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La crisi del coronavirus: che ne sarà di noi?

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Terza puntata del dossier “Coronavirus: sfide e scenari”. Oggi abbiamo il piacere di presentare il contributo di Gustavo Boni, funzionario europeo che parla con noi delle prospettive economiche per l’Italia di fronte alle evoluzioni degli scenari comunitari.

E non mi chiedere come farò
Io non lo so perché l’unica risposta che ora sento è una domanda
Che ne sarà di noi
Che ne sarà di quel che ieri eri tu
Forse sarà che poi
Perdendoci ci ritroviamo
Gianluca Grignani

Di Gustavo Boni

Premessa

Era il 2004, Gianluca Grignani era in radio con questa canzone. Ricca di riferimenti anche la trama dell’omologo film di Muccino dell’anno successivo, in cui alcuni ragazzi, durante la vacanza della maturità, in poco tempo devono prendere decisioni su cui sono impreparati, ma dal cui esito dipenderà il loro futuro.

Uno sguardo di sintesi

Noi non ci troviamo in un film, e molti di noi hanno perso anche il desiderio di cantare. La situazione è ormai chiara anche a chi inizialmente manifestava superficialità e scetticismo nei confronti del Covid-19. Si tratta di un virus pandemico, probabilmente trasmesso dal mondo animale a quello umano a partire dalla città di Wuhan, un importante polo commerciale della Cina centrale, e da lì diffuso in tutto il Mondo.
La diffusione di un virus su tale scala è difficilmente arginabile da un punto di vista sanitario: le strutture non sono progettate per gestire eventi di tali dimensioni. Analoga è la situazione da un punto di vista socio-economico e politico.
La legittima paura e le pressioni che ci accomunano in questo momento, rendendoci folla irrazionale, non devono tuttavia portarci a prendere decisioni avventate o a sovra-reagire; devono al contrario farci arroccare intorno alla scienza, ai suoi principi, e ai numeri.
Proprio dai numeri si è partiti per simulare quali scenari gli Italiani si possono ragionevolmente attendere in termini di conti nazionali in seguito all’impatto del Covid-19. Come detto in Premessa, cosa sarà del nostro futuro dipenderà inesorabilmente dalle scelte che verranno adottate nei mesi di aprile e maggio; queste poche settimane potrebbero avere un riverbero molto lungo. Per pochi, ma chiari motivi:
  • L’Italia è un paese fondatore dell’Unione Europea, la sua terza economia e seconda manifattura, un partner strategico per tutti paesi membri e, inesorabilmente, il maggiore portatore di debito pubblico. Pensare di risolvere la situazione al di fuori dal quadro comunitario è poco serio. Da come l’Italia uscirà dalle sedi decisionali, pertanto, dipenderanno il peso internazionale e i futuri rapporti bilaterali;
  • Indebitamento pubblico: l’ISTAT ricorda che il rapporto debito pubblico/PIL è del 134.8% a fine 2019, in linea con il 2018, con oltre EUR 560mld di debito lordo delle amministrazioni pubbliche in scadenza nel solo 2020. Questo implica minori spazi di manovra e maggiore accortezza nelle misure da adottare;
  • Le imprese della penisola, prevalentemente di dimensioni inferiori rispetto a quelle di altri paesi, sono inserite pienamente nelle catene di valore globali dei processi di trasformazione, con i grandi gruppi tedeschi e francesi a rappresentare i principali anelli di prossimità[1]. La rottura improvvisa di tali catene per via dell’isolamento reciproco richiederebbe troppo tempo per essere assorbita, soprattutto per realtà con margini operativi inferiori (per via della posizione spesso da “terzista” di grandi gruppi, si pensi all’automotive o alla cosmesi, due “casi di scuola”) e con strutture finanziarie più deboli (a causa delle dimensioni medie inferiori), rispetto agli altri operatori lungo la catena;
  • L’industria ricettiva e quella dell’intrattenimento sommano insieme oltre EUR 80mld di valore aggiunto, il 5% del totale (fonte ISTAT, dati stabili sia per il 2018, sia per i 2019). Si tratta di numeri considerevoli, ma forse non sorprendono, dato il brand Italia. Questo è forse il punto. Nonostante i numeri in gioco siano rilevanti, l’impatto del Covid-19 può riservare esternalità negative con un riverbero anche su altri settori. Nello specifico, sono da temere impatti sull’attrattività del sistema paese e sulla sua value proposition consumer-oriented verso il Mondo (qualità della vita, stile e cultura come porta-bandiera).

Gli scenari per il 2020

Compresa la delicatezza della situazione, si è provato a immaginare un possibile scenario per il PIL italiano del 2020, sulla base di quattro fasi temporali:
  • As is: i primi due mesi del 2020 sono attesi in linea con quelli del 2019;
  • Lock-down: nella fase più dura, ipotizzata di tre mesi, si stima una profonda contrazione di investimenti ed export, unita a una minore, seppur marcata, contrazione dei consumi e dell’import. La bilancia commerciale è prevista in sofferenza, principalmente per la minore capacità di servire i mercati esteri, uniti alla contrazione della loro domanda per i nostri prodotti. L’import è previsto in linea con i consumi;
  • Recovery: i tre mesi estivi sono previsti in moderato recupero. Tempi e forza di reazione dipenderanno dalle decisioni governative e istituzionali prese durante il lock-down, e da come verrà pianificata la riapertura del paese. In questa fase, il rischio maggiore consiste in nuovi focolai sul territorio, che potrebbero innescare un secondo lock-down e minare la credibilità interna ed esterna del sistema paese;
  • Reaction: nell’ultima fase dell’anno è prevista una piena ripresa delle principali dinamiche macro-economiche del paese, con una leggera sovra-reazione sul fine anno.







Le spese per i consumi finali si intendono riferite a famiglie residenti e privati.

L’approccio adottato, pertanto, non tiene conto degli impatti delle decisioni istituzionali e politiche (che non si conoscono, come poco si sa sulle eventuali reazioni). È un criterio modulabile e che, pertanto, può essere calibrato in funzione delle tempistiche e della magnitudo di tali decisioni. Si è cercato di implementare uno scenario, per quanto possibile di continuità, senza profondi elementi di rottura. Le spese per consumi finali si intendono riferite a famiglie residenti e privati.
L’output di questo scenario è crudo, e parla di una contrazione del PIL del 15%, oltre EUR 270mld in termini nominali, pari al 85% degli investimenti fissi lordi, e al 38% dei redditi interni da lavoro dipendente. Questi numeri sarebbero sufficienti per agire con estrema perizia nel definire le azioni.
Per valutare la consistenza di tali risultati, è stata condotta un’ulteriore analisi in termini di valore aggiunto, di cui ISTAT produce dati aggregati per settore industriale. Dal momento che esso rappresenta stabilmente il 90% del PIL, è da intendersi come una grandezza coerente con quanto rappresentato nella prima analisi. Per valutare i risultati sopra esposti, una analoga simulazione è stata condotta sulla base di tale data set, scandendo il 2020 nelle medesime quattro fasi temporali.
L’allegato 1 mostra i dettagli di input della simulazione condotta.
L’output prevede una contrazione del valore aggiunto del 13.4%, equivalente a EUR 215mld, pari all’80% di quanto riconducibile all’industria manifatturiera, a quanto prodotto dalle attività immobiliari o a quasi una volta e mezzo il valore aggiunto relativo ai servizi professionali. Tale risultato corrisponde a una contrazione in termini di PIL del 13.7%.
Unendo i risultati dell’analisi di questo fenomeno da due prospettive differenti, ed allargando il range del possibile outcome, possiamo ragionevolmente sostenere che le analisi sopra condotte si aspettano una contrazione dell’economia italiana tra il 12.5% e il 15% per il 2020.
Quale sarebbe l’impatto sul famigerato rapporto “Debito/PIL”? Senza entrare nei dettagli della scarsa significatività di tale indicatore (unito al gemello “Deficit/PIL”) sulla sostenibilità del debito pubblico, tale valore deve in ogni caso essere tenuto in considerazione per via delle altrettanto famigerate “profezie auto-avveranti”, per cui se gli investitori iniziano a ritenere un debito pubblico non sostenibile, esso inizierà ed essere così costoso da diventarlo (sia per via diretta, sia per i problemi che avrebbero le banche, le compagnie assicurative, i fondi previdenziali e le società di gestione del risparmio del paese stesso).
Ancora una volta, è difficile fare previsioni accurate (si diffida a credere in chi sia in grado di farlo, soprattutto in questa fase ricca di incertezze) perché non si conoscono le effettive risposte istituzionali.
Ipotizzando (semplicisticamente!!!) che l’Italia (i) rifinanzi integralmente il debito pubblico in scadenza nel 2020 a costi invariati, (ii) aumenti per via inerziale lo stock di debito di solo la metà di quanto fatto in media nell’ultimo quinquennio (ca. EUR 21mld), e (iii) fornisca ammortizzatori sociali corrispondenti a un terzo dei salari complessivi del 2019, per 3 mesi e alla metà della popolazione (ca. EUR 30mld), il rapporto debito pubblico/PIL potrebbe sfondare il 160%, quasi il doppio del valore consolidato dell’EU, e di poco inferiore al valore della Grecia.

I prossimi passi

Questi scenari mostrano un output comparabile a un conflitto bellico; se da un lato le infrastrutture sarebbero preservate, lo stesso potrebbe non valere per le consuetudini sociali, di consumo e per le scelte di programmazione e investimento. Tali cambiamenti, per definizione non dipendenti solo dall’Italia, non sono gestibili in un contesto nazionale.
Quali le possibili vie di uscita? Questa è la domanda che molti, da diverse prospettive, si pongono incessantemente in questi giorni. Condividere soluzioni taumaturgiche, in questa fase, come abbiamo visto appare poco serio. Proviamo allora a rappresentare alcuni approcci che potrebbero apparire ragionevoli:
  • Gestire l’uscita dalla fase di lock-down ed entrare nella fase di Recovery quanto prima. Questo articolo non ha evidentemente velleità mediche o sanitarie per mancanza di competenze specifiche del suo autore. Tuttavia, adottare un approccio scientifico che consenta di (ri)aprire, progressivamente, il paese, dovrebbe essere tenuto in seria considerazione. Secondo i modelli sopra presentati, ogni settimana di anticipo della fase di Recovery potrebbe corrispondere a un incremento di PIL da EUR 4.5mld a EUR 10mld. È evidente che tale scelta compete alle autorità sanitarie e, ragionevolmente, sarà progressiva (per esempio per fasce di età, occupazione, salute, l’aver o meno sviluppato anticorpi, ecc). È altrettanto evidente, tuttavia, che è fondamentale prendere una scelta in tale scenario, perché il non scegliere è veramente costoso.
  • Stiamo battendo un terreno nuovo per tutti, quindi aggiungere ulteriori novità potrebbe non essere l’idea corretta per reagire. Pensare che il Covid-19 possa essere il Cavallo di Troia per far accettare la mutualizzazione dei debiti nazionali a livello comunitario è pura utopia. È in aggiunta strategicamente sbagliato perché richiederebbe troppo tempo, negoziazioni molto complesse, e collocherebbe l’Italia in una posizione negoziale molto debole (leggasi contropartite). Una soluzione alternativa, come suggerito dal Prof. Cottarelli (nell’analisi qui consultabile) potrebbe trovarsi in seno all’attuale architettura europea, in modo da reagire in tempi rapidi con strumenti e meccanismi già oliati. I risultati non sarebbero difformi, sia in termini di risorse finanziarie, sia per condizioni economiche. Istituzioni come EIB, CEB e MES, per esempio, potrebbero emettere bond per centinaia di miliardi di euro con rating molto pregiati (che beneficerebbero di condizioni di pricing ulteriormente favorevoli alla luce del cd. fly-to-quality tipico di queste fasi), con durate molto lunghe (idealmente superiori ai 30 anni, beneficiando anche di una curva dei tassi piuttosto piatta, se non invertita, su tali scadenze). Le risorse raccolte sarebbero destinate a specifici interventi (coordinati a livello comunitario) da monitorare nella loro implementazione. I singoli stati, se necessario, potrebbero apportare proporzionalmente un aumento di capitale a tali istituzioni, al fine di scongiurare un eventuale downgrade. Il cosiddetto “effetto leva” dal citato aumento di capitale sarebbe tale da rendere lo sforzo iniziale sostanzialmente indolore: ciascun paese, infatti, in questo modo potrebbe finanziare il proprio sostegno all’economia attraverso condizioni estremamente competitive, sia in termini di struttura (durata e costo non altrimenti accessibili), sia per la tipologia del finanziatore (difficile pensare che un’istituzione europea, di cui l’Italia è principale azionista, assuma un atteggiamento di rigidità o, peggio ancora, speculativo).
  • Opportunismo comparativo. L’Italia, tra i paesi occidentali, è stata colpita per prima dal Covid-19, e lo è stata nelle sue regioni più produttive. A parità di curve di contagio e di tempi di risoluzione, esiste pertanto un vantaggio temporale di alcune settimane rispetto agli altri stati, che consentirebbe alle imprese italiane di avere accesso a nuovi mercati senza un’effettiva competizione.

Per concludere

Lo stesso cantante che ha aperto questo articolo, nel 1995 cantava con successo Destinazione Paradiso. È un augurio da farci, e un sogno a cui abbiamo bisogno di aggrapparci. Passare in mezzo a una tormenta rende più forti, stiamo solo attenti ad imboccare la strada giusta, e a non lasciare il gruppo per avventurarci da soli su sentieri inesplorati.

[1] L’Italia è stabilmente l’ottavo paese esportatore nel Mondo (2.8% dell’export complessivo) e il tredicesimo importatore (2.5% dell’import totale). I principali mercati di sbocco sono Germania (12.5% del totale export), Francia (10.5%) e USA (9.4%); quelli di approvvigionamento sono Germania (16.4% del totale import), Francia (8.6%) e Cina (7.6%); fonte: https://www.mise.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/completo.pdf

Allegato 1


3 – continua
  1. “Una concezione adattiva della Storia” di Pierluigi Fagan.
  2. “La Chiesa contro il coronavirus: il mondo sulle spalle di Francesco” di Emanuel Pietrobon.
  3. Che ne sarà di noi?” di Gustavo Boni.

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