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Ecco cosa prevede il piano di Trump per la pace fra Israele e Palestina

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Di Lorenzo Vita


La presidenza Trump sarebbe pronta a predisporre il piano di pace per il Medio Oriente. In sostanza, il piano di pace per Israele e Palestina.
Come detto a Associated Press da cinque funzionari americani, l’amministrazione Usa avrebbe intenzione di rivelare al mondo il piano di pace fra la metà e la fine di giugno. Non una scelta casuale: l’obiettivo è che finisca il mese sacro dei musulmani, il Ramadan.
L’idea è che in questo mese, tra proteste per il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme e simbologia religiosa/nazionale, i palestinesi possano di nuovo scatenare violente proteste. Proteste a cui gli israeliani risponderebbero con una violenza probabilmente pari a quelle con cui sono già morte decine di palestinesi nella Striscia di Gaza e che ha colpito profondamente l’intera comunità internazionale

Gli autori del piano

I principali autori del piano americano, a detta delle fonti consultate dall’agenzia, sono il genero del presidente Trump, Jared Kushner, e l’inviato speciale di Trump per i negoziati internazionali Jason Greenblatt, già rappresentante del presidente Usa per Israele. Due persone, dunque, profondamente legate a Tel Aviv. E questo è importante per comprendere anche le rivendicazioni del piano che vedremo poi svelato dal sito israeliano Debka.
Non va però dimenticato un dato importante. Kushner e Greenblatt si sono opposti alla chiusura dell’ufficio dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina a Washington. Il motivo è da ricercare nel desiderio di mantenere un canale diplomatico con Ramallah, capitale de facto del pur riconosciuto Stato di Palestina.
A questi autori, che già stanno mettendo nero su bianco la proposta, si aggiungono poi le “consulenze” di parte israeliana ma anche dei sauditi. Il principe Mohammed bin Salman, scomparso dai radar in queste ultime settimane, ha uno stretto rapporto con Kushner. Ed è stato da subito considerato l’ariete araba sul fronte palestinese. Forse in maniera superficiale, visto che i sauditi non hanno una forte presa sui palestinesi. 

Cosa prevede il piano

Fonti dell’intelligence israeliana rintracciate dal sito Debka hanno delineato alcuni elementi essenziali del nuovo piano. I cui contenuti, come detto, saranno annunciati non prima di metà giugno.
Lo Stato palestinese sarà uno Stato “con una sovranità limitata su circa metà della Cisgiordania e tutta la Striscia di Gaza“. Quindi quello è il vincolo territoriale. La sicurezza sarà in mano agli israeliani, così come i valichi di frontiera e la Valle del Giordano sarà pienamente sotto il controllo delle autorità israeliane. 
Quanto a Gerusalemme, l’idea del piano Kushner-Greenblatt è che la parte orientale e i quartieri arabi, a eccezione della Città Vecchia, passeranno sotto la giurisdizione palestinese. E la capitale proposta per questo Stato palestinese sarà quella stessa Abu Dis ipotizzata da bin Salman. Per quanto riguarda le moschee e i luoghi sacri dell’islam, saranno sotto giurisdizione di Palestina e Giordania, in condivisione. 
Non è previsto alcun diritto al ritorno dei profughi palestinesi, ma si pensa a un diritto di compensazione gestito dalla comunità interazionale. Se e come questo meccanismo possa essere realizzato, tutto dipenderà dai fattori regionali. Difficile credere che i rifugiati palestinesi si accontentino: le privazioni sono state immense in questi decenni. E non è una questione di soldi. 

I palestinesi accetteranno?

Difficile credere che i vertici palestinesi accetteranno il piano. Innanzitutto perché non riconoscono gli Stati Uniti di Trump come interlocutore o potenza che possa guidare un accordo di pace. L’amministrazione Usa è troppo di parte per rappresentare un soggetto terzo. E la decisione di spostare la capitale a Gerusalemme è stato un segno inequivocabile.
Inoltre, in questo momento storico, la decisione su un accordo sembra essere estremamente ottimista, vista la tensione altissima fra Israele e palestinesi. Dopo le decine di morti, è difficile credere le frange più radicali possano accettarsi di sedere al tavolo dei negoziati. Anzi, semmai i toni sono solo esacerbati.
A questo, si aggiunge anche l’assoluta contrarietà di Hamas a cedere le armi e il controllo della Striscia di Gaza. Un ostacolo che, in questo momento, appare insormontabile. Nessuno Stato potrà nascere con una regione completamente in mano a un’organizzazione terza rispetto alle autorità del governo.
Tuttavia, come prospettato da molti, il piano-Trump non è definitivo. In realtà appare più una road-map che serve agli Stati coinvolti (Egitto, Giordania, monarchie del Golfo) per trovare un accordo. L’Egitto, in particolare, può avere un peso nelle scelte di Hamas, vista la presenza del valico di Rafah e i rapporti dell’intelligence egiziana con l’organizzazione che controlla Gaza. Ma le tensioni regionali, dal nord al sud di Israele, possono avere un peso importante. 
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