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Talent Garden, l’Italia alla conquista digitale dell’Europa

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Di Federico Sbandi
Il suo nome in italiano significa Giardino del Talento. È il giardino in cui giovani imprenditori condividono scrivanie e progetti di lavoro. È il giardino in cui professionisti del digitale abbattono le mura degli uffici tradizionali per contaminarsi a vicenda. È soprattutto il giardino di un’Italia che semina idee, raccoglie investimenti internazionali e si prepara a conquistare l’Europa.

Sono passati 5 anni da quel primo dicembre 2011, giorno in cui il Talent Garden inaugurava il suo primo spazio a Brescia. Eppure, nonostante abbia gettato radici in tutta Italia, il network ha mantenuto saldi i valori di chi, nel Talent Garden, ci ha creduto dal primo minuto. “Il nostro merito è stato coinvolgere attivamente i fondatori dei campus – racconta Davide Dattoli, co-fondatore e Ceo del Talent Garden – Questo ci ha permesso di sbarcare in diversi territori con persone che hanno accettato di fare sistema. Puoi muoverti tra Brescia, Milano o Barcellona e trovare sempre la stessa atmosfera, la stessa voglia di condividere valore”.
Circa un mese fa Talent Garden ha coronato un percorso di successi con un round di investimenti da 12 milioni di euro. I fondi sono arrivati da nomi importanti, tant’è che ne ha parlato anche Tech Crunch. Nomi del calibro di Tamburi Investment Partners, 500 Startups ed Endeavor Catalyst – venture capital basato a San Francisco di cui fa parte Reid Hoffman, giusto per dirne uno, co-fondatore di LinkedIn.
L’obiettivo ora è aprire almeno altri 10 campus nei prossimi due anni, come quello inaugurato di recente nei pittoreschi Studios di Cinecittà a Roma. Questi campus si andranno a sommare agli attuali 17, dislocati in Spagna, Romania, Lituania, Albania e ovviamente Italia.
Per chi volesse respirare aria di futuro, la sede milanese di via Calabianaè senza dubbio una delle più consigliate. Spazi ampi e in continua espansione ospitano continuamente meeting ed eventi di formazione, con residenti e ospiti che difficilmente superano i 35 anni. Sono soprattutto presenti startup digitali tra le più affermate in Italia e nel mondo.
Pensiamo a Prestashop, che opera a livello internazionale per rendere gratuitamente disponibile la sua piattaforma di e-commerce open source. Pensiamo a Deezer, che offre 40 milioni di brani in versione streaming per gli amanti della musica di oltre 180 paesi. Pensiamo infine aDeliveroo, i cui riders mettono in collegamento clienti affamati di tutto il mondo e ristoranti che non dispongono di un proprio servizio di consegna a domicilio. Nomi altisonanti a cui si aggiungono tutte le startup social-oriented come Helpling, Guard.Social e Worldz.
Proprio la città di Milano, di recente, è stata menzionata dal Financial Times come il potenziale polo commerciale dell’Europa post-Brexit. Di fronte a questa ipotesi Davide Dattoli motiva così un ragionevole scetticismo: “Milano ha una peculiarità. Si vive bene ed è piena di gente in gamba. Ma non è ancora abbastanza internazionale, si parla poco inglese. La città non è ancora permeata da una vera cultura dello scambio globale”. Scetticismo confermato dai dati della Commissione Europea menzionati dallo stesso Financial Times. Dati molto severi, i quali sostengono che solo il 34% degli italiani sarebbe in grado di sostenere una conversazione in inglese.

Il “Green Friday” di Patagonia, 10 milioni di dollari per l’ambiente

Di Matteo Bartocci
10 milioni di dollari a decine di organizzazioni ambientaliste non-profit in tutto il mondo. In un giorno solo. E’ il frutto della donazione di Patagonia, l’azienda dell’outdoor californiana che ha deciso di destinare al “pianeta” il 100% delle vendite del famigerato Black Friday del 25 novembre scorso. Tutto il ricavato nei negozi e on line sul sito Web patagonia.com di quel giorno è andato in beneficenza (hashtag #Loveourplanet)
La risposta dei clienti è stata sorprendente.
Secondo l’azienda fondata dall’alpinista Yvon Chouinard, infatti, le previsioni erano di 2 milioni, invece è stato ricavato 5 volte tanto: “Molti dei nostri clienti hanno definito questa nostra iniziativa una “raccolta fondi per la Terra.  Accanto a molti fedeli clienti, abbiamo coinvolto migliaia di persone che non avevano mai acquistato un capo Patagonia in precedenza. È davvero incoraggiante essere testimoni del genuino interesse che tante persone dimostrano nel compiere decisioni di acquisto allineate a solidi valori ambientalisti — e del desiderio di essere maggiormente e più direttamente coinvolte nelle varie attività locali a tutela dell’ambiente. Il generoso gesto d’amore compiuto dai nostri clienti nei confronti del pianeta ci permette di devolvere questa somma a centinaia di piccole organizzazioni di attivisti ambientalisti che operano in tutto il mondo”.

Basta una startup (per salvare il made in Italy)

Perdonerete se oggi, per un giorno, non parleremo di Trump, di referendum,della post-verità, o degli stracci che volano tra Vincenzo De Luca e Rosy Bindi. Il fatto è che c’è molto altro là fuori e ad asserragliarsi tra le pieghe delle prime cinque pagine dei quotidiani, e c’è il rischio di perderselo.

Ad esempio: a Roma, nella crepuscolare Capitale a cavallo tra le giunte Marino e Raggi, c’è uno dei più grandi acceleratori d’impresa d’Europa. Si chiama Luiss Enlabs e sta al terzo piano della Stazione Termini, sopra ai treni che partono.Dentro questo acceleratore, ieri, c’è stato quello che nel gergo del mondo delle startup si chiama Investor Day. Per chi non ne sa molto: l’acceleratore, che di mestiere si occupa di offrire alle startup un po’ di soldi e un piano di business per affrontare la competizione, sceglie alcune startup che già hanno avuto buoni riscontri sul mercato e le presenta a un network di investitori selezionati che dovrebbero garantire loro i finanziamenti per un piano di crescita di dodici mesi.
A questo giro ne sono state selezionate sei. E vale la pena raccontare quel che fanno. C’è Ambiens VR, che prende i progetti di architetti e designer e li trasforma in vere e proprie realtà virtuali da esplorare con l’apposito visore, affinché il cliente possa capire cosa sta comprando ed eventualmente adattarlo meglio alle sue esigenze: «La realtà virtuale moltiplica per otto volte il ricordo di un prodotto e per due volte la propensione all’acquisto», spiega Ennio Pirolo, il giovane titolare. Lavoro simile quello di Remoria VR, che sviluppa input device per la realtà virtuale a misura di smartphone.
Poi c’è Babaiola, una startup che si occupa di suggerire itinerari di viaggio e intrattenimento per il mondo Lgbt: località, alberghi, eventi, voli scelti in funzione del loro essere gay friendly: «È una comunità che in Europa conta 23 milioni di persone, che in media spendono il 38% dei loro omologhi viaggiatori omosessuali», spiega il fondatore. Un’utenza che, se profilata e attratta, vale oro per i nostri esercizi turistici e commerciali.
Sempre a proposito di turismo, c’è pure Manet, che offre agli alberghi uno smartphone per i turisti sviluppato con un importante costruttore di telefoni cellulari, con connessione 4G, mappe e guide turistiche, nonché chiamate internazionali gratuite e illimitate. L’obiettivo? Sostituire i telefoni nelle stanze. E offre agli alberghi, soprattutto i grandi, un mare di big data sulle abitudini della loro clientela.
E ancora: c’è Direttoo, una app che mette in connessione i ristoratori con i produttori alimentari, per fare concorrenza a Metro e affini: «Oggi i ristoratori comprano 20 miliardi di euro di cibo all’anno - spiegano -. Molti di loro sono giovani visto che la metà dei nuovi ristoranti degli ultimi anni sono stati aperti da under 35». E, se proprio non volete comprare in Italia, c’è pure Yakkio, un bot che aiuta a comprare prodotti in Cina, aiutando a scegliere i migliori.
Secondo Diego Ciulli di Google, intervenuto all’investor Day, internet e la startup economy sembrano fatte apposta per il made in Italy. Perché aiutano gli imprenditori italiani tradizionali ad aprirsi al digitale, perché consentono alle piattaforme come Ebay e Amazon di aprirsi ai produttori, perché spingono alla nascita di nuove imprese che facciano da cerniera tra quei due mondi.
Pensateci: ognuna di quelle startup è in grado di far fare alle imprese del settore cui si rivolge un salto competitivo maggiore di qualunque politica industriale. Far nascere sempre più startup e metterle in connessione con l’impresa tradizionale dovrebbe diventare un’ossessione, per chi si occupa di economia, sia esso il
governo, il mondo universitario, il credito e la finanza. Perché alle imprese italiane, quelle tradizionali, non mancano né i mercati, né le tecnologie per agganciarli, né i soldi (sempre meno) per usufruire di tali tecnologie.
Manca la cultura dell’innovazione in grado di far far loro quel passo in più.Una cultura che può venire solo da fuori, dai giovani startupper. E che, se ben incanalata, potrebbe davvero permettere al made in Italy di invadere i mercati globali coi suoi prodotti ad alto tasso di qualità e personalizzazione. Pensiamoci: a volte basta veramente poco per tirarsi fuori dai guai. E più che un Sì, è una startup.

FONTE:http://www.linkiesta.it/it/article/2016/11/18/basta-una-startup-per-salvare-il-made-in-italy/32426/

IL GIUSLAVORISTA GABRIELE FAVA: 'LE AZIENDE SCAPPANO, L'ITALIA E' UNA GIUNGLA DI TASSE E BUROCRAZIA'


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Di Giacomo Susca
Mentre gli Agnelli portano la cassaforte Exor in Olanda, al riparo dal fisco vorace di mamma Italia, migliaia di imprenditori con cognomi magari meno ingombranti si chiedono ogni giorno se è arrivato il momento di fare le valigie.
E alla fine optano per un biglietto di sola andata. Gabriele Fava, giuslavorista e legal advisor, di capitani d'azienda al bivio della delocalizzazione ne ha conosciuti molti. «Sia chiaro, nessuno decide di lasciare il nostro Paese a cuor leggero. Spesso è una scelta dolorosa, ma inevitabile. L'alternativa è chiudere e ritrovarsi col piattino in mano. D'altronde cosa si può argomentare di fronte a chi reclama più redditività e meno oppressione fiscale?».
Avvocato Fava, su chi fanno più presa le sirene d'oltreconfine?
«Parliamo di realtà medio-grandi, dai 100-200 dipendenti fino ai 10mila. Imprese in salute del settore metalmeccanico, dell'energia o dei servizi, che possono permettersi di spostarsi all'estero senza maggiori rischi».
Perché dicono addio al Belpaese?
«Ha ragione Nicola Porro quando scrive che gli imprenditori non sono i responsabili di una onlus. Hanno lo scopo di realizzare profitti, e operano laddove le condizioni consentono di essere competitivi e di crescere. Assumono solo se le prospettive sono positive. Ci sono Paesi che ti accompagnano nel business passo per passo, ti coccolano, fanno di tutto per averti. L'Italia ormai non è certo tra questi».
Dove conviene scappare, allora?
«Mica tanto lontano, altrimenti la logistica sarebbe un problema. I nuovi paradisi delle imprese si trovano a un'ora, un'ora e mezza al massimo di aereo da Roma: Olanda, Paesi scandinavi, Polonia, Portogallo. E nell'ultimo periodo il vero boom è verso la Tunisia, l'Albania, la Serbia, ... posti in cui la manodopera parla anche italiano».
Quali attrazioni i nostri imprenditori scoprono a Tirana o a Tunisi?
«Una fiscalità eccezionale, costo del lavoro ai minimi (mentre da noi è la gabbia più odiosa), burocrazia inesistente, finanziamenti statali, dialogo trasparente con le istituzioni... devo continuare?».
Continui.
«Per capirci: in Tunisia il governo ha previsto per chi avvia un'attività 10 anni di esenzione fiscale totale, più 10 anni di esenzione dagli oneri previdenziali. Il costo del lavoro è pari a 2,5 euro all'ora per 40 ore settimanali. Il costo dell'energia è inferiore del 70% rispetto all'Italia. A Tirana, l'affitto di un locale commerciale di 1.500 mq costa non più di 1.500 euro al mese. E ancora in Albania, ci vogliono 48 ore per costituire una S.r.l. con capitale sociale minimo di 5mila euro. Altro che la giungla delle scartoffie a cui siamo abituati dalle nostre parti».
Messa così, c'è poco da difendere l'italianità delle produzioni.
«Infatti sono sempre di più quelli che partono. E non si tratta solo delle delocalizzazioni, bisognerebbe aprire un capitolo a parte sulle start-up dei talenti italiani che emigrano all'estero. Negli ultimi due anni il fenomeno è addirittura aumentato».
E la famosa ripresa? Il premier continua a ripetere che le cose vanno meglio adesso che in passato.
«Questa crisi dura da 8 anni. Anzi, non è più una crisi: la situazione sembra patologica».
Si può guarire solo portando i capannoni all'estero?
«Tutt'altro. Gli imprenditori chiedevano riforme organiche nel nostro Paese, ma non sono state fatte. Il governo Renzi si è limitato a una caterva di pannicelli caldi per tamponare qua e là».
Compreso il Jobs Act?
«Ha funzionato fin tanto che ci sono stati gli indennizzi, poi man mano che sono andati a ridursi anche i risultati si sono sgonfiati. Il mercato del lavoro non si crea con iniezioni di danari estemporanee, servono interventi strutturali».
Come fermare l'emorragia?
«Agli imprenditori, più che il numero dei futuri senatori di Palazzo Madama, interessano le misure che hanno un impatto concreto sui bilanci. Per convincerli a restare ci vorrebbe un mercato del lavoro dinamico, flessibile, fiscalmente equo, a burocrazia ridotta, in cui si dia più valore alla contrattazione aziendale. E dove il pubblico sia al fianco dei privati per creare ricchezza, non per tormentarli con vincoli ottusi e stangarli con tasse insostenibili».

IL CAPO MIGLIORE DEL MONDO: l'imprenditrice australiana che offre ferie pagate illimitate ai suoi dipendenti

IMBER
Di Ilaria Betti
Immaginate di avere ferie pagate illimitate e di non dover aspettare tutto l'anno quei pochi giorni di vacanza durante l'estate. Immaginate di essere voi a scegliere quando riposarvi, senza necessariamente attirarvi le critiche dei colleghi e senza rischiare di perdere il posto.

 Amantha Imber, giovane imprenditrice australiana, fondatrice della ditta di consulenze per le innovazioni "Inventium", ha deciso di regalare ai suoi dipendenti la possibilità di andare in vacanza in ogni giorno dell'anno, a propria discrezione e senza alcun tipo di limite.
"È così ingiusto che le aziende tengano conto delle ferie e non delle ore lavorate in più. È come se dicessero: 'Puoi lavorare tanto quanto vuoi, ma riceverai sempre lo stesso numero di giorni di vacanza'", ha spiegato. La sua scelta, raccontata anche dal "Daily Mail", le varrà forse il titolo di "miglior capo del mondo", almeno tra i suoi impiegati. A lei, però, non sembra affatto una rivoluzione: "Mi è sembrata semplicemente la cosa più giusta e più appropriata da fare", ha raccontato.
A volte fare gli straordinari è facile: può accadere per l'enorme mole di lavoro o perché - come nel caso di "Inventium" - "al team importa davvero dei propri clienti" e risulta difficile staccare la spina. Proprio per questo motivo, la Imber, seguendo l'esempio di altre compagnie come Netflix o Virgin, vuole dare ai suoi dipendenti la possibilità di recuperare le energie dopo un periodo particolarmente stressante, dopo uno sforzo o semplicemente quando se ne avverta il bisogno. In questo modo, a guadagnarci è anche l'azienda, che beneficia di performance migliori.

Ma c'è il rischio che i lavoratori se ne approfittino e inizino a chiedere ferie retribuite ogni giorno? L'imprenditrice non contempla questa possibilità, perché conosce i suoi dipendenti e perché sa che sapranno farne buon uso. "Dando di nuovo a loro il controllo - ha spiegato - inizieranno ad essere responsabili dei loro livelli di energia e a creare un equilibrio tra lavoro e vita privata". Eviteranno, dunque, di esaurire le proprie forze, fisiche e mentali, impareranno a diluirle e smetteranno, finalmente, "di mettersi da parte solo quei pochi giorni all'anno come se fossero pietre preziose".

La Sardegna outdoor in un click: Escursì, il portale delle escursioni con radici a Macomer

Di Luca Contini
http://www.bentos.it/
Ha le sue radici anche a Macomer il nuovo portale che promette di accogliere ciò che di meglio in Sardegna opera nel settore delle escursioni. Fra i promotori di Escursì, l’iniziativa imprenditoriale che ha l’ambizione di mettere insieme tutta la proposta disponibile per conoscere la Sardegna outdoor, il macomerese Marco Medda, esperto in comunicazione. Con l’appassionato informatico Andrea Morra e l’economista Enrico Di Crosta, fino a ieri solo amici, oggi soci d’impresa, Marco Medda ha infatti dato vita alla nuova realtà del web per la promozione turistica dell’isola e degli operatori turistici che operano nel settore delle escursioni. Uno strumento che consente la prenotazione online dei servizi a disposizione in un settore in cui la Sardegna propone innumerevoli e spesso sconosciute opportunità.
Da utenti a imprenditori
Che siano di mare, di terra o inserite nel complesso sistema delle proposte culturali, tutte potranno trovare una loro collocazione nel giovane e accattivante sito che, da qualche mese, ha iniziato ad accogliere le proposte degli operatori turistici specializzati nel servizio escursionistico. Grafica accattivante e struttura versatile, il sito è online già da qualche mese e inizia oggi a raccogliere inserzioni dei primi partner che operano nel territorio sardo. «L’idea nasce da lontano – racconta Marco – e dai nostri stessi interessi di utenti. Ci sembrava che mancasse uno strumento capace di rappresentare, in maniera ordinata e funzionale alle esigenze di tutti, anche dell’escursionista della domenica, l’enorme offerta che nel settore la Sardegna offre. Il tutto dando all’utenza la possibilità di acquistare online i servizi inseriti nel portale».
La novità è essere nel mercato
Preparata da un accurato studio di mercato l’idea di Escursì sembra avere attecchito immediatamente. «Non stiamo inventando niente di nuovo – commenta Marco Medda– ma abbiamo realizzato uno strumento che, già operativo in altre regioni e in altre realtà, mancava in Sardegna. Ne sono una conferma le numerose risposte positive ricevute in questi mesi dagli operatori del settore che hanno accolto in maniera estremamente positiva la proposta sottolineando la mancanza di uno strumento come il nostro che possa essere di aiuto a tutto il settore per far conoscere la ricca offerta che può proporre in tutto il corso dell’anno».
La struttura del sito e il suo funzionamento
Diviso in settori di interesse MareTerra e Cultura a loro volta suddivisi in ulteriori sotto categorie (Barcacanoadivingarrampicatetrekkingbiciclettacavallo,arte e museieventi, solo per citarne alcune), il portale accoglie gli operatori del settore. «Ciascun operatore ospite di Escursì – spiegano gli ideatori dell’iniziativa – può personalizzare la sua proposta all’interno del portale promuovendo sé stesso e la sua attività in un contenitore la cui visibilità crescerà in proporzione al numero di contenuti che riusciremo ad ospitare». La società promotrice dell’iniziativa darà dunque visibilità massima a ciascuna proposta ricavando un guadagno dall’acquisto dei pacchetti che sarà realizzato attraverso il sito internet. «Abbiamo cercato di realizzare l’iniziativa come un vestito cucito addosso ai nostri inserzionisti – commentano i tre ideatori – che in questa avventura imprenditoriale non sono nostri clienti, ma veri e propri partner. Dei compagni di viaggio con cui crescere insieme perchè il successo di Escursì sarà il successo di ogni singola attività che il portale ospiterà. Crediamo inoltre fermamente – concludono – che la buona riuscita dell’iniziativa possa tramutarsi in una crescita dell’intero comparto turistico in un settore specifico, quello delle escursioni, che è talmente variegato e ricco da essere ancora tutto da scoprire».

Imprenditore di Varese lascia un milione e mezzo ai suoi dipendenti



È morto lo scorso giugno, a 87 anni, ma prima di andarsene ha disposto nel suo testamento una donazione da un milione di euro al personale della sua azienda, la Enoplastic di Bodio Lomnago, nel Varesotto. Il premio, spartito tra i 280 dipendenti con importi che variano a seconda dell’anzianità e del livello di servizio, è arrivato in una busta a dicembre.  

Gli operai più giovani hanno ricevuto duemila euro, mentre i più anziani hanno ricevuto fino a diecimila euro. Ma l’imprenditore scomparso ha avuto un occhio di riguardo anche per alcune famiglie più bisognose delle altre, che hanno ricevutoun contributo maggiore a prescindere dall’anzianità di servizio nell’azienda. 

Gli stessi lavoratori hanno reso pubblica la busta, alla quale era allegata anche una lettera in cui la moglie di Macchi ricorda il marito e il profondo legame con i suoi dipendenti. La Enoplastic, fondata nel 1957 e oggi leader nel settore di capsule e chiusure per bottiglie di vino, conta 280 dipendenti e quattro filiali in Spagna, Nuova Zelanda, Australia e Stati Uniti. 

A Santa Lucia di Piave imprenditore per il suo compleanno regala 600 euro ai dipendenti

Imprenditore per il suo compleanno regala 600 euro ai dipendenti


http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/veneto/imprenditore-per-il-suo-compleanno-regala-600-euro-ai-dipendenti_2136394-201502a.shtml

Al compimento dei 60 anni il titolare di un'azienda di Santa Lucia di Piave, nel Trevigiano, ha deciso di fare un regalo speciale ai suoi operai: 600 euro in più nella busta paga come gratifica-premio per il suo compleanno. L'ideatore di questo particolare "regalo alla rovescia" è Fabio Padovan, patron di un'azienda di cerniere per serramenti con 130 dipendenti. 






L'imprenditore non è nuovo a iniziative di questo tipo. Un paio d'anni fa infatti regalò 500 euro ai dipendenti in occasione del suo matrimonio.

Johan Eliasch, il milionario che ha comprato 200mila ettari di Amazzonia, non per business ma per preservarla

Milionario compra 200mila ettari di Amazzonia, non per business ma preservarla

Non capita tutti i giorni che unmultimilionario spendi soldi per salvare il pianeta, anziché investire capitale per guadagnarci di più, è quello che il Signor Johan Eliaschha fatto con parte della Foresta Amazzonica.

Il Signor Eliash è una persona molto importante nel suo campo, è il Presidente del consiglio di amministrazione e CEO della compagnia Head, conosciuta per l’equipaggiamento da tennis e da sci. E’ anche un banchiere e un produttore cinematografico negli UK, membro anche della Fondazione Internazionale della Pace.


Nel 2006 dunque Johan Eliasch ha comprato 200 mila ettari della Foresta Amazzonica da una compagnia atta all’abbattimento di alberi in Brasile. Questo terreno ha un alto valore commerciale appunto per l’alta densità di alberi che si possono sfruttare per l’industria della carta. Johan Eliasch adora gli alberi e comprende quanto siano importanti per gli esseri umani.




L’imprenditore permetterà anche gli scienziati di utilizzare la sua terra per fini di esplorazione e di ricerca di specie sconosciute.

In una recente intervista concessa a Chanel 4, Eliasch ha espresso il suo amore per gli alberi e per la loro conservazione. Ha continuato dicendo:

“L’Amazzonia produce il 20% di ossigeno per il Pianeta, quindi è importante preservare la foresta pluviale“. Incoraggia poi gli altri a fare lo stesso, affermano che più gente compra la foresta e meno saranno gli alberi abbattuti.

Ha poi aggiunto:

“L’investimento è un ottimo affare: si fa qualcosa di buono per il Pianeta. I gas ad effetto serra e le attività degli uragani hanno una certa connessione con il taglio della foresta pluviale. Dobbiamo preservare la foresta per evitare disastri globali.”

Attualmente, ogni minuto, 2000 alberi della foresta amazzonica vengono tagliati. 20 miliardi di tonnellate al giorno.



Cagliari:via Garibaldi, i commercianti al Comune: "Stop tasse per il 2015"

Via Garibaldi, i commercianti al Comune: "Stop tasse per il 2015"

Esenzione dal pagamento dell’Imu e della Tari per un anno. Lo chiedono i commercianti di via Garibaldi, a Cagliari, dopo i disagi subiti in questi mesi di lavori di restyling. “Sono ormai oltre otto mesi che conviviamo con il cantiere – spiega Paolo Angius, di Confesercenti – con una riduzione dei clienti e delle vendite del 50 per cento: vogliamo che il Comune ci venga incontro anche alla luce del dialogo instaurato a suo tempo con e improntato sulla reciproca collaborazione”.
L’appello arriva direttamente dai dirigenti della Confesercenti e del Consorzio Insieme, che, interpretando i disagi dei colleghi commercianti della via nell’attuale situazione di grandi difficoltà dovute ai lavori di rifacimento dei sottoservizi e ripavimentazione della strada, chiedono al sindaco “di essere esentati dal pagamento dell’Imu e della Tasi per l’anno 2015”. Angius punta il dito contro l’organizzazione dei lavori. “Avevamo chiesto un cantiere più ordinato – dice – con lotti di non più lunghi di trenta metri alla volta per limitare i disagi, ma non siamo stati ascoltati. In questi mesi hanno chiuso i battenti quasi 25 negozi, ora il Comune ci deve venire incontro per mitigare almeno in parte i danni subiti”.

Iran, il possibile stop delle sanzioni spiana la strada alle aziende italiane. Sul piatto 8 miliardi di export all'anno


Di Flavio Bini
L’accordo internazionale sul nucleare tra Iran, Usa e Europa, con il possibile superamento delle sanzioni nei confronti di Teheran, spiana la strada delle aziende italiane in vista di un’ipotetica riapertura del mercato del Paese. Spazi enormi che per le imprese possono rappresentare un significativo balzo delle esportazioni. "Abbiamo da recuperare un export da 8 miliardi di euro l'anno che oggi si è praticamente azzerato, e sicuramente - se le sanzioni saranno abolite del tutto - Confindustria avvierà iniziative ad hoc: ma vorrei sottolineare che in questi anni abbiamo giocato d'anticipo per mantenere aperte le porte con Teheran, invitando spesso rappresentanti iraniani a fiere e manifestazioni", ha detto all’Adnkronos il vicepresidente di Confindustria con delega all’Internazionalizzazione Licia Mattioli.
A seguire con attenzione i prossimi sviluppi della questione ci sono tutte le principali aziende italiane. In prima fila anche Eni che da sempre vanta ottimi rapporti con l’establishment iraniano. Nel caso le sanzioni dovessero definitivamente cadere – valuta l’azienda – sarebbe come rimettere in moto un motore già oliato, costretto però a rimanere fermo per alcuni anni. È anche vero però che nel frattempo, da quando le misure restrittive sono state introdotte nel 2006, al di là dei rapporti tra i due Paesi è anche l’intero contesto ad essere cambiato. A partire da un prezzo del petrolio in caduta libera che costringe inevitabilmente a ponderare con maggiore prudenza rispetto a un tempo ogni iniziativa imprenditoriale nel Paese. Prudenza che già si riflette nella pesante flessione del 14% negli investimenti annunciata a febbraiodall’amministratore delegato del cane a sei zampe Claudio Descalzi.
Non solo petrolio però. Anche Finmeccanica, e la sua controllata Ansaldo Energia, vanta da sempre una presenza massiccia nel Paese dove ha installato molte turbine a gas possibile oggetto, un domani, di lavori di manutenzione. Attività che però si è arrestata con l’introduzione delle sanzioni”È una paese molto interessante sul quale crediamo ancora", spiegano fonti societarie all’Adnkronos. "C'è grande interesse per quello che succede, è l'attenzione resta molto alta. Ma è ancora presto”.
La fine delle sanzioni rappresenterebbe anche una grande opportunità per il settore dell'auto che già a a livello interno sta registrando buoni segnali di crescita, con un boom della produzione del 32,9%, e che in caso di riapertura punta a raggiungere i due milioni di veicoli venduti. La stessa Fiat nel 2005 aveva siglato un accordo con il Pars Industries Development Fund per la costruzione di un nuovo impianto da 275 milioni di dollari in grado di costruire fino a 100 mila vetture l'anno del modello Siena. Progetto poi congelato dall'entrata in vigore delle misure economiche nei confronti del Paese.
sanzioni iran
A mettere in guardia sulle pesanti ricadute delle sanzioni per l’export italiano è stato lo scorso anno anche un report di Sace, la società pubblica che si occupa di assicurazione del credito per le imprese che operano all’estero. Fin dal primo anno dell’entrata in vigore delle sanzioni, si è registrata una contrazione dell’export del 19% con un picco del 25% tra il 2012 e il 2013. E sempre dal 2006, stima Sace, le misure “sono costate all’Italia una perdita di oltre 15 miliardi”, “di cui oltre il 60% accumulato nel solo periodo 2011-2013”. Per questo, si spiega formulando stime più prudenti di quelle di Confindustria, “proiettando nel prossimo triennio la dinamica che avrebbe il nostro export in assenza di sanzioni, l’Italia riuscirebbe a registrare vendite per oltre 19 miliardi di euro, rispetto ai 3 miliardi che invece realizzerebbe qualora persistesse il regime sanzionatorio”.

La pressione fiscale aumenta ancora. Per le imprese mai così male dal 95



Di Salvatore Santoru

Secondo quanto riportato dall'Istat, il 2014 si è confermato un'anno tremendo per le imprese, perlomeno quelle che non svolgono attività finanziaria, e la «quota di profitti», un indicatore utilizzato da Eurostat che misura un rapporto assimilabile al margine operativo, è risultata pari allo 0,46%, ai minimi dal 1995. 
Salita anche la pressione fiscale, nel quarto trimestre dell’anno scorso risultata pari al 50,3%, mentre nell’intero 2014 al 43,5%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al 2013.

Per approfondire:http://www.corriere.it/economia/15_aprile_02/istat-aumenta-pressione-fiscale-5048b7da-d910-11e4-938a-fa7ea509cbb1.shtml

L’industria italiana è in vendita

Di Luca Spoldi
Questa volta il cartello “venduto” rischia davvero di essere messo sopra all’intero settore industriale italiano o almeno a gran parte di esso, il che in un paese che già soffre da anni di una deindustrializzazione che mina la crescita senza che il terziario “avanzato” sia stato grado di assumere il ruolo trainante dei grandi gruppi del capitalismo familiare del secolo passato, dovrebbe quanto meno suonare come ulteriore campanello d’allarme. E’ di oggi la conferma, su richiesta della Consob, da parte di Camfin, holding finanziaria che fa capo a Marco Tronchetti Provera (ex genero di Leopoldo Pirelli, da anni socio di controllo dell’omonimo gruppo), di trattative in corso con “un socio industriale internazionale” per definire il trasferimento della propria quota nel capitale diPirelli (26,2%) ad una Newco.
Tale operazione, che per Camfin dovrebbe garantire “stabilità, autonomia e continuità nel percorso di crescita nel tempo del gruppo Pirelli”, che manterrebbe il suo quartier generale in Italia, dovrebbe prevedere secondo indiscrezioni di stampa il trasferimento dei titoli a 15 euro per azione e, inevitabilmente, comportare il lancio di un’Opa totalitaria da 7 miliardi di euro complessivi, con successivo delisting del titolo Pirelli & C. dalla borsa di Milano. La stessa Camfin del resto non è più quotata da oltre un anno, a seguito dell’Opa lanciata nell’ottobre 2013 da Lauro 61 Spa, veicolo societario controllato pariteticamente da un fondo facente capo al gruppo russo Rosneft da un lato e ad una cordata di socio italiani (Marco Tronchetti Provera, Sigieri Diaz, la famiglia Rovati, Unicredit e Intesa Sanpaolo) dall’altro. Ad assumere il controllo della Newco, nella quale reinvestirebbero i soci Camfin, dovrebbe essere China National Chemical Corporation.

Per Rosfnet, che investì in Camfin sulla base di una valutazione di Pirelli di 12 euro per azione, è una buona operazione, per Marco Tronchetti Provera (che di fatto controlla solo più il 5,17% di Pirelli) anche, per le banche e gli altri soci italiani pure. Per il paese non è detto, nonostante gli auspici della parti coinvolte, anche perché nel frattempo la stessa Rosfnet ha fatto avances ad Eni per riuscire a mettere le mani su Saipem, anche se finora il cane a sei zampe ha nicchiato e si capisce perché: attualmente Saipem tratta poco sotto i 9,3 euro per azione e capitalizza poco più di 4 miliardi di euro, col petrolio che oscilla sui 5 dollari al barile, mentre a settembre 2012 era arrivata a valere oltre 37,3 euro per azione (con una capitalizzazione di poco inferiore ai 16,3 miliardi di euro), col petrolio attorno ai 90 dollari al barile. Ma se oggi Eni dovesse dire di no, domani le cose potrebbero cambiare visto che il settore della ricerca ed estrazione mineraria non appare più così proficuo come alcuni anni or sono.
Si tratterebbe dunque solo di attendere il momento giusto e di accordarsi sul prezzo, un po’ quello che sembra il destino che attende Fiat Chrysler Automobiles. Da tempo alcuni analisti sospettano che il disegno di Sergio Marchionne non sia tanto quello di trovare un partner da inglobare per far crescere di taglia il gruppo italo-americano, quanto quello di trovare un acquirente che potrebbe essere General Motors o Ford (partner con cui lo stesso Marchionne ha ammesso una partnership sarebbe “tecnicamente possibile” e industrialmente sensata), piuttosto che Mazda (che consentirebbe di rafforzarsi maggiormente in Giappone e nell’Asia emergente e non solo negli Usa) o un produttore europeo come Volkswagen (da tempo dichiaratasi interessata quanto meno ad alcuni marchi come Alfa Romeo o Ferrari) o Psa Peugeot (che però non sembra convincere Marchionne e in verità neppure troppo gli analisti, avendo produzioni, presenze sui mercati e problemi molto simili alla casa di Torino).

Prima di Fiat Chrysler Automobiles e forse prima di Saipem a passare in mani straniere potrebbe infine essere il controllo di Telecom Italia. Se attorno a Tim Brasil il mercato specula da tempo, in attesa di una possibile cordata America Moviles – Oi o di un’offerta da parte di Vivo (controllata di Telefonica, a sua volta ex socio di controllo di Telecom Italia) peraltro resa più problematica dal fatto che quest’ultima ha già rilevato Gvt, ex controllata di Vivendi, il controllo della capogruppo potrebbe in realtà far gola ad un’altra francese, Orange (l’ex France Telecom), che in questi giorni ha lanciato un piano di investimenti da 15 miliardi di euro per rinnovare la propria rete da qui al 2018.
E proprio sulla rete (italiana) di nuova generazione la questione avrebbe un impatto non trascurabile, specie ora che il piano per la banda ultralarga varato dal governo Renzi ha evitato ogni penalizzazione (di cui pure si era parlato) ai danni dell’ex monopolista telefonico italiano e della sua rete in rame. Solo rumors, infine, per quanto riguarda un altro grande gruppo italiano, quello che fa capo alla famiglia Berlusconi, impegnata in questi ultimi tempi proprio in undoppio rilancio con le offerte di Mondadori su Rcs Libri e di Ei Towers su Rai Way, peraltro tuttora in fase di stallo. Ma anche in questo caso visto che in Europa è già partito un consolidamento sia nel settore editoriale sia in quello delle reti di trasmissione televisive e telefoniche, la sensazione netta che si ha è che il tricolore sventolerà su queste società ancora per pochi anni.
Di per sé non è un male che il controllo possa passare da una mano a un’altra e di certo la nazionalità non può essere il principale criterio per valutare la bontà di un’operazione di finanza straordinaria, quanto le sue ricadute industriali e il beneficio che tale operazione è in grado di apportare agli azionisti e al paese a cui la società “preda” appartiene e dove storicamente opera dando lavoro. Ma in tempi di riforme dalla dubbia efficacia e che intervengono solo dal lato dell’offerta e non della domanda, anche l’apporto potenzialmente benefico derivante da una maggiore apertura dei mercati rischia, nel breve termine, di produrre ulteriori riduzioni della produzione industriale italiana e causare ulteriori problemi di esuberi. E’ purtroppo il frutto non tanto della “globalizzazione” quanto della miopia politica, industriale e finanziaria della nostra "élite dirigente" negli ultimi vent’anni almeno.

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