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I 'costosi privilegi' dei presidenti Usa e italiani

Di Luca Fusari In un  recente articolo apparso su questo giornale , si confrontavano i costi del Quirinale con quelli della Casa B...



Di Luca Fusari

In un recente articolo apparso su questo giornale, si confrontavano i costi del Quirinale con quelli della Casa Bianca. Se quest’ultima come edificio costa agli americani 136 milioni di dollari annui (pari a 106,2 milioni di euro); il mantenimento del palazzo sul Colle Quirinale è assai più dispendioso. A fronte di un budget di 228 milioni di euro stanziati dal Tesoro italiano nel 2010,  in quello stesso anno se ne spesero 243,6 milioni, con uno sforamento di circa 16 milioni di euro, ottenendo in entrata solo 430 mila euro.
Il Quirinale nel 2012 pagava al Presidente della Repubblica 240 mila euro di stipendio all’anno, Giorgio Napolitano, prima di chiudere il suo settennato, si è aumentato lo stipendio di altri 8.835 europassando a un totale di 248.017 euro. E’ inoltre già stato approvato che il prossimo inquilino del Quirinale guadagnerà uno stipendio di 253.255 euro a partire dal 2014. Negli Usa il presidente Barack Obama percepisce uno stipendio di 400 mila dollari (in euro corrispondono a 312.377 euro).
Oltreoceano, diversamente dai compensi dei parlamentari, che aumentano automaticamente in rapporto all’incremento del costo della vita, quello presidenziale è deciso dallo stesso presidente, lasciando al Congresso il compito di fissare quando ratificarlo. Se però Obama avesse voluto aumentarsi lo stipendio lo avrebbe dovuto fare entro la scadenza del suo primo mandato, dato che se lo facesse ora a beneficiarne sarebbe solo il suo successore. L’articolo II, sezione 1 della Costituzione americana stabilisce chiaramente che «il presidente riceverà, nei tempi stabiliti, per i suoi servigi, un compenso, che non sarà né diminuito né aumentato nel corso del periodo per il quale sarà stato eletto, e non riceverà entro quel periodo alcun altro emolumento né dagli Stati Uniti né da alcuno di loro», ergo Obama non può aumentarsi il suo stipendio presidenziale senza infrangere la Costituzione.
Dopo la guerra civile americana vi sono stati cinque significativi aumenti dello stipendio presidenziale: il primo nel 1873, poi nel 1909, nel 1949 (che portò l’assegno a 100 mila dollari), nel 1969 (200 mila dollari) e quindi nel 2001 (400 mila dollari). L’ultimo aumento ha fatto sì che George W Bush ricevesse, a partire dal suo secondo mandato, il doppio del suo predecessore, Bill Clinton. Allo stipendio degli attuali 400 mila dollari, il presidente Usa somma altri 50 mila dollari annui per le spese di rappresentanza.
Benché gli Usa siano con un serio problema di debito pubblico federale fuori controllo, l’idea di un incremento significativo dello stipendio del presidente è stato preso in seria considerazione a Washington D.C., giustificandolo come «un necessario adeguamento dell’assegno presidenziale all’innalzamento del costo della vita» (dovuto però alla dissennata politica di espansione monetaria della Fed approvata dallo stesso Obama).
Il bislacco ragionamento dei sostenitori di un aumento dell’emolumento presidenziale è che chi guida l’America dovrebbe guadagnare una cifra almeno vicina a quella che riceve l’amministratore delegato di una Corporation, dato che i cinquecento leader d’azienda più pagati d’America, secondo la lista di Fortune, ricevono un compenso annuo medio di dodici milioni di dollari. Dunque Obama, o più in generale il presidente Usa, dovrebbe essere pagato come un CEO o come una star dello sport professionistico, benché uno Stato non sia un’azienda e, a differenza di questi ultimi, un presidente non produca né ricchezza né sia dotato di qualità e meriti particolari, al di là di aver ottenuto voti in una gara elettorale di promesse (il più delle quali non mantenute o aggravanti il bilancio del Paese).
Secondo però una dichiarazione da ‘ancient regime’ atta a giustificare lo scatto automatico dei compensi parlamentari, resa ai giornalisti da Nancy Pelosi, ex speaker Democrat della Camera Usa, e prefigurante il pensiero dei sostenitori dell’aumento dello stipendio per il comandante in capo: «dovremmo rispettare il lavoro che facciamo, penso che sia necessario per noi avere la dignità del lavoro che abbiamo meritato». Chiaramente parafrasando la logica della Pelosi, la “dignità” del presidente andrebbe gratificata a suon di migliaia di dollari (i quali sono sottratti con le tasse anche a chi non lo ha votato o non ritiene giusto tale aggiornata gratifica) in quanto sarebbe un suo “legittimo” privilegio aprioristicamente “meritato” essendo questi stato eletto; al di là di quanto e cosa realizzato.
http://c498390.r90.cf2.rackcdn.com/wp-content/uploads/2012/09/WH-500x281.jpgBenché, l’inquilino della Casa Bianca abbia invece deciso a livello massmediatico di imitare il Segretario della difesa Usa, Chuck Hagel, e il suo vice, Ashton Carter, tagliandosi solo per quest’anno del 5% (16.667 in meno sui 400 mila dollari) il suo stipendio, quale segno di solidarietà verso i dipendenti delle agenzie federali che non fanno parte del settore della difesa, a seguito delle riduzioni automatiche al bilancio federale; Obama non è certamente un esempio di presidente virtuoso e parsimonioso. Nel libro Presidential Perks Gone RoyalRobert Keith Gray (nella foto a sinistra), ex membro dello staff di Dwight Eisenhower, Richard Nixon, Ronald Reagan e George H. W. Bush, ha calcolato che, solo nel 2011, la famiglia Obama è costata ai contribuenti americani oltre 1,4 miliardi di dollari!.
La sicurezza e le spese personali sono state le principali voci prese in esame, ma non sono solamente i centinaia di agenti dei servizi segreti, i viaggi personali con l’Air Force (anche a scopo elettorale) o il finanziamento di un team di medici sempre al seguito del primo presidente nero, a far lievitare le spese venti volte sopra il budget speso dalla Royal Family britannica (57,8 milioni di dollari); altri costosi capitoli di bilancio da contabilizzare sono l’intrattenimento (19 mila dollari) e le spese impreviste alla Casa Bianca.
Come riporta il Daily Mail, la Casa Bianca contiene un cinema che è presidiato da proiezionisti presenti 24 ore al giorno nel caso in cui un membro della famiglia del presidente voglia vedersi un film su pellicola. «Rispetto alle 450 volte che il Presidente Carter usò il cinema nei suoi quattro anni alla Casa Bianca, il cittadino americano medio, secondo le statistiche del settore, va a vedere un film un po’ meno di cinque volte l’anno» sottolinea maliziosamente Gray.
Anche Bo, il cane presidenziale, costa migliaia di dollari ai contribuenti, il dog-sitter è pagato 102 mila dollari l’anno, vacanze comprese nel Maine con il ‘first dog’ al seguito del suo padrone. I membri dello staff personale del presidente possono essere nominati senza la conferma del Senato e vengono pagati (con aumenti dei loro stipendi in qualsiasi momento) dal comandante in capo a sua discrezione sempre con soldi dei contribuenti. Obama ha 469 membri nel suo staff personale, di cui 226 pagati oltre 100 mila dollari, 77 pagati 172 mila dollari all’anno.
Come riporta invece il Daily Caller, sempre secondo l’autore del libro, il «costo totale della presidenza Obama è dovuto proprio al grande costo del personale con i salari più alti di sempre», un aumento del +50% del numero di “zar” nominati (ora 43) e un Air Force One in volo «con la frequenza di una compagnia di aerei di linea». Ogni viaggio o vacanza fatta a Camp David costa ai contribuenti 25.350 dollari, mentre si stima che il trasporto combinato e i costi del personale siano di 295 mila dollari a notte. Qualche anno fa, la First Lady Michelle Obama, ha trascorso una vacanza ininterrotta lunga ben 42 giorni, il tutto ovviamente pagato dai contribuenti.
Gray riconosce che gli americani vogliono che il loro presidente sia in confortevole sicurezza, ma sostiene che il sistema debba essere riformato per stabilire la quantità di vantaggi indiscussi dati al presidente. «Non c’è alcun meccanismo per porre obiezioni se un presidente dovesse pagare il suo Capo di Stato Maggiore 5 mila dollari l’anno. E niente può dissuadere la coscienza di un presidente dal comprare la sua rielezione con l’uso di un po’ di denaro pubblico».
Sebbene qua da noi gli Stati Uniti possano dunque apparire un modello di paragone virtuoso rispetto ai costi della casta istituzionale italiana, anche i palazzi del potere americani si rivelano essere una fonte inesauribile di impensabili sprechi di milioni di dollari a carico dei contribuenti, e benché questi ultimi godano di una pressione fiscale inferiore a quelli della Penisola, anche loro per principio non amano pagare parassiti tax consumers, specie se ormai privi di effettivi funzioni e ruoli istituzionali.
Il caso più evidente è quello delle pensioni presidenziali; secondo quanto riportato da Cnn e The Telegraphil Congressional Research Service ha calcolato che lo scorso anno i contribuenti americani hanno dovuto sborsare oltre 3,7 milioni di dollari per pagare i vitalizi e i privilegi dei restanti in vita quattro ex-presidenti emeriti degli Stati Uniti: Jimmy Carter, George H. W. Bush, George W. Bush e Bill Clinton. Tali vantaggi riservati agli ex capi di Stato più potenti del pianeta (e beneficianti anche il loro stretto entourage di collaboratori) non è una novità introdotta negli ultimi anni della casta a stelle e strisce, ma è una procedura in atto da più di cinquant’anni.
Il Former Presidents Act (FPA) è una legge del governo federale approvata nel 1958 durante l’amministrazione Eisenhower, subentrata dopo la presidenza di Harry Truman. Truman dopo aver lasciato la Casa Bianca, riusciva a malapena a pagare i suoi debiti; a tal scopo venne approvata tale legge e da allora, tutti quelli che hanno prestato il giuramento presidenziale ne hanno beneficiato secondo i suoi contenuti previsti.
Gli ex presidenti Usa godono di una pensione a vita imponibile, pari al tasso annuo di retribuzione di base per i responsabili di succursali, agenzie esecutive, o Segretari di gabinetto; tale importo è fissato annualmente dal Congresso ed è dal 2011 di 199.700 dollari  all’anno. La pensione inizia ad essere percepita il minuto dopo che il presidente lascia ufficialmente l’ufficio a mezzogiorno del giorno di inaugurazione del nuovo mandato del suo successore.  Nel 1974, il Dipartimento di Giustizia ha stabilito che i presidenti che si dimettono dalla carica spontaneamente per motivi personali, prima che il loro mandato ufficiale scada, hanno diritto agli stessi benefici e alla pensione per la stessa durata degli altri ex presidenti. Tuttavia, i presidenti che vengano rimossi dalla carica a causa di un impeachment (come nel caso di Nixon) perdono tutti i benefici.
Per i primi 7 mesi, a partire da un mese prima dell’inaugurazione del nuovo insediamento presidenziale (il 20 gennaio), gli ex presidenti uscenti ottengono un finanziamento per il loro trasferimento e ritorno a vita privata; i fondi garantiti dal Presidential Transition Act, possono essere utilizzati per uffici, risarcimenti personali, servizi di comunicazione e stampa, per spedizioni associate con il trasferimento. L’importo previsto è determinato dal Congresso.
Sei mesi dopo aver lasciato il suo incarico presidenziale, ottiene i fondi per un personale d’ufficio. Durante i primi 30 mesi dopo aver lasciato lo Studio Ovale, l’ex presidente ottiene un massimo di 150 mila dollari all’anno per questo scopo. Successivamente, il FPA stabilisce che i tassi aggregati di risarcimento personale per un ex presidente non possano superare i 96 mila dollari all’anno. Eventuali costi aggiuntivi di personale devono essere pagati personalmente dall’ex presidente. Gli ex presidenti sono compensati per lo spazio d’ufficio e per forniture per ufficio in qualsiasi luogo degli Stati Uniti. Fondi per uffici per ex presidenti e le attrezzature sono autorizzati ogni anno dal Congresso come parte del bilancio per la General Services Administration (GSA).
Secondo una legge emanata nel 1968, la GSA eroga i fondi a disposizione per gli ex presidenti e non più di due membri del suo staff per le spese di viaggio. Per far saldare le spese alla GSA, il viaggio deve essere in relazione allo status d’ex presidente, come un rappresentante ufficiale del governo degli Stati Uniti. In altre parole, i viaggi per piacere non sono compensati. La GSA determina preventivamente tutti i costi appropriati per i viaggi compiuti.
Gli ex presidenti e i loro coniugi, vedove e figli minori hanno inoltre diritto alle cure medico-sanitarie gratuite negli ospedali militari; hanno anche la possibilità di iscriversi in piani di assicurazione sanitaria privata a proprie spese. Agli ex presidenti sono tradizionalmente concessi solenni funerali di Stato con gli onori militari; i dettagli del funerale si basano sulle esigenze e volontà della famiglia dell’ex presidente defunto.
http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcRCaRoHHwmSPxbZPJfIMB7Fsv-PVi3PZw1BW2x8uxjAaMEVtE0fSAInoltre, con l’entrata in vigore del Former Presidents Protection Act of 2012 (H.R. 6620), a partire dallo scorso 10 gennaio 2013, gli ex presidenti Usa e i loro coniugi ricevono a vita la protezione dei servizi segreti. Ai sensi della legge, la protezione per i coniugi di un ex presidente si estingue solo in caso di nuovo matrimonio. I figli/e di ex presidenti ricevono una protezione fino al raggiungimento dell’età di 16 anni. Il FPPA del 2012 ha capovolto una legge emanata nel 1994, che poneva il termine della protezione agli ex presidenti da parte dei servizi segreti, 10 anni dopo che questi hanno lasciato l’incarico.
Oltre a questi dettagli, se ne possono aggiungere altri relativi invece ai guadagni personali degli ex presidenti statunitensi; secondo il già citato rapporto del Congressional Research Service, l’ex presidente George W. Bush ha ottenuto nel 2012 oltre 1,3 milioni di dollari di contributi benefici; parte di quel denaro è andato a finanziare i suoi 8 mila metri quadri di uffici a Dallas, lasciando però 85 mila dollari di sue spese telefoniche a carico dei contribuenti. Bill Clinton ne ha ottenuto un milione di dollari che ha speso anch’egli per uffici di sue società. Bush sr. ha invece beneficiato di una somma di 850 mila dollari, mentre Jimmy Carter di 500 mila dollari.
Non grandi cifre se le si confronta con quelle realizzate da questi ex presidenti con la vendita di libri e con la loro retribuita presenza e partecipazione a meeting e dibattiti negli Usa e in ambito internazionale. Bush jr. ha intascato l’anno scorso 15 milioni di dollari solo per le conferenze e pubbliche partecipazioni, mentre Bill Clinton ne ha guadagnati 10 milioni. Quest’ultimo ha dichiarato al fisco nel 2012 un reddito netto di 55 milioni di dollari (riuscendo lo scorso mese di gennaio a saldare i cospicui debiti accumulati da Hillary nel corso della campagna presidenziale del 2008 secondo l’Huffington Post). Eppure entrambi non rinunciano ai soldi extra garantiti dal Former Presidents Act pur non rischiando certo l’indigenza!.
Con il perdurare della crisi economica negli Stati Uniti la necessità di dover porre un freno ai costi e sprechi della politica di Washington D.C. è divenuta una questione non solo di immagine o di bilancio ma anche politica, a seguito della comparsa negli ultimi anni di movimenti anti-politici ed anti-casta di destra e di sinistra come i Tea Party ed Occupy Wall Street. La consapevolezza crescente nella società americana verso tali impopolari vantaggi degli ex-presidenti ha indotto anche il Congresso ad occuparsene, con risultati non propriamente esaltanti. L’anno scorso, il deputato Repubblicano dello Utah, Jason Chaffetz, ha cercato di proporre un disegno di legge per limitare i costi per lo stanziamento delle pensioni presidenziali da 200 mila dollari, ma il disegno di legge non è arrivato ad essere discusso nemmeno in Commissione, segno che  il Congresso non sta svolgendo un adeguato ‘check and balance’ sulle spese approvate dall’esecutivo.
A fronte di ex presidenti di ambedue i principali partiti che non rinunciano a vitalizi e privilegi in virtù del loro ruolo istituzionale ricoperto in passato, bisogna evidenziare in controtendenza il caso di Nancy Reagan, la quale dall’anno scorso ha rifiutato la pensione di 20 mila dollari (con tanto di diritti postali) che le spettavano secondo il FPA, quale vedova dell’ex presidente Ronald Reagan.
Tornando all’Italia, Giorgio Napolitano dall’età di 33 anni beneficia di una pensione personale di 36.151,98 euro mensili stanziata a seguito dell’approvazione della Legge Mosca, così chiamata dal nome dell’ex deputato PSI poi esponente della Cgil, Giovanni Mosca, che ne fu il relatore. La legge 252 nacque nel 1974 al fine di “compensare” la situazione contributiva di coloro i quali nei decenni successivi al dopoguerra avevano prestato la loro opera di volontari e militanti nei sindacati o nei partiti senza che a loro nome fossero stati versati i contributi all’Inps. Decine di migliaia tra funzionari ex PCI (come lo stesso Napolitano), portaborse ex DC, socialisti e sindacalisti Cgil, Cisl e Uil, hanno beneficiato (spesso abusivamente) di queste pensioni agevolate, mediante una semplice dichiarazione del rappresentante del loro partito o sindacato. All’interessato è stata versata la pensione, oltre naturalmente gli arretrati a partire dall’anno 1948. La legge doveva durare solo due anni e invece fu prorogata per altri 20 anni (ma pare che le domande di riferimento continuano anche oggi a pervenire all’Inps).
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Secondo quanto ha riportato L’Espresso, Giorgio Napolitano al termine del suo mandato presidenziale beneficerà, al pari di Carlo Azeglio Ciampi, di una lunga serie di servizi a “spese del Quirinale”: un dipendente della presidenza della Repubblica con funzioni di segretario distaccato in posizione di “comando” nel suo staff; due dipendenti con funzioni di guardarobiere e di addetto alla persona distaccati presso l’abitazione privata, un telefono cellulare o satellitare, un fax, una linea urbana riservata, un collegamento satellitare con il centralino della presidenza, uno con la batteria del Viminale e una connessione diretta con la centrale dei servizi di sicurezza del Quirinale, con la duplicazione di questi impianti (uno installato presso lo studio e l’altro presso l’abitazione). Altri collegamenti (sempre duplicati) sono quelli telematici per la consultazione delle agenzie di stampa, di banche dati e televisivi in bassa frequenza. Infine c’è l’auto dotata di telefono veicolare e di autista, spettante anche alla vedova dell’ex presidente o al primo dei suoi figli.
A questa dote ufficialmente a spese del Quirinale (ma di fatto dei contribuenti italiani tartassati), i presidenti emeriti, oltre all’uso di navi, aerei e treni di Stato a cura della Presidenza del Consiglio, godono del trattamento economico senatoriale previsto da Palazzo Madama (13 mila euro al mese netti, ovvero 211.502 euro lordi annui, comprensivi di diaria, indennità e rimborsi), ma anche delle garanzie riservate per gli ex capi di Stato in tal contesto. Il Senato mette a disposizione un pianerottolo presso Palazzo Giustiniani (situato tra Palazzo Madama e il Pantheon), due stanze rispettivamente di 150 e 200 metri quadrati, per l’ex presidente e per la sua segreteria. Le segreterie particolari sono composte da: un capo ufficio, tre funzionari, due addetti alle mansioni esecutive, altri due addetti alle mansioni ausiliari (più a scelta, un consigliere militare o diplomatico). Altra voce di spesa è quella delle scorte, contando le postazione fisse davanti alle case, ci sono una ventina di poliziotti e carabinieri impegnati, arrivando a un totale di oltre 30 persone al servizio esclusivo di ciascun ex Presidente della Repubblica italiana.

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