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Rom, Papa Francesco su Casal Bruciato: questa non è civiltà

Di Iacopo Scaramuzzi «Quando leggo sui giornali qualcosa brutta vi dico la verità: soffro. Oggi ho letto qualcosa brutta e soffro per...


Di Iacopo Scaramuzzi
«Quando leggo sui giornali qualcosa brutta vi dico la verità: soffro. Oggi ho letto qualcosa brutta e soffro perché questa non è civiltà: non è civiltà». Così il Papa, in trasparente riferimento alla vicenda della famiglia rom, assegnataria regolare di una casa popolare nel quartiere periferico romano di Casal Bruciato e minacciata da militanti di estrema destra, in un incontro di preghiera con 500 rom e sinti che ha avuto luogo questa mattina nel Palazzo Apostolico vaticano. Francesco ha esortato i suoi ospiti a non covare il rancore e la vendetta, sottolineando che le organizzazioni che in Italia sono «maestre di vendetta» e di «omertà» sono delinquenti, non coloro che vivono e lavorano con dignità. I cittadini di seconda classe «ci sono», ha detto Jorge Mario Bergoglio, «è vero», ma «sono coloro che scartano la gente», quelli che «con la scopa in mano buttando fuori gli altri». 
Il vescovo ausiliare di Roma Giampiero Palmieri, che ieri ha visitato la famiglia Omerovic insieme al direttore della Caritas romana, don Benoni Ambarus, e con la sindaca di Roma Virginia Raggi, ha invitato la famiglia a partecipare questa sera all’incontro diocesano che Papa Francesco presiderà a San Giovanni in Laterano.
Nell’incontro avvenuto nella Sala Regia, il Papa ha preso la parola dopo le testimonianze di don Cristian Di Silvio, sacerdote rom («Ricordo che quando ne parlai con i miei compagni di seminario la prima cosa che mi chiesero fu se abitavo in una roulotte, se chiedevo l'elemosina e se la mia famiglia andava a rubare portafogli alla stazione Termini…»), e di tre mamme, Dzemila, Miriana e Negiba («Alcune di noi vivono in appartamenti in affitto, in case popolari, altre ancora in quelli che vengono chiamati “campi nomadi” che altro non sono che delle baraccopoli, dei ghetti dove, su base etnica, le nostre famiglie sono segregate dalle istituzioni comunali…»). Francesco ha detto di aver ascoltato «tante cose che mi hanno toccato il cuore».
«Le mamme che leggono le speranze negli occhi dei figli lottano tutti i giorni per la concretezza, non per le cose astratte: crescere un figlio, dargli da mangiare, educarlo, inserirlo nella società: le mamme sono la speranza. Una donna che porta un figlio al mondo è speranza, lei, semina speranza, è capace di fare strada, di creare orizzonti, di dare speranza», ha detto Jorge Mario Bergoglio, che ha proseguito: «In ambedue le testimonianze c’era sempre il dolore amaro della separazione, quello che si sente nella pelle: ti fanno da parte, “si tu passi ma lì, non toccarmi perché”… in seminario ti domandavano se chiedevi elemosina, se andava a Termini: la società vive delle favole, “no padre quella gente è peccatrice”: e tu non sei peccatore? Tutti siamo peccatori, tutti facciamo sbagli nella vita, ma io non posso lavarmene le mani guardando veri o finti peccati altrui, io devo guardare i miei peccati. E se l’altro è il peccato e fa una strada sbagliata, avvicinarmi e dargli la mano per aiutarlo a uscire».
«Una cosa che a me mi fa arrabbiare è che ci siamo abituati a parlare della gente con gli aggettivi», ha detto ancora il Papa, «non diciamo “questa è una persona”, “una mamma”, “un giovane prete”, ma mettiamo l’aggettivo, e questo distrugge perché non lascia che questa sia una persona. L’aggettivo è una delle cose che crea distanza tra mente e cuore. Questo è il problema di oggi: se voi mi dite che è un problema politico, sociale, culturale, di lingua, sono cose secondarie, il problema è di distanza tra mente e cuore. “Sì tu sei gente, ma lontano da me, dal mio cuore”, “i diritti sociali, i servizi sanitari sì, ma faccia la coda, prima questo poi quello”…». «È vero – ha detto Papa Bergoglio – ci sono cittadini di seconda classe, è vero: ma i veri cittadini sono coloro che scartano la gente, questi sono di seconda perché non sanno abbracciare, sempre con l’aggettivo, scartano e vivono scartando, con la scopa in mano buttando fuori gli altri, con il chiacchiericcio o in altro modo. Invece la bella strada è la fratellanza: vieni, la porta è aperta, e tutti dobbiamo collaborare». 

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