Di Leonardo Martinelli
Quando ho visto la notizia dell’esecuzione di tre condannati a morte in Giappone, giustiziati pochi giorni fa, mi è ritornata in mente la signora Sakiko. Il suo sguardo dignitoso, la sua tenacia senza clamori. Sarà ancora viva? E suo figlio, Masashi Daidoji, sarà stato già portato dinanzi al boia?
Mi è capitato altre volte in tutti questi anni. Sono andato su Google a inserire il nome del condannato, negli anni Settanta in Giappone uno dei più famosi e spietati terroristi rossi, che ebbe addirittura l’ardire di organizzare un attentato (fallito) contro l’imperatore. Niente, nessuna notizia su un’eventuale impiccagione. Neanche stavolta. Apparentemente.
Ho vissuto quattro anni a Tokyo. E nel 2001 incontrai nella sua casa, in periferia, Sakoki, che in giapponese significa Felicità. Un’anziana signora, semplice, originaria dell’Hokkaido, venuta a stabilirsi li’, per essere vicina al figlio, nel braccio della morte a pochi chilometri. Quell’incontro fu lo spunto per scrivere un articolo per il Diario.
Sakoki è uno dei tanti piccoli-grandi eroi che ho conosciuto in Giappone: persone che, con una forza incredibile, senza urli né strepiti, nel silenzio tombale dei media (la pena capitale è un tabù: non il solo) combattono per qualche causa. Quando la vidi, Sakoki non cercò di difendere il figlio, all’origine della morte di innocenti: ne era cosciente, Masashi era colpevole. Ma sì volle protestarecontro la pena di morte e i suoi metodi di attuazione, spietati in Giappone. Nel braccio della morte ogni giorno può essere l’ultimo. L’esecuzione viene comunicata alle 8 di mattina. E inizia alle 10. Il condannato non può neanche vedere i familiari un’ultima volta. In media deve aspettare dieci anni prima di essere giustiziato, nel quasi più completo isolamento. Senza poter parlare praticamente con nessuno (a parte i parenti diretti, in occasione di visite ridotte al minimo). In quell’attesa interminabile.
L’incontro con Sakoki mi aveva permesso di scoprire anche l’umanità che si genera intorno a una vicenda del genere. Chiharu, una ragazza di Kyoto, lesse un libro autobiografico scritto in carcere da Masashi, «Guardando le stelle all’alba». Ne rimase folgorata. Cominciarono a scriversi delle lettere. E alla fine Chiharu ha chiesto a Sakiko di essere adottata. Così da diventare sorella del condannato. Così da avere il diritto di andarlo a trovare in carcere: per concedergli una possibilità in più di incontrare periodicamente una persona cara. E’ un caso frequente in Giappone. Tante sorelle e fratelli adottivi si materializzano intorno ai condannati a morte. Il risvolto umano di un aspetto crudele della società. Quasi che l’odio generasse amore.
Non so se la signora Sakiko è ancora viva. Me la ricordo ancora. Non me la scordero’ mai.
Da il Fatto Quotidiano
Quando ho visto la notizia dell’esecuzione di tre condannati a morte in Giappone, giustiziati pochi giorni fa, mi è ritornata in mente la signora Sakiko. Il suo sguardo dignitoso, la sua tenacia senza clamori. Sarà ancora viva? E suo figlio, Masashi Daidoji, sarà stato già portato dinanzi al boia?
Mi è capitato altre volte in tutti questi anni. Sono andato su Google a inserire il nome del condannato, negli anni Settanta in Giappone uno dei più famosi e spietati terroristi rossi, che ebbe addirittura l’ardire di organizzare un attentato (fallito) contro l’imperatore. Niente, nessuna notizia su un’eventuale impiccagione. Neanche stavolta. Apparentemente.
Ho vissuto quattro anni a Tokyo. E nel 2001 incontrai nella sua casa, in periferia, Sakoki, che in giapponese significa Felicità. Un’anziana signora, semplice, originaria dell’Hokkaido, venuta a stabilirsi li’, per essere vicina al figlio, nel braccio della morte a pochi chilometri. Quell’incontro fu lo spunto per scrivere un articolo per il Diario.
Sakoki è uno dei tanti piccoli-grandi eroi che ho conosciuto in Giappone: persone che, con una forza incredibile, senza urli né strepiti, nel silenzio tombale dei media (la pena capitale è un tabù: non il solo) combattono per qualche causa. Quando la vidi, Sakoki non cercò di difendere il figlio, all’origine della morte di innocenti: ne era cosciente, Masashi era colpevole. Ma sì volle protestarecontro la pena di morte e i suoi metodi di attuazione, spietati in Giappone. Nel braccio della morte ogni giorno può essere l’ultimo. L’esecuzione viene comunicata alle 8 di mattina. E inizia alle 10. Il condannato non può neanche vedere i familiari un’ultima volta. In media deve aspettare dieci anni prima di essere giustiziato, nel quasi più completo isolamento. Senza poter parlare praticamente con nessuno (a parte i parenti diretti, in occasione di visite ridotte al minimo). In quell’attesa interminabile.
L’incontro con Sakoki mi aveva permesso di scoprire anche l’umanità che si genera intorno a una vicenda del genere. Chiharu, una ragazza di Kyoto, lesse un libro autobiografico scritto in carcere da Masashi, «Guardando le stelle all’alba». Ne rimase folgorata. Cominciarono a scriversi delle lettere. E alla fine Chiharu ha chiesto a Sakiko di essere adottata. Così da diventare sorella del condannato. Così da avere il diritto di andarlo a trovare in carcere: per concedergli una possibilità in più di incontrare periodicamente una persona cara. E’ un caso frequente in Giappone. Tante sorelle e fratelli adottivi si materializzano intorno ai condannati a morte. Il risvolto umano di un aspetto crudele della società. Quasi che l’odio generasse amore.
Non so se la signora Sakiko è ancora viva. Me la ricordo ancora. Non me la scordero’ mai.
Da il Fatto Quotidiano
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