Torino, tra gli invisibili dell’ex Villaggio olimpico: “In 400 vivono e lavorano nei sotterranei”


Di Federico Genta

I colpi di martello si sentono fino dagli ultimi piani dei condomini che sorgono alle spalle delle palazzine occupate. Una sega circolare affonda nel metallo, attorno un gruppo di ragazzi stringe i tubi che devono essere tagliati. E il lavoro degli invisibili, al lavoro nei sotterranei delle vecchie palazzine olimpiche di Torino, da quattro anni occupate e trasformate in ricovero dei rifugiati del Nord Africa.  

Non c’è luce negli scantinati, eccetto quella che filtra tra le grate dei cortili esterni. Accanto ai laboratori improvvisati ci sono i veri e propri alloggi. Materassi e scaffali separati da pannelli di legno e cartone. Non mancano le cucine, con i fornelli collegati alle bombole del gas. Altro materiale è ammassato nei corridoi, assieme a una ragnatela di fili e transenne usati per stendere e stipare scarpe e vestiti.  

La pancia sotterranea di quelle che un tempo erano state le palazzine olimpiche di Torino si estende ben oltre il complesso degli appartamenti occupati. Una città in miniatura, popolata da chi nel corso degli anni non ha fatto in tempo a trovare una sistemazione, abusiva ma almeno alla luce del sole. Da quella che è l’unica rampa d’accesso e d’uscita dei seminterrati - e questo è l’aspetto più pericoloso - escono in poche ore decine di biciclette sistemate alla meno peggio. Vengono ammassate accanto a una pila di vecchi pneumatici. Perché tutto si recupera e tutto si rivende tra le mura della più grande occupazione di Torino.  

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