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Depistaggio via d’Amelio, il pm Petralia: “Contrada e i servizi collaborarono alle indagini. In ufficio pure l’Fbi e il Bka tedesco”



Sulla strage di via d’Amelio non indagò solo la procura di Caltanissetta e i poliziotti di Arnaldo La Barbera. No, c’erano anche Bruno Contrada, il Sisde, ma pure l’Fbi e persino il Bundeskriminalamt tedesco. A raccontarlo è stato l’attuale procuratore aggiunto di Catania, Carmelo Petralia, all’epoca dei fatti tra i pm che a Caltanissetta indagarono sull’autobomba che il 19 luglio del 1992 uccise Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. “Mi spiace dirlo ma la presenza di Bruno Contrada negli uffici della Procura di Caltanissetta” dopo le stragi mafiose del 1992 “mi evocava qualcosa di sinistro“, ha detto Petralia, deponendo al processo per il depistaggio Borsellino a Caltanissetta. Alla sbarra ci sono tre poliziotti, Fabrizio Mattei, Mario Bo e Michele Ribaudo, i funzionari di polizia che facevano parte del pool di investigatori che condusse l’inchiesta. Petralia, che non ha dato il consenso alle riprese, si sarebbe potuto avvalere della facoltà di non rispondere in quanto indagato di calunnia aggravata insieme alla collega Anna Palma, nel procedimento connesso a quello nisseno, aperto a Messina. Palma è stata sentita alla scorsa udienza.

Al pm Stefano Luciani ha raccontato le indagini a cui ha partecipato del periodo post stragi dell’estate del 1992: “Oggi è relativamente facile cogliere le criticità di quell’indagine. Ma allora c’erano i poliziotti che portavano elementi che avevano suscettibilità di sviluppo investigativo. Loro ci credevano e io non avevo gli strumenti per sospettare una malafede”, ha spiegato Petralia. Sottolineando che dopo le stragi mafiose del 1992 “l’Italia è stata molto scossa”. Ecco perché alle indagini parteciparono anche investigatori da altri paesi. “In ufficio c’era mezzo mondo ogni giorno. Tra questi c’erano l’Fbi e anche il Bundeskriminalamt tedesco. Mancava solo il Mossad…”. Ad aiutare gli investigatori non erano solo americani e tedeschi. “C’è stato un concorso di contributi incredibile – ha aggiunto Petralia – c’era anche la presenza di appartenenti al Sisde, che si concentrava in una venuta di funzionari, tra cui Bruno Contrada. Io lo vidi per la prima volta e mi colpì la sua faccia”. Cioè il superpoliziotto che nel dicembre del 1992 venne arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il magistrato ha ricordato di un pranzo all’hotel San Michele con magistrati e funzionari e tra i presenti c’era anche Contrada: notizia di quel pranzo era stata data dal fattoquotidiano.it nel 2018. Alla domanda del pm se Petralia fosse a conoscenza di indagini su Contrada da parte della Procura di Palermo, dice: “No“. Però poi aggiunge: “La sua presenza mi evocava qualcosa di sinistro”. Perché “mi riferivano del rapporto di scarsa stima che Giovanni Falcone aveva nei confronti di Contrada“.

Alla domanda se l’allora procuratore di Caltanissetta avesse “rapporti diretti” con Contrada Contrada Petralia risponde: “Non posso dire che Tinebra li avesse ma il primo contatto era certamente con il procuratore capo”. Però poi dopo che il pm Luciani legge in aula una serie di appuntamenti di Contrada con gli inquirenti nisseno estratti dalla agenda di Contrada, aggiunge: “Il rapporto del Sisde da parte dei magistrati, e ci metto oltre me anche Ilda Boccassini e Fausto Cardella, non c’era. Se questo rapporto c’è stato, come i dati estratti dall’agenda lo attestano, era un rapporto cn il Procuratore capo”, cioè Giovanni Tinebra.

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Peter Gomez

Grecia, nello scandalo Novartis in campo anche l’Fbi: “Tangenti per tutti, politici, funzionari e media”


Di Francesco De Palo

C’è anche l’ex ministro socialista della salute Andreas Loverdos tra gli indagati in Grecia per lo scandalo Novartis, la mega inchiesta fatta in collaborazione con l’Fbi che sta scoperchiando un vero e proprio vaso di Pandora di tangenti e sovraprezzi di farmaci per l’erario ellenico. L’azione della procura greca anticorruzione ha portato alla rimozione dell’immunità di Loverdos che dovrà dare spiegazioni sulle quattro composizioni farmaceutiche (Gilenya, Tasigna di 150 mg e 200 mg e Lucentis) che costavano uno sproposito all’erario per decisione del suo Ministero della Salute. Per questo avrebbe intascato una mazzetta da 200mila euro. Le accuse contro Loverdos, incluse in un voluminoso fascicolo di 3000 pagine trasmesso al Parlamento, si basavano sulle affermazioni di quattro informatori, le cui identità rimangono segrete. Ad aggravare la sua posizione un appunto interno alla Novartis finito nelle mani dei magistrati che spiega l’intervento dell’allora ministro socialista sul farmaco Gilenya: “A tempo di record, è la prima volta che un prodotto registra l’approvazione del prezzo oltre la procedura standard”.

Ma i 200mila euro sarebbero solo la punta di un iceberg molto più vasto, dal momento che secondo l’attuale ministro della giustizia, Stavros Kontonis, Novartis avrebbe corrotto “migliaia” di medici e dipendenti pubblici per promuovere i suoi prodotti. Il fatto nuovo è che l’inchiesta tocca anche venti persone (tra giornalisti, manager, direttori delle Asl, medici e informatori scientifici) coinvolte direttamente dall’aprile 2011 al maggio 2012 nella creazione di fondi neri. Secondo i magistrati almeno un milione di euro, ma verosimilmente molti di più dal momento che il vantaggio economico calcolato per il colosso farmaceutico dai favori della politica greca si aggirava sui 500 milioni all’anno, nonostante la spending review imposta dalla Troika. Ad arricchire il fascicolo anche un report redatto dal Dipartimento americano di Giustizia sulla base delle indagini portate avanti dall’Fbi in cui si afferma che alcuni media sono stati utilizzati da Novartis per pagare tangenti e per riciclare denaro. Nel paper si afferma che “i funzionari governativi e il ministro della salute sono stati pagati per la registrazione e l’introduzione di nuovi prodotti sul mercato e la protezione contro gli aumenti dei prezzi. Nel 2011-2012 l’industria farmaceutica ha subito riduzioni di prezzo elevate. Ma Novartis non ha avuto una tale riduzione per i suoi farmaci oncologici, mentre per altri farmaci riduzioni irrisorie”.

Secondo i federali un’agenzia pubblicitaria ha svolto il ruolo di soggetto-ponte per corrompere i funzionari, come risulta da una serie di fatturefittizie agli atti della procura anticorruzione di Atene. Entro il mese di maggio si deciderà anche l’autorizzazione a procedere per gli altri indagati, tutti nomi eccellenti della politica greca ed europea: si va dall’ex premier conservatore Antonis Samaras, all’ex ministro della sanità Adonis Georgiades (anch’egli di Nea Dimokratia), dall’attuale governatore della Banca di Grecia ed ex ministro dell’economia Yanis Stournaras, all’attuale commissario Ue all’immigrazione Dimitris Avramopoulos. Tutto nasce dalle dichiarazioni di un ex manager greco della Novartis, che il giorno di Capodanno del 2016 minacciò di gettarsi nel vuoto dal roof garden dell’Hotel Hilton di Atene se non fosse stato ascoltato dal magistrato ateniese che negli ultimi anni si è occupato di anticorruzione. Dopo le sue rivelazioni venne perquisita anche l’abitazione privata Yanis Stournaras, ex ministro delle Finanze sotto il premier tecnico Luka Papademos e attuale Governatore della Banca di Grecia.
Cadono le accuse invece per gli ex ministri Evangelos Venizelos, Andreas Lykouretzos e Georgios Koutroumanis e per l’ex premier Panagiotis Pikrammenos. L’opposizione di Nea Dimokratia respinge le accuse. Secondo la portavoce Sofia Zacharaki il governo Tsipras “in preda al panico per le manifestazioni pubbliche contro l’accordo di Prespa ha inventato quello che pretende essere il più grande scandalo dalla fondazione dello stato greco per screditare dieci dei suoi rivali politici”. La risposta del governo Syriza è affidata allo speaker Dimitri Tzanakopoulos secondo cui il caso ha “completamente terrorizzato i poteri del vecchio establishment e portato a reazioni che sono indicative della sua mentalità”, aggiungendo che Nea Dimokratia e Pasok stanno cercando di intimidire i pubblici ministeri. Proprio l’Associazione nazionale i procuratori Grecia, dopo gli attacchi da più parti ai magistrati, in una nota ufficiale ha reagito contro i commenti offensivi dei partiti coinvolti, sottolineando il fatto che già sono costretti a “esercitare il loro dovere costituzionale in condizioni avverse” per via dell’austerità dovuta alla crisi.

Come (e perché) l’Fbi riscrive i film di Hollywood


Di Tom Secker

Proprio come altre agenzie governative, l’Fbi è profondamente coinvolto nell’industria dell’intrattenimento, collaborando con produttori televisivi e cinematografici per tirare a lucido l’immagine pubblica del Bureau e progettare la propria comunicazione diretta alle menti degli spettatori cinematografici. I documenti recentemente rilasciati in virtù del Foia mostrano che l’Fbi apporta regolarmente modifiche alle sceneggiature dei film cui dà supporto, al fine di incoraggiare il pubblico a rispettare la sua autorità e proteggere la reputazione sia del Bureau che del suo capo scomparso da tempo, J. Edgar Hoover.
L’Fbi è coinvolto nelle attività di Hollywood sin da quando fu creato negli anni Trenta, quando Hoover si oppose all’uso del termine “Federal Dick” e lo rimosse dai dialoghi e dai titoli dei film. Il film Paramount del 1935 Men Without Names era originariamente intitolato Federal Dick, ma Hoover insistette per cambiarlo, definendolo “un titolo alquanto umiliante e ripugnante”.

Unthinkable

Più recentemente, l’FBI ha fornito consistente supporto al thriller su terrorismo e tortura Unthinkable, incentrato sul personaggio di Yusuf (Michael Sheen), un ex operatore della Delta Force divenuto un islamista radicale. Yusuf piazza tre bombe nucleari in alcune città degli Usa ed invia al governo dei video che mostrano le bombe e il loro countdown, impostato su una settimana. Una volta catturato Yusuf, un’agente antiterrorismo dell’Fbi (Carrie-Anne Moss) viene incaricata di interrogarlo per trovare le bombe. Presto viene messa da parte da un interrogatore della Cia/Dia conosciuto come H (Samuel L Jackson) specializzato nell’uso della tortura per costringere i sospettati a fornire informazioni.
I produttori si misero in contatto con l’Fbi alla fine del 2006, per richiedere di effettuare un tour degli uffici di Baltimora e valutarli come possibile location per le riprese, e per ricevere aiuto nelle ricerche per il copione. Un rapporto interno dell’Fbi riporta un’annotazione che dice che lo staff degli uffici di Baltimora riteneva che “il tour avesse avuto un impatto positivo sull’eventuale esito del film, che avrebbe ritratto l’Fbi in modo positivo”.
Una registrazione nel database riguardo Unthinkable descrive come la prima bozza dello script mostrasse “l’agente dell’Fbi prendere parte a una tortura illegale per estorcere una confessione, e altre attività discutibili”. L’Investigative Publicity and Public Affairs Unit (Ippau) del Bureau ha poi “suggerito delle modifiche” al copione durante “numerosi confronti” con i produttori, in cambio di ulteriore supporto alla produzione. Questo ha incluso visite alle strutture dell’Fbi, assistenza per i costumi e le scenografie, consulti col personale dell’Fbi e il permesso di usare i distintivi dell’Fbi nel film. Una lettera ai produttori ha reso chiaro che tale supporto sarebbe stato fornito solo “partendo dal presupposto che i cambiamenti al copione suggeriti sino a quel momento erano stati presi in carico”.
Più avanti nel corso delle riprese una mail dell’Fbi fa capire come “lo scrittore stia lavorando duramente per riflettere il nostro impegno e la nostra integrità con rispetto per il giuramento che abbiamo prestato per sostenere e difendere la Costituzione e i diritti civili”. Mentre nello script originale l’agente dell’Fbi veniva mostrato mentre partecipava alla tortura di Yusuf, nella versione finale essa ricopre più il ruolo di osservatrice passiva, che si oppone ripetutamente alle brutali torture di H. Cita anche la Convenzione di Ginevra e la Costituzione degli Stati Uniti, infine rifiutando la richiesta di H estendere la tortura anche ai figli di Yusuf, al grido di “siamo esseri umani!”.
Allo stesso modo, la sceneggiatura iniziale mostrava H che uccideva due agenti dell’Fbi che si erano presentati a casa sua, e al Bureau “veniva richiesto di chiudere un occhio e nascondere il tutto sotto il tappeto, in quanto si trattava di una risorsa governativa molto delicata”. L’email prosegue dicendo che gli scrittori sono “rimasti colpiti dal fatto che ciò non sarebbe successo e che l’uccisione di due agenti non sarebbe stata “nascosta sotto al tappeto”. Nella versione finale del film nessun agente dell’Fbi viene ucciso (H si limita a rapire i due agenti e viene verbalmente ripreso per tale azione).

Public Enemies

Sulla stessa linea è il dramma storico biografico Public Enemies, che racconta la storia dell’agente dell’Fbi Marvin Purvis (Christian Bale) e della sua caccia al rapinatore e nemico pubblico numero uno John Dillinger (Johnny Depp). I produttori hanno richiesto aiuto per rendere il film storicamente accurato e si sono consultati con gli storici e gli specialisti di armi dell’Fbi. Hanno anche richiesto centinaia di migliaia di pagine di file dell’Fbi su casi come quelli di Dillinger, Pretty Boy Floyd e Bonnie e Clyde.
Sebbene l’Fbi fosse felice di aiutarli, una delle richieste degli sceneggiatori fu negata. Una email interna che descrive le conversazioni con lo sceneggiatore Ronan Bennett dice che questi voleva alcuni dettagli sui “primi metodi di intercettazione… Come avrebbe fatto ai tempi l’Fbi per registrare le telefonate… dall’allestimento delle apparecchiature al recupero delle informazioni, come avrebbe funzionato?”.
L’Fbi ha rimosso o minimizzato in maniera consistente le scene di film e programmi Tv in cui i propri agenti intercettavano i sospetti. Il film Crime Does Not Pay e la longeva serie The F.B.I. avevano entrambe scene di intercettazioni rimosse dalla sceneggiatura da parte del Bureau, mentre un progetto per un film del 2012 della Mill River Films è stato rifiutato dall’Fbi a causa della rappresentazione di un agente che usava “tattiche intimidatorie di intercettazione e altri tipi di sorveglianza”. Di conseguenza, se Public Enemies mostra brevemente gli agenti dell’Fbi che ascoltano le telefonate tra Dillinger e la sua ragazza (Marion Cotillard) le apparecchiature e i metodi di intercettazione non vengono mostrati.
Non è solo la reputazione del Bureau che la Ippau stava cercando di proteggere, ma anche quella dello storico capo dell’Fbi J .Edgar Hoover. Uno storico dell’Fbi ha revisionato la bozza della sceneggiatura e ha osservato che la rappresentazione sia di Hoover che del Bureau “alimenta l’immagine dell’Fbi come di un’agenzia decisa a vincere ricorrendo a qualsiasi mezzo necessario”. I funzionari della Ippau convinsero lo sceneggiatore ad “apportare delle modifiche per minimizzare questa impressione”. Ironicamente, un documento rende chiaro che gli agenti dell’Fbi fecero ricerche sui nomi “della casa di produzione, dello sceneggiatore [e] di altri associati al film proposto” nel proprio database, ma non trovarono “informazioni negative”.
I documenti su Public Enemies mostrano anche perché l’Fbi sia stato coinvolto nelle attività di Hollywood e cosa sperava di ottenere. Un fax dell’ufficio del direttore dell’Fbi che accorda supporto al film dice che collaborare alla realizzazione del film era coerente con gli “interessi della loro missione” di “sviluppare l’immagine pubblica dell’Fbi” in modo da “incoraggiare il pubblico a collaborare con l’Fbi nello svolgimento della suo mandato”.

The Company You Keep

Anche il thriller The Company You Keep ha sofferto per mano della Entertainment Liaison Division del’Fbi. Incentrato sul personaggio di Jim Grant (Robert Redford), racconta la storia di diversi ex membri del Weather Underground, il gruppo militante di sinistra di maggior successo in America. Ambientato decenni dopo il periodo di attività del Weathermen, si tratta di una storia del passato che ritorna a galla, in quanto Grant deve darsi alla fuga e provare a scagionare se stesso dopo essere stato individuato come sospetto di una rapina in banca avvenuta negli anni Settanta.
Le prime bozze della sceneggiatura erano critiche sia per il Weathermen che per l’Fbi poiché riflettevano la vera storia di quando il vicedirettore dell’Fbi Mark Felt ordinò la sorveglianza illegale e delle irruzioni al fine di far crollare il Weather Underground. Questa versione fu modificata dal Bureau che, in cambio del permesso di utilizzo dei distintivi dell’Fbi all’interno delle scenografie e dei set, “ha fornito suggerimenti e apportato cambiamenti a circa 30 scene”.
Una e-mail interna dell’Fbi elenca tali cambiamenti, che di nuovo comprendono la rimozione delle intercettazioni dal film. Altri aspetti eccessivi e discutibili dell’Fbi rimossi dalla sceneggiatura includevano “uso eccessivo della forza nell’arresto di una casalinga che stava guidando per andare a costituirsi”, “arresti preventivi” e “il mito che l’Fbi abbia un file o comunque accesso istantaneo a informazioni su chiunque, anche se non ha mai commesso un crimine”. L’agenzia ha anche abbassato i toni di una scena in cui il Bureau permette a “un reporter di chiedere un favore all’Fbi in cambio di un trattamento favorevole nei suoi articoli” e ha rimosso una scena in cui l’Fbi riporta falsamente la presenza di una bomba in un edificio per farlo evacuare.
Come conseguenza dell’influenza dell’Fbi da tutti e tre questi film sono stati rimossi alcuni elementi che mostravano il Bureau da un punto di vista critico. Che si tratti di tortura, intercettazioni, insabbiare gravi crimini o parlare male di J. Edgar Hoover, se non aiuta gli “interessi della missione”, allora non è permesso nel film. Il risultato è un’immagine dell’Fbi estremamente professionale. Nei film “sponsorizzati” dall’Fbi i suoi agenti mostrano un ardimentoso impegno nel proteggere i diritti civili e costituzionali, anche quando la cattura di pericolosi criminali o milioni di vite sono potenzialmente a rischio.

Usa, l'ex consigliere Flynn si dichiara colpevole: "Ho mentito all'Fbi"

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Di Raffaello Binelli

L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Michael Flynn, oggi si presenta davanti a un giudice federale a Washington per rispondere dell’accusa, già formalizzata, di aver mentito all’Fbi sul suo incontro con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti.

Lo si legge in un documento reso pubblico dall’ufficio di Robert Mueller, consigliere speciale che indaga sul Russiagate, ovvero i rapporti che alcuni membri della campagna elettorale di Trump e del governo del presidente hanno avuto con funzionari del Cremlino.
I media americani sostengono che Flynn - licenziato in tronco da Donald Trump - si dichiarerà colpevole. Flynn aveva mentito sia all’Fbi sotto giuramento che al vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, sostenendo di non aver avuto alcun contatto con il diplomatico russo Sergey Kislyak.
Il procuratore speciale che indaga sul Russiagate, Michael Mueller, in un dossier di due pagine accusa Flynn di aver mentito su colloqui avuti con alcuni membri del governo russo.
Alcuni giorni fa è emerso che i guai di Flynn non sono legati solo ai contatti con la Russia. A inguaiarlo sarebbero anche alcune consulenze con il governo turco e viaggi in Egitto ed Israele, come consulente di una joint venture per la costruzione di centrali nucleari. L'ex consigliere per la Sicurezza Nazionale non avrebbe fatto menzione di queste missioni nella richiesta
di rinnovo della security clearance (nulla osta sicurezza) nel 2016. I viaggi risalgono al giugno del 2015 quando il generale a riposo, che era stato allontanato dall'amministrazione Obama nell'agosto dell'anno precedente, lavorava come consulente per due società di Washington, una che proponeva una partnership con i russi ed un'altra con la Cina, per costruire una ventina di centrali nucleari. Progetti che Flynn avrebbe continuato a seguire fino alla fine del 2016, quindi mentre era già impegnato prima nella campagna e poi nella squadra di transizione di Donald Trump. 

UN EX AGENTE DELL’FBI GIRA L’AMERICA ALLA RICERCA DELLE QUALITA’ DI MELE PERDUTE: "TROVARE UNA PIANTA È COME SCOVARE UN CRIMINALE". ALCUNE VARIETA’ SCOMPARSE, ALTRE NASCOSTE NEI BOSCHI. RECUPERATE ALCUNE DELL''800



Di Kirk Johnson per The New York Times pubblicato da la Repubblica

David Benscoter ha affinato la sua arte di investigatore per l' Fbi e il Tesoro degli Stati Uniti, mettendo all' angolo politici corrotti ed evasori fiscali. I meli perduti ai quali dà la caccia oggi non sono poi tanto diversi, dice: «È come quando arrivi sulla scena di un crimine» dice Benscoter, 62 anni, mentre scende a piedi lungo un pendio, diretto a un meleto abbandonato da tempo e piantato a fine Ottocento. «Devi sapere dove guardare e sperare che ci sia una documentazione cartacea da consultare ».





I due terzi della produzione di mele negli Stati Uniti, che vale quattro miliardi di dollari, sono ormai concentrati nello stato di Washington e una decina di varietà di mele, con le Gala e le Red Delicious in testa, si spartiscono ben il 90 per cento del mercato. In passato, però, i numeri e i sapori erano molto diversi. Si calcola che nel corso dei secoli siano state coltivate in America del Nord circa 17mila varietà di mela, e che quasi 13mila di esse siano scomparse.


Alcuni alberi, però, sono sopravvissuti: sono stati nascosti e assorbiti da boschi o parchi. E le centinaia di varietà di meli che sono state ritrovate negli ultimi anni sono straordinarie per la loro diversità e il ventaglio di gusti del passato che ci spalancano davanti.

Le Mother, per esempio, erano mele indicate per la preparazione dei dolci. Se si desiderava qualcosa di meno succoso, si poteva optare per le Limber Twig. Un tempo la perfezione estetica dei pomi e i nomi accattivanti non avevano l' importanza di oggi. La mela Rambo, per esempio, è descritta in una vecchia guida come «maculata, con grandi macchie ruvide».


Le mele sono il punto di incontro tra il cibo e la storia, affermano gli esperti che ormai formano una vera e propria comunità di "cercatori di mele", dedita alla riscoperta delle varietà perdute. Benscoter è entrato a farne parte dopo il pensionamento, quando un amico disabile qui nello stato di Washington gli ha chiesto di raccogliere alcune mele da un vecchio albero dietro casa e nessuno è stato in grado di individuare a quale varietà appartenessero. John Bunker, ricercatore di mele in Maine, è rimasto affascinato dai vecchi meli che ha scoperto in mezzo ad alcuni boschi.

piantine di mele scomparsePIANTINE DI MELE SCOMPARSE
Lee Calhoun, un tenente colonnello dell' esercito in pensione, ha incominciato a svolgere ricerche in Carolina del Nord non appena si è reso conto che i vecchi alberi di mele in fondo sono ciò che resta della vita del Sud di un tempo. Oggi alcune vecchie varietà di mele sono tornate disponibili grazie a piccoli frutteti specializzati, come la cooperativa che Bunker ha contribuito a fondare in Maine, e grazie a programmi agricoli universitari.

I coltivatori su vasta scala, tuttavia, dicono che se le vecchie mele sono scomparse un motivo c' è. «Sono difficili da coltivare, si ammaccano facilmente, non si conservano bene o non assicurano una produzione sufficiente di frutti per albero» dice Mac Riggan, direttore marketing della Chelan Fresh, che nello stato di Washington possiede più di diecimila ettari di frutteti.

David Benscoter meleDAVID BENSCOTER MELE
Benscoter spiega che i suoi metodi differiscono da quelli di altri ricercatori di varietà perdute di mele grazie al suo passato di investigatore e perché in questo angolo dell' Ovest la coltivazione dei meli è arrivata molto più tardi. Spesso, dice, gli archivi delle biblioteche o le documentazioni delle contee conservano notizie precise su ciò che si coltivava ed era disponibile e questo lo aiuta a individuare i vecchi alberi.

Come nella soluzione di un giallo, anche nella ricerca delle varietà di mele perdute l' insuccesso ha la sua importanza. Si consideri, per esempio, la storia di Robert Burns. Secondo quanto ha scoperto Benscoter, nel 1888 quel giovane agricoltore arrivò nel sudest dello Stato di Washington: era poco più che ventenne e in un primo tempo si dedicò alla coltivazione del grano, ma le piogge torrenziali del 1893 distrussero i raccolti. A quel punto decise di cimentarsi con i frutteti, ma essendo inesperto piantò varietà di mele che maturano per lo più in estate e in autunno.

RUSSIAGATE, IL WASHINGTON POST ACCUSA: 'ALTO FUNZIONARIO DELLA CASA BIANCA COINVOLTO'

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Di Salvatore Santoru

Secondo il Washington Post l'Fbi starebbe indagando su un attuale stretto consigliere del presidente Donald Trump.
Sino ad ora le indagini sulle ipotizzate ingerenze russe e tra i contatti tra membri dell'amministrazione Trump e la Russia,avevano riguardato solamente ex membri dello staff della campagna elettorale.

NOTA:

(1)http://www.ilgiornale.it/news/mondo/russiagate-trump-coinvolto-alto-funzionario-casa-bianca-1399368.html

PER APPROFONDIRE:http://www.lastampa.it/2017/05/19/esteri/russiagate-alto-funzionario-della-casa-bianca-coinvolto-nellinchiesta-BsUb3pH4owlA2y5IqIupTM/pagina.html

USA,TRUMP ATTACCA COMEY: 'DEVI SPERARE CHE NON CI SIANO I NASTRI DELLE NOSTRE CONVERSAZIONI'

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Di Salvatore Santoru

Su Twitter il presidente USA Donald Trump ha attaccato l'ex direttore FBI James Comey,licenziato da pochissimo tempo(1).
Come riportato da "la Stampa"(2),Trump ha twittato che «James Comey deve sperare che non ci siano `nastri´ delle nostre conversazioni, prima che cominci a parlare con la stampa!».

NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/05/la-casa-bianca-licenzia-james-comey-da.html

(2)http://www.lastampa.it/2017/05/12/esteri/la-cena-privata-in-cui-trump-ha-deciso-di-liquidare-il-capo-dellfbi-per-colpa-della-lealt-negata-CJTgosyvIaPMtPHzNpxNqK/pagina.html

Perché Trump ha licenziato il capo dell’Fbi Comey?

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Di Emanuele Rossi
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esautorato dal suo incarico il capo dell’Fbi James Comey. La notizia è stata diffusa a sorpresa martedì (tarda serata ora italiana).
LA LETTERA
La motivazione ufficiale della rimozione è contenuta nella lettera di licenziamento che è stata diffusa online. Pare che Comey l’abbia ricevuta da un assistente di Trump, quando già aveva appreso del suo licenziamento attraverso i notiziari, mentre si trovava a Los Angeles per un incontro pubblico. Nella lettera, firmata in calce da Trump, c’è scritto che il presidente ha accettato “le raccomandazioni” del procuratore generale, Jeff Sessions, che consigliava alla Casa Bianca di licenziare Comey per la conduzione dell’inchiesta sull’Emailgate. La vicenda è quella in cui Hillary Clinton finì sotto un’indagine conoscitiva per aver gestito durante il periodo in cui era segretario di Stato le mail istituzionali, di lavoro, insieme a quelle personali. Era una possibilità concessa, ma quando Clinton si trovò a riconsegnarle tutte al governo, in quanto documenti pubblici, ne cancellò alcune dicendo che si trattava di messaggi privati e così il Bureau si mise a indagare se c’era stato dolo. Ossia: voleva tenere nascosto qualcosa? Risposta sintetica: no. Solo “una grossa negligenza” fu il commento ufficiale di Comey al momento della chiusura della parte conoscitiva dell’indagine, con cui comunicava che i Federali (e dunque nemmeno il dipartimento di Giustizia) non sarebbero andati oltre perché non c’era niente di rilevante.
LA MOTIVAZIONE FORMALE
Che cosa contesta Sessions a Comey? Due aspetti collegati. Il primo, la riapertura dell’indagine: l’inchiesta sulle mail di Hillary era stata dichiarata chiusa da Comey stesso il 5 luglio del 2016, ma poi è stata riaperta il 28 ottobre del 2016 (a pochissimi giorni dal voto presidenziale, che si è tenuto l’8 novembre) perché altre mail di Clinton erano state trovate in un server durante un’indagine indipendente che coinvolgeva il politico democratico Anthony Weiner e sua moglie Huma Abedin, assistente personale storica di Clinton. Comey aveva spiegato la vicenda (nota) la scorsa settimana, quando ha testimoniato davanti alla Commissione del Senato che sta indagando sulle possibili collusioni tra la campagna di Trump e il Cremlino (questo è un argomento centrale, ma ci si tornerà). In quell’occasione Comey aveva spiegato che la decisione di riaprire l’inchiesta, e comunicarlo pubblicamente uscendo da una prassi consolidata secondo cui il Bureau non parla delle indagini in corso per non rischiare di alterarne la riservatezza, era stata una scelta necessaria.
L’ERRORE DURANTE L’AUDIZIONE
“Sono disgustato” al pensiero che possa aver alterato il voto – come invece aveva detto in quei giorni Hillary, addossando buona parte della colpa della sconfitta al fatto che la riapertura dell’inchiesta aveva minato la fiducia degli elettori indecisi poco prima del voto. In effetti per svariati giorni non si parlò d’altro, e le cose cambiarono poco quando Comey comunicò pubblicamente quanto repentinamente di aver archiviato del tutto l’indagine (a una settimana dal voto). Il direttore davanti al Congresso ha spiegato che la decisione di rendere pubblica la riapertura dell’inchiesta era stato un dovere istituzionale: voleva difendere le istituzioni, perché se fosse stato scoperto dopo il voto, che a quel punto dava Clinton completamente in vantaggio, del secondo round dell’indagine, sarebbe stato molto più problematico. Inoltre, durante l’audizione della scorsa settimana, Comey ha commesso un errore, perché ha detto che l’Fbi aveva riaperto il fascicolo in quanto erano state scoperte “centinaia, migliaia” di mail nei server di Weiner/Abedin, ma proprio martedì l’ufficio comunicazioni dei Federali ha diffuso un’informativa per correggere il tiro: non erano effettivamente “centinaia, migliaia”, ma molte di meno.
COMEY, FINORA
La comunicazione pubblica sulla riapertura dell’Emailgate (fatta senza avvisare il dipartimento di Giustizia, sostiene l’inquisizione trumpiana) e la dichiarazione sbagliata su quel numero di mail sono il motivo ufficiale per cui Sessions avrebbe ordinato la rimozione di Comey: le prove di queste incompetenze commesse da Comey – che indipendentemente dal caso specifico è considerato un buon direttore dell’Fbi da sempre – sono elencate in un report curato dal vice di Sessions. Che però almeno sulla questione inverte la rotta: la decisione di riaprire l’inchiesta su Clinton era stata accolta con favore da Trump, che ne aveva subito capito il peso elettorale, e anche successivamente Comey era stato considerato una sorta di baluardo della legge proprio per aver proseguito, schiena dritta e terzo, nonostante il rischio di sconvolgere il clima a pochi giorni dalle votazioni. Comey, per altro, fu subito confermato da Trump alla guida dell’Fbi, ed è stato uno dei pochi incarichi di discendenza obamiana su cui l’amministrazione finora non aveva messo mano. (Nota: il ruolo di capo del Bureau dura dieci anni e non è un incarico politico, sebbene il presidente possa deciderne le sorti in qualsiasi momento. Comey è un repubblicano nominato procuratore dall’amministrazione Bush e promosso al Bureau da Barack Obama).
IL RAPPORTO TRUMP/COMEY
Si potrebbe dire che la gestione dell’Emailgate era forse l’unico punto di contatto tra Trump e Comey, perché tra loro nel corso di questi primi quattro mesi di amministrazione le cose non sono andate benissimo. E ci sono state anche occasioni di scontro importanti, una su tutte: quando Trump dichiarò di essere stato intercettato dalle cimici piazzate da Obama, Comey disse che non era vero. Il New York Times scrive che il piano per mandar via Comey è in studio da settimane, e Trump aveva invitato Sessions a cercare una motivazione plausibile. Il motivo sostanziale di astio era l’indagine su quello che ormai viene definito il Russiagate. E qui ruota gran parte dei dubbi sul licenziamento: c’entra l’inchiesta sulle connessioni russe di Trump sulla decisione di rimuovere Comey? Come noto, l’Fbi sta conducendo indagini sui collegamenti tra gli uomini vicini a Trump e elementi ricollegabili al Cremlino dal luglio scorso, e questo è il principale filone di un’inchiesta ancora più grossa che cerca di capire come e quanto la Russia abbia avuto ingerenza sul voto americano: in sintesi i Federali stanno cercando di capire se c’è stato un piano di Mosca – fin qui dicono: c’è stato – con il quale la campagna Trump era collusa.
I DUBBI
Quella in corso è un’indagine su un fatto che rischia di minare i fondamenti stessi della democrazia americana; si immagini pensare a un’elezione presidenziale veicolata o alterata per mano dei russi, e al passo successivo: un candidato in combutta con Mosca. In tutta questa situazione è evidente che c’è un motivo di sospetto: Trump licenzia il capo dell’agenzia di controspionaggio che sta indagando sulla possibilità che la sua elezione sia stata irregolarmente alterata da un piano russo, e nominerà successivamente chi sarà a condurre quell’inchiesta. Meno esplicito ma sempre notevole: a consigliarlo sul da farsi è stato Sessions, capo del dipartimento di Giustizia che comanda l’Fbi, il quale è stato costretto a ricusarsi perché si è scoperto che durante le audizioni di conferma aveva mentito ai congressisti a proposito di alcune conversazioni avute durante la campagna elettorale con l’ambasciatore russo negli Stati Uniti – che è uno dei punti di contatto tra Trumpers e russi che quell’inchiesta cavalca. E ancora: il procuratore generale rimuove da ricusato e con una motivazione apparentemente debole colui che dirige un’enorme inchiesta che coinvolge il suo capo, il presidente. In ultimo: sulla lettera di licenziamento firmata da Trump c’è scritto “benché apprezzi il fatto che mi abbia informato, tre volte, che non sono sotto inchiesta”. È un dettaglio riservato quanto nuovo – non si sapeva di queste comunicazioni personali tra Comey e Trump infatti – e non fa certo riferimento al motivo formale del licenziamento, l’inchiesta su Clinton in cui Trump non c’entra niente, ma evidentemente al Russiagate. Mercoledì Trump incontrerà il ministro degli Esteri russo nello Studio Ovale.

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