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Inside Job, il docufilm sulla crisi e sulla corruzione di Wall Street



Di Salvatore Santoru

Ieri, venerdì 15 maggio 2020, nel pomeridiano di LA7 è andato in onda un film-documentario chiamato Inside Job.
Inside Job, prodotto e diretto da Charles Ferguson nel 2010, ha vinto l'Oscar al miglior documentario nel 2011.

Più specificatamente, nel documentario si parla in maniera approfondita della crisi economica e finanziaria che sta interessando l'Occidente e, sopratutto, della grande recessione che ha colpito gli USA nel 2008(1).



Nel film si parla delle responsabilità avute da determinate personalità legate all'alta finanza e, più in generale, a certi potenti interessi di Wall Street.
Inoltre, con la voce narrante di Matt Damon, si ripercorre la stagione della deregolamentazione iniziata sotto l'era Reagan e arrivata al culmine negli anni 90, sotto quella Clinton.

Oltre a ciò, si parla delle cartolarizzazioni, dei derivati e di altre questioni fondamentali legate al contesto della crisi finanziaria.

In linea di massima, c'è da dire che vale la pena dare uno sguardo a questo docufilm incentrato sulle origini della crisi economico/finanziaria e su certa 'corruzione sistemica' che regna a Wall Street.

NOTA:

(1) https://www.mymovies.it/film/2010/insidejob/

Larry’s Emotion – "Blackness"- RECENSIONE


Di Salvatore Santoru

"Blackness" è il nuovo album dei Larry’s Emotion, una band nata nel 2017 da un'idea di Jimmy Burrow (Ex Helia) e Simone Quadrio(ex Once Upon A Time).
Tale album rappresenta una decisa evoluzione del sound del gruppo livornese, originariamente dedito al pop punk e all'hardcore punk screziato di metal.

In "Blackness", invece, i Larry’s Emotion si sono orientati ad un sound basato su un metalcore molto aggressivo e melodico allo stesso tempo, contraddistinto anche dalla presenza importante del breakdown.
Entrando più nello specifico, si notano decise influenze dello stesso metalcore ed emotional/melodic metalcore moderno così come non mancano influssi derivanti dal melodic death metal e sonorità con richiami pop e melodic hardcore punk, alternative e industrial metal nonché elettroniche/electronicore e spunti symphonic.

L'album inizia con "My Thought, My Feeling, My Blessing", un intro decisamente atmosferico contraddistinto da un riff cadenzato e dai 'richiami apocalittici' evocati dal synth.
Si prosegue con "Watch You Burn", un brano che parte con un sound caratterizzato da un brevissimo riff malinconico e, in seguito, si trasforma in aggressive sonorità a metà strada tra il metalcore e l'industrial con influenze djent e death metal. 

Vocalmente, il brano è caratterizzato da un veloce e potente cantato a metà tra quello tipico hardcore e il growl nonché da certi passaggi screaming, mentre il ritornello vede la comparsa della voce pulita e melodica. 
L'impostazione tipicamente melodic metalcore del primo pezzo viene lasciata da parte per il terzo brano dell'album, "Waiting".

Tale canzone è caratterizzata da un cantato e dalle sonorità ispirate al pop punk influenzato dall'emo e dal post-hardcore e, inoltre, da influssi alternative metal.

Il quarto brano, "Blackness", invece è contraddistinto da un sound djent con influssi groove e industrial metal e, oltre a ciò, dall'utilizzo di un cantato inizialmente rap/rapcore unito al growl e al melodico del ritornello.

Si prosegue con "You'd Be Here Again", un brano veloce e decisamente hardcore che, tra l'altro, si caratterizza anche per l'interessante assolo melodico eseguito dal synth durante il ritornello.

Con "Hollow and Empty" ritornano le sonorità prettamente djent e si sente anche un richiamo a certo deathcore, mentre il ritornello è caratterizzato da un ritmo industrial e 'dance'.

Il brano seguente, "Destroy Em'All", si rifà invece alle sonorità del metalcore moderno e "vecchia scuola" e, allo stesso tempo, non disdegna un sound decisamente ispirato ad influssi industrial e alternative metal.

"Get Away" è contraddistinta da un buon mix di potenza e melodia, un pezzo melodic/emotional metalcore che risente anche di influssi symphonic e melodic HC-post hardcore.

"Dont'Lose Your Way" è il brano più esplicitamente alternative metal, caratterizzato anche da forti passaggi djent e dalle particolari vocalità durante il ritornello.

Con "Deceiving Me" si ha il ritorno di un sound che guarda al deathcore, unito a richiami djent e alternative metal e con il cantato che passa dal growl al melodico come in diversi altri brani.

L'album si conclude con "Lies on Lies", dove ritorna invece l'approccio e le sonorità hardcore e punk/metal con influssi moshcore, con ottimi passaggi più melodici e sinfonici specialmente verso la fine del pezzo.

In linea di massima, si tratta di un gran bell'album ricco di interessanti spunti e particolarmente consigliato per gli amanti delle sonorità di bands come i Parkway Drive, gli Slipknot, i Lamb of God, gli All That Remains, i Trivium, gli In Flames, i Killswitch Engage, i Fear Factory e tante altre.

"I'll be fine", la delicata e introspettiva ballata dei Love Ghost


Di Salvatore Santoru

"I'll be fine" è il nuovo singolo dei Love Ghost, una band alternative rock originaria di Los Angeles(1).
La canzone è una ballata decisamente introspettiva, delicata e profonda.

Dal punto di vista strettamente musicale, il singolo è incentrato su sonorità pop-rock con venature elettroniche.
Inoltre, oltre alla già citata influenza del pop-rock contemporaneo, si sente l'influenza vocale e ritmica dell'alternative rock e del post-grunge anni 90/primi 2000.



Oltre a ciò, il brano presenta anche e sopratutto chiare influenze sonore di matrice indie rock e risente delle influenze delle 'hard rock ballads' molto diffuse nei primi anni 90.
Il brano affronta il tema del disagio e della solitudine esistenziale, sopratutto quella giovanile.
La stessa canzone è stata scritta per sensibilizzare, senza eccessivi stigmi sociali, sul tema della depressione e dell'angoscia esistenziale.

In linea di massima, si tratta di un ottimo brano magistralmente prodotto e registrato.
Anche il video del singolo risulta essere di alta qualità e, inoltre, decisamente ben fatto.

NOTA:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2020/05/love-ghost-e-uscito-il-loro-nuovo.html

Be.Holders: in arrivo “Default”, il loro primo album


Esce il 30 aprile l'album d'esordio dei Be.holders, “Default“, per Blossom Bisquits.
L’uscita è anticipata dal video del singolo Implosion/Explosion, e sarà disponibile in formato digitale sulle principali piattaforme di streaming online.

Default contiene 8 tracce sintesi del lavoro di composizione dell'ultimo anno del duo.
I brani sono sorretti da una base strumentale dove l’elettronica si alterna a paesaggi ambient e richiami tra post-punk e art-rock.
L’album segue idealmente la scia tracciata da Radiohead e Portishead fondendosi infine con le sperimentazioni, care all’IDM britannica degli anni 90, di Boards of Canada e Autechre.

Per quanto riguarda le liriche, tutti i testi sono in lingua inglese, e affrontano il tema dell'evasione da una società sempre più in declino, degradata e povera di valori nei quali l'individuo non si riconosce.
L'obiettivo è porre al centro dell’album una riflessione sulla condizione dell'uomo moderno.


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TRACKLIST
1.    Fake laugh
2.    Mosquito
3.    Burst of heat
4.    Implosion/Explosion
5.    Weird moves
6.    Body down
7.    The last call
8.    Little mental trip


GUARDA “IMPLOSION/EXPLOSION”


CREDITS
Scritto e prodotto da Davide S.
Registrato, mixato e masterizzato da Gianluca Lo Presti al Loto Studio 2.0 – Filetto, Ravenna


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BE.HOLDERS - Russi (RA)
Francesco Rossi: voce, liriche
Davide Santandrea: elettronica, chitarre, sintetizzatori

Ospiti: Marcella Trioschi - violoncello

LINKS


CONTATTI



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"Closer", la coinvolgente ballata romantica di Alexis: tra influssi dream pop, elettro e pop-rock

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Risultati webDi Salvatore SantoruDi Salvatore Santor 


Di Salvatore Santoru

È uscito 'Closer', il nuovo singolo del giovane cantante 'Alexis'(1).
Il brano è tratto dall'omonimo album, pubblicato recentemente dall'etichetta underground 'Hive Records'(2).

Negli ultimi giorni l'uscita di "Closer" è stata accompagnata anche dalla pubblicazione, su Youtube, del video ufficiale.
Tale video, brillantemente curato dalla 'AF Motion House' e diretto da John B. Hawley, è basato su una sapiente combinazione di colori e su una 'metanarrazione' di una coinvolgente storia d'amore. 


La stessa tematica della ritrovata 'unione amorosa 'è, d'altronde, centrale nella costruzione del brano ed è profondamente rimarcata ed espressa anche nella 'costruzione sonora' del singolo.

Stilisticamente parlando, il brano risulta essere decisamente intimista e particolarmente coinvolgente e suggestivo.
"Closer" è abilmente fondata sull'interazione tra influssi poetici e richiami malinconici e, d'altronde, nostalgici ma anche decisamente speranzosi. 

Musicalmente parlando, "Closer" risente di diverse influenze e può essere considerata come una moderna ballata pop-rock.
Entrando maggiormente nei dettagli, le sonorità risultano essere decisamente basate su un adeguato 'mix' tra pop, rock e influssi elettronici.

Più specificatamente, il brano ricorda musicalmente il pop-rock contemporaneo alla Ed Sheeran e le sonorità risultano essere incentrate su suggestioni dream pop, elettropop e qualche richiamo shoegaze.

Inoltre, vocalmente si sente l'influenza di certo pop contemporaneo ma anche del britpop così come del pop-rock e di un rock moderno più 'tradizionale' alla Bryan Adams nonché di un certo indie alla Snow Patrol e alternative rock (anche e sopratutto quello con influssi post-grunge stile Bush, Puddle Of Mudd etc) anni 90/primi 2000. 

Indubbiamente, si tratta di un brano molto ben fatto e che può essere particolarmente interessante sia per un pubblico mainstream e, inoltre, sia per gli appassionati della scena indie&alternative.

NOTE:



PER APPROFONDIRE :


Closer, è uscito il nuovo singolo di Alexis



Biografia:

Alexis è un cantante pop rock. Questo artista trae ispirazione dalle nuove influenze pop rock elettroniche coadiuvando l'utilizzo di chitarre e amplificatori vintage, oltre a tastiere rhodes, sintetizzatori e altri strumenti electro.

ALEXIS - arriva “CLOSER”

Dopo il lancio del nuovo progetto di Alexis, il nuovo album pubblicato con Hive Records intitolato “Closer” , esce il nuovo singolo omonimo, track numero uno del disco, forse il brano che lo rappresenta al meglio. Un artista Alexis che si sta facendo notare per la qualità’ dei suoi brani e per il fatto di saper utilizzare sonorità’ molto internazionali con una connotazione pop e con chiari riferimenti al passato.

Ci sono varie influenze nella musica di Alexis: soul, funk, un mood brit pop ed elementi elettronici. Il filo conduttore di tutta la produzione resta comunque la sua voce, molto personale ed emozionante. Alexis propone continui step evolutivi linee armoniche ammalianti, da dream pop. Uscito il 29 marzo il videoclip di “Closer", ben strutturato e super prodotto dalla AF Motion House che ha interpretato al meglio il significato di questa canzone proponendo un videoclip poco scontato e con colori proporzionali alla suggestione a cui tende la mano sia il regista che il brano stesso. E’ una storia piena di significato questa dove il sentimento dell’amore e’ al centro di tutto, una love-drama che si muove velocemente attorno alle vite dei protagonisti che finiscono per riconoscere a se stessi al termine del video la potenza del più’ alto dei sentimenti. Tutti si perdono e si ritrovano e camminare fianco a fianco attraverso una nuova vita e a un nuovo destino .

Link video:

Mountain’s Foot: è uscito l’album omonimo


I Mountain's Foot nascono nel Verbano Cusio Ossola verso la fine del 2016, dall'unione di quattro vecchi amici, tutti reduci da diverse esperienze in gruppi rock del territorio. Il gruppo propone il suo rock and roll “old school” di chiaro stampo 70’s, ispirato ai grandi mostri sacri degli anni 60 e 70.

Presentazione di “Mountain’s Foot”:

E’ disponibile dal 27 Marzo 2020 su tutte le piattaforme digitali e in formato fisico, la nuova fatica discografica dei Mountain’s Foot, che rilasciano per DELTA Promotion il primo disco omonimo ufficiale “Mountain’s Foot”. 
Anticipato in questi mesi da due singoli “Little Big Valley Man” e “Admirable Vision”, in questo strepitoso album, la band sembra essersi impossessata del demone del rock'n'roll, sia spiritualmente che artisticamente. In queste 9 tracce che compongono l’album, l’ascoltatore può immergersi nel sound e nelle atmosfere seventies.

mountain'as foot

Link per l’ascolto:


Mountain’s Foot

Data di rilascio: 27 Marzo 2020
Artista: Mountain’s Foot
Durata: 45:00 min
Genere: Rock’n’roll
Label: DELTA Promotion

Web Links:


Contatti Label:


Sito Ufficiale: www.deltapromotion.org

ViVA LA ViDA, ViVA L'AMOR! - Nuovo Ep dei Mama Ska


Nuovo lavoro per i Mama Ska, dal titolo ‘Viva la Vida, Viva l’Amor!’. Sono due i singoli estratti, tra cui  ‘Cielo di Puglia’ (di cui vi proponiamo il video). Hanno prestato la loro voce anche tre affermati artisti salentini: Terron Fabio, Andrea Pasca, Tonio Corba.

‘Viva la Vida, Viva l’Amor!’ è il titolo nel nuovo album dei    Mama Ska, ormai storica formazione dell’altro volto del Salento musicale, quello che guarda ai Caraibi per unire i ritmi “calienti” della Giamaica e dei soul nordamericani della Rocksteady con le sonorità più legate alla tradizione pugliese.
I Mama Ska, formatisi nel 1999, rappresentano uno dei più affermati esponenti di quest’anima latin-salentina e oggi tornano con una nuova veste e con un album di inediti.

Il primo singolo estratto dell’album    ‘Viva la Vida, Viva l’Amor!’, è    Cielo di Puglia e ha già ricevuto ottimi riscontri in termini di ascolti e gradimento. Il 14 Marzo è uscito anche il secondo inedito, che è quello che dà il titolo all’album, che si presenta ricco di contaminazioni e featuring importanti che segnano l’ avvio di interessanti collaborazioni con i più famosi artisti salentini, come    Terron Fabio dei Sud Sound System,    Andrea Pasca dei Crifiu e    Tonio Corba di Alegria Gitana, i quali hanno prestato la voce ai pezzi più coinvolgenti. Brani che – promettono i Mama Ska – ‘faranno ballare il Salento intero nei prossimi mesi’.           

Un’altra novità che accompagna l’uscita dell’album è rappresentata dai    video animati che raccontano l’anima di ogni traccia e che lasciano intravedere una cura meticolosa dei dettagli oltre alla passione sconfinata per la musica che nutre i tre componenti dei Mama Ska,    Alessandro Rubichi (tastiere),    Gianluca Rubichi (batteria) e    Roberto Lezzi (voce), autori di testi e musiche di ‘Viva la Vida, Viva l’Amor!’.
Il video di    ‘Cielo di Puglia’, ispirato alla Banksy’s Street Art e creato da    Pasquale Lazzari per ‘Zary Movie’, si caratterizza con le immagini dei murales, i colori del mare, l’alba di un giorno nuovo e il cielo illuminato dal sole e poi coperto dalle nuvole; lo skyline dei paesi e delle campagne pugliesi e poi i trulli, e le strade da percorrere in bici.
‘Sono i sogni e le speranze di tutti – spiegano – colorate dall’arcobaleno che spunta, infine, nel bellissimo “Cielo di Puglia”.’

Mama Ska

STEREO AGE- È USCITO IL NUOVO ALBUM 'FEELS LIKE HOME'


Questo disco è molto significativo per noi e con questo titolo abbiamo voluto rappresentare quanto la nostra musica, così come la scriviamo e la suoniamo, ci faccia sentire a nostro agio proprio come quando siamo a casa. Inoltre, come nei nostri primissimi dischi, siamo tornati a raccontare principalmente storie semplici, di vita vissuta, storie che possiamo raccontarci quotidianamente tra le mura domestiche.

Track by track

A FRIEND'S ADVICE
Il consiglio ed il supporto di un buon amico, al momento giusto, può essere davvero quello che ci vuole per tirarci fuori da una situazione difficile. E' ciò di cui parla questo brano, di amicizia, quel sentimento del quale spesso ci dimentichiamo ma che dovrebbe essere alla base di tutti i rapporti umani.

EYES CLOSED
“Eyes Closed” racchiude in sé i ricordi di un uomo che ripensa agli anni dell’adolescenza, tra alti e bassi, momenti piacevoli e spensierati e difficoltà tipiche di un periodo della vita spesso complicato. Il sé stesso ragazzo fantastica, chiuso nella sua stanza, di come sia il mondo là fuori e viaggia con la mente alla ricerca di tutto quello che non conosce e che spera di vedere ed imparare crescendo. Lo studio e la quotidianità stanno stretti al giovane, che trova ispirazione nella musica, sua compagna durante questo viaggio. Questo pezzo è stato scelto come secondo singolo ad anticipare l'uscita di "Feels Like Home". 

BUGS
Un titolo che tutto sembrerebbe meno che introdurre un brano d'amore, invece "Bugs" parla proprio di quello, del rapporto tra due fidanzati alle prese con la convivenza e con la "caccia alle blatte", gesto che può diventare anch'esso romantico e rappresentativo di una bella storia d'amore.

GAZING INTO THE MIRROR
Primo singolo estratto dall'album, racconta di come a 30 anni si iniziano a fare i primi bilanci, si riflette sul proprio passato ma si hanno ancora tanti sogni nel cassetto e tanti progetti da portare a compimento. Il titolo "Gazing into the Mirror", che letteralmente significa "guardarsi allo specchio in modo introspettivo", ben rappresenta questa immagine di quando ognuno di noi si alza al mattino e, lavandosi la faccia, si trova per forza di cose davanti ad uno specchio a pensare a quello che ha fatto nella propria vita ed a tutto quello che vuole ottenere in futuro.

I PROMISE TO BE A BUGLER
Un rapporto poco solido e basato su fondamenta che scricchiolano alla prima difficoltà non può di certo durare quindi, come tanti amori nascono, tanti altri finiscono. In questo brano si racconta proprio questo, la separazione tra due persone che si sono promesse amore eterno solo pochi anni prima ma che si lasciano alla prima vera prova a cui la vita li sottopone.

SO BRIGHT
Il pezzo tratta il tema del ricordo, soprattutto del ricordo legato alle piccole cose ed esperienze che, quando le vivevi da ragazzo, passavano senza darci troppo peso, eppure, anni dopo, riemergono prepotentemente a testimoniare un periodo che lascia una leggera vena di nostalgia e qualche rimpianto. Sono soprattutto ricordi d’estate, la stagione dove la nostra libertà sembrava infinita e le giornate passavano senza che neanche ce ne accorgessimo.

MUTUAL AID
Il pezzo è una velata critica alla scena musicale alternativa italiana che in certi periodi ha messo da parte il supporto reciproco, lasciando spazio ad inutili gelosie tra band e parole dette alle spalle. In una scena musicale piccola e che da sempre fa fatica a farsi spazio, una delle cose più impostanti è senza dubbio l'aiuto tra le band che ne fanno parte.

STATIC
Questo brano parla delle persone che non si buttano mai nella vita, che non si lasciano andare ad esperienze nuove e non rischiano mai per migliorarsi e per raggiungere i propri obiettivi. Essere statici, infatti, rappresenta proprio questo concetto: non spostarsi mai della propria zona di confort.

La storia degli Stereo Age è una storia semplice, nata sul finire del 2010 dall'amicizia e la passione di 4 ragazzi, che formano la band per suonare la musica che più gli piace e per divertirsi.
Il sound proposto è un mix di punk melodico anni ’90, unito a sonorità più moderne sempre del genere.
Chitarre distorte, ritmi serrati e melodie orecchiabili: questo è ciò che ci si deve aspettare ascoltando un disco degli Stereo Age.
Dopo un promo cd del 2011, nel 2012 la band fa uscire il primo EP ufficiale, “Strong Enough”, trovando subito un contratto discografico con l’etichetta genovese This Is Core.
A fine 2013 viene rilasciato un nuovo singolo, “The Red Carpet”, accompagnato da un videoclip ufficiale, che permette alla band di iniziare a suonare in maniera più concreta a fare concerti per tutto il nord Italia.
Questo singolo è anticipazione del primo vero disco “Half of Us”, uscito il 15 aprire 2015 sempre per This Is Core ed il 9 marzo 2016 in versione “Deluxe” in Giappone, paese in cui la band è stata in tour a giugno dello stesso anno.
Sul finire sempre del 2016 esce “Mutual Aid”, primo assaggio di ciò che sarà il nuovo lavoro in studio della band. La scrittura dura un anno e nel giugno 2018 esce finalmente “Gazing into the Mirror”, seguito dal singolo "Eyes Closed".
Il 18 marzo 2020 è uscito il nuovo lavoro in studio dal titolo “Feels Like Home”; l’entusiasmo è sempre forte, e dopo diversi anni di attività, un tour in Giappone ed un paio di aperture a band internazionali, gli Stereo Age sono ancora qui per divertirsi e suonare la musica che amano. Proprio come tutto cominciò.

 

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“La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo” di Massimo Cacciari


Di Federico Diamanti*

Recensione a: Massimo Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo, Giulio Einaudi Editore, Torino 2019, pp. 128, 18 euro, (scheda libro)
L’ultima pubblicazione di Massimo Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’umanesimo, è introdotta da una brevissima pagina ‘memoriale’ in cui il filosofo racconta, con un’immagine che risalterà in tutta la sua importanza agli occhi del lettore, dove affondano le radici ‘umanistiche’ (nel senso stretto di ‘legate al periodo dell’Umanesimo) del suo pensiero. Esse – rintracciabili d’altronde in tutta la bibliografia cacciariana – sono però legate ad un anno, in particolare: il 1976. Come è noto, fu l’anno della pubblicazione del primo notevole cimento filosofico dell’autore, Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein; ma quello stesso anno vide l’inizio della circolazione di uno dei più importanti e maturi volumi di Eugenio Garin, Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo. Si incontravano dunque, nello stesso lasso di tempo, per una assoluta casualità di natura editoriale, due figure, due volumi e due percorsi di ricerca diversi, con differenti orientamenti e opposte esperienze alle spalle: ma la lettura di Rinascite e rivoluzioni significò qualcosa di più profondo per il filosofo. «Ed ecco che Rinascite mi spalancava di fronte una visione dell’Umanesimo come età di crisi, età assiale, in cui il pensiero si fa cosciente alla fine di un Ordine e del compito di definirne un altro, drammaticamente oscillante tra memoria e oscuri presagi, crudo scetticismo e audaci idee di riforma»: il volume con cui Garin supera le «colonne d’Ercole» della tradizionale concezione del Rinascimento (la definizione è di Michele Ciliberto[1]) e compie un passo ulteriore rispetto al suo dialogo con H. Baron a proposito dell’umanesimo ‘civile’ fu dunque il punto di partenza per una ‘cura’ di Cacciari nei confronti del secolo XV e dei suoi protagonisti: una cura che culmina nel saggio su cui qui si presenta una riflessione, già apparso – in forma lievemente meno estesa – come introduzione ad un fondamentale volume antologico del 2017, Umanisti italiani (a cura di R. Ebgi), che contiene un’ottima selezione di testi di epoca umanistica – tradotti e commentati – tuttora difficilmente reperibili in edizioni moderne e ben curate.
Il primo capitolo inquadra la questione della storia delle interpretazioni dell’Umanesimo. Si tratta certamente di un preliminare imprescindibile del libro, poiché è proprio a partire delle varie interpretazioni dell’Umanesimo che Cacciari ha elaborato, nel tempo, intuizioni filosofiche e criteri metodologici nella sua ricerca.
Il XV secolo italiano ha subìto, nel corso della storia degli studi, interpretazioni filosofiche varie, perlopiù tese a fungere – per i rispettivi pensatori che le hanno elaborate – da ‘premessa’ per il loro pensiero. Vale per Giovanni Gentile, che dell’umanesimo coglieva i tratti anticipatori del suo immanentismo; così per Cassirer, e per l’importante ruolo culturale (ormai assurto a ‘classico’) di Wilamowitz – che riteneva gli umanisti in senso lato «non affatto filologi, ma esclusivamente letterati, pubblicisti, insegnanti» (Storia della filologia classica, 34) e di Jaeger e della sua paideia[2]. Ma c’è di più. I tratti ‘di pensiero’ degli scrittori dell’umanesimo, ben più profondi di quanto si possa pensare dando retta ad una certa linea interpretativa, quando non del tutto tralasciati a fronte di interessi segnatamente artistici à-la-Burckhardt, sono stati ampiamente tralasciati anche da eminenti studiosi dell’Umanesimo moderni: nota Cacciari come lo stesso P. O. Kristeller, a cui dobbiamo l’elenco ragionato più importante dei manoscritti umanistici italiani ed europei (l’Iter italicum, in 6 volumi, consultando il quale ogni studioso d’Umanesimo deve dare avvio ad una sua qualsiasi ricerca) e numerosi scritti sulle eredità filosofiche nell’Umanesimo italiano, la buona parte degli scritti umanistici «have nothing to do with philosophy even in the vaguest possibile sense of the term». Sarà dunque soltanto mediante un lavoro filologico di scavo nei testi e nei pensieri degli umanisti che emergerà un ben preciso solco filosofico, molto più profondo e lungo di quanto si possa pensare, che muove dall’Umanesimo e affonda nel moderno. Con questo metodo – già collaudato (e pervenuto a grandiosi risultati) da Eugenio Garin e dalla sua scuola – Massimo Cacciari si avvia a dar interpretazione dell’Umanesimo filosofico.
Anche la più riassuntiva vulgata sul periodo umanistico non può prescindere dal dato di ‘riscoperta’ del patrimonio letterario, filosofico e testuale dei ‘classici’. La riscoperta del patrimonio classico determina lo sviluppo di alcune questioni di fondo per l’Umanesimo (grandi domande teoriche e metodologiche, al cui fianco si alimenta un dibattito ed una dialettica tra gli studiosi dell’epoca e contemporanei); Cacciari, nella prima parte del volume, ne evidenzia e discute in particolare due. Il problema della lingua e il problema della filologia. Entrambi sono cruciali anche in relazione alle conclusioni eminentemente storico-filosofiche del volume di Cacciari.
Ciò si comprende perfettamente a partire dalle prime pagine dell’argomentazione del filosofo: il periodo di crisi dell’Umanesimo porta ad una filosofia nuova – «e nuova proprio in quanto consapevole che non si dà idea se non nell’espressione linguistica, che l’idea vale in quanto comunicata con passione e precisione in uno, e che l’idea, nella forma linguistica, è sempre anche immagine, partecipa sempre alle dimensioni metaforiche del linguaggio, il che significa, come vedremo, alla sua sostanza poetica.» (p. 17). L’Umanesimo dunque, e il suo appello alla renovatio del pensiero e dell’azione, muove le sue prerogative filosofiche sui binari di un rinnovato linguaggio. La riflessione sulla lingua parte naturalmente da uno dei padri dell’Umanesimo, Dante: Cacciari, che affonda le radici del suo argomentare in un fondamentale scritto di Giuseppe Toffanin del 1967 (Perché l’Umanesimo comincia con Dante), cerca di individuare i tratti fondamentali di una vera e propria ‘filosofia del linguaggio’ del Quattrocento italiano, che forgia il volgare «come un’arma potente» tenendo a mente «il paradigma fornito dal latino» (p. 19) e che partendo da Dante muove fino alle riflessioni di Valla e dello stesso Marsilio Ficino – su cui rimangono memorabili gli studi di G. Saitta (1923, 1954) – alimentando tramite il linguaggio e le sue implicazioni di pensiero una vera e propria riflessione sul mondo e sulle sue possibili modificazioni.
Ma la riflessione sul linguaggio e la questione della lingua passa inevitabilmente attraverso un approccio ‘filologico’ alla storia e alla letteratura degli antichi. Di nuovo, la riflessione di Cacciari parte da Dante: l’evidenza simbolica della sua parola poetica conserva in sé «l’anima della stessa lingua» (p. 33), ed essa va inevitabilmente – è compito del lettore e dello studioso – ricercata fin nella sua radice più profonda: alla luce di questa ‘missione’, così potremmo definirla, operano i filologi dell’Umanesimo. Filologi di una «filologia che nasce dal thaumazein e si fa interpretazione, esegesi, pensiero proprio» (ibidem): il dibattito sulla filologia, che potrebbe apparire eccessivamente tecnico e distante dallo slancio filosofico del testo di Cacciari, è invece cruciale. In nulla la filologia dell’Umanesimo e degli umanisti è infatti simile alla filologia le cui ‘deformità’ condannava con solenne indignazione Nietzsche: «Proprio invece quella filologia che egli dice di apprezzare, amica del lento, restauratrice metodica del testo da amare, per poterlo poi giustamente giudicare, è propria dell’Umanesimo» (ibidem): sarà dunque ex intimis sapientiae fontibus (Valla) che si svilupperà filologia, e dalla filologia, ovvero dalla cura del testo su cui pensare, la filosofia. La lingua incarnata in parola, la parola incarnata in testo, il pensiero: elementi inscindibili, e imprescindibili premesse all’azione e alla renovatio. Ad esemplificare lo stretto legame tra la riscoperta dei classici, la loro cura e la creazione di un pensiero autonomo (che sarà tutto meno che teorico: ma pratico, da un lato, e riferito al mondo circostante) sono in particolare alcune figure dell’Umanesimo: su tutti, oltre al celeberrimo Valla – che possiamo con Poliziano considerare l’iniziatore della filologia che ancora oggi si studia e si pratica – Leon Battista Alberti: essi fondono nei loro percorsi intellettuali e filosofici le ragioni più profonde dell’Umanesimo.
Se Lorenzo Valla da un lato è la figura dell’«Umanesimo in lotta, critico, fino all’eresia, di ogni forma di sedentaria erudizione, la cui latinitas significa esatta definizione del testo affrontato, chiara memoria del passato che è radice, precisione nell’uso della lingua che in noi vive» (p. 43), Alberti – le cui Intercenales sono fortunatamente a disposizione in due edizioni italiane di grande importanza[3] – riesce ad assommare in sé alcuni tratti di una modernità dirompente, sviluppando un pensiero che troverà altri interpreti nei secoli successivi. Non solo, in lui, emergeva la passione e la forza della parola: di più, il tirocinio ‘architettonico’ sul de Architectura di Vitruvio, garantiva in lui una continua dialettica tra pratica empirica e riflessione teorica: «Se però ci chiedessimo quale disciplina sia la fondamentale per l’architetto umanista, dovremmo indicare proprio la filologia, in quel senso che è emerso dallo studio di Valla. Senza lo studio del testo classico, senza la conoscenza diretta del monumento antico, mai potrà nascere un’architettura cum auctoritate, capace cioè non solo di funzionare e piacere, ma anche di generare nuove forme e dare così vita a una nuova, classica, tradizione» (p. 52). Il pensiero di Alberti, che oltreché nelle Intercenales si sviluppa nei Libri della famiglia, si configura in una visione tragica del presente: il suo ‘occhio’ (p. 55) constata una realtà di drammatica catastrofe e profondo cambiamento: la domanda sull’uomo è, in Alberti, anche una domanda sul ‘dramma condiviso’ (p. 55) dell’epoca sua, che «dà la voce più potente a contraddizioni e conflitti che appartengono alla trama più profonda ed essenziale di tutta questa età» (p. 56).
Come già notato da G. M. Anselmi[4], quel che conta del pensiero umanistico e di Alberti è la sua ricezione moderna: nota Cacciari come «la traccia fondamentale che conta ricostruire è quella che intercorre tra Petrarca, Alberti e Machiavelli, che trova in Valla il senso philosophicus maxime da attribuire a Filologia, e che costituisce, come vedremo, il controcanto necessario, e nient’affatto semplicemente contraddittorio, alle correnti neoplatoniche» (p. 63): di più, l’antidogmatismo tragico di un certo Umanesimo lega Alberti a Leopardi, e apre la strada alla riflessione di Cacciari sull’Umanesimo come età di crisi e di pace impossibile, che occupa gli ultimi due capitoli. In particolare l’ultimo, Una pace impossibile, è dedicato ad un attento lavoro di scandaglio delle principali riletture umanistiche della filosofia antica, e una panoramica sui principali problemi e sulle principali questioni dibattute dai filosofi quattrocenteschi: in particolare, emerge in queste pagine l’impossibilità di una conciliazione tra la linea tragica di Alberti (che arriva fino a Machiavelli) e quella neoplatonica, riletta tramite Pico e Ficino: una questione sì di pace terrena, e conciliazione filosofica, ma altrettanto teologica e ultramondana.
Particolare rilievo, nel volume, assume l’apparato iconografico finale: dall’inquietudine trasmessa da Bosch al carico simbolico di Botticelli, passando per Giorgione, il ragionamento di Cacciari è costantemente accompagnato da riferimenti iconografici e pittorici, tanto più utili quanto più epoche come l’Umanesimo e il Rinascimento sono spesso diffuse mediante l’immagine ‘canonica’ che si ha di esse.
Basti proprio in questo senso un’ultima considerazione: l’assenza quasi completa di sussidi di supporto (dalle edizioni a stampa ai commenti) e lo strabordare di materiale inedito e ancora in attesa di classificazione (basti pensare a grandi o mediocri figure filosofiche, del tutto dimenticate, o quasi, come: Giorgio Gemisto, Teodoro Gaza, Giorgio di Trebisonda) non debbono, e non possono, scoraggiare la ricerca sull’Umanesimo. La paura dell’interdisciplinarità – poiché spesso essa si riduce ad approssimazione superficiale – non può frenare vie nuove di ricerca e studio. Il compito è chiaro, e comporta una riconsiderazione complessiva dell’Umanesimo inteso come fenomeno storico, letterario e intellettuale. Ma va condotto, ciascuno secondo le proprie linee di ricerca (che interpellino letteratura, lingua, storia, filosofia, arte), con uno sguardo nuovo, e comune, su un fenomeno che allora, a chi da pioniere lo trainava, dovette sembrare proprio questo: attraverso gli occhi degli antichi uno sguardo nuovo e dirompente sul mondo contemporaneo, incomprensibile ai soli occhi dei singoli.

Note
[1] M. Ciliberto, introduzione ad E. Garin, Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo, Laterza, Roma-Bari 1975, (p. XXIV).
[2] Il ruolo del mondo culturale tedesco e del suo rapporto coi classici è ben delineato da L. Canfora, Cultura classica e crisi tedesca, De Donato, Bari 1977.
[3] L’una a cura di F. Bacchelli e L. D’Ascia, l’altra a cura di A. Severi e L. Chines.
[4] In particolare ne L’immaginario e la ragione (Carocci, Roma 2017) sono dedicate al tema dell’eredità dell’umanesimo nei pensatori successivi, settecenteschi e non.

* Federico Diamanti: Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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