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"Il coronavirus durerà un anno, contagerà l'80% della popolazione britannica". Lo studio del Servizio sanitario inglese



L’epidemia di coronavirus è destinata nelle previsioni a durare per un anno, fino alla primavera del 2021. Lo si legge in un documento segreto redatto dal Public Health England per i responsabili del servizio sanitario nazionale britannico (Nhs) svelato dal Guardian. In questo arco di tempo, per quel che riguarda il Regno Unito, gli esperti che hanno firmato il rapporto affermano di aspettarsi un 80% della popolazione contagiata e un totale di 7,9 milioni persone costrette man mano al ricovero negli ospedali.

UK, il dottor Christian Jessen contro gli italiani: “Stanno usando il Coronavirus per fare una siesta”


Di Eleonora D'Amore

Il dottor Christian Jessen, medico e conduttore del programma inglese Malattie imbarazzanti, ha affermato che gli italiani stanno usando la pandemia di coronavirus come scusa per avere una "lunga siesta", riconoscendo all'istante che i suoi commenti sono "un po ‘razzisti": “Questo potrebbe sembrare un po razzista e dovrete scusarmi,  ma non pensate che il Coronavirus sia un po’ una scusa? Gli italiani usano  delle scuse per chiudere tutto e smettere di lavorare di lavorare per un po’, per avere una lunga siesta”.

Mentre il bilancio delle vittime dell'epidemia di coronavirus in Italia ha superato i 1.000 casi, giovedì 12 marzo 2020, l'intero Paese rimane paralizzato, con negozi e attività commerciali non essenziali chiusi. Un’intervista telefonica a dir poco sconcertante, rilasciata oggi ai microfoni di Fubar Radio, in uno speciale Coronavirus.

Quando gli è stato chiesto se fosse d'accordo con le decisioni di Boris Johnson di ritardare la chiusura delle scuole, Jessen ha dichiarato: "Sono davvero d'accordo con lui. Penso che sia un'epidemia vissuta più nella stampa che nella realtà. Voglio dire, se pensi all'influenza stagionale, senza prenderla troppo sul serio, l'influenza uccide migliaia ogni anno".

Chi è Christian Jessen

Christian Jessen è un medico e conduttore televisivo britannico di 42 anni. Jessen è conosciuto soprattutto per la conduzione su Channel4 del programmi Grassi contro magri e Malattie imbarazzanti che co-conduce con Pixie McKenna e Dawn Harper. I medesimi programmi che in Italia sono trasmessi regolarmente su Real Time. A parte la sua presenza in tv, nell'ambito medico collabora anche con diverse testate: Evening Standard, Daily Mail, Daily Express, FHM, Attitude, Closer e Arena.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.fanpage.it/esteri/il-dottor-christian-jessen-gli-italiani-stanno-usando-il-coronavirus-per-fare-una-siesta/


Hugh Grant sostiene il principe Harry: “I tabloid hanno ucciso Diana, ora sua moglie Meghan”


Di Giulia Turco

Hugh Grant sta dalla parte del principe Harry. Nel corso di un'intervista al programma radiofonico Andy Show, di un'emittente americana, l'attore di Nothing Hill ha dato il suo giudizio sulla vicenda che in queste settimane scuote i media britannici. Secondo Grant la scelta di Harry di fare un passo indietro rispetto alla vita di Buckingham Palace è del tutto comprensibile.

Hugh Grant ricorda la morte della Principessa Diana

"Sto dalla parte di Harry", ha fatto sapere l'attore, "i tabloid e la stampa hanno di fatto assassinato sua madre Diana, ora stanno facendo a pezzi sua moglie Meghan". Grant ha ricordato le circostanze attorno alla morte della Principessa del Galles, morta in un'incidente d'auto nell'agosto 1997, a Parigi. Nello schianto hanno perso la vita tre dei quattro passeggeri a bordo del veicolo, in fuga dai paparazzi. "Penso che come uomo Harry abbia il dovere di proteggere la sua famiglia, per questo lo appoggio", ha aggiunto l'attore in merito alla decisione del Duca di Sussex di rinunciare ai benefici finanziari della casa reale e di dedicare più tempo alla vita privata della sua famiglia in Canada.

La lotta dell'attore contro la stampa

Non è la prima volta che il divo britannico prende posizioni di questo tipo. Da dieci anni Grant è un determinato attivista nella campagna contro l'intromissione dei tabloid nella vita privata di personaggi pubblici e non. La sua determinazione nel combattere il fenomeno è nata da un episodio che in passato ha scosso le cronache del Regno Unito: nel 2002 il periodico News of The World hackerò il telefono della teenager uccisa Milly Dowler. Nel 2018 l'attore, particolarmente vicino a questo genere di cause, ha ricevuto un risarcimento milionario che ha messo fine all'azione legale contro la società editrice proprietaria del Daily Mirror, Sunday Mirror e Sunday People, accusati di aver intercettato le sue conversazioni telefoniche. Grant ha voluto devolvere la cifra ad un gruppo di attivisti anti-hacker (Hacked Off). La sua accusa nei confronti del tabloid era quella di aver condotto per molti anni intercettazioni illegali su grande scala per poter riportare falsi scoop. Lo vicenda rientra nel vasto panorama di inchieste sui tabloid britannici che ha investito soprattutto le testate del gruppo di Murdoch, ma non solo.

Hugh Grant nei panni di un reporter di tabloid

Grant è intervenuto al programma di Andy Cohen per il lancio del suo ultimo film The Gentlemen, diretto da Guy Ritchie, da pochi giorni nelle sale britanniche e dal 26 marzo in Italia, nel quale l'attore ha recitato a fianco delle co-star Charlie Hunnam e Matthew McConaughey. Tratto da una storia vera, il film ripercorre la vicenda di un americano, Mickey Perason (McConaughey), che trova la fortuna a Londra creando un vero e proprio impero sullo smercio illegale di marijuana. Quando deciderà di fare un passo indietro rispetto al suo business, la situazione degenera perché in tanti cercheranno di impadronirsi di ciò che è suo. Nel film Grant è uno scrupoloso giornalista di tabloid che cercherà di ricattare Perason.

Oprah Winfrey molto vicina a Meghan Markle

Hugh Grant non è l'unico volto dello spettacolo che si è espresso a favore del principe Harry. Tra le altre star si è fatta sentire anche Oprah Winfrey, che secondo il The Sun sarebbe molto vicina a Meghan Markle tanto da aver avuto un ruolo decisivo nella scelta dei duchi di Sussex. Secondo il quotidiano la conduttrice americana sarebbe stata la prima persona ad incoraggiarli a rendersi indipendenti e a fondare il loro marchio di famiglia, Sussex Royal, che registra un fatturato di oltre 500 milioni di dollari. Tra gli invitati al Royal Wedding, Winfrey non aveva smentito di aver incoraggiato la dichiarazione di indipendenza della coppia.

FONTE: https://gossip.fanpage.it/hugh-grant-sostiene-il-principe-harry-i-tabloid-hanno-ucciso-diana-ora-sua-moglie-meghan/

Burger King offre un lavoro part time al principe Harry


Di Niccolò Di Francesco

Burger King, nota catena di fast food statunitense, ha deciso di sfruttare l’eco mediatica sulle vicende della famiglia reale britannica offrendo un lavoro part time al principe Harry.
La catena, infatti, ha dato il via a una campagna di marketing, divenuta virale su Twitter, scrivendo sul proprio account ufficiale: “Harry, questa famiglia reale ti può offrire un lavoro part time”.
Il tweet ha scatenato i follower che hanno iniziato a commentare divertiti la proposta di lavoro.
Tra i commenti, sono spuntati anche diversi fotomontaggi che ritraggono il principe Harry mentre prepara un Whopper, uno dei panini più famosi offerti da Burger King.
L’offerta di lavoro da parte della catena di fast food arriva dopo il desiderio espresso dai duchi di Sussex di diventare indipendenti dalla famiglia reale britannica a livello finanziario, rinunciando, così, al loro ruolo di “membri senior”.Una delle domande più ricorrenti dopo la diffusione della notizia è stata proprio su quale lavoro intraprenderanno Harry e Meghan dopo la rinuncia al loro titolo reale.
Tra le ipotesi che sono circolate con più insistenza c’è quella di sfruttare la loro immagine per pubblicare libri, realizzare documentari e rilasciare interviste esclusive continuando allo stesso tempo la loro attività di filantropi.Se le cose dovessero andare male, tuttavia, per Harry da oggi c’è anche un’opportunità in più: un lavoro part time da Burger King.

Chaminda Jayanetti: 'La Brexit ha messo in luce la fragilità del Partito Laburista'


Di Salvatore Santoru

Secondo Chaminda Jayanetti la Brexit avrebbe messo in luce le fragilità dei laburisti.

Il giornalista, collaboratore di diverse testate tra cui l'Observer e 'Private Eye'(1), ha sostenuto ciò in un recente articolo scritto per il The Guardian(2).

Entrando nei dettagli, Jayanetti ha scritto che il più grande fallimento della carriera di Jeremy Corbyn è nato a seguito dell'arroganza scaturita dal suo più grande successo, relativo alla campagna elettorale del 2017. 


Il giornalista ha affermato che il Partito Laburista ha adottato una posizione di "ambiguità tattica", impegnandosi a lasciare l'UE e il mercato unico europeo.

Nel 2018, il partito sarebbe rimasto indietro rispetto alla questione della Brexit nel 2018 e, a seguito del sostegno ad un secondo referendum sulla stessa Brexit, l'ambiguità tattica laburista è stata confermata nella 'diplomazia dei megafoni' condotta da alcuni ministri ombra, tra cui Keir Starmer e Barry Gardiner, i quali si sarebbero contraddetti sulle posizioni del partito.

Inoltre, Corbyn stesso avrebbe mostrato una debole leadership e questo fatto insieme alle contraddizioni presenti in seno al partito ha contribuito alla diminuzione del consenso del Labour.


NOTE:


(1) https://twitter.com/cjayanetti


(2) https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/14/brexit-labour-leadership-election-campaign-2019


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FOTO: https://www.accountingweb.co.uk

Che succede ora con Brexit?



La Brexit è molto più vicina, ora che il leader dei Conservatori britannici, Boris Johnsonha ottenuto una grande vittoria alle elezioni di ieri. Johnson ha ottenuto i voti necessari in parlamento per far passare il suo accordo per l’uscita del paese dall’Unione Europea, un obiettivo che sarà probabilmente raggiunto entro il prossimo 31 gennaio, l’ultima scadenza fissata dai leader europei dopo numerosi rinvii. Ma anche in questo caso non sarà la vera fine di Brexit, poiché a partire dal 31 gennaio inizierà un periodo di transizione che durerà almeno fino alla fine del 2020.
Durante questo periodo la situazione rimarrà com’è ora, per quanto riguarda leggi e accordi internazionali. Il Regno Unito continuerà di fatto a far parte dell’Unione Europea, anche se non lo sarà più formalmente. Questo stato di cose sarà mantenuto per dare il tempo ai negoziatori di accordarsi su una serie di questioni, dalla sicurezza alla cooperazione nella giustizia e molte altre materie tecniche. Ma la cosa più importante che resterà da negoziare è un nuovo accordo commerciale. Le trattative saranno lunghe e complesse e c’è la possibilità che non ci sia il tempo sufficiente a concluderle.
Dopo il 31 gennaio, infatti, gli stati membri dell’Unione dovranno votare un mandato a un gruppo negoziale per occuparsi delle trattative commerciali, e servirà anche il consenso del Parlamento Europeo. Difficilmente si riuscirà a cominciare prima di marzo e a quel punto ci saranno solo tre mesi, fino alla fine di giugno, per concludere il trattato commerciale: un tipo di accordo che in genere è lungo migliaia di pagine e che spesso richiede anni per essere ultimato (l’Unione Europea non ha mai approvato un accordo commerciale in così poco tempo, quello recente col Canada ha richiesto anni di trattative). L’accordo dovrà poi essere ratificato dai vari stati membri europei.
Secondo Johnson sarà comunque possibile ratificare l’accordo in tre mesi, perché i regolamenti europei e britannici sono già praticamente allineati. Se invece alla fine di giugno il trattato non sarà stato ratificato, il Regno Unito avrà la possibilità di chiedere un’estensione del periodo di transizione, ma Johnson ha già escluso questa eventualità. Senza estensione, il Regno Unito lascerà in tutto e per tutto l’Unione Europea a partire dal primo gennaio 2021. Sa lo farà senza un accordo commerciale, la situazione sarà probabilmente simile a quella degli scenari più gravi del cosiddetto “no deal”: l’uscita senza accordo con l’Unione, temuta da molti nel Regno Unito e in Europa nel corso dell’ultimo anno.

Soros, in UK i Tories chiedono un'indagine sui fondi anti-Brexit della Open Society


Di Salvatore Santoru

Recentemente, nell'ambito di un'intervista al Guardian, il noto investitore George Soros aveva parlato della Brexit e del suo sostegno dato alla campagna contro di essa(1).

Secondo Soros la stessa uscita della Gran Bretagna dall'UE causerebbe danni considerevoli all'Unione Europea e, inoltre, allo stesso Regno Unito

Negli ultimi giorni la stessa notizia dei finanziamenti concessi da Soros, tramite la Open Society Foundation, ha fatto discutere nella Gran Bretagna e, riporta il Daily Mail, alcuni membri del Partito Conservatore vorrebbero un'indagine sui fondi della Open Society(2).

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2019/11/brexis-george-soros-sarebbe-una-rovina.html

(2) https://www.dailymail.co.uk/news/article-7668695/Tories-call-investigation-3million-George-Soros-funnelled-anti-Brexit-campaign.html

Steve Bannon sarebbe interessato all'acquisto del Daily Telegraph


Di Salvatore Santoru

L'ex capo stratega di Donald Trump nonché ex direttore esecutivo di Breitbart News, Steve Bannon, sarebbe interessato all'acquisto dello storico quotidiano britannico 'The Daily Telegraph'.

Secondo quanto riportato dal Sunday Times(1), Bannon avrebbe anche l'intenzione di trasformare la testata nella 'voce globale del populismo trumpiano'.

Il Telegraph, generalmente orientato verso le posizioni Tory e quindi conservatrici, è stato messo in vendita pochi giorni fa dai proprietari, i due gemelli miliardari Sir David e Sir Frederick Barclay(2).

NOTE:


UK, il deputato conservatore Kawczynski attacca Soros: 'Istiga alla propaganda contro la Brexit'


Di Salvatore Santoru

Recentemente il noto investitore nonché fondatore della ONG Open Society, George Soros, è stato intervistato dal The Guardian(1).
In tale intervista, il finanziere e filantropo ha affermato di aver sostenuto economicamente le campagne anti-Brexit al fine di educare il pubblico britannico.

Difatti, secondo Soros l'uscita del Regno Unito dall'UE sarà una rovina sia per l'Unione Europea che per la stessa Gran Bretagna.
Tale presa di posizione non è affatto piaciuta al deputato Daniel Kawczynski, esponente del Partito Conservatore e sostenitore della Brexit.

Stando a quanto riportato da diversi media, tra cui l'edizione italiana di Sputnik News(2), lo stesso Kawczynski ha sostenuto che quello di Soros sarebbe uno 'sforzo epicureo' al fine di 'fare propaganda nel Regno Unito'.

Il politico conservatore ha sostenuto ciò durante un'intervista al Sunday Express(3) e, inoltre, ha aggiunto che l'investitore avrebbe un enorme disprezzo per la decisione presa dal Regno Unito e ha affermato che tale atteggiamento sarebbe anche tipico di alcune personalità 'privilegiate e paternalistiche europee'.

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2019/11/brexis-george-soros-sarebbe-una-rovina.html

(2) https://it.sputniknews.com/mondo/201911038252065-istigazione-alla-propaganda-deputato-uk-richiama-soros-per-liniziativa-educativa-anti-brexit/

(3) https://www.express.co.uk/news/politics/1199399/brexit-news-george-soros-uk-eu-hungary-daniel-kawczynski

Regno Unito e Arabia Saudita: il legame dei soldi


Di Fulvio Scaglione

Partiamo da lontano, questa volta, per parlare di Medio Oriente. E cioè, dal Regno Unito. A Londra, in seno al Partito conservatore, è in pieno svolgimento la battaglia tra Boris Johnson, ex ministro degli Esteri, e Jeremy Hunt, suo successore e attuale ministro degli Esteri, per arrivare al ruolo di premier. I due sono tipi politici assai diversi ma, chiunque vinca, una cosa non cambierà: l’appoggio del Regno Unito alla guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen.
Nel 2015 un altro ministro degli Esteri, Philip Hammond, predecessore di Boris Johnson, disse che il Regno Unito “avrebbe concretamente aiutato (l’Arabia Saudita, n.d.A.) in ogni modo possibile, tranne che partecipando ai combattimenti”. E così in effetti è stato. Con Hammond, con Johnson, con Hunt.
Nessuno dei tre ha mancato, in questi anni, di criticare altri Paesi, come la Russia o la Siria, per presunti o reali crimini di guerra o violazioni dei diritti umani. Nessuno dei tre, invece, ha speso una parola per distanziarsi dalle azioni saudite nello Yemen. I rapporti delle Nazioni Unite accusano i sauditi di bombardare i civili “in modo diffuso e sistematico”. Secondo Save the Children almeno 85 mila bambini yemeniti sono morti in questi anni a causa degli stenti provocati dal blocco navale, aereo e terrestre imposto dai sauditi. Nulla di tutto questo, però, ha impedito al Governo di Sua Maestà di appoggiare tali azioni. Un solo esempio: metà dell’aviazione militare saudita è di fabbricazione inglese, quegli aerei non potrebbero volare senza l’assistenza tecnica e i pezzi di ricambio forniti da Londra. E non potrebbero bombardare senza gli ordigni venduti dal Regno Unito.
Questa alleanza senza se e senza ma, a dispetto di qualunque atrocità, ha una ragione precisa: il denaro. Negli ultimi dieci anni il Regno Unito ha incassato 11 miliardi di sterline (quasi 12 miliardi e 200 milioni di euro) con la sola vendita di armi all’Arabia Saudita. Una boccata d’ossigeno per l’economia inglese, che nel 2018 ha registrato un deficit commerciale di 31 miliardi di euro. E le petromonarchie del Golfo Persico, nell’insieme, sono il mercato a Sud più redditizio per le esportazioni inglesi.
Fa impressione vedere i campioni inglesi del liberalismo e del liberismo andare a braccetto con i campioni arabi dell’assolutismo e del dirigismo statale, ma tant’è. E se qualcuno vuol vedere in tutto questo una metafora perfetta della nostra relazione perversa con il Medio Oriente, be’, è libero di farlo.


Fonte: http://www.fulvioscaglione.com/2019/07/18/regno-unito-e-arabia-saudita-il-legame-dei-soldi

VISTO ANCHE SU https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62283

Brexit, May ha annunciato le dimissioni: lascia Downing Street il 7 giugno



La premier britannica Theresa May annuncia le dimissioni da leader del partito conservatore per il 7 giugno esprimendo «rammarico» per non essere riuscita ad attuare la Brexit e affidandone la realizzazione al suo successore alla guida dei Tory, che dovrà essere eletto nelle successive settimane per poi subentrarle come primo ministro a Downing Street.

«Io presto lascerò l’incarico che è stato l’onore della mia vita avere», ha detto Theresa May nel chiudere il suo statement sull’annuncio delle dimissioni per il 7 giugno, mentre la voce le si rompeva in gola. «La seconda donna primo ministro - ha sottolineato -, ma certamente non l’ultima». Quindi le parole conclusive, connotate da forte emozione e pronunciate a fatica con le lacrime che evidentemente le salivano agli occhi: Ho svolto il mio lavoro «senza cattiva volontà, ma con enorme e duratura gratitudine per aver avuto l’opportunità di servire il Paese che amo».

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.lastampa.it/2019/05/24/esteri/brexit-may-ha-annunciato-le-dimissioni-lascia-downing-street-il-giugno-EeTV6vskKUedYlDRtZs2mM/pagina.html

Aria pulita per tutti: così il Regno Unito sta vincendo la Champions League delle politiche ambientali


Di Francesco Cancellato

Altro che Brexit, verrebbe da dire. Se in questi mesi c’è un Paese che sta dando lezioni di ambientalismo all’Europa, non solo nel calcio, è proprio il Regno Unito. Prima, con la dichiarazione dello stato di emergenza climatica, fatta propria da sessanta comuni e dai parlamenti inglese e scozzese, che si sono impegnati a diventare “carbon free” entro il 2030. Ora, con il manifesto lanciato dal giornale-bibbia dei conservatori inglesi - a dimostrazione che l’ambientalismo non è affare per soli progressisti - che ha lanciato una campagna-manifesto ambientalista, chiedendo a gran voce un Clean Air Act, una legge per l’aria pulita.
Il manifesto del Times si fonda sui dati che raccontano che milioni di bambini britannici sono costretti a respirare un particolato fine ed extra fine - il cosiddetto Pm2,5 - ben al di sopra dei limiti consentiti dalla legge. E chiede cinque azioni immediate al Governo per porre rimedio a questo problema. Il primo, un nuovo Clean Air Act che dia valore legale al diritto per ogni cittadino britannico di respirare aria pulita e che fornisca a ciascun amministratore locale poteri straordinari per fare fronte alle giornate in cui si superano i limiti di inquinamento nell’aria. Il secondo, vietare la vendita di automobili diesel e benzina entro il 2030, così come hanno dichiarato di voler fare Cina, India e Irlanda (il Regno Unito si è data il 2040 come limite, e per il Times è troppo poco). Il terzo, vietare la circolazione delle macchine nei pressi delle scuole, nell’orario in cui i bambini entrano in classe, consentendo l’accesso alla strada solo ai mezzi pubblici. Il quarto, far pagare la circolazione nelle città alle auto diesel pre 2016 e alle auto a benzina pre 2006. Il quinto, monitorare la qualità dell’aria in ogni angolo del Regno Unito, attivando una rilevazione di massa delle polveri sottili in atmosfera.
Una riflessione è d’obbligo: da noi, che per inciso abbiamo l’aria peggiore di tutta Europa, in pianura padana, queste sarebbero considerate idee da talebani ambientalisti, anti-sviluppo e anti-progresso. Nel Regno Unito sono l’agenda politica di un giornale conservatore di proprietà di Rupert Murdoch, in un Paese in cui a dichiarare emergenza climatica sono giunte di tutti i colori, dai laburisti ai liberal democratici sino agli indipendentisti scozzesi. Questo per dire che prima di tutto dovremmo scrollarci di dosso una bella dose di provincialismo e di luoghi comuni: primo fra tutti l’idea che le politiche ambientali siano di esclusiva proprietà dei paladini della decrescita, verdi fuori e rossi dentro, che la regolazione a tutela della salute del cittadino vada contro il progresso, che non sia il momento di chiedere e attuare politiche di radicale cambiamenti degli stili di vita e di consumo, e che non ci sia la sensibilità sociale per far sì che tutto questo trovi consenso nella popolazione.

Brexit, Ue: “Divorzio senza accordo è possibile”. E Londra discute un “piano B” il 29 gennaio



Bruxelles e l’Europa si preparano alla hard Brexit, cioè dell’uscita del Regno Unito dalla Ue senza un accordo. Lo scenario diventa sempre più probabile dopo il voto che ha bocciato il “deal” proposto da Theresa May. Ma nonostante la sconfitta, la Camera dei Comuni ha respinto la mozione di sfiducia nei confronti della premier britannica. L’ipotesi, che per gli esperti apre le porte a un “disastro economico inimmaginabile”, “sta diventando più possibile dopo martedì sera” ha detto il portavoce della Commissione Ue, Margaritis Schinas. “Stiamo prendendo molto sul serio l’ipotesi di no deal”, ha proseguito, precisando che “da un po’ di tempo stiamo facendo un importante lavoro” per essere pronti a questa eventualità. Il portavoce dell’esecutivo comunitario ha aggiunto che “stiamo mandando il vicesegretario generale per un tour nelle capitali europee per discutere con gli Stati membri di come si possa procedere con questo lavoro”. I primi ad attivarsi in questo senso sono i francesi: il premier Edouard Philippe, al termine di una riunione con diversi ministri a Matignon, ha annunciato l’attivazione di un piano che “comporta misure legislative e giuridiche che mirano a fare in modo che non ci sia un’interruzione dei diritti e che i diritti dei nostri concittadini o delle nostre imprese vengano effettivamente protetti”.

Intanto il leader dei Labour Jeremy Corbyn per la prima volta apre all’ipotesi di un nuovo referendum. “Se il governo rimane intransigente“, rifiutandosi di convocare nuove elezioni o di proporre un accordo che possa avere il sostegno del Labour, allora è giunto il momento di valutare altre opzioni, che comprendano anche “il voto popolare”, ha detto Corbyn parlando a Hastings, secondo quanto riporta la Bbc. E la prossima data chiave per capire cosa succederà è fissata per il 29 gennaio, quando la Camera dei Comuni discuterà una mozione sulle prossime mosse del governo. Mozione che sarà presentata all’aula lunedì 21 gennaio.
Da ieri, quindi, si è aperta una nuova fase di trattative con Bruxelles. Per ora Schinas ha specificato di non avere ancora “ricevuto alcuna richiesta di estensione da parte del Regno Unito; se dovessimo riceverla, la richiesta dovrebbe illustrare le ragioni e dovrebbe esserci una decisione unanime dei 27″. Il capo negoziatore dell’Ue per la Brexit Michel Barnier, oggi al Parlamento portoghese, a Lisbona, ha inoltre dichiarato che “se il Regno Unito sposterà i suoi paletti” per la costruzione della relazione futura con i 27, “anche noi faremo altrettanto”. Barnier ha inoltre ricordato che le linee rosse tracciate da Londra nei mesi scorsi per la partnership dopo il divorzio hanno “chiuso la porta” a scenari più ampi. Nel suo intervento il negoziatore capo dell’Ue Michel Barnier ha auspicato che la premier britannica Theresa May, con le sue consultazioni con i leader politici, contribuisca a rompere l’impasse sulla Brexit, e avviare “una nuova fase” delle trattative, per arrivare ad un divorzio ordinato, nell’interesse di tutti.

Il retroscena su Kate e William: "Il principe non voleva sposarla"


Di Anna Rossi

Sulla storia fra il principe William e la Duchessa Kate Middleton ne sono state dette e scritte di cotte e di crude.
Soprattutto dopo il loro matrimonio la stampa scandalistica britannica si è sbizzarrita. Retroscena di qui, retroscena di là. Tanto che spesso e volentieri quello che si dice sulla coppia viene messo in discussione.
Ma ora, c'è qualcuno che la famiglia reale inglese la conosce fin troppo bene e svela un retroscena inedito. Secondo quanto ha rivelato il biografo di corte, Christopher Andersen, e riportato da Libero, nel 2007 William aveva confessato al padre Carlo di non essere pronto a sposarsi con Kate Middleton.
Un vero e proprio scoop se si pensa a come appaiono affiatati in pubblico. Ma non finisce qui. Carlo, infatti, che era molto affezionato alla ragazza, rispose al figlio che il suo comportamento era ingiusto nei confronti di lei, e che dunque avrebbe dovuto lasciarla. Avrebbe dovuto mettere un punto in quella storia. Ma è mai successo? Sì. Il principe William - ai tempi - aveva troncato la relazione con Kate. Ma la rottura durò poco, i due si sono rimessi insieme dopo pochi mesi. E nel 2011 sono convolati a nozze.
Ma perché William non voleva stare più con Kate? Hanno risolto quei problemi?

Pippa Middleton è diventata mamma




FATTO QUOTIDIANO

E’ nato, ed è maschio. Pippa Middleton, sorella di Kate, ha dato alla luce il suo bambino: William e Kate, secondo una dichiarazione diffusa da Kensington Palace, si sono detti “entusiasti” per la notizia. Pippa ha sposato l’anno scorso l’amministratore di hedge fund James Matthews. E la nascita del piccolo arriva a un giorno di distanza dall’altro “grande annuncio reale”: anche la duchessa del Sussex Meghan Markle e il principe Harry aspettano il loro primo figlio.


Brexit, la rivelazione di Theresa May: “Trump mi ha detto che dovrei fare causa all’Ue”

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Fatto Quotidiano

Non sorprende il consiglio che Donald Trump avrebbe dato alla premier britannica Theresa May durante l’incontro ufficiale a Londra: fare causa all’Unione Europea. Parlando con la Bbc May ha raccontato che, durante il vertice, il presidente Usa le ha detto di non continuare a negoziare per la Brexit. La premier, che ha perso ben due ministri del suo governo perché il piano elaborato è apparso ai conservatori troppo arrendevole, ha spiegato che la soluzione suggerita da Trump le è parsa troppo “brutale”. Il presidente Usa “mi ha detto che dovrei fare causa all’Ue e non entrare in un negoziato”. Trump avrebbe però anche suggerito di “non andarsene” dai colloqui, perché così facendo si sarebbe ficcata in un vicolo cieco. “Non abbandonare questi negoziati sennò poi sei bloccata. Perché io vorrei che noi ci sedessimo per negoziare l’accordo migliore per la Gran Bretagna” le parole dall’inquilino della Casa Bianca durante il loro incontro di venerdì a Chequers. Un vertice comunque burrascoso come forse mai prima nella storia dei due Paesi alleati, fin da quando Winston Churchill coniò l’espressione ‘special relationship’.

Che il mood del presidente Usa fosse quello lo si era capito con l’intervista al Sun che definire poco diplomatica è un eufemismo. Con i rimbrotti nei confronti della nuova strategia d’una Brexit ‘soft’ delineata da May e bocciata dal capo della Casa Bianca poiché destinata “probabilmente a uccidere” la prospettiva di un trade agreement bilaterale privilegiato con Washington. Con le lodi sperticate a Boris Johnson, appena dimessosi in polemica con la premier e additato già da Trump come un successore ideale a Downing Street. Con le critiche al sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, per il “pessimo lavoro fatto contro il terrorismo” (ma anche per aver autorizzato le affollate proteste di piazza contro di lui e il lancio da parte dei contestatori dell’irridente pupazzo d’un bizzoso baby-Donald).

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/07/15/brexit-la-rivelazione-di-theresa-may-trump-mi-ha-detto-che-dovrei-fare-causa-allue/4493883/

Brexit, lasciano i ministri Davis e Boris Johnson: “Troppo arrendevole la linea del governo May nella trattativa con l’Ue”

Risultati immagini per Brexit, lasciano i ministri Davis e Boris Johnson

Il Fatto Quotidiano

Il governo di Theresa May traballa e perde pezzi dopo che la premier inglese ha scelto la linea softnella trattativa con la Ue sull’uscita della Gran Bretagna. Lunedì si sono dimessi nel giro di alcune ore prima il ministro delegato alla Brexit, l’euroscettico David Davis, poi il ministro degli esteri Boris Johnson, che due anni fa è stato uno dei volti della campagna per la vittoria del “Leave” al referendum. Passi indietro che esplicitano la spaccatura nell’esecutivo e avvicinano, scrive The Guardian, la possibilità di un voto di sfiducia a Westminster nei confronti della May. “Non siamo d’accordo sul modo migliore di portare a termine il nostro impegno comune per rispettare il risultato del referendum del 2016”, ha ammesso lei. Secondo il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, il governo è sprofondato “nel caos“, è “incapace di raggiungere un accordo” con l’Ue e deve “cedere il passo a chi è capace”. Corbyn evoca chiaramente un cambio della guardia a favore del Labour e ridicolizza la nuova piattaforma sulla Brexit di May, sostenendo che non fa chiarezza su nessuno dei punti chiave, non garantisce un confine aperto in Irlanda e lascia il Paese “prigioniero della guerra civile Tory”.

Ue: “Politici vanno e vengono, problemi restano” – Il presidente della Commissione europea,Jean-Claude Juncker, ha commentato ironicamente dicendo che le dimissioni “dimostrano chiaramente che c’era grande unità di vedute nel governo britannico”. Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha aggiunto che “i politici vanno e vengono, ma i problemi che hanno creato per le persone restano. Il caos causato dalla Brexit è il problema più grande nella storia delle relazioni tra l’Unione europea e il Regno Unito, ed è ancora molto lontano dall’essere risolto, con o senza il signor Davis”.
Dimissioni di Davis dopo la presentazione del piano per l’area di libero scambio – Le dimissioni di Davis, 69 anni, sono arrivate nella notte (immediatamente seguite da quelle del sottosegretario Steve Baker), ma erano attese da venerdì quando, in Consiglio dei ministri, May aveva imposto la sua linea più conciliante sulla Brexit. In base al cosiddetto “piano di Chequers” dovranno esserci regole comuni su diversi beni, inclusi alimenti e prodotti agricoli. I dettagli avrebbero dovuto essere svelati un libro bianco giovedì prossimo, il 12, mentre i negoziati a Bruxelles avrebbero dovuto prender il via attorno al 16. Davis, conservatore, ci ha pensato poco più di 48 ore prima di annunciare la sua posizione ufficiale: “La direzione generale della politica del governo, nella migliore delle ipotesi, lascerà la Gran Bretagna in una posizione debole nei negoziati con l’Unione Europea, e forse senza via di uscita”. Di qui l’addio.
L’annuncio dell’ex sindaco di Londra Johnson è arrivato invece a pochi minuti da un intervento di fronte alla Camera dei Comuni della stessa premier sulla Brexit, ora destinato a trasformarsi in una sfida nell’arena. E’ stato poi confermato da Downing Street, che ha annunciato l’imminente nomina di un nuovo titolare del Foreign Office, sottolineando come May abbia “ringraziato Boris” per il lavoro svolto lasciando tuttavia intendere l’intenzione di provare ad andare ancora avanti nonostante i venti di crisi sempre più evidenti. In privato Johnson aveva criticato il piano di May per mantenere forti legami economici con l’Ue anche dopo la Brexit. Da quando il governo ha approvato il piano venerdì, tuttavia, si era astenuto da commenti pubblici. Oggi avrebbe dovuto co-presentare un summit sui Balcani occidentali a Londra, ma non si è presentato. Al posto di Davis la premier ha nominato Dominic Raab, 44 anni, finora viceministro della Giustizia e in passato elemento di punta nel fronte pro-Leave durante la campagna referendaria del 2016.
Le critiche: “Il controllo del Parlamento sarà del tutto illusorio” – La May si sta battendo per tenere unito il partito conservatore su un progetto di Brexit che mantenga forti legami economici con l’Ue anche dopo aver lasciato il blocco, ma trovando nel suo partito resistenze sempre più esplicite. L’accordo di venerdì, arrivato dopo la maratona di colloqui nel ritiro della prima ministra, “renderebbe il presunto controllo del Parlamento sulla Brexit del tutto illusorio“, ha detto il ministro dimissionario. Davis era particolarmente critico nei confronti della proposta di mantenere un “regolamento comune” per consentire il libero scambio di merci, affermando che “in questo modo il controllo su ampie fasce della nostra economia resterebbe nelle mani della Ue. Non sono persuaso che il nostro approccio negoziale non finirà per portare ad ulteriori richieste di concessioni”, ha detto, concludendo che il suo incarico di negoziatore della Brexit richiedeva “un fedele sostenitore del tuo approccio e non un semplice coscritto riluttante“. In una lettera, Theresa May ha risposto che il suo piano sulla Brexit è in linea con l’impegno di lasciare in piedi il mercato unico europeo e l’unione doganale.”Non sono d’accordo con la tua caratterizzazione della politica che abbiamo concordato”, ha detto la premier. Poi i ringraziamenti a Davis: “Desidero ringraziarti calorosamente per tutto ciò che hai fatto negli ultimi due anni come Segretario di Stato per dare forma alla nostra uscita dall’Ue”.

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