche di quella della Francia.
Le nostre banche non sono esposte; per prestare un euro fanno tante storie e si mantengono solide, in quanto conservano i soldi risparmiati dai redditi fissi, risparmi che vanno esaurendosi con tasse da togliere il pelo. Continuando così nell’immediato futuro le banche potrebbero avere qualche problema e sarà quella la spia della rottura dell’equilibrio. Il patrimonio immobiliare privato è fortissimo, più dell’80% degli italiani ha una casa di proprietà ed anche questa situazione depone a favore di una certa solidità economica nazionale.
A questo punto conviene rovesciare il tavolo ed uscire allo scoperto dichiarando pari pari l’intenzione di uscire dalla stretta mortale della moneta unica e dal soffocamento delle banche americane. Se morte deve essere, almeno che sia regolata da noi stessi. Ormai siamo costretti a finire la legislatura per evitare ulteriori aumenti dello spread, ma alle prossime elezioni i candidati di centrodestra, chiunque essi siano, devono denunciare la situazione e chiedere all’elettorato un mandato chiaro per tentare di rimediare seriamente ai disastri economici, con le nostre forze.

Fonte:The Front Page

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