Di Lucio Garofalo
I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande
maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti
ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi
comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui
presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono
controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate
conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un
bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei
movimenti di massa sorti nel ‘68: stato sociale, diritti e tutele a
beneficio del mondo del lavoro, ecc.
Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale”
tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale
attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del
lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di
vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi
assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge
30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”,
sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli
stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno
ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo
spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori.
Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è
lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in
quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In
realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i
figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il
proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di
chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si
riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti
capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi
virtuali delle borse.
A coronamento di queste colossali bugie si propone la
classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune,
assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”.
Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie
l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri
Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato
finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle
privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei
diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del
potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi.
Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse
popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi,
inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la
reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima
necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i
consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui
radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema
stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e
sottoconsumo.
Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che
implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli
di stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in
un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità
nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle
operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per
definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento
dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale
finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere
nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché
negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a
causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi
(ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è
assolutamente irrisorio.
Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre
direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare
l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i
provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora
significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire
che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il
piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi
europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza,
pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo
temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico”
dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei
lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro
catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare?
Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi
direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e
Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed
esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere
artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che
principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “stato sociale”, non hanno più ragion d’essere.
Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica”
del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è
assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo
periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”,
bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove
oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo.
Al punto in cui siamo, urge una fuoriuscita non
dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema
corrotto e fallito come il capitalismo, non potrà avvenire solo con
l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per
eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno
proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa
necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione
storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in
cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o
divisioni tra le classi.
Da il Dialogo.org
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