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Pensioni, Fornero attacca il governo: "Operazione vigliacca"

Di Franco Grilli
Elsa Fornero torna a tuonare contro il governo e soprattutto contro la riforma delle pensioni che potrebbe introdurre nel nostro sistema la quota 100.
Ai microfoni di InBlu Radio, l'ex ministro attacca, senza usare giri di parole, l'esecutivo gialloverde: "La scommessa di mandare in pensione i lavoratori più ’anzianì per far entrare i giovani non ha funzionato in passato, non funziona negli altri Paesi e non si capisce perchè oggi dovrebbe funzionare". Poi, dopo aver smontato la riforma voluta dal governo, arriva l'affondo: "La personalizzazione delle campagne elettorali contro la mia persona - ha risposto l’ex ministro - è un’operazione cinica e vigliacca della politica. Io non parlo mai delle mie personali sofferenze però questo metodo è da politica vigliacca pronta a tutto per occupare il potere. Il governo precedente aveva avviato l’Ape social e volontaria. Erano due innovazioni che cercavano di introdurre un pò di flessibilità nel pensionamento badando soprattutto a chi lavora in condizioni di maggior disagio mettendo i costi di questo anticipo a carico della collettività, come è giusto, e dicendo ad altre persone ’se proprio vuoi andare in pensione e non sei in condizione di necessità l’anticipo te lo paghì. Questa era un’innovazione intelligente. Questo governo invece non fa una riforma ma una controriforma. Si poteva continuare con la precedente riforma ma ci sarebbe voluta una cosa che manca alla politica: l’onestà dell’intelligenza".
Un attacco durissimo quello della Fornero che di fatto tenta di screditare il nuovo sistema previdenziale voluto dalla Lega esaltando addirittura quello introdotto da Renzi. "Mi sembra che il governo - ha aggiunto la Fornero - manchi il punto centrale. Le riforme si possono correggere. Se la politica avesse spiegato la riforma l’avrebbe potuto aggiustare con calma. Quando si parla in maniera pacata, chiara e non tecnica le persone capiscono. Magari non sono contente ma capiscono. Se invece si alimenta la loro rabbia è un grosso guaio".

Bankitalia blinda la legge Fornero: "Non va smontata". Salvini e Di Maio: "Non ci fermate"

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Di Andrea Indini
Prima l'altolà è arrivato dal Fondo monetario internazionale (Fmi), poi è stata la volta della Banca d'Italia che ha rincarato la dose.
Al centro del dibattito la riforma delle pensioni inserita nella manovra economica dal governo gialloverde. Il governo non vuole sentir ragioni e subito ha risposto che dal pacchetto di misure, mai e poi mai, verrà tolto il provvedimento che di fatto permette di mandare in pensione la legge fatta dall'ex ministro al Welfare Elsa Fornero"Nessuno ci potrà fermare - tuona il vice premier Matteo Salvini - l'economia crescerà anche grazie alla modifica della legge Fornero, un'opera di giustizia sociale che creerà tanti nuovi posti di lavoro".
Già nei giorni scorsi, a margine del quarto Forum internazionale di Conftrasporto-Confcommercio, a Cernobbio, l'economista Lucrezia Reichlin aveva levato il peana a difesa della riforma del governo Monti nel 2011. "Senza - aveva detto - probabilmente l'Italia sarebbe dovuta andare in un programma come ci sono andati la Grecia, il Portogallo e l'Irlanda. Questo sarebbe stato lo scenario alternativo". uno scenario drammatico che, però, trova conferme nella rivelazione fatta ieri sera da Mario Monti ai microfoni di In mezz'ora(guarda il video). In quei giorni, proprio mentre il governo obbligava il Paese a pesanti misure di austerity imposte da Bruxelles, il premier parlava al telefono con George Soros sull'eventualità di far intervenire la Troika in Italia. Da allora sono passati sette anni, ma il sistema economico e finanziario si ritrova in una situazione piuttosto simile. Lo spread in salita e piazza Affari in affanno. Ora, però, il governo si è riproposto di smontare, poco alla volta, quella riforma delle pensioni che è costata parecchie lacrime a parecchi lavoratori.
La riforma gialloverde del sistema previdenziale non piace, però, al Fondo monetario internazionale e alla Banca d'Italia. "In Italia - si legge nel report dell'istituto guidato da Christine Lagarde (leggi qui) - le passate riforme pensionistiche e del mercato del lavoro dovrebbero essere preservate e ulteriori misure andrebbero perseguite, come una decentralizzazione della contrattazione salariale per allineare i salari con la produttività del lavoro a livello aziendale". Anche per il vice direttore generale di via Nazionale, Luigi Federico Signorini, è "fondamentale non tornare indietro" sia sulla sostenibilità sia sull'equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano, "soprattutto quando i rischi per la sostenibilità dei conti pubblici aumentano anche a causa del peggioramento delle proiezioni demografiche".
Le critiche si infrangono contro un muro indistruttibile. Il governo, infatti, non vuole sentir ragioni di farsi dettar l'agenda. "Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima si volta si presenti alle elezioni con questo programma", sbotta Luigi Di Maioricordando che la Fornero non è mai stata votata dagli italiani e che la sua riforma "è stata un esproprio di diritti e democrazia" che ora l'esecutivo vuole "rimborsare". Anche Salvini, intervenendo al G6 (guarda il video), usa toni piuttosto duri: "Più mi dicono che non si può toccare la legge Fornero, più sono convinto sia un mio dovere". E stralcia i pronostici della Banca d'Italia. "Non cresceremo dello zero virgola: questa è una manovra che inietta energie, soldi e posti di lavoro nel Paese. Non ci sono piani B, C e D".

La Fornero contro il nuovo governo: 'Abolire la mia riforma avrà costi proibitivi'

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Di Salvatore Santoru

Elsa Fornero ha duramente criticato il nuovo governo italiano.
Come riporta il Giornale(1), la Fornero ha sostenuto che l'abolizione della sua riforma potrà avere costi 'proibitivi'. 

Più specificatamente, l'ex ministro ha sostenuto che "Già sono molto elevati 15 miliardi per la sola quota 100 e il ripristino delle pensioni di anzianità per il primo anno che poi salgono a 20 miliardi". 

NOTA:

(1) http://www.ilgiornale.it/news/politica/fornero-attacca-gi-governo-rischio-abolire-mia-riforma-1535528.html

La Fornero: 'Salvini è uno squadrista, non avrà mai il mio rispetto'

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Di Salvatore Santoru

Duro attacco di Elsa Fornero a Matteo Salvini.
Come riporta Repubblica(1), durante un intervento a Radio Capital l'ex ministra ha sostenuto che non perdonerà mai Salvini.

Inoltre, durante l'intervista di Massimo Giannini la politica ha sostenuto che il leader leghista sarebbe uno 'squadrista' e non meramente un 'fascista'.

NOTA:

(1) https://video.repubblica.it/politica/fornero-a-giannini-salvini-squadrista-non-avra-mai-il-mio-rispetto/306299/306926

Elsa Fornero va in pensione a 71 anni. Senza legge Fornero. "Spero di poter curare l'orto"

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Dal primo novembre, l'ex ministro Elsa Fornero smetterà di lavorare all'Università di Torino e andrà in pensione, a quasi 71 anni. Lei che ha dato il nome ha alla discussa legge che ricalcola l'età pensionabile, è in realtà esente dai vincoli previsti dalla norma: la riforma non ha modificato il limite massimo di età pensionabile dei docenti universitari.
"Spero di poter dedicare più tempo alla lettura, di potere curare l'orto, svolgere attività di volontariato e viaggiare di più con mio marito", ha raccontato in un'intervista al Corriere, prospettando i suoi nuovi impegni, ora che avrà più tempo libero a disposizione. Nel suo futuro non ci sarà invece la politica: "È stata un'esperienza molto coinvolgente, un impegno che ti sottrae tutte le energie e ti carica di responsabilità, in cui spesso ci si sente soli".

Si legge sul Corriere della sera:
"Mi considero una privilegiata. Ho sempre amato moltissimo insegnare, confrontarmi con i giovani, dare agli studenti gli strumenti per addentrarsi in un mondo molto complesso andando oltre le semplificazioni. Se fossi andata in pensione subito dopo aver cessato l'incarico di ministro, esattamente cinque anni fa, avrei avuto una pensione più che doppia rispetto a quella che avrò come professoressa, ma ho preferito andare avanti"

LICENZIAMENTI: 'LA LEGGE FORNERO NON SI APPLICA AL PUBBLICO IMPIEGO'


Di Salvatore Santoru

La Legge Fornero non si applica al pubblico impiego.
A dichiarare ciò è  il Segretario Generale della Uil Flp di Viterbo Lamberto Mecorio, il quale ha dichiarato che ''La corte di Cassazione si è pronunciata in maniera piuttosto netta: ai licenziamenti nel pubblico impiego si applica l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e non la legge Fornero".
Inoltre Mecorio ha dichiarato che ''Secondo la cassazione serve un 'intervento normativo di armonizzazione' per applicare la riforma Fornero anche ai lavoratori del pubblico impiego. In altre parole la riforma Fornero può essere applicata solamente ai settori privati''.


Jobs Act, il rischio di una Fornero-bis




Di Lidia Baratta

Si chiama Jobs Act, con la “s”, al plurale. Ma la riforma del lavoro del governo Renzi alla fine punta su un solo contratto. Quello a tempo indeterminato a tutele crescenti. Approvato il decreto, si potrà assumere con la nuova formula dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Presumibilmente dal 2 marzo (visto il 1 marzo è domenica). Cocopro, cococo, associazione in partecipazione e job sharing verranno invece «rottamati». Il rischio che si tratti di una Fornero bis c’è, ma questa volta a convincere le aziende ad assumere ci sono anche i tagli ai contributi e una timida ripresa dell’economia.

«In Italia da molti anni è diventato normale assumere con tutte le tipologie contrattuali tranne che con il tempo indeterminato», ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti in conferenza stampa. «Rovesciare questa modalità di pensiero è la nostra scommessa. Tutti quelli che devono assumere devono partire dall’idea di farlo con il tempo indeterminato». Un scommessa di non facile realizzazione, visto che oggi solo il 15% dei nuovi assunti è a tempo indeterminato e ben il 70% a termine.

Secondo il primo dei decreti approvati in via definitiva (qui il testo), la regola è che, in caso di licenziamento illegittimo, ci sarà un indennizzo monetario crescente in base all’anzianità di servizio da un minimo di quattro a un massimo di 24 mensilità. Il reintegro nel posto di lavoro rimane solo per i licenziamenti discriminatori e in una fattispecie limitata dei licenziamenti disciplinari, cioè solo quando il fatto materiale contestato è insussistente. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, dove la reintegra era la norma, non esiste più. La formula è valida anche per i licenziamenti collettivi, nonostante i pareri negativi delle Commissioni lavoro di Camera e Senato, e si applica pure a sindacati e partiti politici.

La maggiore flessibilità in uscita, insieme soprattutto agli incentivi previsti dalla legge di stabilità 2015 sui contributi nei primi tre anni di lavoro per i neoassunti (per un massimo di 8.060 euro all’anno), dovrebbe convincere gli imprenditori ad assumere a tempo indeterminato. «Parole come mutuo, ferie, buonuscita e diritti entrano nel vocabolario di una generazione che finora è stata esclusa», ha annunciato Renzi. E in effetti già dal 1 gennaio 2015, senza che fosse ancora valido il contratto a tutele crescenti, molti imprenditori hanno già approfittato dello sconto, e le assunzioni a tempo indeterminato sono aumentate. Anche se non si sa bene quanti fossero consapevoli di assumere con il vecchio articolo 18.

Davanti alla maggiore facilità di licenziamento, il modello di riferimento è quella della flexsecurity nordeuropea, cioè la sicurezza della tutela al di fuori del posto di lavoro. Per intenderci: in Danimarca un terzo dei lavoratori cambia occupazione una volta all’anno, grazie a una rete di tutele pubbliche e private. Ma al momento, da noi, le tutele sembrano poche. I nuovi ammortizzatori sociali (Naspi, Asdi, Dis-col) del secondo decreto approvato in via definitiva(qui il testo) non sono ancora interamente finanziati, come ha ammesso lo stesso governo. L’Agenzia unica per l’impiego, che dovrebbe riordinare i malfunzionanti centri per l’impiego, ancora è solo una promessa ed è legata alla riforma costituzionale del Titolo V. E il contratto di ricollocazione firmato da Ichino, con poco più di 80 milioni di euro a disposizione, servirà a fornirevoucher a non più di 18mila disoccupati.

Sergio Marchionne a gennaio ha annunciato che con il Jobs Act assumerà a tempo indeterminato 1.500 persone nello stabilimento Fca di Melfi. «Ma li avremmo assunti comunque, con la formula dei contratti interinali, anche se non ci fosse stata la nuova legge», ha detto l’amministratore delegato. E in effetti bisognerà capire quanta sarà l’occupazione aggiuntiva, cioè assunzioni che non ci sarebbero state senza il Jobs Act e quante saranno invece le assunzioni da parte di aziende che lo avrebbero fatto comunque. Anche perché agli incentivi potranno attingere anche i datori di lavoro che vorranno convertire collaborazioni e contratti a tempo determinato dei dipendenti in tempo indeterminato. Lo ha detto lo stesso Renzi nella conferenza stampa di presentazione dei decreti: «Duecentomila italiani passeranno dai cocopro al lavoro a tempo indeterminato». E i primi dati sulla crescita del 23% del tempo indeterminato nella provincia di Milano lo confermano: il numero di lavoratori non cambia, cambia solo il contratto. Contratto chepotrebbe non servire a diminuire la disoccupazione giovanile, visto che a parità di condizioni con le tutele crescenti un datore di lavoro potrà assumere un lavoratore esperto e più produttivo di un giovane alle prime armi.

«L’ipotesi», spiega Luca Failla, avvocato fondatore dello studio LabLaw ed esperto di diritto del lavoro, «è che ci sarà un travaso, ma non un incremento occupazionale. L’incremento ci sarà soprattutto nelle assunzioni a tempo indeterminato». Ma a tutele crescenti. Ed è qui che potrebbe venirsi a creare un altro dualismo, tra quelli che hanno l’articolo 18, perché assunti negli anni scorsi, e quelli che non ce l’hanno più. «Nella stessa azienda si troveranno due insiemi di lavoratori diversi, “ante Jobs Act” e “post Jobs Act”. E di questo probabilmente dovrà occuparsi la Corte Costituzionale».

Ma «puntare sul tempo indeterminato non significa per forza essere antichi», aggiunge Failla. «Anche perché è con il tempo indeterminato che si hanno investimenti nella formazione e nella crescita delle professionalità che con gli altri contratti non si fanno». E con lo spauracchio del tutele crescenti potrebbe anche esserci un aumento della produttività. Il problema «è che bisogna cambiare dall’interno il rapporto del contratto a tempo indeterminato, superando il concetto della verticalità dell’azienda in cui c’è chi comanda e chi obbedisce, inserendo il rendimento e gli obiettivi, con un contratto più adeguato a una realtà fatta di servizi e non solo di fabbriche».

Il passato invece dovrebbe essere del tutto archiviato per i contratti che durante questi anni sono stati anche sinonimo di abusi e precarietà: collaborazioni a progetto, associazioni in partecipazione e job sharing (il lavoro ripartito), che però riguarda poco meno di 300 persone. Dall’entrata in vigore del terzo decreto, per il momento ancora in prima lettura (qui il testo), non potranno più essere stipulati. E dall’1 gennaio 2016 alle «finte» collaborazioni si potranno applicare le norme del lavoro subordinato dopo il passaggio davanti a un giudice. «Costruire una riforma sulla centralità del contratto a tempo indeterminato significa non cogliere la molteplicità dei mestieri e delle professioni che si stanno sviluppando», ha commentato Emmanuele Massagli, presidente del think tank Adapt. «La cancellazione totale dei contratti di collaborazione a progetto non sembra la soluzione corretta, soprattutto in questa fase in cui è necessario un mercato del lavoro dinamico», spiega anche l’avvocato del lavoro Fabrizio Daverio. «I contratti a progetto rappresentano nel nostro Paese una quota rilevante in termini occupazionali, e le 200mila “assunzioni a tempo indeterminato” di cocopro che il governo ipotizza appaiono difficili. La loro eliminazione porterebbe molti a utilizzare le famigerate “false partite Iva”». E «si annunciano contenziosi sulle trasformazioni, perché saranno necessarie delle conciliazioni individuali, che potrebbero diventare onerose».

Nel 2012 già la riforma Fornero, in effetti, aveva puntato sul contratto a tempo indeterminatoaumentando il costo di quelli a termine. Ma i contratti a tempo indeterminato non sono mai decollati e i contratti a termine sono aumentati. «Il peccato originale della riforma Fornero», spiega Failla, «è stato quello di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato con il timore della sanzione. Con il Jobs Act, invece, si vuole provare a convincere le imprese ad assumere tramite gli incentivi economici e con una disciplina dei licenziamenti più flessibile. Se le cose non vanno bene, si può licenziare». Alcuni prevedono però che nel giro di sei mesi, finiti i soldi stanziati per i neoassunti, 1 miliardo per il 2015, finirà anche l’effetto Jobs Act. Ma sarebbe un’occasione sprecata.

Basteranno le tutele crescenti a «rottamare il diritto del lavoro», come ha detto Renzi? Secondo Failla, «questo è solo un primo tassello necessario ma non ancora sufficiente. Non è solo la modifica dell’articolo 18 che modifica il puzzle del mercato del lavoro. Bisogna attrezzare il diritto del lavoro al nuovo mondo. Serve un Testo unico semplificato. La direzione è quella ma non dobbiamo fermarci qui». 

Fonte: http://www.linkiesta.it/jobs-act-contratto-tutele-crescenti

http://andreainforma.blogspot.it/2015/02/jobs-act-il-rischio-di-una-fornero-bis.html

Il Governo incontra la Fiat: chi avrà la meglio tra il capitale e i diritti?

La Saga Fiat continua e la resa dei conti si avvicina. E’ previsto un incontro tra il Governo e i vertici del Lingotto per fare chiarezza sui piani d’investimento dell’azienda in Italia. Tanti i dubbi e le incertezze, soprattutto tra i lavoratori e i sindacati. Ma il Ministro del Lavoro Elsa Fornero avverte: “ Non sarà monologo, ma dialogo”.

Di Giulia Molari
L’INCONTRO - Sarà un confronto improntato sulla chiarezza, o almeno così il Governo e i sindacati reclamano, circa l’interesse o meno della Fiat di incentivare lavoro e produzione in Italia. Dall’altra parte Sergio Marchionne, il numero uno dell’azienda piemontese, si presume toccherà nel suo discorso il problema della competitività del sistema Italia in rapporto ad altri Paesi del Mondo.
Stando alle ultime dichiarazioni del leader della Fiat, estrapolate da un’intervista pubblicata su La Repubblica, sembra che l’azienda stia accumulando perdite da 700 milioni di euro in Italia a fronte delle quali riesce a reagire grazie a guadagni superiori ai 3 miliardi provenienti dalle attività esercitate oltre oceano, soprattutto in America e nei Paesi in via di sviluppo. La colpa di questo arresto del sistema produttivo italiano e, quindi, della Fiat è imputabile secondo Marchionne ad un mercato tarlato dalla crisi economica, che invecde di far gola all’imprenditore sembra mandare all’aria l’intero progetto “Fabbrica Italia”. Quest’ultimo, altro non è che il grande piano industriale annunciato dalla Fiat nell’aprile 2010, previsto per il quinquennio 2010-2014.
Certo è, però, che dal 2010 ad oggi il mercato dell’auto non si è bloccato all’improvviso. Probabilmente i campanelli d’allarme erano già suonati da tempo: perché allora la questione non è stata affrontata prontamente? Ora, il Governo si trova a fare i conti con il destino incerto dell’azienda, simbolo del capitalismo italiano, ma soprattutto a fare accordi e mediazioni sulla testa di migliaia di lavoratori che rischiano di restare a casa.
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LE SPERANZE DEI LAVORATORI - Infatti, oltre ai tecnici, ad attendere una risposta dai dirigenti del Lingotto ci sono le tute blu di Pomigliano e degli altri stabilimenti italiani, che in questi giorni vedono il proprio posto di lavoro appeso a un filo. Questi sono gli stessi operai, che nel 2010 dopo che la Fiat disdisse il contratto nazionale di lavoro uscendo da Confindustria, si ritrovarono di fronte ad una vera e propria scelta di vita, forse la più difficile a cui un lavoratore potrebbe mai essere mai sottoposto.
Tale scelta, sintentizzabile in una risposta positiva o negativa al referendum indetto all’interno della fabbrica di Mirafiori, consisteva nell’accettare o meno un nuovo e più duro contratto di lavoro, per molti aspetti lontano dalle regole previste dallo Statuto Nazionale dei Lavoratori. Con una piccolissima discriminante, però: se fosse passato il “sì”, Marchionne avrebbe investito; altrimenti l’intero stabilimento avrebbe chiuso. Non a torto, si è parlato di “ricatto”, tanto che il “sì” è arrivato. Ma le promesse fatte?
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IL PIANO - Ad incrinare il precario equilibrio tra azienda, sindacanti e lavoratori sono state le parole di Marchionne circa le future scelte della multinazionale. Oggi non coincidono più con le ricche aspettative che la società nutriva sullo sviluppo della produzione in Italia, di cui “Fabbrica Italia” rappresentava il simbolo. Il piano prevedeva l’investimento di 30 miliardi di euro in 5 anni, di cui 20 solo negli impianti italiani così da permettere alla produzione auto Fiat di passare dalle 650 mila unità del 2009 ad 1 milione e 650 mila nel 2014.
Certo, una spesa di 20 miliardi sul territorio italiano in un momento di crisi come quello attuale avrebbe significato, se non l’assunzione di nuovi operai, quanto meno la conservazione di molti posti di lavoro nell’azienda e la fine della cassa integrazione in alcuni stabilimenti. E’ proprio a fronte di queste aspettative che oggi i sindacati, in particolare la Cgil e la Fiom, accusano la Fiat di non aver mantenuto le proprie promesse ma anzi di aver ingannato l’intero Paese. Adesso spetta ai vertici dell’azienda e ai politici dire la loro e trovare una giustificazione al fallimento di quella che fino a ieri ci è stata propinata come una delle ancore di salvezza del sistema produttivo italiano.
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I RESPONSABILI E LA PROVA DEL “RIGORE” – Una cosa è certa: in quello che passerà alla storia come uno dei ricatti più effimeri a danno dei lavoratori italiani, grandi responsabilità sono imputabili alla politica, ancora una volta  complice omertosa di quella cosiddetta “borghesia buona” di imprenditori che ancora oggi, forti del proprio potere economico, portano avanti i gli interessi aziendali sulla pelle dei più deboli.
Domani sarà una giornata importante per le migliaia di operai della Fiat che si spera possano tirare un sospiro di sollievo e mettere finalmente un punto su questa vicenda. Ma probabilmente lo sarà di più per il governo Monti, che dovrà dare una grande prova di forza e serietà, dimostrando all’Italia che la legge, ma soprattutto i diritti, non possono essere vittima delle mire capitalistiche di chi in passato si è arricchito anche grazie ai soldi dello stesso Stato a cui oggi vuole voltare le spalle. Vedremo, dunque, se questo governo di “tecnici” darà un’ulteriore prova del proprio rigore.

Massimo Fini: l’Italia, Repubblica fondata sulla schiavitù

Fonte:Libre
Elsa Fornero ha perfettamente ragione: non esiste alcun diritto al lavoro. Questo tipo di diritti, come quello alla salute o alla felicità, appartengono alle astrazioni della Modernità che nulla hanno a che fare con la vita reale. Sono diritti impossibili perché nessuno, foss’anche Domineddio, può garantirli. Esiste, quando c’è, la salute, non un suo diritto. Esiste, in rari momenti della vita di un uomo, un rapido lampo, un attimo fuggente e sempre rimpianto, che chiamiamo felicità, non il suo diritto. Così è inutile sancire il diritto al lavoro se in una società il lavoro non c’è. Ciò che in una società moderna possiamo pretendere è un’altra cosa: l’assicurazione, da parte della collettività, di una vita dignitosa anche per chi il lavoro non ce l’ha e non lo può trovare.
Massimo FiniL’articolo I della Costituzione afferma solennemente: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Questo articolo è espressione delle culture liberiste e marxiste che, assieme a quella cattolica (che peraltro del lavoro ha una concezione molto diversa) hanno contribuito a redigere la nostra Costituzione. Il lavoro diventa infatti un valore solo con la Rivoluzione industriale di cui queste culture, prettamente economiciste, sono figlie. Per Marx il lavoro è “l’essenza del valore”, per i liberisti è esattamente quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso “plusvalore”.
MarxIn epoca preindustriale il lavoro non è un valore. Tanto che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano per quanto gli basta. Il resto è vita. Non che artigiani e contadini non amassero il proprio mestiere (che è qualcosa di diverso dal “lavoro” tanto che c’è chi dubita che in epoca preindustriale esistesse il concetto stesso di lavoro come noi modernamente lo intendiamo – R. Kurz, “La fine della politica e l’apoteosi del denaro”), certamente lo amavano di più di un ragazzo dei call-center, di un impiegato, di un operaio che, a differenza del contadino e dell’artigiano, fanno un lavoro spersonalizzato e parcellizzato, ma non erano disposti a sacrificargli più di quanto è necessario al fabbisogno essenziale. Perché il vero valore, per quel mondo, era il Tempo.
Nietzsche
Il Tempo presente, da vivere “qui e ora” e non con l’ansia della “partita doppia” del mercante che disegna ipotetiche strategie sul futuro. Questa disposizione psicologica verso il lavoro era determinata dal fatto che in epoca preindustriale, come ho già avuto modo di scrivere, non esisteva la disoccupazione. Per la semplice ragione che ognuno, artigiano o contadino che fosse, viveva sul suo e del suo. E non doveva andare a pietire un’occupazione qualsiasi da quella bestia moderna chiamata imprenditore. “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. In realtà, come ogni Paese industrializzato, è fondata sulla schiavitù. Perché siamo tutti, o quasi, come scriveva Nietzsche, degli “schiavi salariati”.
A differenza dell’artigiano e del contadino la nostra vita, la nostra stessa sopravvivenza, non dipende più da noi, ma dalla volontà e dagli interessi altrui. Il Primo Maggio noi celebriamo, senza rendercene nemmeno più conto, la Festa della nostra schiavitù. C’è da aggiungere che noi moderni abbiamo utilizzato nel peggiore dei modi le straordinarie tecnologie che pur proprio noi abbiamo creato. Oggi le macchine potrebbero lavorare per noi. Ma invece di utilizzarle per liberarci da questa schiavitù, costringiamo gli uomini, sostituiti dalle macchine, a cercare altri lavori, più infimi e disumani e sempre che li trovino. Ecco perché nasce il “diritto al lavoro”. Paradossale perché in realtà è un ‘diritto alla schiavitù’.
(Massimo Fini, “Il diritto al lavoro non esiste”, da “Il Fatto Quotidiano” del 30 giugno 2012),

Il grigiocrate Mario Monti. Biografia non autorizzata…

Di Giorgio Ballario
Pare strano per un milanese “doc”, ma tutto iniziò a Torino. Più di quarant’anni fa. La parabola del professor Mario Monti, da giovane e promettente docente di Economia a presidente del Consiglio di un’Italia commissariata e messa in svendita dalla finanza internazionale, prende infatti le mosse dall’arrivo del ventisettenne economista alla facoltà universitaria subalpina. Monti viene invitato dal suo “mentore” Onorato Castellino, che successivamente sarebbe diventato preside di Economia e Commercio e presidente della Compagnia di San Paolo, la potentissima fondazione dell’omonimo istituto bancario. E fin dall’inizio già si scorge una delle costanti della vita professionale del “nostro”: la cooptazione. Uno strumento tipico delle élite di cui il professore ha sempre usufruito in prima persona e che, a sua volta, ha usato per tessere intorno a sé una fitta rete di rapporti umani e professionali.
Nella Torino ancora “One Company Town” dei primissimi Anni Settanta, grigia e operaia, agitata dagli ultimi riflessi dell’Autunno Caldo e scossa dai primi vagiti del terrorismo rosso, il futuro premier si trova benissimo. Non al punto, però, di trasferirsi in pianta stabile: sull’asse Milano-Torino viaggia sobriamente in treno, in settimana trascorre le sue giornate dividendosi tra le aule universitarie e lo studio del professor Onorato, a due passi dalla facoltà di Economia, e va a dormire (presto, si suppone) nel centralissimo Hotel Patria, un albergo di buon livello ma tutt’altro che lussuoso. Monti, insomma, è già un uomo in grigio. Ma non ancora un “grigiocrate”, per usare l’azzeccato neologismo coniato da Augusto Grandi, Daniele Lazzeri e Andrea Marcigliano, gli autori appunto del volume Il grigiocrate (edizioni FuoriOnda), biografia non autorizzata di Mario Monti, con la prefazione di Piero Sansonetti.
Ci metterà un bel po’ a diventare da “grigio” a “grigiocrate”, ma intanto nel corso dell’esperienza torinese Monti entra in contatto (e in amicizia) con il gotha degli accademici subalpini, personaggi che poi ritroverà nel suo iter professionale: Franco Reviglio, Giovanni Zanetti, Mario Deaglio e la moglie di quest’ultimo, Elsa Fornero, che gli studenti avevano soprannominato “Elsa la belva”. Ora anche gli italiani hanno capito il perché.
Via elencando, gli autori ripercorrono la lunga e proficua carriera di Mario Monti, decollata nel 1988 con la nomina nel CdA Fiat: «La presenza di Monti nei consigli d’amministrazione del gruppo torinese – scrivono Grandi, Lazzeri e Marcigliano – coincide anche (nel senso che è una coincidenza) con l’epoca delle tangenti pagate dalla Fiat ai politici. (…) Ma il problema è un altro. Monti sapeva? Davvero poteva non sapere? Consigliere silente e pure non vedente? (…) . D’altronde le vicende del professore nostro si sono spesso incrociate con quelle di Giuliano Amato (un altro della scuola torinese, ndr), il cosiddetto “dottor sottile”. Così sottile, così acuto che, pur essendo stabilmente ai vertici del Psi, non si era mai accorto di quanto gli stava succedendo intorno. Sarà per questo che, prima Amato e poi Monti, non si sono accorti dei danni che le loro rispettive  politiche economiche  provocavano all’Italia? E, ovviamente, neppure si sono accorti dei vantaggi assicurati da entrambi  alla speculazione internazionale. Pure coincidenze operative».
Il volume scritto dal trio per l’editore toscano FuoriOnda ha più di un pregio: in primo luogo lo stile rapido, incisivo, giornalistico nel senso migliore del termine. Cita le fonti, fa nomi e cognomi, scava nel passato del Professore e soprattutto va a curiosare dietro le quinte. Ma c’è un’altra qualità da sottolineare: Il grigiocrate è un libro coraggioso, perché ha rotto il muro d’omertà che da novembre a oggi ha contraddistinto la saggistica e l’informazione giornalistica su tutto ciò che circonda il premier Monti. Lo spettacolo, diciamo la verità, non è stato edificante. Sarà anche una conseguenza dell’orgia (in tutti i sensi) berlusconiana, ma a partire dagli iniziali soffietti sulla sobrietà dell’professore in loden è stato tutto un crescendo di lodi sperticate all’uomo della Provvidenza bancaria. Un’informazione dopata, ricca soprattutto di censure, omissioni, edulcorazioni, infingimenti, riguardi, squilli di tromba e lingue felpate che ha dimostrato una volta di più la lontananza della casta giornalistica dal mondo reale e dagli umori dei lettori.
E se persino sui giornali italiani è capitato di leggere qualche accenno agli scheletri nell’armadio di Monti – dagli incarichi alla Goldman Sachs ai ruoli dirigenziali delle note organizzazioni mondialiste Trilateral e Bilderberg Club, fino al compito non troppo chiaro ricoperto per l’agenzia di rating americana Moody’s – è solo perché la vera controinformazione è circolata in Rete: sui blog, sui social network, su decine e decine di siti indipendenti. E lì ci si rende conto fin da subito quali sono le opinioni che prevalgono, fra la gente: basti dire che digitando le parole “Mario” e “Monti” su Google, la prima parola automaticamente associata dal motore di ricerca al nome del premier è “massone”…
“Il grigiocrate” ripercorre anche i primi mesi del governo Monti e sposa apertamente la tesi, che di recente sta trovando sempre più adepti, secondo la quale il Professore non sarebbe affatto stato chiamato per salvare un’Italia ormai sull’orlo del baratro, bensì per affondarla definitivamente; salvaguardando però gli interessi di quelle stesse élite da cui proviene e che ha sempre servito nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera di tecnocrate. Nel capitolo intitolato «L’obiettivo non è il rilancio dell’Italia», Grandi, Lazzeri e Marcigliano lo scrivono con chiarezza: «Non a caso, appena insediato Monti, è cominciata la corsa ad accaparrarsi parti pregiate di Finmeccanica, 70 mila dipendenti, rispettati nel mondo. Tutela dell’italianità di aziende strategiche? Neanche a parlarne. Ce lo chiede l’Europa. In realtà ce lo chiede la Francia, che alle aziende strategiche altrui è sempre stata interessata. (…) Ovviamente  è vietato ricordare che Sarkozy aveva fatto ricorso a Mario Monti per la commissione Attali, che avrebbe dovuto rilanciare l’economia transalpina. Forse il rilancio francese passa attraverso Finmeccanica».
E via con gli altri esempi, che riproducono vent’anni dopo gli scenari emersi dal famoso vertice del 2 giugno 1992 sullo yacht Britannia, quando una folta schiera di manager ed economisti italiani decise, in compagnia dei banchieri inglesi, l’avvio delle privatizzazioni in Italia. Che, com’è noto, furono il più grande saccheggio di beni pubblici della storia repubblicana; avvenuto, proprio come capita adesso, in occasione di un forte “vuoto” della politica.
Ma il volume di Grandi, Lazzeri e Marcigliano ha anche un sottotitolo interessante: «Nell’era dei mediocri». E in questo caso non ci si riferisce certo al professor Monti né ai suoi collaboratori di governo. I mediocri, grazie ai quali rischia di riuscire alla perfezione l’opera di smantellamento dello Stato sociale, dell’industria strategica nazionale e in definitiva della vendita a mo’ di spezzatino dei pezzi pregiati del patrimonio italiano, sono in primo luogo i politici. Tutti, dal Pd al Pdl, passando per la Lega, Di Pietro e Vendola: prima con la loro incapacità gestionale e poi con il vile obiettivo di rimanere a galla come un tappo di sughero, sono stati loro, infatti, a spalancare le porte del governo all’uomo dei banchieri. E mediocri si sono dimostrati i giornalisti che di Monti e dei suoi tecnocrati offrono un ritratto agiografico, gli intellettuali che reggono loro bordone e in generale un po’ tutti gli italiani, che si fanno andar bene un governo salito al potere con metodi discutibili e che, come minimo, dimostra di non voler tutelare gli interessi della nazione né dei suoi cittadini.
Naturalmente un libro come Il grigiocrate non può trovar spazio sulla grande stampa nazionale, che infatti finora l’ha ignorato. Paradossalmente il pamphlet è piaciuto di più a destra: Il Giornale ha scritto un articolo positivo, Libero l’ha citato in un fondo del direttore Belpietro, il Secolo d’Italia vi ha dedicato una pagina, ne hanno parlato diffusamente La Padania e il quotidiano online L’Occidentale, recensioni sono apparse su molti siti internet, blog e pagine di Facebook e Twitter e alcuni giornali locali. Silenzio invece da parte delle testate antigovernative dell’area di centrosinistra. E anche dai partiti ufficialmente critici con l’esecutivo Monti come Idv, Sel, Rifondazione comunista. Ambienti politici che si sono scagliati contro i tecnocrati legati all’alta finanza, contro i professori che usurpano il primato della politica, contro la sospensione della democrazia, il golpe bianco etc etc. Ma sul libro di Grandi, Lazzeri e Marcigliano hanno contribuito a calare una cortina di silenzio.

Fonte:Fondo Magazine

La Fornero chiude un sito. Il delirio e la censura

 Di Guido Scorza
E’ un provvedimento di una gravità inaudita e senza precedenti quello con il quale il Ministro del Lavoro ha ordinato alla Direzione Provinciale del lavoro di Modena l’immediata chiusura del proprio sito internet.“Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo anche per quanto attiene agli Uffici territoriali, si chiede alle SS.LL. di provvedere alla immediata chiusura del sito internet www.dplmodena.it “.

E’ questo il contenuto della nota che il Segretario generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha indirizzato lo scorso 5 aprile all’ufficio territoriale del proprio Ministero.

Un’iniziativa, quella del Ministro Fornero, politicamente inaccettabile e giuridicamente illegittima, sbagliata del metodo e nel merito.

Cominciamo dal metodo.
Quale che fosse il contenuto di talune delle pagine web – evidentemente  invise al Ministro del lavoro – è evidente che nulla giustifica la chiusura di un intero sito internet per ottenerne la rimozione dallo spazio pubblico telematico. E’ esattamente come chiudere un giornale a seguito della pubblicazione di un articolo che si ritiene – a torto o a ragione – diffamatorio. Anzi, peggio. E’ come chiudere un ufficio pubblico perché uno dei dipendenti, funzionari o utenti che lo frequentano si è lasciato andare a qualche considerazione ritenuta inopportuna dal Ministro.

Il sito internet della Direzione provinciale del lavoro di Modena, rendeva accessibili al pubblico– un pubblico di oltre 18 milioni di utenti – migliaia di informazioni e documenti preziosi per i cittadini che ne visitavano le pagine.
Per convincersene è sufficiente visitare alcune delle pagine  del sito ancora accessibili nonostante la censura ministeriale: notizie relative ai diritti dei cittadini nei confronti della pubblica amministrazione, informazioni e commenti relativi alla riforma del sistema pensionistico, pagine dedicate alle opportunità di lavoro per gli extra-comunitari o al rinnovo del permesso di soggiorno, solo per fare qualche esempio.

Centinaia di migliaia di contenuti sui quali si è abbattuta la mannaia censorea del Ministro Fornero.

Se la pubblicazione di taluni dei contenuti pubblicati sul sito era, davvero, illegittima – circostanza della quale è almeno lecito dubitare – il Ministero avrebbe potuto – a tutto voler concedere – dare al proprio ufficio indicazioni per la modifica o, a tutto voler concedere, per la rimozione.

Ordinare la chiusura di un sito internet è un gesto dettato o da un delirio di onnipotenza di un Ministro – e/o di un suo dirigente – che ritiene, evidentemente, di essere padrone dell’informazione o da una tanto profonda ignoranza delle dinamiche di circolazione dell’informazione online da risultare grave almeno tanto l’ipotesi del delirio di onnipotenza.

E veniamo al merito.
“Al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo”.

E’ questa la motivazione con la quale il Ministro del Lavoro ha disposto la chiusura del sito. E’ uno scherzo? Un pesce d’aprile arrivato in ritardo?

Se così non fosse saremmo dinanzi ad uno dei più gravi attentati alla libertà di informazione ad opera di un Governo dal ventennio fascista ad oggi. Un provvedimento che ben avrebbe potuto portare la firma del Ministro per la propaganda di Mussolini o di quello dell’informazione di Saddam Hussein.

“Rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali” è, infatti, solo una parafrasi per dire che il Ministro non gradisce la diffusione e pubblicazione di notizie ed informazioni difformi dalle proprie. Fuori dal linguaggio istituzionale, il Ministro sta dicendo che non ammette che sulle pagine di un sito ricollegabile – in senso lato – al proprio Ministero siano pubblicate critiche ed opinioni contrarie alla propria azione di governo ed al modo di presentarla unilateralmente prescelto dal Ministro e dal suo staff.

E’ un modo di guardare alla politica, al governo ed alla democrazia degno di un tiranno di altri tempi o del leader militare di una qualche dittatura anti-democratica: ci si sottrare al confronto, alla critica ed al dialogo a colpi di censura ed ordini di cancellazione di informazioni e contenuti sgraditi.

E’ questa l’idea di sviluppo sociale e democratico che guida l’azione del Ministro Fornero? E’ urgente che il Premier chiarisca la sua posizione al riguardo, prenda le distanze dal gesto del suo Ministro e la inviti, senza ritardo, a rassegnare le sue dimissioni. Non c’è miracolo economico né riforma del sistema del lavoro – ammesso anche che il Governo dei professori stia lavorando bene per perseguire tali obiettivi – che abbia un senso, se il prezzo da pagare è quello di accettare di risvegliarci in un Paese meno democratico e meno libero di quello nel quale abbiamo vissuto sino qui.


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