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I pacchi bomba contro Obama e i Clinton

Nella notte tra martedì e mercoledì il Secret Service degli Stati Uniti – che non sono i servizi segreti, ma l’ente che si occupa della sicurezza di presidenti ed ex presidenti – ha trovato due pacchi bomba inviati alla casa di Bill e Hillary Clinton nello stato di New York e alla casa di Barack Obama a Washington. Gli agenti hanno diffuso un comunicato in cui dicono che i due pacchi sono stati individuati e identificati come sospetti durante un normale controllo della posta in arrivo.
I pacchi erano indirizzati a Hillary Clinton, già segretaria di Stato e candidata presidente per i Democratici, e all’ex presidente Barack Obama: nessuno dei due, ha detto il Secret Service, ha rischiato di venirvi in contatto. Sull’invio dei pacchi è stata aperta un’indagine. Martedì era stata trovata una bomba nella cassetta delle lettere di una delle case del filantropo miliardario George Soros, notoriamente detestato da gruppi e movimenti di estrema destra, sempre nello stato di New York; questo pomeriggio è stata evacuata la sede di CNN a New York, sempre per via di un pacco sospetto che la polizia ha poi detto di aver trattato come una bomba. CNN è stata spesso attaccata dal presidente americano in carica Donald Trump e accusata di diffondere notizie false, senza prove.
Trump ha poi tenuto un breve discorso alla Casa Bianca condannando l’invio dei pacchi bomba e annunciando l’apertura di un’indagine dell’FBI sul caso.

The safety of the American People is my highest priority. I have just concluded a briefing with the FBI, Department of Justice, Department of Homeland Security, and the U.S. Secret Service...

CAMBRIDGE ANALYTICA, L'ACCUSA DI CAROL DAVIDSEN: 'Anche lo staff di Obama aveva violato i dati degli utenti'


Risultati immagini per OBAMA FACEBOOK

Di Salvatore Santoru

Negli ultimi giorni si è parlato molto del caso di Cambridge Analityca, la società di consulenza britannica che ha lavorato per la campagna elettorale di Donald Trump.
Secondo quanto riportano i media, la società inglese si è resa responsabile dell'utilizzo delle informazioni personali di almeno 50 milioni di utenti statunitensi, tutto ciò senza la loro autorizzazione.

Stando a nuove rivelazioni, pare che prima dello staff di Trump anche quello di Obama aveva utilizzato i dati degli utenti(1).
Difatti, l'ex dirigente del Dipartimento 'Media Targeting' dello staff di Obama nelle elezioni presidenziali del 2012 Carol Davidsen ha recentemente affermato che lo staff dei democratici riuscì ad acquistare in modo arbitrario diversi dati dei cittadini statunitensi, dati a cui i repubblicani non avrebbero avuto accesso(2).

Inoltre, secondo la Davidsen Facebook non solo non cercò di accorse della vicenda ma arrivò a sostenerla, in quanto la multinazionale del web era schierata con il Democratic Party.

NOTE:



USA: diffusa foto di Obama con Louis Farrakhan, il leader della 'Nation Of Islam' che elogia Hitler

Risultati immagini per Obama con Louis Farrakhan,

Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere la foto tra l'ex presidente democratico Barack Hussein Obama e Louis Farrakhan, leader del movimento afroamericano 'Nation Of Islam'.
Farrakhan è una personalità religiosa e politica che in passato è stato al centro di polemiche per aver elogiato Hitler, attaccato gli ebrei e sostenuto che i neri siano superiori ai bianchi.

PER APPROFONDIRE, http://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/usa-spunta-foto-di-obama-con-il-leader-religioso-nero-che-elogia-hitler-002330917.html.

Hezbollah-Gate per Obama

Risultati immagini per HEZBOLLAH GATE
Pur di non compromettere l'accordo sul nucleare iraniano, l'amministrazione Obama bloccò le indagini su Hezbollah e il suo traffico miliardario di droga. È quanto emerge da un'inchiesta di Politico.com che ricostruisce la somma di decisioni con cui l'ex presidente fece di fatto deragliare una importante operazione della Drug Enforcement Administration (DEA) contro l'organizzazione sciita libanese finanziata e protetta da Teheran.
Sono accuse pesantissime, basate su documenti e interviste a esperti in traffici illeciti. Più di trent'anni dopo l'IranGate (lo scandalo Iran-Contras che coinvolse alti funzionari e militari dell'amministrazione Reagan), l'autorevole sito americano getta l'ombra di un nuovo scandalo su un presidente che proprio nell'accordo con Teheran aveva investito il centro della sua eredità in politica estera. Da Politico.com arriva ora un retroscena inquietante sul costo di quella eredità: anni e anni di indagini sui traffici illegali di Hezbollah bloccati per non incrinare il rapporto con Teheran, un Hezbollah-Gate che restituisce un'immagine compromessa di un presidente che si è sempre presentato come campione della morale.
Secondo l'indagine di Politico.com, a causa della sua determinazione ad assicurarsi l'accordo sul nucleare con l'Iran, l'amministrazione Obama ha mandato all'aria il "Progetto Cassandra", operazione della DEA che durava da diversi anni e che monitorava le operazioni di Hezbollah in Sud America e in altre aree, operazioni che comprendevano tra le altre cose anche l'introduzione di cocaina negli Stati Uniti, riciclaggio di denaro sporco, traffico di armi e altre attività per un valore di oltre un miliardo di dollari.
POLITICO.COM
Scrive Politico:
"Il Progetto Cassandra è stato lanciato nel 2008 dopo che la Drug Enforcement Administration ha raccolto prove che Hezbollah si era trasformato, da organizzazione militare e politica focalizzata in Medio Oriente, in un'associazione criminale internazionale che alcuni ricercatori ritenevano stesse raccogliendo un miliardo di dollari l'anno da droga e traffico di armi, riciclaggio di denaro sporco e altre attività criminali.
Nei successivi otto anni, agenti che lavoravano da una struttura DEA top secret a Chantilly, in Virginia, usarono intercettazioni telefoniche, operazioni sotto copertura e informatori per mappare le reti illecite di Hezbollah, con l'aiuto di 30 agenzie di sicurezza statunitensi e straniere.
[Questi agenti] seguivano le spedizioni di cocaina, alcune dall'America Latina all'Africa occidentale e verso l'Europa e il Medio Oriente, e altre attraverso il Venezuela e il Messico verso gli Stati Uniti. Hanno rintracciato il fiume di denaro sporco e come è stato riciclato, tra le altre tattiche, tramite l'acquisto di auto usate americane e la spedizione in Africa".
Secondo Politico, che cita interviste a decine di addetti ai lavori, ad un certo punto i funzionari dell'amministrazione Obama hanno sempre più ostacolato le operazioni. E quando gli agenti hanno chiesto il via libera per indagini, azioni penali e arresti, i funzionari dei dipartimenti della Giustizia e del Tesoro hanno ritardato, ostacolato o respinto le richieste.
Obama è entrato in carica nel 2009 promettendo di migliorare le relazioni con l'Iran, e John Brennan, diventato direttore della Cia nel 2013, ha detto in un documento politico che "il prossimo presidente aveva l'opportunità di stabilire un nuovo corso per le relazioni tra i due paesi" attraverso non solo un dialogo diretto, ma "una maggiore assimilazione di Hezbollah nel sistema politico libanese".
Quando gli investigatori, dopo aver raccolto montagne di prove contro Hezbollah, si apprestavano ad agire e per questo avevano chiesto le autorizzazioni al Dipartimento della Giustizia e a quello del Tesoro in modo da poter bloccare le attività dei terroristi libanesi, l'Amministrazione Obama fece in modo che dette autorizzazioni non arrivassero mai in modo da non pregiudicare le trattative con l'Iran che di Hezbollah è protettore e finanziatore.
"Una decisione politica arrivata dall'alto", l'ha definita David Asher, analista del Dipartimento della Difesa statunitense specializzato in finanza illecita che ha contribuito alla creazione e alla conduzione del Progetto Cassandra.
Secondo Asher i funzionari di Obama hanno ostacolato gli sforzi per arrestare i principali agenti di Hezbollah, tra i quali uno dei principali fornitori di armi del presidente siriano Bashar Assad. Stando a quanto testimoniato a Politico.com dal team del Progetto Cassandra, i funzionari di Obama si sarebbero giustificati sostenendo che cercavano di migliorare i rapporti con l'Iran come parte di una strategia più vasta finalizzata a impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari.

Il Russiagate dei Clinton e di Obama

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Di Federico Punzi *
Almeno ad oggi tutti gli sforzi profusi da giganti mediatici come New York TimesWashington Post e Cnn, dal procuratore speciale Mueller, con le sue centinaia di collaboratori e fondi praticamente illimitati, e soprattutto le attività di sorveglianza disposte dall’amministrazione Obama prima e dopo il voto non hanno prodotto lo straccio di una prova sul Russiagate, sulla presunta collusione della campagna Trump con la Russia per truccare le elezioni presidenziali. Ma non vi preoccupate: c’è un altro Russiagate, con qualche elemento di concretezza in più, che sta emergendo, pur essendo stato insabbiato durante la campagna per le presidenziali, e di cui probabilmente il pubblico italiano non ha mai nemmeno sentito parlare. Un Russiagate che coinvolge direttamente i Clinton e l’amministrazione Obama.
Questa l’accusa: quando era segretario di Stato Hillary Clinton usò la sua carica per aiutare la Russia ad acquisire il controllo di un quinto delle riserve americane di uranio in cambio di milioni di dollari versati alla Clinton Foundation, la fondazione di famiglia. Boom! L’accusa è di quelle pesanti e coinvolge anche l’amministrazione Obama. Non è nuovissima. Fu il New York Times a parlarne per la prima volta nell’aprile del 2015, anticipando di pochi giorni l’uscita del libro di Peter Schweizer “Clinton Cash”, da cui attinse ampiamente. Poi, sulla vicenda calò il silenzio per tutta la durata della campagna per le presidenziali e anche dopo l’8 novembre 2016. Di pochi giorni fa le nuove rivelazioni di The Hill, non certo un “house organ” trumpiano… E il caso è finalmente arrivato all’attenzione della Commissione Giustizia del Senato Usa.
I fatti. Nel 2013, il colosso statale russo per l’energia atomica, la Rosatom, acquisisce il controllo della compagnia canadese Uranium One e, tramite essa, di un quinto delle riserve minerarie di uranio negli Stati Uniti per un valore di decine di miliardi di dollari. Ovviamente, essendo l’uranio un bene strategico, con evidenti implicazioni per la sicurezza nazionale, l’acquisizione ha avuto bisogno del via libera di una commissione governativa (la Commissione per gli investimenti esteri negli Stati Uniti), di cui fanno parte diverse agenzie Usa e naturalmente il Dipartimento di Stato, allora guidato da Hillary Clinton, e quello della Giustizia.
E guarda caso, proprio mentre i russi assumevano progressivamente, in tre diverse transazioni dal 2009 al 2013, il controllo di Uranium One, milioni di dollari (145 milioni, ha calcolato Newsweek) affluivano nelle casse della Clinton Foundation dai conti personali degli uomini che erano alla guida o importanti investitori di quella stessa compagnia canadese. Inoltre, nel giugno 2010, poco dopo l’annuncio da parte russa di voler acquisire una quota di maggioranza della compagnia, e poco prima che venisse concessa l’autorizzazione governativa (ottobre 2010), l’ex presidente Bill Clinton incassava in un solo giorno mezzo milione di dollari da una banca d’affari russa legata al Cremlino, la Renaissance Capital, forte sostenitrice di Rosatom, per un discorso pronunciato a Mosca.
Secondo le nuove rivelazioni di The Hill, ad aprile l’avvocato personale di Bill aveva interrogato il Dipartimento di Stato su un possibile conflitto di interessi chiedendo di fatto il permesso a tenere il discorso, e ottenendolo due giorni dopo. Ma soprattutto, circa un mese prima del suo viaggio in Russia l’ex presidente chiese al Dipartimento di Stato (guidato dalla moglie) il permesso a incontrare, tra gli altri, un alto dirigente di Rosatom – che proprio in quel periodo aveva bisogno del via libera dell’amministrazione Obama all’acquisizione di Uranium One e, tramite essa, di un quinto dell’uranio made in Usa. Si tratta di Arkady Dvorkovich, uno dei principali consiglieri dell’allora presidente russo Medvedev e dei più alti funzionari governativi nel board di Rosatom. Dvorkovich era solo uno dei 15 uomini d’affari russi in una lista dei possibili incontri di Bill Clinton durante la sua visita a Mosca. Lista contenuta in una email che uno dei suoi consiglieri della Clinton Foundation aveva spedito ai consiglieri senior della moglie chiedendo appunto il parere del Dipartimento di Stato. Alla fine pare che non vi fu alcun incontro, secondo quanto sostengono oggi i consiglieri di entrambi i Clinton. Ma Bill Clinton incontrò direttamente Vladimir Putin, allora primo ministro, nella sua residenza privata.
Le donazioni ai Clinton hanno giocato un qualche ruolo nel via libera della Commissione per gli investimenti esteri all’operazione Rosatom-Uranium One?
Ovviamente sarebbe un gravissimo crimine se Hillary Clinton avesse usato la propria carica pubblica (e che carica!) per favorire un governo straniero, quasi nemico, in cambio di denaro. Nella migliore delle ipotesi però siamo di fronte a un gigantesco conflitto di interessi. E in ogni caso si tratta di uno scandalo politico, che coinvolge non solo i Clinton ma anche l’amministrazione Obama. E che tocca quanto di più sensibile nelle prerogative di un governo: la sicurezza nazionale.
Stiamo parlando dell’autorizzazione a trasferire il controllo di un quinto delle capacità minerarie americane di uranio alla Russia, una potenza ostile, essendo Rosatom l’azienda di Stato russa per l’energia nucleare. Ma c’è di più o, per meglio dire, di peggio. Nei mesi del 2010 in cui stava per autorizzare l’operazione, l’amministrazione Obama era a conoscenza che la controllata americana di Rosatom, la Tenam, nella persona del suo direttore generale Vadim Mikerin, era coinvolta in una “lucrativa organizzazione di racket” (reati quali corruzione, estorsione, frode, riciclaggio), al preciso scopo di accrescere il business nucleare russo all’interno degli Stati Uniti, il tutto “con il consenso di funzionari di massimo livello” in Russia.
Grazie a un lobbista divenuto informatore, riporta The Hill, l’Fbi aveva raccolto prove sostanziali ed era stata in grado di comprendere e monitorare l’organizzazione criminale fin dall’inizio, dal 2009, ben prima della decisione della commissione governativa sull’acquisizione di Uranium One. Dal maggio 2010 poteva già provare lo schema e tre diverse estorsioni da parte di Mikerin. Ma soprattutto, sempre secondo The Hill, l’informatore aveva appreso da alcune conversazioni con lo stesso Mikerin e con altri che era in corso un tentativo da parte di funzionari dell’industria nucleare russa di ingraziarsi i Clinton. Secondo una testimonianza supportata da documenti citata da The Hill, questi funzionari avevano fatto arrivare milioni di dollari negli Stati Uniti destinati alla Clinton Foundation durante il periodo in cui Hillary Clinton era segretario di Stato e, dunque, sedeva anche nella commissione che di lì a poco avrebbe assunto una decisione così favorevole a Mosca.
Tuttavia, anziché avviare un procedimento penale già nel 2010, il Dipartimento di Giustizia continuò a indagare per quasi altri quattro anni, di fatto nascondendo al pubblico americano e al Congresso (nonché alla Commissione per gli investimenti esteri) ciò di cui era già a conoscenza, ovvero un piano corruttivo russo nel settore nucleare perpetrato su territorio americano proprio nel periodo in cui l’amministrazione Obama doveva prendere una decisione chiave per le ambizioni nucleari di Putin. È evidente che una tale rivelazione avrebbe fatto saltare l’operazione Rosatom-Uranium One. Ma è interessante dare uno sguardo ai nomi coinvolti. All’epoca dei fatti l’Attorney General, il ministro della giustizia, era Eric Holder, fedelissimo di Obama. Il capo dell’Fbi era Robert Mueller, oggi “special prosecutor” sul Russiagate, i presunti legami tra la campagna Trump e i russi. Nel 2013, a inchiesta ancora in corso, gli subentrò James Comey. Uno dei procuratori ad avere a che fare con il caso Mikerin fu Rod Rosenstein, che oggi da vice Attorney General, dopo che Sessions è stato costretto a ricusarsi, si occupa del Russiagate e ha deciso la nomina di Mueller a procuratore speciale.
Qualcuno potrebbe maliziosamente osservare che proprio coloro che allora giocarono un ruolo nel coprire, o quanto meno nell’impedire che emergessero le attività illecite russe nel settore nucleare americano connesse all’accordo per Uranium One, sono gli stessi che oggi stanno affannosamente cercando prove in grado di dimostrare la “connection” Trump-Cremlino.
Ma è importante anche ricordare il contesto politico internazionale all’epoca dei fatti. Nel 2009, nonostante l’occupazione russa di Abcasia e Ossezia del Sud e l’invasione della Georgia l’anno prima, il presidente Obama e il segretario di Stato Hillary Clinton ribadivano la volontà della nuova amministrazione di “resettare” le relazioni con Mosca. Di questo reset nelle relazioni tra i due Paesi sarebbe stata centrale una rinnovata cooperazione proprio nel campo dell’energia nucleare.
Dunque, a prescindere dal ruolo delle donazioni alla Fondazione Clinton, l’amministrazione Obama sembra aver deciso di chiudere un occhio, o meglio entrambi gli occhi sulle malefatte russe, e di approvare l’acquisizione di Uranium One per non compromettere il tentativo di reset, poi miseramente fallito, in cui sia Obama che la Clinton avevano investito così tanto capitale politico. Allo stesso modo in cui pur di non compromettere l’accordo sul nucleare iraniano, il presidente Obama avrebbe qualche anno dopo chiuso entrambi gli occhi davanti alle attività destabilizzanti di Teheran in Iraq e in Siria e sul programma di missili balistici, di fatto legittimandolo.
Solo nell’estate del 2014 il racket dei russi nel settore nucleare americano fu fermato e Mikerin arrestato insieme ai suoi complici. Qualche mese prima, nel marzo del 2014, la Russia aveva annesso la Crimea e Putin aveva avviato operazioni militari coperte a sostegno dei separatisti filorussi nelle regioni orientali dell’Ucraina. Insomma, la politica del reset era definitivamente fallita. Ma il caso Mikerin doveva essere comunque insabbiato. Il successo di un’indagine come questa – su un esteso e continuato racket da parte di agenti di una potenza straniera, addirittura la Russia, in un settore sensibile come il nucleare – viene di solito celebrato in pompa magna da Fbi e Dipartimento di Giustizia. Eppure, nel caso Mikerin tutto si concluse in sordina. Poche parole al momento degli arresti. Patteggiamento annunciato alla vigilia della festa del lavoro. La sentenza sotto Natale.
Inoltre, l’informatore – il lobbista che aveva denunciato all’Fbi il racket russo nel 2009 – avrebbe voluto raccontare al Congresso ciò che sapeva, ovvero ciò che Fbi e Dipartimento di Giustizia avrebbero potuto provare già nel 2010, prima che la Commissione per gli investimenti esteri approvasse l’acquisizione di Uranium One da parte di Rosatom, e ciò che aveva appreso degli sforzi russi per ingraziarsi i Clinton. Ma non gli fu permesso di parlare. L’Fbi lo aveva indotto a firmare un accordo di riservatezza e minacciato di perseguirlo.
Sarebbe stato uno scandalo enorme per l’amministrazione Obama, e un brutto colpo alle ambizioni presidenziali di Hillary Clinton, se proprio durante le aggressioni russe del 2014, o anche durante la campagna del 2016, l’attenzione dell’opinione pubblica fosse stata attirata sulla decisione del Dipartimento di Giustizia di non portare in tribunale, nei quattro anni precedenti, un caso di sicurezza nazionale che avrebbe impedito l’acquisizione da parte russa di importanti asset nucleari americani.
* Giornalista di Radio Radicale

USA, Bush e Obama contro Trump: la critica indiretta alla sua presidenza durante dei recenti discorsi dei due ex premier

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Di Salvatore Santoru
Sia Barack Obama che George W. Bush hanno criticato indirettamente la presidenza Trump.
Come riporta il Fatto Quotidiano(1),  "Obama ha parlato a un paio di comizi a sostegno dei candidati democratici a governatore di New Jersey e Virginia. Ha difeso la riforma sanitaria (che Trump vuole cancellare) e poi, in un discorso a Newark, ha spiegato che c’è gente “che guarda a 50 anni fa. Ma siamo nel 21esimo secolo, non nel 19esimo”."
Dal canto suo, invece Bush ha sostenuto durante un incontro a New York che "il sistema politico è corrotto da teorie cospirative e totali montature" e che il nazionalismo “è stato distorto in una forma di nativismo”.
NOTA:

QUANDO OBAMA SOSTENEVA CHE TRUMP ERA UN'ESEMPIO DELL'AMERICAN DREAM



Di Salvatore Santoru

Un tempo Barack Hussein Obama considerava Donald J Trump un'esempio del 'sogno americano'.
E' quanto è stato rivelato in un articolo di "Vice"(1), in cui si parla dell nuova biografia sull'ex presidente statunitense,"Rising Star: The Making of Barack Obama" di David J. Garrow(2).
Nell'articolo, si parla del fatto che a 29 anni Obama scrisse con il suo amico Robert Fisher il libro "Race and Rights Retoric" dove riassunse la mentalità media statunitense sostenendo che non poteva essere Donald Trump adesso, ma se non ci sarebbe riuscito ci sarebbero riusciti i suoi figli.
Obama sostenne che la retorica dei diritti civili era stata un veicolo di liberazione della comunità afroamericana, ma ne aveva impedito l'acquisto di potere.

NOTE:

(1)https://www.vice.com/en_us/article/young-obama-said-the-american-dream-is-to-be-donald-trump

(2)https://www.thetimes.co.uk/article/rising-star-the-making-of-barack-obama-by-david-garrow-nxjmsq8cn

Obama a Milano: “La tecnologia che riduce la manodopera nel mondo avanzato è un problema”

REUTERS

Di Fabio Poletti

Non poteva parlare solo di cibo Barack Obama. Anche se non è più alla Casa Bianca il 44esimo presidente degli Stati Uniti guarda al mondo di oggi e quello di domani con qualche preoccupazione. Il contesto è la fiera del cibo sostenibile Seeds&Chips dove tiene uno speech. Innovazione è la parola chiave ma non può essere indiscriminata: «La tecnologia sta facendo diminuire la quantità di manodopera in vari settori, anche in quelli manageriali, e questo diventerà un problema enorme nel mondo avanzato». Camicia azzurra senza cravatta Barack Obama vuole dare un’immagine più smart di sè, dopo i rigidi protocolli presidenziali: «Mi sono liberato della bolla della Casa Bianca che mi limitava negli spostamenti ma non dei selfie che continuano a chiedermi». 
I vip che hanno pagato 850 euro per ascoltarlo - 3500 posti nella sala Future a Fiera Rho, non tutti occupati - fanno la fila per un selfie con lui. A loro ammonisce una lezione sul Nord e il Sud del mondo: «Se le diseguaglianze non vengono sanate la tecnologia rischia di allargarle». La sua non vuole solo essere teoria. Parla del settore delle auto senza guidatore che solo negli Stati Uniti quando prenderanno piede potranno costare 3 o 4 milioni di posti di lavoro tra i conducenti. O del settore agricolo dove le tecnologie troppo intensive potrebbero avere lo stesso effetto. Di qua del mondo l’effetto potrebbe essere una gigantesca divisione sociale. Dall’altra parte pure peggio: «Se tu hai tanti giovani che non hanno lavoro, anche se hanno magari da mangiare possono incanalare le loro energie nel modo peggiore».  
Ma per questo ex studente non troppo brillante nato alle Hawaii da padre kenyota e arrivato ad essere il numero 1 al mondo c’è sempre una speranza: «Anche se il mondo sembra andare nella direzione sbagliata la Storia non si muove come una linea retta. E prima o poi va verso la giustizia». Deve essere per questo che insieme all’impegno sui problemi legati all’alimentazione che condivide con la moglie Michelle, la Fondazione Obama guarda anche al futuro dei giovani e pensa di creare una scuola di alta politica aperta a tutti i giovani del mondo. Un progetto che entusiasma Matteo Renzi che in Fiera lo ha voluto incontrare di nuovo. Dopo il il Governatore lombardo Roberto Maroni che spera di avere a Milano anche Donald Trump. Dopo il sindaco Giuseppe Sala che gli consegna il sigillo della città. Ma questa per Barack Obama è stata anche l’occasione per una visita culturale accompagnata da un entusiasta bagno di folla.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.lastampa.it/2017/05/09/edizioni/milano/obama-al-cenacolo-con-franceschini-alle-lintervento-al-summit-sul-cibo-OxWZzh7lVzvK6Xi4t6jZSK/pagina.html

Obama a Milano: “La mancanza di cibo è una delle cause dell’immigrazione”



Il clou della seconda giornata italiana di Barack Obama è l’intervento al summit forum sull’innovazione alimentare Seed&Chips. Obama ha iniziato il suo discorso ringraziando il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e l’ex premier Matteo Renzi e l’ex sindaco Letizia Moratti per «l’impegno in Expo». «La mancanza di cibo è una delle cause del’immigrazione» ha detto sottolineando che gli Stati Uniti «non sarebbero quello che sono senza il contributo di milioni di italiani che hanno anche dovuto subire discriminazioni, ma che con fede, convinzione e lavoro duro hanno avuto successo dappertutto e hanno rafforzato gli Stati Uniti». 

Poi ha parlato del futuro della terra spiegando che l’obiettivo dev’essere quello di «sviluppare sistema non soggetto ai cambiamenti climatici» e sottolineando che «l’uomo ha causato molti problemi al pianeta e adesso deve risolverli». «Vi porto i saluti di Michelle. E vi dico che torneremo molto spesso in Italia». «Ricordiamo i nostri viaggi in Toscana, a Roma, lei ricorda il suo viaggio a Milano per Expo con Sasha e Malia. Per questo dico, torneremo molto spesso in Italia» ha detto. «Vi prometto che torneremo tantissime volte qui in Italia» ha ripetuto.  

La visita al Cenacolo  
«Straordinario... Leonardo è un genio». Con queste parole l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, da ieri a Milano per partecipare (oggi, martedì 9 maggio, alle 14) al Seeds&Chips - The Global Food Innovation Summit, il convegno internazionale sulla food innovation in corso alla Fiera di Rho, ha commentato stamattina il capolavoro di Leonardo da Vinci conservato al Cenacolo. Accompagnato nella sua visita dal ministro dei Beni culturali Franceschini, dal direttore del Polo Museale Lombardo, Stefano L’Occaso e dalla direttrice del Cenacolo Vinciano, Chiara Rostagno, Obama è rimasto una ventina di minuti a Santa Maria delle Grazie. «È stata una visita appagante per come Obama ha dimostrato di conoscere il nostro patrimonio - ha riferito ai giornalisti L’Occaso -. Si è informato in particolare sullo stato e sulle tecniche di conservazione dell’affresco ed è rimasto entusiasta di questo luogo».  

ANSA

Obama, era giunto al Cenacolo Vinciano intorno alle 10,25 di questa mattina. Il celebre dipinto di Leonardo è custodito presso la basilica di Santa Maria delle Grazie e Obama ha raccontato di essere stato consigliato dalla moglie Michelle sull’importanza di non perdere questo sito durante la sua trasferta in Italia a Milano.  

ANSA

Fin dalle prime ore di quest’oggi l’area del piazzale di fronte alla chiesa era stata transennata e resa inaccessibile e la folla si è assiepata intorno alle transenne. Le persone sono comunque riuscite a vedere Obama quando è sceso dall’auto.  


LAPRESSE
L’ex presidente degli Stati Uniti è stato accolto con un caloroso saluto dalle persone che lo attendevano dalle 9 di questa mattina. 

ANSA

Questo pomeriggio, durante uno dei momenti di Seeds&Chips - The Global Food Innovation Summit, ci sarà anche la consegna delle chiavi della città da parte del sindaco di Milano Giuseppe Sala nelle mani dell’ex presidente americano.  

LAPRESSE
Della consegna del sigillo se ne parla da settimane ma non era chiaro quando sarebbe avvenuta. In queste ultime ore la conferma del cerimoniale.  

LAPRESSE

«Sarà un incontro privato - spiega il primo cittadino - se non altro per questioni di sicurezza, con qualche partecipante. Vedremo di testimoniarlo almeno con la fotografia. Ma sono molto felice di potergli consegnare le chiavi». 


Il primo cittadino sottolinea ancora una volta il legame tra queste fiere e Expo, «e qui la cosa bella sono i giovani. Qui ci sono tanti giovani imprenditori da tutto il mondo, vuol dire che questo tema è molto attrattivo, ha opportunità di business e permette di mettere insieme questioni sociali con quelle dell’economia».  

LAPRESSE


«Quella di quest’anno è un po’ una prova - aggiunge - . Questa idea della food week ha fatto numeri straordinari, sentivo che Taste of Milano ha fatto più 20-25 per cento, oggi vedremo con Obama». E si pensa già all’anno prossimo: «Ci sarebbe un po’ questa idea di creare una sorta di Davos del futuro. Ci vuole tempo e pazienza».