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Perché il MOSE non è stato alzato per proteggere Venezia dall’acqua alta


Di Davide Falcioni

Non funziona ancora, nonostante una gestazione lunga quasi 40 anni, né si sa se mai funzionerà correttamente. Il MOSE, acronimo che sta per Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è una barriera fra la laguna di Venezia e il Mar Adriatico che avrebbe dovuto evitare gli allagamenti ma che non è stato ancora completato, tra ritardi, scandali giudiziari e miliardi di euro. Francesco Ossola, ingegnere, docente universitario a Torino, è il "commissario tecnico" del Mose e in un'intervista rilasciata al Corriere ha spiegato lo stato dell'opera: "Nel 2019 erano previsti solo dei test di sollevamento che stiamo svolgendo e lo avevamo scritto al ministero delle Infrastrutture lo scorso 10 dicembre. E comunque non siamo certo noi commissari a poter decidere se alzarlo, serve una cabina di regia istituzionale".

Da due giorni il MOSE è al centro delle polemiche. C'è chi ne contesta da sempre la realizzazione, come l'ex sindaco Massimo Cacciari, sostenendo che non è la soluzione all'acqua alta bensì parte del problema. Altri si chiedono come mai non sia mai entrato in funzione e c'è persino chi avrebbe auspicato maggior "coraggio" da parte di Ossola, che avrebbe dovuto alzare le paratie nonostante non si sappia ancora se siano efficaci e non siano stati neppure ultimati i lavori. Il commissario spiega: "Il cronoprogramma prevedeva per quest’anno solo test, bocca per bocca. Dobbiamo tarare le parti meccaniche e il software, che è un aspetto fondamentale. Quando le paratoie si alzano, soprattutto con condizioni estreme di vento come ieri, le onde ci sbattono contro violentemente e tendono ad abbassarle e un software corregge questa situazione e le riporta su, ma deve essere ancora settato. Senza aver finito questi test il rischio è che l’onda le scavalchi, creando dei danni alla città e anche alle paratoie".

Il commissario non avrebbe potuto azionare il Mose non solo perché l'opera non è stata neppure testata, ma anche perché per farlo non è sufficiente pigiare il classico "pulsante rosso". Ci sono iter burocratici da rispettare, enti da coinvolgere e soprattutto personale da formare: "C’è un problema di risorse umane. Per alzarle in modalità manuale servono quattro squadre, una per ogni schiera, di una ventina di persone ciascuna. Noi ne abbiamo una, per ora, che serve per i test. Abbiamo sottoposto al Provveditorato la necessità di reclutare questi tecnici e formarli adeguatamente. Stiamo poi finendo i collegamenti per tutti gli impianti".

L'idea di chiudere le paratie due sere fa sarebbe stata dunque impraticabile. Il MOSE non è ancora completo, non sono stati ancora eseguiti i test né il collaudo finale. La consegna dell'opera è prevista per il 31 dicembre del 2021, salvo nuovi intoppi e ritardi.

FONTE: https://www.fanpage.it/attualita/perche-il-mose-non-e-stato-alzato-per-proteggere-venezia-dallacqua-alta/

Il governo impugna la legge veneta che impone l'esposizione del Leone di San Marco negli edifici pubblici



http://www.huffingtonpost.it/2017/09/23/il-governo-impugna-la-legge-veneta-che-impone-lesposizione-del-leone-di-san-marco-negli-edifici-pubblici_a_23220351

Niente bandiera veneta con il leone di San Marco obbligatoria negli uffici pubblici del Veneto. Infatti il consiglio dei ministri, su proposta del presidente Paolo Gentiloni, ha esaminato ventitrè leggi regionali, deliberando di impugnare la legge della regione veneto n. 28 Del 05/09/2017, recante 'nuove disposizioni in materia di uso dei simboli ufficiali della regione del veneto. Modifiche e integrazioni alla legge regionale 20 maggio 1975, n. 56 'Gonfalone e stemma della regione".

La decisione "in quanto alcune norme riguardanti l'esposizione della bandiera veneta contrastano con la legislazione statale relativa all'uso dei simboli ufficiali". Ne consegue, spiega la nota diffusa dopo il cdm, "l'invasione nella competenza legislativa riservata allo stato in materia di 'ordinamento e organizzazione amministrativa dello stato e degli enti pubblici nazionali', stabilita dall'articolo 117, secondo comma, lett. G) della costituzione, nonchè la violazione dei principi costituzionali di ragionevolezza, uguaglianza e di unità di cui agli articoli 3 e 5 della costituzione".

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FOTO:ANSA

Vaccini, Zaia sospende il decreto di moratoria

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http://www.lastampa.it/2017/09/07/italia/cronache/vaccini-zaia-sospende-il-decreto-di-moratoria-CgrFOAm9hEAvNTDdgy9MoI/pagina.html

Dietrofront del Veneto. La regione guidata da Luca Zaia ha deciso di sospendere, almeno temporaneamente, il decreto di moratoria di due anni sull’obbligo dei vaccini, così come richiesto ieri dal governo. Il Veneto attende però che sul tema si esprima il Consiglio di Stato. «La legge è chiara e va rispettata», ha detto la ministra Valeria Fedeli. Beatrice Lorenzin, ministra alla Salute, ha commentato: «Apprendiamo con soddisfazione la decisione del Veneto di allinearsi alla normativa nazionale». La stessa Lorenzin aveva annunciato possibili contromosse per ostacolare la moratoria. 
Zaia fa sapere che il direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, ha deciso di sospendere il decreto «temporaneamente, con decisione autonoma», in attesa che la regione si attivi per avere «un parere autorevole rispetto a questo contenzioso». Zaia ha anticipato l’intenzione di inoltrare il quesito «direttamente al Consiglio di Stato». 

Il decreto di moratoria era stato firmato dallo stesso Mantoan. Prevedeva che i genitori dei bambini da zero a sei anni avessero tempo due anni, fino al 2019, per presentare la documentazione sui vaccini, necessaria per l’iscrizione agli asili nido e d’infanzia. 

Anche il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha chiarito ora l’intenzione di rispettare la normativa nazionale: «Come Comune rispetteremo la legge e faremo tutto quello che richiede. Non mi piacciono gli scontri, sono per la mediazione». Soddisfatto il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri: «La decisione della regione Veneto di sospendere il decreto di moratoria in materia di vaccini è molto saggia». Maurizio Lupi, capogruppo di Alternativa popolare, su Twitter ha scritto: «Vincono il buon senso e la tutela della salute dei bambini». 

Intanto però la giunta regionale - che aveva presentato mesi fa un ricorso contro l’allora decreto legge sulle vaccinazioni obbligatorie - ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale anche la legge di conversione dello stesso decreto. Un passaggio che riprende molte delle indicazioni contenute nel primo atto, ma le aggiorna alla luce delle modifiche apportate in sede parlamentare.  

Al centro della richiesta di incostituzionalità della legge, come riporta la stampa locale, l’assenza di elementi che possano giustificare una decretazione d’urgenza che impone una decina di vaccinazioni; la mancanza di considerazione della copertura delle spese per avviare le campagne vaccinali obbligatorie, che per il Veneto comporterebbe una spesa aggiuntiva di 13,9 milioni di euro. Nel ricorso anche la richiesta alla corte di sospensiva degli effetti della legge. 

Il Veneto contro i vaccini obbligatori imposti dallo Stato: "Faremo ricorso alla Consulta"

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Zaia contro i vaccini obbligatori. La Regione Veneto ha notificato oggi il ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto legge 73 del 2017 sulle vaccinazioni obbligatorie. "Quello che rifiutiamo - commenta il presidente Luca Zaia - è un intervento statale che impone un obbligo collettivo di ben dodici vaccinazioni, una coercizione attuata per di più con decreto d'urgenza, senza precedenti storici a livello internazionale, nemmeno in periodi bellici, che rendere l'Italia il Paese con il maggior numero di vaccinazioni obbligatorie in Europa".
"Noi - prosegue Zaia - non contestiamo certo la validità dei programmi di vaccinazione: lo testimonia la nostra legislazione regionale, improntata sulla opportunità di effettuare i vaccini e lo dimostrano gli elevati livelli di copertura raggiunti nel Veneto, applicando un modello basato sul consenso informato e sull'adesione consapevole". Nel merito, la Regione Veneto contesta, tra gli altri, i seguenti aspetti: l'esistenza del presupposto di necessità e urgenza su cui basa il decreto legge, "perché l'Oms non ha mai raccomandato il raggiungimento della soglia di copertura vaccinale del 95% per garantire l'immunità di gregge"; la soglia del 95% viene considerata come "ottimale", ma non "critica" dalle istituzioni sanitarie per alcune malattie (e non per tutte), e per questo il Veneto, con i livelli di copertura raggiunti dal il proprio modello, non presenta "una situazione epidemica di emergenza"; la violazione del diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione), riguardo al principio di autodeterminazione nelle scelte sanitarie

Terrorismo, ecco come l’Isis si è insediato in Veneto

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Di Eugenio Palazzini
In pieno centro a Venezia questa notte è stata sgominata una cellula jihadista che progettava attacchi in Italia Come riportavamo stamani nell’articolo di apertura del nostro giornale, il blitz di polizia e carabinieri ha portato all’arresto di tre persone e al fermo di un minorenne. Si tratta di immigrati kosovari che risiedono in Italia con regolare permesso di soggiorno. Emergono quindi due aspetti preoccupanti.
Intanto abbiamo la conferma che il pericolo terrorismo è sempre più evidente, visto che a meno di 300 km dalle nostre coste c’è uno Stato di recente e discutibile costituzione, il Kosovo, a maggioranza musulmana e che nelle intenzioni di alcuni capi jihadisti dovrebbe diventare una sorta di avamposto del califfato targato Isis in Europa. Il secondo aspetto inquietante è la presenza di immigrati regolari radicalizzati e disposti a compiere attentanti in Italia.

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Ma il Veneto, anche per via della vicinanza con i paesi balcanici, non è nuovo a campanelli d’allarme di questo tipo. Mohammed Lahsni, islamico marocchino, il 25 settembre 2004 uccise la figlia a Padova a bastonate perché “era troppo occidentalizzata”. Uscito dal carcere undici anni dopo, prima di essere essere rispedito in Marocco ebbe modo di farsi apprezzare dal giudice che lo aveva condannato: “Disprezza ancora la nostra società”, affermò il magistrato. Lo stesso giorno in cui Anis Amri, l’attentatore di Berlino, fu ucciso dalla polizia a Sesto San Giovanni, venne espulso dall’Italia Ridha Aissaoui, un tunisino che a Treviso faceva lo spacciatore davanti alle scuole e in carcere a Padova si era radicalizzato. Storia comune a molti jihadisti in fieri o effettivi, passati dai piccoli reati comuni (in particolare legati a storie di droga) al terrorismo islamista.Nel maggio 2016 uno sloveno residente in Veneto è stato arrestato per essere un presunto combattente dello Stato islamico e aver addestrato nel reclutamento aspiranti combattenti dell’Isis.
Venezia, lo scorso 21 gennaio, la procura antiterrorismo ha avviato un’indagine sulla tunisina Sonia Khediri, ragazzina residente in provincia di Treviso, che avrebbe seguito il richiamo dello Stato islamico in Siria dopo il caso di Meriem Rehaily, 21enne marocchina a sua volta partita per la Siria nel 2014 per arruolarsi nel califfato. Ed è sempre a Venezia che nel 2014 la procura distrettuale, lavorando a stretto contatto con i Ros di Padova, avviò un’inchiesta su “Ismar il veneto” per ricostruire la fuga in Siria di Ismar Mesinovic, bosniaco (nel 1995 a guerra dei Balcani terminata arrivarono nel Nord Est italiano 6 mila bosniaci prevalentemente islamici) appartenente a una cellula jihadista radicata tra Friuli e Veneto. Salterà fuori una fitta rete di contatti con lo Stato islamico.
C’è quindi una trama complessa e al contempo allarmante che porta ai jihadisti annidati in Veneto e che non è così facilmente decifrabile, soprattutto a causa di una scellerata politica immigratoria. Perché dagli arresti di oggi e dai precedenti sopra menzionati, si evince che i terroristi possono essere molto giovani, anche minorenniNon sono cani sciolti ma hanno spesso una fitta rete di contatti e complici, usufruiscono di leggi e permessi che garantiscono loro la possibilità di stanziare a lungo in Italia anche lavorando (Ismar Mesinovic era un imbianchino “che si faceva ben volere”), non provengono tutti dal Nord Africa e dal Medio Oriente. Bosnia e Kosovo ne sono la dimostrazione.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/terrorismo-lisis-si-insediato-veneto-60755/

L’ultima sfida del Veneto: “Dialetto anche a scuola e posti riservati nel pubblico”

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Di Davide Lessi

Qualcuno già parla di Venexit, facendo il verso all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. Ma nelle intenzioni dei promotori il modello è un altro: il Sud Tirolo e l’autonomia del Trentino Alto Adige. Fatto sta che a Venezia il Consiglio regionale ha votato una proposta di legge per il riconoscimento del popolo veneto come «minoranza nazionale». Una norma votata a maggioranza: 27 favorevoli (Lega, Lista Zaia e tre consiglieri tosiani), 16 contrari e cinque astenuti. 

I punti della legge  
«Miriamo a vedere riconosciuti ai veneti gli stessi diritti assicurati agli altoatesini o ai trentini, ai quali sono garantiti dallo Stato italiano risorse e mezzi per tutelare le minoranze di cultura tedesca, ladina, cimbra», esulta il relatore leghista Riccardo Barbisan. Il provvedimento, che per molti ha forti dubbi di costituzionalità, non riguarda solo il bilinguismo. Oltre alla possibilità del rilascio di un patentino di veneto e all’ipotesi della cartellonistica in due lingue, la legge 116 apre la strada all’insegnamento del dialetto anche a scuola. Altro non sarebbe che l’applicazione della Convenzione quadro europea per la tutela delle minoranze, come i rom. Ma c’è dell’altro: «Mezzi di comunicazione ad hoc come giornali e tv e posti riservati nella pubblica amministrazione», sostiene Loris Palmerini, presidente dell’istituto di lingua veneta ed estensore materiale della proposta di legge votata martedì sera da Palazzo Ferro Fini. Posti negli uffici pubblici in base alla «veneticità», dunque? «Sì, il modello è quello del Sud Tirolo», rivendica Palmerini, che nella relazione allegata alla proposta di legge parla anche di «controllo dei flussi migratori» (sic, ndr). «Il senso è che un prefetto non può fare quello che gli pare – spiega ancora Palmerini - se sta colonizzando un territorio con decine di migranti, i sindaci devono rivendicare i loro diritti di minoranza nazionale discriminata». Sia chiaro: questo provvedimento resta sulla relazione allegata, ma ben inquadra lo spirito in cui nasce.  

“Noi paghiamo e non riceviamo nulla”  
Per capire cosa s’agita a Nord-Est vale la pena ascoltare le parole di Riccardo Szumski, sindaco di Santa Lucia, uno dei quattro Comuni (Grantorto, Resana e Segusino gli altri) che hanno formalmente proposto la legge al consiglio regionale. «Guardi, poche balle, la situazione è questa: la mia comunità paga 33 milioni di Irpef e Iva che vanno allo Stato, in cambio non riceviamo niente, o quasi». Sembra di risentire il mantra di Matteo Renzi contro l’Europa. Solo che lo scontro qui è tra Veneto e l’odiata burocrazia romana. Insomma, il bilinguismo sembra c’entrare poco. «Il problema non è insegnare la lingua veneta a scuola, quello è un atto simbolico – spiega ancora il sindaco -. La verità è che siamo in mezzo a due regioni autonome, Friuli e Trentino, e chiediamo anche noi più competenze e potenzialità di sviluppo per il nostro territorio». 

Il sacco del Nord-Est  
«Il tema della ripartizione delle risorse c’è, ma lo strumento della lingua è il modo sbagliato per rivendicarlo». Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova, ne è convinto. «A un veneto l’idea di pagare per i forestali siciliani giustamente non va giù», dice e cita il «Sacco del Nord», libro di Luca Ricolfi sulla giustizia territoriale. «Ma quella della lingua è una pura follia anche perché un solo dialetto scritto non esiste: basta fare un giro in giornata tra Padova e Belluno per capire che le differenze sono enormi». Nessun bisogno di tutelare il veneto, dunque? «Macché, qui è già parlato dalla maggior parte dei cittadini. E non mi sembra siano dei panda, una minoranza in via di estinzione».  

Venetex, la nuova moneta virtuale del Veneto

Ha preso ufficialmente avvio in Veneto il circuito di credito commerciale Venetex, strumento di pagamento che si fonda su una moneta virtuale, la “Venetex”, il cui valore nominale è assunto pari a un euro.
Il modello del sistema è mutuato dall’esperienza di Sardex, la “moneta complementare” nata in Sardegna nel 2010 e già replicata in altre nove regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania e Umbria). A supportare la partenza di Venetex è il circuito di 52 imprenditori che aderiscono a Venetwork, rete di aziende regionali già intervenuti con propri capitali e competenze a supporto di nove imprese locali e startup e che da oggi è anche partner di Venetex.
Come riporta il Gazzettino lo scopo è di creare un circuito di aziende di varia natura, con sede nella regione, preferibilmente piccole e medie, all’interno del quale lo scambio di beni e servizi è pagato con la moneta virtuale, ossia crediti maturati reciprocamente e che possono essere spesi nella rete degli associati in modo istantaneo e senza circuitazione di denaro. Oltre ad entrare a far parte di un sistema che consente vie “privilegiate” di business in un ambiente circoscritto e garantito, il metodo ha il vantaggio di evitare il passaggio per soggetti bancari o comunque finanziari nel caso di fabbisogno di liquidità o per il normale pagamento di fatture.
Nel solo mese di dicembre“, ha spiegato Gabriele Littera, presidente di Sardex,  “in Sardegna con Sardex sono stati transati oltre 100 milioni di crediti e sono ormai numerose le aziende che trasformano parte della busta paga dei lavoratori in crediti Sardex, da un lato mantenendo più agevolmente i posti di lavoro, dall’altro incentivando i consumi sul territorio”.


Ha aggiunto invece l’amministratore delegato di Venetex, Francesco Fiore, “potrebbero esserci da subito 500 mila persone fisiche, legate alle società aderenti, che potrebbero usare Venetex. Questa forma di credito, infine, non può essere accumulato, può soltanto essere speso e nelle altre regioni si è visto come la moneta virtuale circoli 10 volte più velocemente dell’Euro“.

Padova:offre gratis la sua casa a 6 profughi, ma dai residenti raccolta firme per cacciarli



http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/veneto/padova-donna-ospita-gratis-sei-africani-raccolta-firme-per-cacciarli_2110422-201502a.shtml

Non lo rifarebbe Patrizia, la donna che diciotto giorni fa ha portato nel centro di Padova sei migranti africani. Troppo forti le proteste della città: tremila residenti hanno già aderito alla raccolta firme per cacciare gli inquilini dell'appartamento dato in comodato d'uso gratuito alla onlus "Percorso Vita". "Nessuno ci garantisce che non siano terroristi", spiegano ai gazebo organizzati dall'assessore leghista Fabrizio Boron.
Il contratto per l'appartamento scadrebbe il 31 luglio, ma probabilmente i migranti lo abbandoneranno prima. La signora Patrizia, infatti, ha lasciato la città affidando al fratello il compito di risolvere questo problema. Era stato quest'ultimo, volontario presso la onlus beneficiaria, a convincerla a concedere gratuitamente l'immobile.

Contrario all'iniziativa della donna anche il sindaco Massimo Bitonci (Lega Nord): "Mettere dei clandestini in case private è una scelta estremamente sbagliata. I cittadini mi hanno chiesto di intervenire perché questa sitazione è intollerabile". A preoccupare la popolazione, però, non sono soltanto questi sei migranti, ma gli oltre 500 che si trovano attualmente in città. Contro di essi è stata organizzata una fiaccolata, prevista per la sera di venerdì 15 maggio.

Veneto: si commuove alla Tv per gli sbarchi, nonnina 90enne offre la sua casa ai profughi

PROFUGHI
Commossa dalle immagini degli sbarchi e dalla notizia del naufragio di 800 persone nel Mediterraneo, una anziana novantenne di Rubano (Padova) ha deciso di lasciare la propria casa ai profughi che sbarcano in Italia, affittandola per metà prezzo a una cooperativa che si occuperà della gestione dei richiedenti asilo.
«Diciamo che ci sono persone che sono cristiane a parole e persone che lo sono nei fatti», ha commentato.
Quando alla tv sono passate le scandalose immagini di quelle 800 vite perse in mare, i fotogrammi di una tragedia che ha fatto inorridire l’Italia intera, Mara Gambato non ha avuto grossi dubbi. Ha chiamato i nipoti, ha traslocato a Padova, in una casa di sua proprietà, e ha consegnato le chiavi della sua villetta di Sarmeola di Rubano ad una cooperativa che si occupa di accoglienza dei profughi. Un regolare contratto di affitto (la 90enne si è accontentata di circa la metà del valore di mercato) che per dieci profughi provenienti da Gambia e Guinea Bissau rappresenta molto più di una nuova casa. «Quando ha sentito alla tv di quelle 800 persone morte in mare – ha raccontato Sergio Ventura, il nipote che ha curato per conto dell’anziana l’affidamento dell’immobile alla cooperativa – e quando ha visto l’immobilismo dello Stato e delle istituzioni ha deciso di fare qualcosa».
A gestire l’accoglienza in quella casa di via Borromeo (così come in quella di corso Milano, a Padova, e in molte altre case della provincia di Padova) è «Percorso Vita onlus» di don Luca Favarin. «Quando l’ho incontrata mi ha parlato anche della guerra e degli italiani all’estero – ha spiegato don Luca - e poi della difficoltà di assistere immobile a quei drammi. La mia impressione è che vedendo la tragedia quotidiana dei profughi abbia in parte rivissuto le difficoltà patite da lei, dai suoi amici e coetanei. È la dimostrazione di un’altra cultura veneta, che purtroppo spesso viene oscurata dall’intolleranza di certi» 

Treviso: accompagnatore di calcio abusava di baby-calciatori



Fonte:http://www.intelligonews.it/articoli/6-maggio-2015/26154/treviso-sotto-choc-accompagnatore-di-calcio-abusava-di-baby-calciatori

Pedofilia e calcio. Un binomio non nuovo. A Treviso si indaga per abusi sessuali su calciatori minorenni. Tutto ruota intorno a un accompagnatore di una squadra di calcio del posto, ora indagato per violenza sessuale. L'età dei piccoli campioni andava dai 13 ai 17 anni, e sarebbero 10 per ora le vittime individuate dai Carabinieri di Castelfranco Veneto.

E' la magistratura di Padova ad aver coordinato l'inchiesta iniziata un mese fa per una denuncia di un insegnante. Sarebbe stato lui a raccogliere la confidenza di un 16enne in crisi rispetto agli abusi sessuali che subiva anche in camera da letto, mentre i genitori erano in casa ignari di tutto. 

Ora il 52enne padovano è indagato per violenza sessuale perpetuata anche in auto, negli spogliatoi e vicino al campo di calcio. 

L'accusa è grave tanto più che l'uomo, se venissero confermate le accuse, agiva conscio del suo ruolo e della fiducia della società nei suoi confronti. E, stando alle notizie trapelate, ha già confessato al Pm Piccioni le violenze sui minori. D'altronde le prove pare non manchino: si parla di video e foto con il telefonino video e foto espliciti. 
 
Un dramma questa storia, che la città scandalizzata, sta vivendo con angoscia. 

Veneto:forte emergenza profughi, il prefetto di Venezia chiede di accoglierli nelle case dei privati



Di Giovanni Masini

L'emergenza profughi ormai assedia il Nordest da mesi, con tutte le province del Triveneto sommerse di nuovi arrivi ben oltre la capacità massima ricettiva.
Ora, sotto la spinta dei nuovi arrivi di disperati che sbarcano sulle coste della Sicilia, bisogna prepararsi ad accoglierne altri. A coordinare l'emergenza, tra gli altri, il prefetto di Venezia Domenico Cuttaia, che ha invitato oggi i privati a mettere a disposizione gli appartamenti"per sistemare, provvisoriamente, gli immigrati in arrivo dalla Sicilia".
In una nota sul proprio sito istituzionale, la prefettura del capoluogo lagunare si rivolge a una lunga serie di associazioni di categoria (ci sono Confindustria e Confartigianato ma anche Coldiretti e l'Associazione dei Piccoli Proprietari): la richiesta è quella di "segnalare le disponibilità di edifici, appartamenti, ambienti da adibire a sistemazione provvisoria delle persone". Ma attenzione: non si parla solo di infrastrutture ed immobili degli enti, ma anche dei privati.
La prefettura infatti chiede di "segnalare l'appello anche agli associati" delle varie sigle, badando a "segnalare che l'eventuale disponibilità potrà concretizzarsi in un rapporto contrattuale con la prefettura, nell'ambito delle convenzioni stipulate con gestori che prevedono da parte dello Stato il pagamento di un corrispettivo sino a 35 euro al giornoper migrante".
L'alternativa a un'accoglienza diffusa dei migranti sul territorio, ammonisce Cuttaia, è l'installazione delle famigerate tendopoli, che di certo non rappresenterebbero la soluzione migliore né per i migranti né per i residenti. Si tratta, certo, di "una pura ipotesi di extrema ratio" ma che "in alcune regioni confinanti costituisce già una realtà operativa".
Contro l'accoglienza di altri migranti si è espresso anche il governatore del Veneto Luca Zaia, che ha sostenuto che l'arrivo di nuovi profughi "danneggerebbe il turismo, con un danno economico devastante".

Rovigo:gay si baciano al bar, un pugile li aggredisce lanciandogli un bicchiere

Aggressione omofoba a Rovigo

Di Ivan Francese

Sembrerebbe avere tutti i contorni di un grave atto di omofobia, l'episodio avvenuto sabato sera a Rovigo.
Un giovane omosessuale che stava baciando il proprio partner in un bar è stato aggredito da un terzo avventore che lo ha percosso spaccandogli un bicchiere in faccia. Erano circa le due della notte fra sabato e domenica, quando una coppia di ragazzi gay ha iniziato a scambiarsi tenere effusioni che alla fine sono sfociate in un bacio. Un bacio che, come racconta Il Gazzettino, forse era anche un modo di rispondere alle provocazioni e alle prese in giro rivolte alla coppia.
Eppure quel gesto di affetto ha scatenato un putiferio: un avventore - pare si tratti di un frequentatore di palestre appassionato di pugilato - avrebbe aggredito uno dei due ragazzi appena fuori dal locale, spaccandogli un bicchiere in faccia. Sul caso indaga la polizia, anche se per ora non ci sono indizi certi sull'identità dell'aggressore.

A Padova è nata la prima ambulanza per gli animali

PADOVA - Arriva la prima ambulanza per gli animali

UN’ AMBULANZA DEDICATA AGLI ANIMALI DOMESTICI. Cani, gatti, e perché no anche piccoli coniglietti, da oggi beneficeranno di un servizio in più. L’associazione di volontariato “Padova Soccorso” in collaborazione con l’ “Ambulatorio Veterinario Cadoneghe” del dottor Edoardo Lacava ha pensato alla salute dei migliori amici dell’uomo e ha deciso di comprare un mezzo di trasporto medico per loro. «Si tratta di un’ambulanza speciale, studiata per i quattro zampe», ha spiegato Antonio Sarcona, di “Padova Soccorso”. «Un servizio che mancava a Padova e che permette di trasportare l’animale del privato da casa allo studio veterinario, fornendogli durante il tragitto specifica assistenza medica». Basterà chiamare il numero 392/9739234 e in pochi minuti arriverà l’ambulanza veterinaria che si prenderà cura del proprio cane o del proprio gatto. Molte volte infatti il trasporto del nostro amico a quattro zampe si rivela piuttosto complicato, soprattutto in casi d’emergenza. «L’altra notte una ragazza ha avuto il suo San Bernardo, cane molto grosso di stazza, che stava molto male e non riusciva a camminare. Ha dovuto chiamare il suo veterinario di fiducia che ha fatto davvero fatica a caricarlo in macchina per portarlo in clinica», spiega Antonio Sarcona.

L’AMBULANZA PER ORA LAVORERA’ INIZIALMENTE NEGLI ORARI SERALI E NOTTURNI, dalle 20 della sera alle 8 del mattino. Sarà possibile utilizzarla come primo soccorso, come trasporto verso lo studio di Cadoneghe del dottor Lacava, veterinario presente all’interno dell’ambulanza, o anche come trasporto verso il proprio veterinario di fiducia. Per quanto riguarda il budget sarà calcolato a chilometro sulla base delle tabelle ACI e sulla prestazione del medico veterinario presente in ambulanza. Prezzi, assicura l’associazione, molto abbordabili. Da qui a una settimana il servizio sarà dunque operativo. «Dobbiamo finire di allestire l’interno dell’ambulanza, grazie ai fondi che stiamo raccogliendo, poi saremo pronti per partire», dice entusiasta il dottor Lacava, che sottolinea: «E’ un’iniziativa che mi è piaciuta da subito, anche perché oltre ad essere utile potrebbe in futuro dare lavoro a molti giovani veterinari».

Fonte:http://www.ilfattaccio.org/2015/03/31/padova-arriva-la-prima-ambulanza-per-gli-animali/

Ricevo e pubblico..lettera di Virgilio Faè su un'ennesimo caso di ingiustizia italiana


Ricevo e pubblico una lettera dell'alpino Virgilio Faè


OGGETTO: Gravi problemi familiari da alpino VFP4

Chi vi scrive è un ragazzo bellunese di 28 anni o meglio un Alpino delle Dolomiti nel cuore e nell'anima!
Provengo da una famiglia veramente povera di umili origini, situazione che mi ha portato a dover rinunciare agli studi e ad accontentarmi della licenza media. Chiuso questo capitolo, mi sono battuto per un posto da volontario professionista, il mio sogno di una vita.

Dopo numerosi tentativi, finalmente nel 2009 sono diventato VFP4 (dichiarato idoneo al servizio permanente) presso il prestigioso Corpo degli Alpini; ero riuscito nel mio intento, nel mio obiettivo cioè quello di indossare la divisa così da sentirsi fieri e orgogliosi di appartenere alle Truppe Alpine con la sua storia, i suoi valori, i suoi sacrifici, le sue glorie, le sue tradizioni... motivo di felicità non solo per me ma anche per la mia famiglia. Ho sempre creduto in tutto quello che ho fatto portando avanti con devozione i miei valori, gli ideali alpini, l'amore per il servizio... Poi circa un anno e mezzo fa le mie speranze, i miei sogni, si sono infranti, sgretolati e tutte le mie certezze sono venute meno. Tale circostanza si è creata dopo la mia personale richiesta esposta  più  volte di trasferimento presso un piccolo distaccamento di alta montagna “Arabba – Marmolada”  (anche per essere più vicino ai miei genitori entrambi invalidi civili al 67% mamma e 100% papà, potendo così  essere indispensabile nei momenti di pernotto e licenza di fine settimana PFS) e non concessomi senza un motivo preciso anzi mandato all’Ospedale Militare di Padova e congedato con una”a detta loro”(futura possibilità di reintegro.)

In questi mesi, non ho più avuto la possibilità finanziaria di far fronte alle spese di ricorso; così è sfumato il sogno di una vita da alpino e mi ritrovo a casa con un unico pensiero: quello di poter tornare a vestire di verde, non solo nell'animo ma anche nella vita quotidiana e di continuare umilmente a prestare servizio alla Nazione.
Penso di aver sempre dato il meglio di me, di non aver mai creato problemi a nessuno, prodigandomi a costruirmi un futuro sicuramente migliore della mia infanzia.
Non avrei mai voluto giungere a questo punto, a scrivere questa sorta di lettera ma desiderando solo che qualcuno prendesse in considerazione la mia situazione…

Ultimamente per me le cose non vanno tanto bene, mi sento triste, demoralizzato al solo pensiero di non poter più vestire una divisa da Alpino, e perché? Per un proscioglimento a parer mio ingiusto, visto che non chiedevo altro ma solo di essere trasferito in un distaccamento di Alta Montagna (Arabba – Marmolada), per poter essere più vicino a mia moglie ma soprattutto ai miei genitori entrambi invalidi civili ed io che sono figlio unico mi sento in dovere, e non solo, di provvedere a loro per quanto concerne i lavori manuali (taglio legna, falcio erba, spalare neve …) attività alle quali avrei provveduto e provvederei durante le licenze, i fine settimana, i permessi di libera uscita … dalla caserma. Ecco … mio papà e mia mamma … loro che quando mi hanno visto diventare Alpino VFP4 e sapere che ero idoneo al Servizio Permanente si sono commossi e inorgogliti poiché vedevano in me, il loro figlio, colui che era uscito da quella situazione economica disagiata, dopo tutto quello che avevano passato. Invece è andato tutto diversamente, la mia richiesta non è stata accolta e come si dice oltre al danno anche la beffa, non mi hanno ascoltato, hanno fatto scarica barile, mandato all’Ospedale Militare di Padova e giudicato depresso (assurdo!); con questo verdetto sono stato prosciolto e mandato a casa senza tanti complimenti.
Vivo a San Tomaso Agordino, paesino di Alta Montagna circondato dalle più belle cime del Mondo (Dolomiti) e anche se potrà sembrare banale o infantile, le mie radici, il mio cuore sono qui; l’amore per i miei monti, le mie vette, per questi luoghi stupendi, per la storia delle Truppe Alpine mi hanno spinto a diventare Alpino!

L’importante, per un reintegro in tempi brevi è di riuscire a presentarmi davanti ad una Commissione Medica Militare che possa ridarmi l’idoneità al Servizio, dato che non sono stato riformato ma prosciolto (a Foligno nel 2008 mi avevano fatto idoneo non solo per i 4 anni ma come già ribadito anche per il Servizio Permanente) e purtroppo sono quasi trascorsi 2 anni dal proscioglimento e il tempo passa …

Credetemi, amo tanto la Montagna, gli Alpini e non chiedo altro!

                                                              Distinti Saluti
                                                        Alpino Faè Virgilio

Faè Virgilio

Via libera ai medicinali gratuiti a base di cannabis: saranno "made in Italy"


Il Consiglio approva all'unanimità la nuova legge, terzo in Italia a riconoscere la valenza terapeutica: la produzione a Rovigo.

VENEZIA – È arrivato il via libera dal Consiglio regionale veneto alla distribuzione gratuita negli ospedali e nelle farmacie di preparati a base di cannabis. Il Veneto diventa la terza regione in Italia, dopo Toscana e Liguria, che dà attuazione concreta alle disposizioni ministeriali del 2007 che hanno riconosciuto la valenza terapeutica dei derivati dalla cannabis.
La legge, approvata all’unanimità, prevede non solo l’avvio sperimentale della distribuzione gratuita di questo tipo di farmaci negli ospedali e nelle farmacie, previa prescrizione medica, ma anche la produzione diretta tramite la stipula di una convenzione con il Centro per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura di Rovigo e lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (unici centri autorizzati in Italia alla produzione sperimentale) al fine di poter acquistare direttamente, al prezzo di costo, i cannabinoidi ad uso terapeutico.
Sino ad oggi, infatti, nonostante siano stati riconosciuti dalle tabelle ministeriali dal 2007, in Italia non ci sono produttori registrati di medicinali cannabinoidi: ospedali e farmacie possono quindi solo importarli dall’estero, su esclusiva responsabilità del medico richiedente, con lunghe attese per tempi e modalità di ordine e di consegna (circa sei mesi) e spese maggiorate da sette a dieci volte il costo effettivo del prodotto farmaceutico prescritto.
«Dotare il Veneto di questa legge è una scelta di civiltà – ha spiegato il relatore Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra) – che consentirà ai malati e al servizio pubblico della nostra regione di non dipendere esclusivamente dalle importazioni dall’estero per i farmaci cannabinoidi, con grandi risparmi di tempo e costi, riduzione degli enormi disagi ai quali sono sottoposti i malati che necessitano di tale tipo di farmaci». «Con questa legge – ha sottolineato Leonardo Padrin (Pdl), presidente della commissione Sanità e correlatore del provvedimento – il Veneto riconosce a tutte le persone il diritto di vivere senza sofferenze inutili e di ricevere cure adeguate ai loro problemi di salute e di relazione. Lo sviluppo della lotta al dolore e l’offerta di cure palliative e di fine vita sono una priorità del nostro servizio sanitario regionale». «L’utilizzo della cannabis a fini terapeutici in Italia – ha concluso Pettenò – deve superare ostracismi di tipo ideologico che associano questo tipo di cure all’abuso di stupefacenti e alla lotta contro le droghe». Farmaci e preparati galenici a base dei principi attivi contenuti nella pianta della cannabis sativa (la specie utilizzata in medicina) risultano efficaci nelle cure palliative e antalgiche: ne potranno quindi beneficiare in particolare i malati terminali, i malati di cancro per lenire gli effetti delle chemioterapie e radioterapie, i pazienti affetti da malattie croniche irreversibili, come SLA e distrofia muscolare, gli affetti da Alzheimer e da morbo di Parkinson.
I farmaci a base di cannabinoidi si dimostrano efficaci inoltre in oculistica per la cura del glaucoma, nel trattamento della nausea e del vomito in pazienti affetti da neoplasie, di patologie neurologiche e traumi cerebrali, nel trattamento dell’asma. Da sperimentazioni scientifiche risulterebbe inoltre che i cannabinoidi hanno proprietà di ridurre i dosaggi degli analgesici oppiacei, quali la morfina e i suoi analoghi, necessari a lenire il dolore nei malati oncologici sottoposti a trattamenti cronici, evitando così i fenomeni di assuefazione e di tossicità cronica.
In fase di prima applicazione sperimentale, per il 2012, la Regione Veneto stanzierà 100 mila euro per assicurare la gratuità dei farmaci. Una somma probabilmente insufficiente per garantire, a regime, l’erogazione gratuita dei farmaci cannabinoidi a tutti i potenziali utilizzatori: si calcola, infatti, che il costo annuo per curare cento malati di sclerosi multipla si aggiri sui 500 mila euro. L’approvazione della legge è stata salutata da un coro di consensi ‘bipartisan’.
Per Claudio Sinigaglia (Pd) rappresenta «uno strumento in più, meno invasivo di altri farmaci, da utilizzare nelle terapie del dolore». Per Antonino Pipitone (Italia dei Valori) l’impiego di farmaci cannabinoidi va considerato «un piccolo aiuto, alla stessa stregua dell’utilizzo di morfina e narcotici in medicina, per lenire alcune forme di dolore e alcune patologie». Anche Stefano Valdegamberi, capogruppo Udc, pur ribadendo la netta contrarietà del suo gruppo all’uso di sostanze stupefacenti a scopo ludico-ricreativo, si è detto favorevole all’impiego della cannabis in funzione antalgica e per cure terminali. Per Diego Bottacin (Verso Nord) «finalmente si recupera un anacronistico retaggio culturale verso la lotta al dolore». Concetto ribadito anche da Vittorino Cenci (Lega), che nell’autorizzazione della cannabis a fini terapeutici vede «un passo in più» nella lotta al dolore.

fonte :Il Mattino

immagine: Il Fattaccio

http://nientebarriere.blogspot.it/2012/09/via-libera-ai-medicinali-gratuiti-base.html

Tasse, burocrazia e poco credito: da inizio anno sono già 23 i suicidi di imprenditori

Sale a 23 dall’inizio del 2012 il conto degli imprenditori suicidi a causa della crisi economica dall’inizio. Un conto che non sembra fermarsi. I dati vengono dal centro studi dell’associazione artigiani e piccoli imprenditori di Mestre (Cgia) che ne registra 9 (il 40 per cento) nel solo Veneto. Nel suo studio, la Cgia ha specificato anche che un’impresa su due (precisamente il 49,6 per cento) chiude i battenti entro i primi 5 anni di vita: “E’ vero che molte persone, soprattutto giovani, tentano la via dell’autoimpresa senza avere il know how necessario, tuttavia è un segnale preoccupante anche alla luce delle tragedie che si stanno consumando in questi ultimi mesi”, ha dichiarato Giuseppe Bortolussi segretario della Cgia di Mestre.

Secondo l’associazione, del resto, “tasse, burocrazia, ma soprattutto la mancanza di liquidità sono i principali ostacoli che costringono molti neoimprenditori a gettare la spugna anzitempo. Per molti, il suicidio è visto come un gesto di ribellione contro un sistema sordo ed insensibile che non riesce a cogliere la gravità della situazione” ha continuato Bortolussi.

Il morbo è trasversale, colpisce giovani e adulti, imprenditori e artigiani, sopratutto uomini, ma c’è anche una donna. A seguire il triste computo si leggono storie diverse fra loro ma accomunate tutte dalla disperazione. Ieri un ex manager di 42 anni si è buttato sotto un treno a Sesto Fiorentino: disoccupato dal 2011, ha lasciato moglie e figlia; il giorno prima si era impiccato un cinquantaduenne imprenditore agricolo, anche lui sposato, con figli a carico e oberato dai debiti. Nei giorni precedenti, invece, due ragazzi di 28 e 29 anni si erano uccisi perché schiacciati dai debiti.

Tra il 2008 e il 2010 è aumentata del 25 per cento la statistica Istat su chi ha scelto di togliersi la vita per ragioni economiche: 150 casi nel 2008, 187 nel 2010 e nel 2011 si parla addirittura di 3mila e cinquecento casi di suicidio di cui circa un terzo legati al lavoro. A Padova, nel frattempo, è nata la prima associazione “parenti delle vittime della crisi”. L’hanno fondata Laura Tamiozzo e Flavia Schiavon, due imprenditrici venete i cui padri si sono suicidati perché non riuscivano a riscuotere i crediti delle rispettive aziende.

Da il Fatto Quotidiano

Un piatto di lenticchie

Di Alessio Mannino


Si può compensare o ridurre il danno rappresentato dalla più grande base militare Usa in Europa in costruzione al posto di un’ex aeroporto civile, tolto d’imperio alla comunità locale, da uno Stato che si priva di un’area di sua proprietà pur di obbedire ai desiderata di una potenza straniera, alleata di nome e padrona di fatto? Per un cittadino che non voglia rassegnarsi alla condizione di suddito, la risposta non può essere che no. La nuova caserma al Dal Molin di Vicenza era e resta un clamoroso abuso: di sovranità nazionale, perché l’Italia, indifferentemente governata dalla destra o dalla sinistra, ha regalato una porzione di territorio a Washington che vi installa truppe e armamenti usati per guerre americane (Irak, Afghanistan); di sovranità locale, perché Roma non ha riconosciuto alcun diritto di autodeterminazione alla popolazione vicentina negandole finanche una semplice consultazione (avvenuta comunque in modo autogestito, senza valore legale), e questo in base a un’inesistente natura di “difesa nazionale” attribuita a un insediamento interamente extraterritoriale; infine è stato uno stupro di democrazia.....
- la tanto decantata democrazia - perché a vent’anni dalla fine della Guerra Fredda il trattato bilaterale del 1955 che ha dato legittimità formale al via libera italiano è coperto da un anacronistico segreto che ha reso impossibile qualsiasi trasparenza sui lavori, sulle conseguenze ambientali, su eventuali dotazioni belliche, e che soprattutto nega agli italiani tutti di poter rifiutare, se lo volessero, concessioni così umilianti e arbitrarie.
Detto questo, si può capire che gli amministratori locali cerchino di salvare il salvabile e portare a casa almeno qualche contropartita per non vedersi cornuti e mazziati. Mercoledì 6 luglio il sindaco Achille Variati (Pd) ha firmato un protocollo d’intesa col governo in cui ottiene un magro piatto di lenticchie: 10,5 milioni di euro per la bonifica del terreno rimasto libero per farsi il suo amato Parco della Pace (foglia di fico, ahimè, della sconfitta del No Dal Molin, anche se sempre meglio di ulteriori cementificazioni lobbistiche), e l’impegno, con tanto di data (31 marzo 2012), a sbloccare il finanziamento della tangenziale nord che dovrà collegare la nuova all’altra base americana, la Ederle, e che sarà in capo all’autostrada Brescia-Padova su mandato dell’Anas. Tutto qui? Tutto qui. Il solito, sgradevole trionfalismo di Variati non è giustificato da nulla. Primo, perché il parco che sorgerà accanto al Dal Molin Usa resterà di proprietà del demanio militare e lo Stato potrà riprenderselo quando vuole, magari per ampliare ancora la caserma se mai un bel giorno il Pentagono, padrone a casa nostra, lo reclamasse. Per soprammercato, i costi della manutenzione della futura zona verde saranno a carico del Comune, cioè dei vicentini. Secondo, come ha fatto giustamente notare in qualità di presidente della Brescia-Padova il capo della Provincia, il leghista Titti Schneck, la promessa di assegnare il cantiere della tangenziale all’autostrada significa fare i conti senza l’oste: la società non può impegnarsi in nessun progetto a lungo termine dal momento che la concessione scade nel 2013 e il suo rinnovo al 2026 è appeso al sì della Provincia di Trento alla realizzazione della Valdastico Nord.  
Un minimo senso della responsabilità imporrebbe da un lato che l’area lasciata libera dal diktat statunitense fosse stata trasferita al patrimonio comunale come risarcimento quanto meno simbolico alla calpestata Vicenza, e dall’altro che i soldi per la tangenziale e per le altre opere di raccordo e sostenibilità urbanistica fossero stati garantiti dagli Americani. Ma c’è il fatto che gli Stati Uniti non sborsano un dollaro per niente che non sia utile nel perimetro delle loro basi. Perciò, se l’accordo verrà rispettato, saranno i clienti dell’autostrada coi loro pedaggi a pagare una tangenziale di quasi 300 milioni di euro. Questo è il mesto epilogo di una lotta, quella contro il Dal Molin a stelle e strisce, che era stata un punto di riferimento per l’orgoglio nazionale, democratico e localista. Almeno lo è stata fino a quando i No Dal Molin, succubi del riflesso pavloviano a sinistra, non l’hanno consegnata nelle mani di un abile politicante come Variati, che l’ha cavalcata e poi scaricata, e che oggi canta vittoria sulle rovine di un danno a cui si è aggiunta un’amara beffa.

Fonte Asso di Picche

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